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Title: Farfui
Author: Luciano Zuccoli (1868-1929)
Date of first publication: 1909
Place and date of edition used as base for this ebook:
   Milan: Fratelli Treves, 1909 (First Edition)
Date first posted: 1 February 2008
Date last updated: 1 February  2008
Project Gutenberg Canada ebook #72

This ebook was produced by: Carlo Traverso, David T. Jones
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Titre: Farfui
Auteur: Luciano Zuccoli (1868-1929)
Date de la première publication: 1909
Lieu et date de l'édition utilisée comme modèle pour ce livre
   électronique: Milan: Fratelli Treves, 1909 (première édition)
Date de la première publication sur Project Gutenberg Canada:
   1 février 2008
Date de la dernière mise à jour:
   1 février 2008
Livre électronique de Project Gutenberg Canada no 72

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[Copertina]



                           FARFUI


                          ROMANZO

                             DI

                      LUCIANO ZUCCOLI




  MILANO -- FRATELLI TREVES, EDITORI -- Milano
  _Via Palermo, 13; e Galleria Vittorio Emanuele, 64-66-68._

  ROMA: Corso Umberto I, 174 (Palazzo Raggi)
  NAPOLI: Via Roma, 258 (Palazzo Berio) e Largo Monteoliveto, 7-8
  TORINO: Via S. Teresa, 6.
  GENOVA: Vico Stella, 24 (Piazza Fontane Marose).
  FIRENZE: presso R. Bemporad e figlio.
  BOLOGNA: presso la Ditta N. Zanichelli.
  TRIESTE: presso G. Schubart.
  LIPSIA, BERLINO, VIENNA: presso F. A. Brockhaus.


[Occhiello]


                          FARFUI.

[Verso]


                    DELLO STESSO AUTORE:
                     (Edizioni Treves).

  L'amore di Loredana. _romanzo_             L. 3 50
  La Compagnia della Leggera, _novelle_         3 50
  La vita ironica, _novelle_                    3 --
  La morte d'Orfeo, _novelle_ (in corso di ristampa).
  Ufficiali, sott'ufficiali, caporali e soldati (in corso di ristampa).
  Roberta (in corso di ristampa).
  Il designato (in corso di ristampa).


[Frontespizio]


                           FARFUI

                          ROMANZO

                             DI

                      LUCIANO ZÙCCOLI




                           MILANO

                  Fratelli Treves, Editori

                            1909.
                    PROPRIETÀ LETTERARIA


[Verso]

_I diritti di riproduzione e di traduzione sono riservati per tutti i
paesi, compresi la Svezia, la Norvegia e l'Olanda._



Milano.--Tip. Treves.





FARFUI





PARTE PRIMA.




I.


Perchè avesse comperato quella casetta, egli stesso non avrebbe
saputo dire.

Gliel'avevano offerta in un periodo di fortuna, quando il rialzo di
certi valori gli aveva dato larghi profitti.

Era una casa a due piani, dipinta in giallo chiaro con le persiane
verdi, richiusa da un giardino di mediocre grandezza, il quale al
momento dell'acquisto era in buono stato, con belle piante, con
piccola serra, vialetti lindi.

Il mobiglio valeva da solo il prezzo della casa; nel salotto a terreno
erano un eccellente piano a coda, ampli divani coperti di broccato
color d'oro a fiorami rosei; una tavola centrale intarsiata di
madreperla a lavoro finissimo; e in tutte le camere si notava il
medesimo decoro d'addobbo e di legni.

Questa era stata altra delle cause per le quali Lorenzo Moro aveva
esitato a comperare. Andato a vedere e visto rapidamente, aveva detto:

--Non mi conviene; troppo bello; è roba da donne.

Poi la casa sorgeva fuori di Milano, oltre il dazio di Porta Ticinese,
in una zona occupata quasi interamente da vasti magazzini di formaggio
e di burro, e da depositi di legname; quartiere di popolo e di
lavoratori, di operai e di gente arricchita, quartiere classicamente
milanese per l'attività, il frastuono, l'uso d'un dialetto più aperto
e più tipico.

Lorenzo Moro aveva appunto in quel quartiere i suoi magazzini e lo
studio, e non desiderava avervi anche la casa; ciò avrebbe mutato le
abitudini della sua vita operosa, togliendogli la ragione delle lunghe
passeggiate tra casa e studio, ch'egli faceva la mattina ed il
pomeriggio fin che abitava in via Bigli.

Anzi, in via Bigli aveva già adocchiata la casa che gli sarebbe
convenuta, ne aveva parlato al proprietario e sperava d'averla a un
prezzo giusto.

Non voleva comperare la casa fuori di porta. Ma le premure di Mariano
Frigerio, la noia di discutere, la favorevole offerta, lo avevano
vinto.

Lorenzo Moro odiava gli uomini imbelli o corrotti. Mariano Frigerio,
suo compagno di scuola, avviato ormai dal giuoco e dalla crapula alla
rovina sicura, non gli concedeva tregua dacchè aveva fissato in mente
di vendergli la casa; andava a trovarlo in istudio, glie ne parlava a
teatro e al caffè, gliene scriveva.

Aveva cominciato col chiederne quarantamila lire; per tagliar corto e
non essere più importunato, Lorenzo glie ne aveva offerta la metà, e a
venticinquemila Mariano l'aveva ceduta con tutto il mobiglio, purchè
il denaro fosse pronto.

--Devi essere al secco,--gli aveva detto Lorenzo, gettandogli
un'occhiata obliqua.

--Brucio l'ultima cartuccia!--aveva risposto Mariano.

--E allora non la voglio, non so che farmene!

Ma, impaurito da quegli scrupoli, Mariano Frigerio si mise a
scherzare: no, non era ridotto così male; vendeva perchè non avendo
più affari in quei paraggi, gli riusciva comodo sbarazzarsi della
casetta e prendere alloggio in un quartiere più centrale.

--Non so che farmene!--ripetè Lorenzo.

--Pare impossibile che tu dica questi spropositi!--osservò
Mariano.--Non si rifiuta mai un'occasione stupenda; se avessi
pazienza, troverei certo le quarantamila lire che la casa può valere;
ma preferisco sbrigarmene subito e darla a un amico....

Lorenzo fece un grugnito.

--Venticinque,--egli disse.--Non un centesimo di più, perchè non so
che farmene.

--Non chiedo altro,--concluse Mariano.

Pattuita la compera, Lorenzo andò a vedere meglio la casa, i mobili,
il giardino. Mariano Frigerio non aveva torto; l'affare era ottimo e
più apprezzabile perchè non chiesto e non voluto.

Durante la seconda visita, balenò a Lorenzo un'idea che gli fece amare
la casa nuova. Il salotto a pian terreno era inutile, poi che ve n'era
un altro al primo piano; quella camera spaziosa bene illuminata, con
l'impiantito solido, si poteva adattare a sala da scherma, separandone
un lato con tramezzo e mutandolo in ispogliatoio.

Lorenzo Moro non aveva da anni, all'infuori del suo commercio, se non
un'inclinazione veramente notevole, voluta dal suo temperamento
pletorico e dal suo bisogno di movimento: la scherma; dava alla
scherma gran parte del tempo di cui poteva disporre: chiuso lo studio,
saliva in una vettura, correva da Pino Monti, il suo maestro, e vi
passava qualche ora; ma sempre si rammaricava di dover rimanere a
lungo nello spogliatoio, specialmente con le basse temperature
invernali, prima di poter tornare in istrada.

Una sala da scherma in casa propria gli avrebbe risparmiato queste
noie, e il maestro avrebbe potuto andar da lui in giorni prestabiliti.

Per tale ragione, il salotto a pian terreno fu sgomberato lestamente;
Lorenzo Moro acquistò il materiale necessario a una bella sala da
scherma, e fu lieto come un ragazzo quando vide le sciabole e le spade
e i fioretti brillare alle pareti, tra le maschere e i guanti.

Era l'estate; Morella Bardi, la moglie di Lorenzo, villeggiava con la
sorella e il cognato sul lago di Como.

Lorenzo comperò, modificò, adattò, fece tutto in silenzio; egli temeva
il giudizio di Morella, quantunque fingesse in ogni occasione di non
tenerne conto, e non di rado fosse brutale con lei. Quando le cose gli
parvero in ordine, e già egli era passato nella casa nuova, decise di
parlarne a Morella.

Giunse in campagna il sabato, con quella corsa del pomeriggio che
raccoglieva e stipava nelle vetture del treno i mariti, come si
raccoglie e si stipa in un treno di merci il bestiame.

Edoardo Falconaro lo accompagnava, per rimanere quella settimana
ospite nella villa.

I due uomini non si somigliavano.

Lorenzo Moro, rubicondo con piccoli occhi acuti e neri, ampio di
spalle e basso di statura, non s'era mai potuto togliere di dosso
un'espressione di trivialità, di cui si rammaricava in segreto, perchè
gli dava l'amarezza di venire scambiato qualche volta pel cocchiere o
pel custode del magazzino. E quanto più si studiava d'essere elegante,
svelto, spigliato, e tanto più cadeva nella goffaggine e nella
volgarità.

A vederlo, non si sarebbe detto ch'egli fosse un tenace e facoltoso
lavoratore: pareva uomo interamente volto ai piaceri materiali,
schiavo della gola e dei sensi. Il diuturno esercizio della scherma
aveva esagerato la sua gagliarda muscolatura, ciò che faceva meglio
risaltare la statura piccola, mettendo in contrasto la brevità delle
gambe con la larghezza delle spalle. Egli invidiava Edoardo Falconaro,
al quale gli abiti stavano sempre bene, mentre a lui stavano sempre
male.

Edoardo era alto, e non magro e non grasso, coi baffi lunghi e diritti
e i capelli folti neri, la faccia bruna solcata da una cicatrice, che
partendo dalla tempia sinistra gli traversava la fronte, e finiva tra
l'uno e l'altro sopracciglio, dandogli un'espressione di forza non
comune. Tutti credevano che quell'antica ferita testimoniasse di
qualche terribile avventura, e solo gli amici d'infanzia ricordavano
che Edoardo era caduto da ragazzo, e s'era malamente ferito al volto.

Ma lo sguardo penetrante degli occhi grigi, più notabili per il
carnato bruno del viso, ma il mento breve, la struttura parca e
nervosa del corpo, l'abitudine di qualche gesto risoluto e quasi
tagliente, la parola secca, dicevano ch'egli era veramente uomo
energico e deciso.

In lui il sentimento affievoliva qualche volta la volontà, e
un'improvvisa dolcezza temperava i consigli della fredda ragione; il
suo sguardo, che perdeva talvolta la luce metallica per velarsi e
quasi inumidirsi, ripeteva con chiarezza gli interni mutamenti e le
gradazioni dell'anima.

Lorenzo Moro era violento; Edoardo Falconaro era forte.

Insieme a Edoardo Falconaro, quel sabato, Lorenzo Moro si recò in
campagna col proposito d'intrattenere Morella sull'acquisto della
casa. Durante il viaggio non parlava, pensando e ripensando alla
proprietà nuova e alle comodità che doveva ancora introdurvi perchè
piacesse alla moglie.

Edoardo leggeva un giornale. Il caldo era pesante, benchè il sole
fosse già per tramontare.

--Pino Monti è stato da me ieri,--annunziò infine Lorenzo.

--Ahi--mormorò Edoardo, abbassando il giornale sulle ginocchia.--E che
cosa ti ha detto?

--Ohe la sala è bella e pare fatta apposta per lezioni d'armi.

--Allora sei contento?--chiese Edoardo.

--Contento.

Ma subito la fronte gli si rannuvolò, e non potendo tacere all'amico
la segreta inquietudine che lo teneva, soggiunse:

--Vedremo che cosa ne dirà Morella.

Edoardo era per rispondere, quando alcuni negozianti presero posto in
quello scompartimento e cominciarono a parlare della Borsa e d'un
fallimento inatteso che aveva commosso il mercato.

Lorenzo s'interessò alla discussione, ed Edoardo riprese a leggere il
giornale.




II.


La villa, Villa Mora, non era alla riva del lago. Dalla stazione di
Como bisognava percorrere in vettura mezz'ora di strada con una salita
tanto dolce che i cavalli potevano trottare.

Lorenzo ed Edoardo trovarono alla stazione la carrozza a canestra,
tirata da due vigorosi bai, che scuotevano allegramente le sonagliere
e parevano orgogliosi della rete rossa posata sul loro lucido
mantello.

--Vedremo che cosa ne dirà mia moglie!--ricominciò Lorenzo,
continuando il discorso interrotto.

Edoardo guardava a destra e a sinistra i campi di frumento, ancor
verde e sottile, largamente macchiati dalla tinta sanguigna dei
rosolacci. Pensava che Lorenzo aveva condotto lui in campagna per
impedire colla sua presenza che Morella si rammaricasse troppo
vivacemente.

--Forse ho fatto male ad avvertirla a cose finite,--seguitò
Lorenzo,--e a non chiederle consiglio.

--Ti avrebbe dato il consiglio di non comperare,--osservò Edoardo.

--Perchè?

--Perchè a una signora non è indifferente vivere fuori di porta
Ticinese o in via Bigli. Non ti sembra?

--Hai ragione,--confessò Lorenzo,--ma a queste piccolezze io non
arrivo mai, o arrivo troppo tardi.

Edoardo sorrise.

-Bisognerà farle un salottino magnifico,--disse poi,--una camera da
letto magnifica, una sala da pranzo magnifica, e allora sarà contenta
anche lei. Tutto magnifico, insomma.

Lorenzo non rispose; egli pure aveva pensato a far tutto magnifico, ma
di eleganze femminili capiva tanto poco che senza l'aiuto di Morella
non sarebbe riuscito a niente.

--Credi che si troverà male, abitando fuor di porta?--chiese dopo un
istante di riflessione.

Edoardo si strinse nelle spalle.

--È probabile,--disse.--Una signora elegante a porta Ticinese è molto
notata, perchè s'incontra di rado, e ciò può spiacerle. In via Manzoni
o in piazza del Duomo o a porta Venezia, la cosa è diversa....

--Che seccatura, l'eleganza!--esclamò Lorenzo, battendo un pugno sui
ginocchi.

Edoardo guardò il colle verde, d'uno spesso verde smeraldo, dietro il
quale girava la strada larga e candida, e aspirò l'aria sottile che
gli alitava in faccia.

--Ho comperato per far piacere a Mariano!--riprese Lorenzo.

--Per carità, non lo dire!--esclamò Edoardo ridendo.--Sai che la tua
signora odia Mariano; dille piuttosto che hai comperato per fargli
dispetto!

--Una casa da quarantamila non si trova tutti i giorni per
venticinquemila lire!--concluse Lorenzo.

E tale riflessione lo rese tranquillo, anzi soddisfatto, perchè quasi
subito si stese meglio nella carrozza, come adagiandosi nella
sicurezza d'aver usato bene del tempo e del denaro.

--Anche questo non è da dirsi,--osservò Edoardo,--perchè tua moglie sa
benissimo che non t'impacci per quindicimila lire di più o di meno.

Ma l'altro era tornato contento di sè, e rispose con un grugnito,
alzando le spalle.

La carrozza si fermò innanzi alla cancellata della villa, e da un
viale del giardino uscì e si avvicinò ai due uomini Morella Moro, la
quale era alta e magra.

Indossava una camicetta bianca traforata, la cintura nera, la sottana
rossa scarlatta. Dimostrava circa trent'anni e ne aveva ventisei; la
carnagione scura, i capelli biondi, d'un biondo delicatamente pallido,
gli occhi avana; in quel volto affilato era un complesso di
contraddizioni che impediva di comprendere a prima vista se la donna
era bella o brutta.

Ma la sua voce morbida e vellutata, ricca di chiaroscuri, faceva
pensare che le parole d'amore in bocca di lei dovevano avere una
significazione carnale e voluttuosa più penetrante d'una carezza. Ella
si mostrò lietissima di rivedere Edoardo.

--Si trattenga un mese da noi!--gli disse, stringendogli la mano.

--Io mi tratterrei un anno, se potessi!--rispose Edoardo, mentre si
guardava attorno ad ammirare il giardino e respirava l'aria, profumata
dalla madreselva che ricopriva il muro di cinta.--Ma Lorenzo non me lo
permetterebbe; è geloso di tutti....

--Allora, quanto si ferma?

--Otto giorni, mi ha detto Lorenzo.

Morella sorrise, e crollò il capo.

--In otto giorni si può conquistare una donna meglio che in un
anno,--disse poi.--Lorenzo non capisce queste cose.

Lorenzo, che li seguiva, diede in una risata; egli non capiva davvero
quelle sottigliezze psicologiche.

--Non mancherò,--promise Edoardo.--Fra otto giorni, lei sarà mia!

Proferì la frase in tono così solenne, che Morella e Lorenzo risero di
nuovo insieme.

Sulla soglia della grande sala a terreno, li aspettava Isidora col
marito Federico Berardi; questi aveva per il cognato Lorenzo
un'affezione fraterna, e appena lo vide gli corse incontro, gli gettò
le braccia al collo, gridandogli:

--Bene arrivato, bene arrivato!

Isidora non somigliava a sua sorella. Piccola, di capelli neri e
lucenti, di carnagione tanto bianca che da ragazza, e per questo e per
il carattere placido, le compagne di scuola la chiamavano «la
quaglia», era di due anni più giovane dell'altra.

--Siete di buon umore,--osservò Federico.--Vi abbiamo udito ridere
allegramente.

--Sì: Edoardo ha promesso di conquistare Morella in questi otto giorni
di vacanza,--disse Lorenzo.

--Farà fiasco,--rispose Federico con gravità;--son cose che non si
preannunziano....

--Ma io sono capace d'un miracolo!--esclamò Edoardo.

Federico lo guardò sorridendo: di statura media, e appena trentenne,
già tendeva a una certa pinguedine. Amministrava i beni di una grande
famiglia lombarda, ma aveva piuttosto l'aria d'un professore che d'un
uomo d'affari. Il suo volto era paffuto e roseo, e sul naso
s'appoggiavano gli occhiali d'oro a stanghetta. Lo sguardo non
significava se non la perfetta quiete dell'anima, alla quale
corrispondeva l'amore smodato per l'ordine e la precisione in tutte le
cose della vita.

--Quando conquistasse Morella o un'altra,--egli osservò,--si
procurerebbe delle noie. Non c'è nessuna donna che valga una buona
dormita.

--Ma ciò che tu dici, Federico, è molto insolente!--ribattè
Morella.--Se io fossi tua moglie, me ne offenderei.

--Io non me ne offendo,--dichiarò Isidora,--perchè anch'io penso che
nessun uomo vale una buona dormita.

Essi entrarono, così scherzando, nell'ampia sala da pranzo addobbata
con pochi mobili di legno chiaro. I vetri delle porte-finestre che
guardavano il giardino erano color di croco a rosoni di cobalto, e un
ultimo raggio di sole indugiandovisi, ne gettava un riflesso vivace
sul pavimento a mosaico veneziano. Nitide cristallerie scintillavano
sulla tavola, traversata da una lunga fronda a cui s'intrecciavano le
più ricche rose, le rose rosse e le rose gialle dalla foglia carnuta.

--Noi abbiamo una grande notizia da darti!--annunziò Lorenzo a
Morella, quando tutti ebbero preso posto.

--Voi due?--chiese Morella.--Non mi fido.

--Veramente io non c'entro per nulla,--corresse Edoardo.--Lorenzo
vuole addossarmi una parte di responsabilità, e io l'accetto; ma non
ho alcun merito nella novità che deve annunziare.

--Fuori la novità!--esclamò Isidora battendo le mani
fanciullescamente.

--Più tardi!--disse Lorenzo.

Ma Isidora non si contentò; per tutto il pranzo, andò imaginando
novità: una pariglia di roani, che piacevano a Morella, una villetta
in montagna, un abito di merletto antico per la prima serata alla
Scala, due cuccioli mastini per la guardia alla villa, una collana di
perle e zaffiri....

--Tu corri troppo!--osservò Lorenzo,--e vai lontano.

--Non c'è senso comune in ciò che dici,--incalzò Federico.--Ti pare
che sia la stessa cosa una collana di perle e zaffiri o una coppia di
cani?

--Allora, un bambino adottivo?--chiese Isidora con sbadataggine.

La frase cadde e fu seguita da un breve silenzio, un breve silenzio
d'angoscia: il volto di Morella si contrasse come per intenso spasimo,
e si ricompose d'un subito.

Edoardo osservò e tacque.

Ma Federico sentendo quel malessere nell'aria, intervenne:

--Un bono della banca d'Italia,--seguitò--con la cifra in bianco;
un'opera in musica scritta da Lorenzo su libretto di Edoardo....

--E intitolata: «Io non capisco niente!»--concluse Morella ridendo.

--No, no, siete lontani,--fece Lorenzo; e a sviare la conversazione,
si rivolse a Federico:--Sai che la ditta Goggioli e Bianchi è fallita?

--Non te l'avevo predetto?--osservò Edoardo,--tu non mi credevi....

--Falconaro è profeta,--disse Morella con lieve ironia.--Egli sa prima
degli altri.

--Non è difficile saper certe cose quando si vive in Borsa,--rispose
Edoardo.

Vinti dalla passione e dall'abitudine, gli uomini parlarono d'affari.
A quella ditta Goggioli e Bianchi, Lorenzo aveva per due volte negato
il credito, obbedendo ai consigli del Falconaro, ma con fede mediocre;
ora egli si sarebbe trovato fra le vittime, alle quali spettava, sì e
no, il sette o l'otto per cento; ed esaltava l'accortezza di Edoardo e
la bontà delle sue informazioni. Morella ascoltava, apparentemente
distratta.

Sul finire del pranzo, tolse una rosa rossa dalla tavola e allungando
la mano, l'offerse a Federico; un'altra rosa rossa puntò all'occhiello
di Lorenzo; e finalmente prese una rosa gialla, guardò Edoardo, levò
la mano, ma la lasciò ricadere subito.

--Ah, la civetta!--mormorò Lorenzo.

Edoardo raccolse allora tutte le rose che gli stavano innanzi, le
partì in due mazzi, ne presentò uno inchinandosi a Morella e l'altro a
Isidora.

--Che lezione, che lezione memorabile!--proferì Morella con un
sorriso.

Si drizzò in piedi e aggiunse:

--Usciamo nell'atrio a prendere il caffè.




III.


Non appena furono nell'atrio, adagiati nelle poltroncine di vimini,
innanzi a una piccola tavola intorno alla quale Morella s'affaccendava
a versare il caffè, Lorenzo si decise:

--Ecco dunque la notizia: ho comperata la casa di Mariano Frigerio.

Morella si lasciò sfuggir dalle mani le pinzette dello zucchero e si
rivolse al marito:

--Dici per ridere?--chiese.

--No, davvero: ho comperato la casa del Frigerio, e ora andremo ad
abitare là. Anzi, io vi abito da una settimana....

La donna presentò la chicchera a Edoardo e tornò a sedere.

Tutti gli altri tacevano, attenti a studiare la fisionomia
impenetrabile di Morella; e approfittando della pausa, Lorenzo
continuò:

--Ti troverai benissimo. Io ho messo in ordine il mio appartamento;
pel tuo ti darò carta bianca. Edoardo ha già detto che tu farai tutto
magnifico, un salottino magnifico, una sala da pranzo magnifica, una
camera da letto magnifica, e io starò a vedere e ad applaudire.... Del
resto, si trattava d'un affar d'oro, che non potevo rifiutare: ho
avuto la casa per un tozzo di pane, ed è una bella casa. Tu ti lagnavi
di non avere giardino; ora, abbiamo anche il giardino, che potrai
curare, abbellire, arricchire, a tuo capriccio.... I soli mobili
rappresentano il prezzo d'acquisto; io non m'intendo molto di queste
cose, ma mi sembra che il piano a coda, per esempio, venga da una
fabbrica celebre, e costi un tesoro.

Morella si alzò, e senza rispondere, uscì dall'atrio, abbandonando sul
tavolino le rose.

Seguì un lungo silenzio molesto. Poi Edoardo disse:

--La tua signora è malcontenta.

--Sembra anche a me!--confessò Lorenzo con tale candore, che un
sorriso apparve sulle labbra del Falconaro.

--E ha ragione,--interloquì Isidora.--Come potrebbe esser contenta di
viver fuori di porta Ticinese, in esilio, fuori del movimento e della
vita elegante? Per arrivare alla piazza del Duomo, o sul Corso, dovrà
percorrere venti chilometri.

--Non c'è la carrozza?--interruppe Lorenzo.--Non abbiamo i cavalli?

--E tu pensi che uscirà tutti i giorni in carrozza?--replicò
Isidora.--Dei cavalli ha paura.

--Glie ne comprerò un altro, quieto come una pecora, uno di quei roani
che le piacciono. Ma ti dico: non potevo rifiutare un'occasione
eccezionale.

Isidora scrollò leggermente le spalle.

--Per la tua occasione eccezionale hai sacrificata Morella!--disse con
severità.

Federico ascoltava stupito sua moglie, la quaglietta, che di repente
accalorata, osava esprimere un'opinione con tanta animosità.

--Dora!--egli esclamò.--Che ti viene in testa? Chi ti ha dato il
diritto d'intrometterti e di biasimare?

La donna sentendo d'aver torto, e quasi risvegliandosi d'un tratto, si
fece di porpora in viso, e rannicchiatasi nella poltroncina, si versò
un'altra chicchera di caffè per nascondere la sua confusione.

--Come vi dicevo,--ripreso Edoardo, che voleva tagliar corto,--la
colpa del fallimento è tutta del Bianchi. Non ha mai avuto occhio nè
polso, quell'uomo. Sono alcuni mesi, investiva un capitale nelle
azioni della «Monopole» che a distanza di pochi giorni subivano un
tracollo di dieci punti....

Si fermò: un fruscio di sottane lo fece rivolgere. Morella rientrava,
calma e sorridente, in mano una rosa, così densamente rossa, che
pareva quasi nera.

--Ecco il fiore che le conviene!--disse, avvicinandosi a Edoardo, e
porgendogliela.

--Vuole mettermela all'occhiello?--pregò Edoardo.

La donna gli si avvicinò meglio per obbedire; in quell'istante in cui
gli infilava il fiore nella giacca, egli potè osservarla bene, e si
accorse che un segno amaro le rimaneva agli angoli della bocca e che i
suoi occhi avevano la lucentezza delle lagrime recenti.

--Ora andiamo a fare un giro in giardino. Volete?--propose Morella con
voce allegra.

Tutti si alzarono immantinente, e la seguirono.

Adorno, sul davanti, di graziose aiuole con pianticelle multicolori,
chiuso dal muro di cinta, che i fiori cremisi della madreselva
coprivan quasi per intero, il giardino si stendeva dietro la villa.
Gli alberi poderosi di fusto intrecciavano il fitto fogliame, creando
mobili vôlte sopra i viali serpeggianti; era un mare di verde in tutte
le sfumature, dalla più chiara alla più cupa, su cui spiccavano i
fastosi colori dei rosai fioriti, che sprigionavano fiotti di profumi.

Edoardo conosceva il giardino, da lui visitato altre volte, ma
ascoltava le spiegazioni di Morella, aggiungendo le sue osservazioni e
ragionando in un modo che la faceva ridere.

--È troppo ignorante, Falconaro!--ella protestò a un tratto.--Ha
scambiata una magnolia per un pioppo. Pioppi non ne abbiamo in
giardino.

--Se le presentassi il listino della Borsa,--egli rispose,--lei
farebbe la figura che faccio io davanti alle magnolie.

--Ma non è lecito, non è lecito credere che un pioppo abbia questo bel
fogliame lucido e questo bel tronco!--disse Morella.

--Il tronco del pioppo è bellissimo!--rimbeccò Edoardo alzando le
spalle.

Egli la scandalizzava con una sicurezza, con un'indifferenza, che a
lei parevan maravigliose. Isidora e Federico li seguivan ridendo.

Ultimo veniva Lorenzo, taciturno. Aveva capito; Morella non avrebbe
più detto parola della casa nuova; quel silenzio sdegnoso in cui si
richiudeva, quel dispregio della discussione, quel muto orgoglio pel
quale sembrava ella dicesse che nessuno poteva giungere fino a lei,
irritavano sordamente Lorenzo, che avrebbe preferito una tempesta di
rimbrotti, una raffica di lagni.

Allungò il passo e si mise al fianco della moglie, tentando di
riprendere il discorso.

--Se qualche albero ti è caro,--disse,--possiamo farlo trasportare e
trapiantare a Milano....

La donna lo guardò sorpresa, poi mormorò, breve:

--Non importa!

Si volse a Edoardo e seguitò con voce più dolce:

--L'orto non l'ha visto mai? Vuol vedere?

Lorenzo l'avrebbe battuta, perchè almeno gridasse, si divincolasse,
perchè dimostrasse un sentimento qualunque; e non potendo contener la
furia che lo faceva tremare, allungò la mano, strappò il ramo d'una
acacia e si mise a pelarla.

Imbruniva. Giunsero all'orto, per un vialetto tortuoso in fondo al
giardino quando poco si poteva vedere, e poco si trattennero. Morella
accennò con la mano a peschi, a mandorli, a ciliegi, questi curvati
dalla soma dei frutti carnosi.

--Le ciliegie colte sull'albero fresche fresche sono squisite,--disse
Morella.--Io vengo qui la mattina, e ne faccio strage.

Erano giunti presso una vasta cisterna a muratura, entro cui si
raccoglieva l'acqua irrigua, fonda parecchi metri, coperta da uno
strato verdastro, tutta sonora pel gracidìo dei ranocchi. Lorenzo non
vide il rialzo che la proda della cisterna faceva sul terreno
circostante, incespicò e fu trattenuto bruscamente dalle mani di
Edoardo, che prima di ogni altro aveva notato il pericolo.

--Ti ringrazio,--disse Lorenzo.--Per poco non finivo tra le rane!

Morella non s'era accorta del rischio; Federico e Isidora non
parlarono; e lentamente tornarono tutti verso la villa, mentre un
silenzio augusto sì stendeva sulla campagna, e le lucciole tra il
verzume opaco andavano danzando.




IV.


L'atto di Morella Moro, che a tavola aveva rifiutato una rosa a
Edoardo Falconaro e poi quasi pentita gliel'aveva recata dal giardino,
un atto in cui Lorenzo e fors'anco gli altri avevan visto la
scaltrezza della civetteria, non significava se non l'avversione
cocente che Morella sentiva per Edoardo.

Le cortesie di cui lo faceva segno erano il portato d'uno sforzo
assiduo, d'una persistente vigilanza sopra se medesima, perchè a
nessuno avrebbe voluto mostrar l'antipatia che nutriva in cuore per il
più fido e più potente amico di suo marito. Ella non ignorava che la
fortuna di quest'ultimo era dovuta in gran parte a Edoardo, il quale,
come agente di cambio, consigliava e guidava Lorenzo nei suoi giuochi
di Borsa. Non solo, ma a Lorenzo in un momento di gravi difficoltà
aveva dato in prestito somme notevoli permettendogli di fronteggiare e
di fiaccare la concorrenza che gli facevano altri mercanti, e dandogli
maniera d'ingrandire quei magazzini di formaggio e di burro fuori
porta Ticinese, che in un corto giro di anni lo avevan fatto ricco.

Questo pensiero la crucciava di continuo, quasicchè il lusso in cui
ella poteva adagiarsi fosse opera d'un intruso. E stranamente anche si
diceva che se Edoardo non avesse aiutato Lorenzo, questi sarebbe stato
un mediocre, forse un fallito, e il padre di lei, Tito Bardi, non
l'avrebbe costretta a sposare per fini di materiale cupidigia il
grosso uomo, che le era sempre spiaciuto, che non aveva mai potuto
amare, che la urtava di continuo con la sua volgarità, con le sue
opinioni senza ala e senza delicatezza.

I beneficii di Edoardo verso l'amico erano molteplici. Anche quel
giorno, a tavola, Morella aveva udito parlare della catastrofe d'una
Casa commerciale e del consiglio di Edoardo, che aveva ritratto
Lorenzo dalla iattura d'incappare in quel fallimento e di perdervi
molto danaro. Aveva udito Lorenzo esaltar la saviezza, e la
preveggenza dell'agente di cambio, ch'ella aveva chiamato ironicamente
«profeta».

Il profeta aveva trent'otto anni, e Lorenzo oltre quaranta, e tuttavia
il primo dominava l'altro con polso tranquillo e fermo. Quando Lorenzo
voleva agir di sua testa, agiva alla chetichella, nel mistero, come un
ragazzo, pregando non si facesse parola a Edoardo; e sempre,
fatalmente, ciò che Lorenzo pensava e compieva senza il parere
dell'amico, era uno sproposito; così la compera della casa Frigerio.

Morella non poteva disconoscere che l'educazione d'Edoardo era fine,
l'intelligenza acuta, sagace la pratica del mondo. Ma gliene voleva,
perchè l'inferiorità di suo marito diventava, innanzi a Edoardo, quasi
intollerabile, e sembrava alla donna che uno guidasse l'altro con un
senso di degnazione e di pietà, di cui ella si sentiva offesa per
Lorenzo.

Aveva intraveduto in Edoardo uno di quegli uomini che non agiscono mai
per impeto o per subitaneo giudizio, ma lungamente e pazientemente
maturata una decisione, la traducono in fatti, a qualunque costo. Ciò
significava lo sguardo del Falconaro, quello sguardo degli occhi grigi
entro i quali passava ben di rado una luce calda; Morella vi aveva
trovato con sicuro intuito un'ostinazione prodigiosa e un coraggio
inflessibile, che la turbavano.

Le sarebbe piaciuto di apprendere qualche smarrimento, qualche errore
di lui; la sua forza la indispettiva. Aveva più volte udito parlare
della vita che conduceva tra ballerine e femmine galanti, tra gaudenti
e giuocatori, ma non le era mai avvenuto d'udire che avesse amato o
sofferto, che si fosse mostrato debole e malfermo.

Un giorno, confusamente, s'era detto che una grande sciagura l'aveva
colpito, ma la giovane non ne aveva avuta altra notizia, perchè
d'improvviso Edoardo s'era allontanato da Milano, aveva viaggiato, ed
era tornato molto tempo appresso.

Era tornato, chiuso e freddo come prima. E anche questo sapeva male
alla donna, perchè Edoardo non aveva chiesto nè conforto nè consiglio
al marito di lei, al quale porgeva consiglio e conforto; prova
evidente che il Falconaro giudicava Lorenzo un dappoco, un pupillo, un
fanciullo da sorreggere, non un uomo che nei rovesci potesse dargli
qualche consolazione.

Tutto ciò le pareva tacitamente ingiurioso, e si maravigliava che non
paresse anche a Lorenzo. Ma questi era soggiogato dall'amico pel quale
sentiva un'ammirazione piena ed entusiastica. In certi casi dubbii
egli recava un argomento unico e inconfutabile: «Lo ha detto Edoardo».
E nessuno poteva più replicare.

Sarebbe stato assurdo tentar di sottrarre Lorenzo al fascino di quel
terribile amico; pericoloso dimostrare a quest'ultimo la contrarietà
ingiusta ch'egli risvegliava, solo perchè forte. L'opera di lui era
attenta e benefica; di nulla si poteva rimproverarlo; non abusava
della confidenza di cui godeva in casa dei Moro, e con la giovane
moglie di Lorenzo sempre si mostrava garbato, e tuttavia
irreprovevole.

Consigliere e guida nel labirinto degli affari, Edoardo non aveva mai
cercato di farsi in Lorenzo un compagno di piaceri; lo lasciava alla
sua vita di famiglia, e nei divertimenti aveva altri amici.

Morella doveva confessarsi che per questi motivi, egli meritava
rispetto, e consapevole del proprio torto, non riuscendo a domare la
cieca antipatia, si studiava di mascherarla con arte infaticabile,
dando a tutti l'illusione di essere una schietta amica del Falconaro.

Egli stesso v'era caduto; prima e unica al mondo, la donna aveva
saputo ingannarlo; gli occhi di lui, pur leggendo molte cose riposte
in quell'anima femminile, non vi avevan letto l'avversione e l'ira
contenuta a fatica.


Lorenzo si trattenne in campagna l'intera domenica, ed ebbe la mala
ventura d'inacerbire nuovamente Morella, raccontando dopo pranzo
alcune barzellette licenziose, di cui la scurrilità era piuttosto
nella parola che nel fatto narrato.

Nulla offendeva la giovane come la salacità del linguaggio; provava la
disgustosa impressione che suo marito la denudasse in pubblico, e ne
soffriva quasi fisicamente. Ma invano ella richiamava ogni volta
Lorenzo a miglior contegno; egli era di quegli uomini, i quali,
opinando che la donna maritata possa imperturbabile prestare orecchio
ai discorsi più sboccati, ai motti più inverecondi, alle novelle più
lubriche, si beffano di quelle ripugnanze.

Edoardo ascoltò gli aneddoti senza batter ciglio, comprendendo che la
sua approvazione avrebbe eccitato l'amico e inchiodata Morella alla
tortura. Federico e Isidora sorrisero a mezza bocca, per cortesia.

L'indomani, presto, Lorenzo ripartì per Milano; Edoardo restò ospite
nella villa, Morella decise di finirla con l'acuto sentimento in odio
al Falconaro; voleva andargli incontro con l'anima, farlo parlare,
conoscerlo e poterlo apprezzare.

Il caso la favorì, perchè Isidora e Federico scesero di buon mattino a
Como a fare acquisti, e Morella si trovò sola con Edoardo.




V.


Essi sedevano nel chiosco, tutelato da una forzuta quercia, che
spandeva tutt'intorno un'ombra fresca e mormoreggiava all'aria
piacevolmente.

La giovane era, fino a quel giorno, rimasta di rado a viso a viso con
Edoardo, e sempre per brevi istanti; vedutasi sola con lui, fu invasa
da un impaccio, da una timidezza selvatica, che la consigliavano a
fuggire; e non appena un servo ebbe ritirato il vassoio col servizio
del caffè, essa si levò bruscamente in piedi.

Ma ebbe coscienza dello sgarbo che stava per commettere, e si avanzò
fino ai grappoli di lilla che s'intrecciavano alle canne del chiosco e
pendevano turgidi dalla vôlta.

--Si annoierà,--disse, mentre aspirava il profumo di quella massa
delicatamente violetta.

Egli, ancora seduto, si rivolse a guardare la donna, che aveva un
semplice abito bianco e azzurro, e calzava stivaletti bianchi; la
testa di lei sul fondo pavoniccio della lilla spiccava, tutta
illuminata nei capelli biondi. Edoardo pensò fugacemente che la
giovane diventava bella non appena il marito se ne andava; e sorrise:

--Se mi tiene compagnia, non mi annoio,--rispose.

--Vede? Sono qui,--fece Morella.--Mi dica di che cosa devo parlarle
perchè si diverta.

--Non voglio tanto,--osservò Edoardo.--Lei non deve occuparsi di me;
in ogni modo, l'avverto che io non mi annoio mai.

--Mi sveli il suo segreto!--esclamò la donna avanzandosi.

Il Falconaro la squadrò attentamente, e il suo viso trascolori. Aveva
frainteso; credeva ch'ella gli chiedesse un segreto, «il segreto», ciò
che lo faceva triste e gli dolorava sempre in fondo all'anima; e nel
medesimo tempo, anche Morella indovinò ch'egli aveva mal capito, ne fu
confusa, e sentì per la prima volta che realmente un segreto in
quell'esistenza c'era.

Volendo liberarsi dall'angustia che d'improvviso li aveva stretti
ambedue, Morella prese posto di fronte a Edoardo, e proseguì:

--Mi sveli il segreto per non annoiarsi mai.

Vide che la fronte dell'uomo si spianava d'un subito; meglio non
avrebbe potuto egli confessare d'aver creduto a una indiscrezione,
onde Morella, avvampando dentro, passando dall'inquietudine al
dispetto, seguitò con voce vibrante:

--Che pensava? Che io le chiedessi per davvero un segreto?

--Non sarebbe stato possibile,--egli rispose, mentendo con
calma,--perchè io non ho segreti, e lei è una gentildonna. Il mio
segreto contro la noia è questo: ho molte cose da fare, molte
responsabilità da sopportare, molti affari da condurre; aspetto sempre
il risultato di qualche impresa o di qualche tentativo; sono sempre in
qualche rischio, e una mattina posso risvegliarmi povero. Vede che la
mia vita non lascia spazio alla noia.

--È vero,--mormorò la donna.--Io invece m'annoio spesso, perchè non ho
nulla da fare, e nessun rischio da correre....

Fu interrotta dal sopraggiungere d'un servo, che recava la posta; per
Morella, soltanto i giornali; per Edoardo i giornali e parecchie
lettere.

--Fatevi dare il mio cappello bianco da Celestina,--ella ordinò al
servo,--e portatemelo subito.

Poi rivolta al Falconaro, seguitò:

--Ora andremo nell'orto. Io gli faccio una visita tutti i giorni.

Edoardo, dato uno sguardo alle lettere, le lasciò sulla tavola rustica
senz'aprirle. Irresistibilmente, gli occhi di Morella le cercarono;
alcune avevano la busta con dicitura commerciale, e quella che
soprastava alle altre era vergata da mano femminile con calligrafia
agile e sicura.

--Se vuol leggere,--disse Morella--non si trattenga per me.

--Grazie, nulla di pressante,--rispose il Falconaro, prendendo le
lettere e mettendole in tasca.--Andiamo nell'orto.

Il servo tornava a corsa. La donna prese il cappello dalle sue mani e
se lo pose in testa, passando l'elastico sotto la gola e dietro le
orecchie.

--È un cappello di fattura pratica, non è vero?--osservò a
Edoardo.--Senza spilloni, come quando ero a scuola.

Egli assentì con un cenno. Morella pensò che avrebbe potuto essere
irreprensibile e tuttavia rivolgerle un complimento; col gran cappello
bianco dal merletto piovente che dava risalto alla capigliatura bionda
e al carnato del viso, doveva star bene; ma aspettò invano una parola.

Si avviarono, camminando per la lunga andàna degli alberi, le cui
foglie stormivano tutte con un susurro incessante; e il Falconaro si
chiedeva se avrebbe dovuto tener la scala, mentre la giovane saliva a
cogliere i frutti. Ma il suo pensiero venne fermato dalla voce di
Morella, alla quale dispiaceva quel silenzio.

--E che cosa si può fare per non annoiarci?--domandò.

--Ora non s'annoierà più,--rispose Edoardo,--perchè avrà da ordinare
la casa nuova....

Morella s'arrestò di botto.

--Che orrore!--disse.--Che orrore! Si può dar di peggio che una casa
fuori di porta Ticinese? E stato lei a consigliare Lorenzo in
quest'affare?

--Io non ne ho saputo nulla,--confessò Edoardo,--e se avessi saputo,
lo avrei dissuaso. Tuttavia, mi pare che lei esageri....

--No, non può capire!--obbiettò la giovane, mentre riprendevano il
cammino.--Bisogna essere donne per capire queste cose. Intanto pensi
che la casa apparteneva a Mariano Frigerio. Lei sa chi è Mariano
Frigerio?

Edoardo sorrise senza rispondere.

--E che cosa ne faceva, il Frigerio?--proseguì Morella.--Una
palazzina, un ritrovo?...

Non disse altro, temendo di dire troppo; ma al sorriso di Edoardo,
capì di essere capita, e soggiunse:

--Così, io dovrò vivere in quella casa, ed ogni volta che metterò
piede in istrada, sarò studiata e scrutata come una bestia rara....
Non uscirò più, ecco!...

--Ha la carrozza!--osservò Edoardo, facendo sua l'osservazione di
Lorenzo.

Ma la donna parve non aver nemmeno udito, perchè continuò nello stesso
tono:

--Se mio marito non ha chiesto il suo consiglio, poteva chiedere il
mio. Gli avrei fatto comprendere che non si accettano doni da un
Mariano Frigerio.

--Doni?--ripetè il Falconaro.--Lei ha frainteso. La casa è stata
pagata a pronti contanti.

--Lorenzo ha detto che fu un affare d'oro, che soltanto il mobiglio
vale il prezzo d'acquisto; dunque noi siamo per qualche cosa debitori
di chi l'ha venduta. O ne abbiamo accettato un regalo, o approfittando
delle strettezze di chi vendeva, ne abbiamo fatta una speculazione.
Tutto questo è indegno!

Passavano lungo la cisterna, entro la quale per poco la sera prima
Lorenzo non era caduto a capofitto. Edoardo vi gettò un'occhiata, e
vide l'acqua torba immobile nella vasca, in cui dieci uomini potevano
annegare.

--Perchè non dà ordine di coprire questo serbatoio?--domandò.--È
pericoloso.

Ma la donna, corsa innanzi, non rispose nemmeno, e s'arrampicò sulla
scala disposta presso il ciliegio. La scala era doppia e convergente
all'apice, le due parti trattenute da una catena. Edoardo attese dalla
parte opposta a quella su cui si drizzava la donna, che coglieva i
frutti, mangiava, gettava il nocciolo lontano.

--Ha caldo?--ella chiese d'un tratto, ridendo.

Splendeva il sole, folgorante. L'orto si stendeva lungo il dosso della
collina, il viottolo correva in piani diversi; gli alberi fruttiferi
eran più bassi, e in quel punto la sola piccola ombra del ciliegio
dava ristoro. Il verde sotto il sole brillava pomposamente.

--No, sto bene,--rispose il Falconaro.

--Non vuole frutti? Non le piacciono?...

--Grazie; sto bene,--ripetè Edoardo.

Fissava una grande distesa di campo color vinato giù per la collina, e
non riusciva a comprendere che cosa fosse. Morella discese
rapidamente, e gli si fece vicino:

--Bisogna venir qui più presto,--disse.--Col caldo le ciliegie perdono
il loro gusto.

--Che cosa è quel campo laggiù?--domandò Edoardo.--Perchè ha quel
colore?

--Lupinella!--definì la giovane.--Ne sa meno di prima, non è
vero?--aggiunse, sorridendo.--Lupinella, erba medica, che si taglia e
si dà a mangiare alle bestie....

--Lei è molto dotta....

--In una settimana sarà dotto anche lei, come me.... Guardi la bella
ginestra quassù, tutta d'oro!... E questo ribes, che pare di
rubino....

Invece di guardare ciò che Morella gli indicava, Edoardo guardava lei;
ora veramente imbellita e ringiovanita, dacchè Lorenzo aveva preso il
treno; e mostrava il sano piacere di vivere all'aria in quella
campagna piena di gaio splendore.

Trovò una parola gentile per la ginestra, per gli alberi, per il
ribes, pei rosolacci e i papaveri che invermigliavano il prato;
fremeva nelle sue frasi la soddisfazione d'un'anima che allacciando in
un medesimo sentimento di sollecitudine tutte le ingenue bellezze
della campagna e riposando fra il verde, obliava le avversità d'una
vita non fatta per renderla contenta.

Edoardo la lasciava cantare il suo inno, ascoltandola silenzioso.

Un minuscolo scarabeo raccolse il volo sulle mani di Morella; era
tondo, bruno, il dorso macchiato di punti rossi.

--Guardi com'è carino!--esclamò, protendendo la destra su cui correva
lo scarabeo.--Qui li chiamano «vacchette della Madonna». Si ferma.....

S'era fermato sul mignolo, presso l'anello con grosso diamante, e
pareva scrutarne abbacinato lo sfavillìo multicolore.

--Ha l'anima d'un gioielliere, la vacchetta,--osservò Edoardo.--Sta ad
ammirare l'acqua del diamante.

Morella rise, e agitò più volte la mano, finchè sciogliendo pigro le
alette, lo scarabeo ripigliò il volo.




VI.


Avvenne nel ritorno un fatto impreveduto, che diede a Morella, un'idea
strana e nuova di Edoardo Falconaro.

Egli aveva ripreso a discorrere della casa, desiderando che la giovane
non giudicasse male Lorenzo, e non lo accusasse di avere speculato sul
disagio finanziario di Mariano.

--Mariano gliel'ha voluta accoccare per forza,--diceva.--Lorenzo, per
finirla, gli ha offerto poco più della metà di quanto Mariano
chiedeva, e Mariano ha accettato subito.... Che doveva fare Lorenzo?
Regalargli le altre quindicimila lire? Ritirare la parola?

--Non doveva nemmeno discutere,--affermò la donna.--A qualunque
prezzo, la casa non si poteva comperare, per mille ragioni.

--Mariano è un vecchio conoscente di Lorenzo; si pensa male d'una
persona, talora, ma non glielo si dice, e non lo si mette alla porta
perchè vi offre di comperare....

S'interruppe, repentinamente.

--Ha udito piangere?--disse.

--Sì, è un bambino,--rispose Morella dopo un istante d'ascolto.

--Dove sarà?--chiese di nuovo Edoardo.

Inquieto, volgeva l'occhio intorno.

--E laggiù, nel campo!--indicò la giovane, stendendo la mano ad
accennar poco lungi.

E ancora non aveva finito, che Edoardo s'era già allontanato
frettolosamente in quella direzione.

Morella lo vide chinarsi sull'erba alta, parlare, rialzare un bambino
che piangeva con dirotta foga.

Ella lo raggiunse.

--Si è fatto male,--le annunziò Edoardo.--Veda questa manina!

Si piegò sui ginocchi e andò studiando la destra del piccoletto che
per la sorpresa di vedersi innanzi il signore sconosciuto aveva
subitamente cessato di piangere. Caduto con una ampolletta di vetro,
s'era tagliato il palmo della mano, da cui gocciolava copioso il
sangue.

--È Poldo, il figlio del mio contadino,--fece Morella.--Non aver
paura, non è niente, Poldo.

--Bisogna lavargli la ferita, che è tutta sporca di
terriccio,--seguitò Edoardo.

--Per questo viottolo, in fondo presso la quercia, c'è una
fontanella,--suggerì la donna.

E rimase stupefatta vedendo che, senza esitare, Edoardo sollevava il
bimbo tra le braccia, e se lo portava quasi di corsa verso la fontana;
alcune goccie di sangue gli imbrattarono i calzoni bianchi. Ma anche
più bizzarro a Morella parve il contegno del bambinetto, che aveva
quattro anni, e scuramente ritroso con tutti e restìo, dimostrava per
Edoardo una fiducia da vecchio amico.

Essa li ritrovò presso la fontana, assorti nella facile cura; lavata
attentamente la ferita, Edoardo la fasciava col suo fazzoletto, un
allegro fazzoletto dal margine porpureo, che piaceva molto al bambino,
il quale lo fissava con ammirazione.

--Ora va a casa!--disse Edoardo, mettendogli una mano sulla spalla.--E
tieni il fazzoletto così, che è tuo; non lasciarlo toccare a nessuno.

Poi a guisa di viatico gli diede un soldo, col quale il piccolino
s'avviò a passi scarsi, per volgersi di tanto in tanto a rimirare con
gli occhioni il grande signore ignoto.

Morella non sapeva come nascondere la sua maraviglia; lodare era
ridicolo, e tacere impossibile. Disse a fior di labbra, celiando:

--È diventato sentimentale, Falconaro?

Ma Edoardo le ruppe la parola in bocca; sprigionò dagli occhi un di
quegli sguardi metallici che bruciavano, e si mostrò veramente in
quell'attimo l'uomo duro e deciso di cui aveva fama.

--Lei non sa!--disse con voce ruvida.




VII.


«Lei non sa!» Queste tre parole risonarono lungamente nell'animo di
Morella; e tornando adagio in silenzio con Edoardo verso la villa, e
per tutto il giorno.

Da quell'istante, la giovane vide ciò che stava in fondo al cuore
dell'uomo, vide con la stessa, lucidità con cui avrebbe visto un fatto
che le si fosse svolto innanzi.

E capì il segreto.

Edoardo aveva un figlio, nàtogli da qualche amante, forse dalla
medesima che gli aveva scritto la mattina con quella calligrafia agile
e sicura.

Ma perchè non ne aveva parlato e non ne parlava ad alcuno? perchè
tutti ignoravano l'esistenza del bambino? perchè non lo mostrava
superbamente agli amici, e non se lo teneva al fianco, lui, così
tenero, così inopinatamente premuroso per i bambini degli altri?

Questi pensieri si affacciarono alla mente della donna, ma non potè
ordinarli nè approfondirli.

Edoardo l'accompagnava al ritorno, smanioso di farsi perdonare lo
scatto, senza sapere come riuscirvi.

Quando giunsero al limitare della villa, innanzi all'atrio, tentò.

--Io devo chiederle scusa,--disse,--delle mie parole villane. Sono
desolato, e me ne vergogno sinceramente.

Morella gli alzò gli occhi in volto, e rispose colla sua voce
carezzevole:

--Ma io le ho dato ragione subito, dentro di me. La colpa è mia, che
ho voluto scherzare così fuor di proposito, invece di ringraziarla di
ciò che faceva per quel poveretto.

Sorrise dolcemente e gli stese la mano, che egli strinse con forza.

Poco di poi, Edoardo si accomiatò per mutare l'abito, che il sangue
del piccolo Poldo aveva macchiato, e rimasta sola, di nuovo Morella
pensò alle tre parole.

Perchè, dunque, se un figlio esisteva, lo teneva nascosto? perchè
invece di esserne lieto, il Falconaro ne era triste? Più volte dacchè
lo conosceva Morella aveva rilevato ch'egli soffriva di repentine
malinconie, dì distrazioni, d'improvvisi accasciamenti. Se avesse
amato quel figlio, non gli sarebbe stato conforto e orgoglio a un
tempo?

Ella giudicava col proprio sentimento. Il matrimonio non le aveva data
la consolazione, che sarebbe stata unica in tanto fastidio di cose;
ella aveva sognato d'essere madre, di poter allevare con infinito
studio il figlio in cui avrebbe riposto tutta, la sua alterezza, e
indarno aveva aspettato il delizioso conforto; cinque anni di
matrimonio eran passati indarno, cosicchè aveva dovuto rinunziare alla
speranza che in altri giorni la faceva sobbalzare di gioia.

La sera prima, sua sorella, parlando storditamente d'un figlio
adottivo, aveva rimescolato in lei lo spasimo della sua delusione, il
tedio della sua vita inutile. In verità, aveva pensato non di rado ad
adottare qualche bimbo, e non s'era trattenuta se non per lo spavento
di capitar male, e d'esser più tardi pentita.

Ora, ella non riusciva a comprendere perchè Edoardo celasse quella sua
paternità; non certo per indifferenza o per freddezza; l'episodio del
piccolo Poldo era troppo chiaro. Nè comprendeva perchè non trovasse
bella e gioconda e piena la vita, che aveva per lui uno scopo, una
continuazione nella persona del figlio.

Il sopraggiungere di Edoardo e il ritorno da Como di Federico e
Isidora le troncarono nuovamente il filo delle meditazioni.

La giornata scorse lietissima, e tuttavia sembrò interminabile a
Morella, di cui la curiosità era eccitata dai non pochi interrogativi
senza risposta, cosicchè fu felice quando la sera potè ritirarsi nella
sua camera a riordinare le sue impressioni.

La camera da letto era per lei sola; nè in città nè in campagna aveva
mai voluto una camera in comune con Lorenzo, il quale dormiva al lato
opposto della villa.

Dalle finestre si scorgeva il profilo dei monti, delineato con sobrio
tratto sul fondo opalino del ciclo, che il raggio lunare colorava
diffusamente; e sotto, traspariva un tumulto di fronde e di macchie
dense di verzura, argentee a quella luce e ondeggianti al fiato di
lievissima brezza. Echeggiavano per la vallata lo stridìo dei grilli,
e qua e là, attutito e interrotto dalla lontananza il guaiolar dei
cani nelle fattorie. Un largo scintillare di luce perlacea, rompendo
la rigogliosa massa della vegetazione, svelava verso occaso il mobile
specchio del lago.

Morella s'affacciò a una finestra e stette a contemplar lo spettacolo
placidamente grandioso, lasciandosi avviluppare dalle calde zaffate di
profumi che vaporavano dal giardino sottostante.

Andava chiedendosi perchè aveva pensato che Edoardo avesse un figlio,
ma tornava a quella idea, nata dalla prima impressione, la quale le
sembrava esatta. Un uomo della tempra del Falconaro, più pronto a
colpire che a blandire, non avrebbe avuto sguardi per un bimbo
sconosciuto, se l'abitudine e la dimestichezza coi piccoli innocenti
non gliene avessero fatto apprezzar la grazia. L'episodio del mattino
doveva aver risvegliato in lui un sentimento più egoistico, forse il
ricordo di un altro bimbo a lui caro.

Morella conosceva a sufficienza il carattere del Falconaro, per
trovare stranissimo, quasi inverosimile il suo accoramento innanzi al
bambinetto che piangeva; e più strano l'atto di lui che se l'era preso
in braccio e l'aveva curato con tanta attenzione. Ella ricordava
quella fronte maschia, tagliata dalla lunga cicatrice, curva sulla
testina del piccoletto così biondo, che sembrava bianco di capelli; e
la donna sorrideva nell'ombra notturna, compiacendosi ancora della
scena.

Poi si scosse. L'antipatia, l'odio pel Falconaro, l'insofferenza pel
suo carattere, eran caduti in un attimo, quasi magicamente. Morella ne
era stupita e commossa. Un gesto semplice di buona sincerità era
bastato a vincere le prevenzioni d'interi anni.

--Questo è molto stupido!--mormorò a chiara voce.

Ma fu ripresa dal desiderio di sapere. Perchè Edoardo non si confidava
a qualcuno? E il «qualcuno» doveva essere lei medesima. E come avrebbe
potuto Edoardo aprirsi con lei, se al suo primo atto gentile gli aveva
riso in faccia? Occorreva ispirargli fiducia, e allora forse avrebbe
parlato, perchè a una donna si confidan meglio i segreti sentimentali
che non agli uomini, di cui si teme lo scherno. Sarebbe venuto a lei
in un giorno di più forte mestizia.

--Verrà!--ella disse, ancora ad alta voce.

Ma accorgendosi di borbottare da sola, rise sommessamente.

Indugiò ancora qualche tempo alla finestra, fissando la campagna cheta
e l'ondular degli alberi fogliuti; aspirò l'aria tanto pura e sottile
da parere liquida, poi andò a coricarsi, e riposò, contenta di non
aver nel cuore l'avversione per il più fido e potente amico di suo
marito.




VIII.


Non tenne parola con alcuno dell'episodio di quel giorno; ma,
l'indomani Isidora le disse misteriosamente:

--Sai, ho visto Falconaro scendere per l'orto ed entrare in casa del
contadino.

Morella sdraiata in una agrippina di vimini, abbandonò sulle ginocchia
il libro che teneva fra le mani, e guardò sorridendo la sorella; la
quale ricamava, seduta sopra, uno sgabelletto, quasi ai piedi
dell'altra.

Fra le due era stato sempre tenace il vincolo. Isidora aveva sempre
visto e vedeva tuttavia in Morella una donna superiore, ch'ella amava
con umiltà e quasi con temenza; pacifica, molle, obbediente, ammirava
l'altra, risoluta e volitiva, nella quale sapeva di poter trovare
protezione. Già da ragazza era impietosita ogni qual volta sua sorella
soffriva, e sbigottita per il suo silenzio.

Morella possedeva l'arte del silenzio; pativa tacendo, disapprovava e
disprezzava tacendo. Isidora non le aveva mai scoperto una lagrima
negli occhi, e pure non ignorava che aveva pianto molto, obbedendo
alla volontà della famiglia, la quale aveva data la giovinezza e la
verginità di lei in balia d'un uomo che le ripugnava.

Ma nessuna parola di disgusto era uscita dalle labbra di Morella nè
allora nè poi; soltanto i suoi occhi stanchi, l'irrequietudine, il
silenzio ostinato, avevan detto più che un discorso, più che un grido.
Per quel tacere superbo, Isidora adorava Morella.

Non osava interrogarsi intorno al sentimento che nutriva per il
cognato Lorenzo; aveva paura di dover confessarsi che l'odiava, ed era
questo il solo punto, benchè nessuno ne parlasse, su cui viveva in
disaccordo col marito Federico, che dimostrava a Lorenzo tanta
simpatia e tanto affetto.

--E che ne pensi?--chiese Morella, continuando a sorridere.

--Ma.... non saprei....--balbettò Isidora impacciata.

--Dimmi,--seguitò Morella con voce imperiosa.--Dimmi che ne pensi?

--Il contadino ha una ragazza di sedici anni, che è molto
graziosa,--mormorò l'altra.

E si fermò subito, interrotta da una risata di Morella.

--Tu credi?--fece questa.--Tu credi che voglia sedurre Annunciata?...
Come ti possono venire in mente queste stravaganze? Il Falconaro che
seduce una contadinella di sedici anni, sotto gli occhi del padre?...
E davvero buffa!

Isidora arrossì, tutta confusa, e implorò con lo sguardo perchè
l'altra non si prendesse gioco di lei, ma Morella si divertiva al
comico sospetto, e non intendeva smetterla troppo presto.

--Che cosa ti hanno raccontato del Falconaro?--riprese.--Che è un
libertino, un donnaiuolo? Io non ne so nulla, ma spero ad ogni modo
ch'egli possa attendere fino al suo ritorno in città, per sedurre le
ragazze! Non ti pare? Ah quaglietta, che fantasia tu hai!... Se
volesse una donna, comincerebbe dal corteggiare me o te....

--Forse non gli piacciamo,--osservò candidamente Isidora.

E di nuovo si fermò, fissando la sorella che rideva a gola spiegata.
Poi aggiunse:

--Forse vuol troppo bene a Federico e a Lorenzo per corteggiare
noi.... Non ridere così; tu mi fai dispiacere!...

Morella frenò immediatamente la risata che aveva lasciato sgorgare con
caldo impeto.

--Hai ragione,--disse.--Io non ho alcun rispetto per le tue scoperte;
ma mi è parsa veramente straordinaria, questa! Il Falconaro è arrivato
sabato; oggi siamo a martedì; e già deve tentare la seduzione d'una
contadinella? Bisogna che si sbrighi perchè lunedì venturo riparte....

--E allora,--osservò Isidora, indispettita dallo scherzo,--per che
cosa è andato dal contadino?

--Non so, non me ne importa,--rispose Morella.--Ma tu non sapendo lo
scopo di quella visita, hai pensato subito al peggio, alla corruzione
della ragazza, e ciò mi pare strambo in un carattere fiducioso come il
tuo. Forse ti è antipatico il Falconaro?

Parlavano meriggiando nell'atrio della villa, ch'era freschissimo,
ambedue vestite di turchino, Isidora grassoccia, dalla capigliatura
morata, bianca in volto, l'altra magra, bionda, e di bronzea
carnagione. Non si sarebbero dette sorelle, se non fosse stato pel
color degli occhi tané e per certi gesti, certi atteggiamenti, qualche
inflessione di voce, simili in ambedue e quasi eguali, che svelavano
la medesima origine e uno stesso sangue.

Prima di seguitare, Morella domandò:

--È uscito?

--È uscito con Federico; hanno preso il calessino, e sono scesi a
Como....

--E dunque,--incalzò Morella,--il Falconaro ti è antipatico?

Isidora si schermì, stringendosi nelle spalle e sorridendo.

--Non so,--rispose, dopo un istante di riflessione.--Credo che mi
faccia paura. E a te non fa paura?

Interpellata direttamente e quando meno se lo aspettava, Morella
scosse il capo; ma sentendosi arrossire, s'irritò contro sè medesima,
e rispose pronta:

--Paura? Deve farmi paura, un uomo? E perchè?... Il Falconaro è amico
nostro, forse il solo amico che noi abbiamo, e sarebbe dunque curioso
che lo si temesse. Per che cosa, poi? Che cosa si può temere da un
uomo? Che ci uccida?...

--Ma no,--interruppe l'altra.--Non è questa la paura che io
intendo.... Io temo, per esempio, che se un giorno il Falconaro
diventi nemico di Lorenzo, Io possa rovinare in ventiquattro ore....
In questo senso parlavo io; è troppo forte, è troppo energico....

Morella si rizzò sul busto e troncò la parola d'Isidora.

--Sei pazza!--esclamò vivamente.--Questa non è un'idea tua: te l'ha
suggerita Federico. Ma tu e Federico non conoscete il Falconaro; è un
galantuomo, un gentiluomo, prima d'ogni altra cosa.... Non diventerà
mai nemico di Lorenzo; e ammessa anche questa stranezza, egli non si
varrebbe certo della sua forza per rovinarlo. Come vi riuscirebbe, del
resto? Lorenzo è ricco, e il Falconaro non potrebbe dilapidare il
patrimonio di Lorenzo.... No, non lo conoscete; è un gentiluomo....
Allora se ciò che tu dici fosse vero, noi saremmo in mano di lui, egli
oserebbe tutto, e Lorenzo dovrebbe obbedirlo in tutto; potrebbe volere
anche me, e Lorenzo dovrebbe darmi a lui!... Insomma, si avrebbe un
despota in casa.... Ah non lo conoscete davvero!... Egli ha certe
delicatezze di sentimento che....

Appoggiate le braccia sulle ginocchia e il viso tra le palme delle
mani, Isidora scrutava più che non fissasse la sorella, la scrutava
acutamente fin dentro negli occhi, maravigliata del calore, della
foga, della rapidità con cui parlava e difendeva l'amico. Non l'aveva
mai vista così accesa per nessuna ragione, e ne era tutta scossa.

Morella, avvedutasi dell'impressione prodotta, ruppe la frase
all'inizio, s'adagiò come prima, e concluse:

--Non aver paura, quaglietta!

Isidora non volle ribattere; tornò al suo ricamo, e Morella al suo
libro, sollevandolo tanto che potesse nascondere il volto.

--Perchè l'ho difeso?--domandò a sè stessa.--Che m'importa di ciò che
si pensa di lui?

--Allora, tu non hai finito,--riprese d'un tratto Isidora.--Dicevi che
il Falconaro ha certe delicatezze di sentimento?... E ti sei
fermata.... Non puoi raccontarmi, Mora?...

«Mora» era il vezzeggiativo ch'ella dava alla sorella nei momenti di
maggior tenerezza, quando voleva ottener da lei qualche favore
difficile; e pronunziava la parola sorridendo con molto garbo e
accarezzando con lo sguardo. Ma l'altra che s'era già ripresa, abbassò
di nuovo il libro, e rispose scherzando:

--Non sono cose da raccontare alle bambine!

Tacquero, ciascuna tornando alla sua occupazione, e non parlarono se
non quando risonò il tintinnio della sonagliera e lo stridio delle
ruote sulla ghiaia.

--Sono qui!--disse Isidora balzando in piedi.

E seguita da Morella, si affacciò al limitare sotto il sole bruciante.

Dal calessino scendevano Federico ed Edoardo, quest'ultimo con tre
piccoli involti.

--Che pazzia!--osservò Morella,--siete andati a Como con questo caldo;
potevate aspettare dopo pranzo!

Entrarono tutti dentro l'atrio, e il Falconaro offerse alle donne due
scatole eleganti di confetti, una cerulea per Morella, l'altra
scarlatta per Isidora. Esse ringraziarono sorridendo.

--E cotesta è per me!--disse Federico.

Accennava al terzo involto, che Edoardo teneva ancora tra le mani.

--Io scommetterei qualunque cosa al mondo,--seguitò Federico,--che
nessuno indovina che cosa c'è là dentro!

--Auf! Con voi bisogna indovinare sempre!--esclamò Isidora.

--Non voglio farle perdere la pazienza!--disse Edoardo.

Svolse la carta e ne trasse un cavallino di legno bianco, la criniera
e la coda sfioccate nella seta, piantato sopra un carrello
rettangolare a quattro ruote.

Isidora diede in uno scoppio di risa, guardando l'uomo che muoveva
lentamente il cavallo perchè dondolasse la testa.

--Ah, no!--fece Isidora.--Non era possibile indovinare, e avrei
perduto la scommessa. Non le bastano i cavalli vivi, Falconaro?

Morella stava seria, afferrata nuovamente dalla curiosità e nuovamente
sorpresa dalle attenzioni che Edoardo usava al bambinetto. Vide la
sorella che rideva, e le mormorò sottovoce:

--È per sedurre Annunziata?

Isidora scattò in un nuovo ridere squillante. Ma Edoardo
imperturbabile si volse a Morella:

--Stasera verrà con me?--le chiese.--Andremo a far felice un piccolo
uomo.

--Verrò,--promise la donna.--Ma badi che lei lo guasta; il regalo è
troppo bello!...




IX.


E andarono quel medesimo dopo pranzo in cerca di Poldo.

Federico, vedendoli allontanarsi, motteggiò un poco, li pregò di non
indugiarsi troppo, di non smarrirsi pel giardino o per l'orto; Isidora
sorrise; Morella ed Edoardo risposero qualche parola scherzosa,
l'anima tranquilla, il cuore sgombro da ogni inquietudine.

Il sole andava scomparendo in un cielo tragico a grandi guazzi di
porpora e di bigio, e gli alberi si staccavano su quel fondo.

Nell'imminenza del tramonto, s'era levata un'aura lieve e piacevole, e
giungevano or sì or no gli echi dei campani che indicavano il ritorno
delle bestie, le quali, abbandonati i pascoli, s'avviavano pigramente
alle stalle.

La giovane camminava innanzi a Edoardo; ambedue inclinati piuttosto ad
ascoltare che a discorrere, chiusi ambedue in qualche meditazione non
priva di malinconia.

L'uomo guardava, ma con uno sguardo puro, il corpo svelto e quasi
vibrante di Morella, ed essa figgeva gli occhi innanzi a sè, ammirando
il ricamo delle, fronde e delle foglie sulla sterminata nicchia del
cielo.

--Veda che splendore!--esclamò, mentre indicava al Falconaro la
cavalcata delle nubi sul fondo vermiglio.

--Dove sarà il piccino?--chiese l'uomo, fattosi al fianco di
Morella.--Dovremo andare a casa sua?

--Lei è già stato a casa sua, non è vero?--interrogò la giovane.

--Sì, una volta, a prender notizie, e l'ho trovato guarito, col mio
fazzoletto appuntato al grembialino. Era tutto sporco di sangue, il
fazzoletto, ma Poldo non voleva lo si toccasse, fedele alla consegna.
Per ottenere che se lo lasciasse togliere, gli ho promesso il
cavallino e gli ho dato appuntamento per questa sera.

--Lei deve avere una grande autorità sui bambini,--osservò Morella,
quasi parlasse con sè medesima.

Edoardo non rispose, e la donna sentì che era vano insistere.

Camminavano ancora pel giardino e non avevano ancor preso pel viottolo
che conduceva all'orto, quando a sommo del viale apparve una figuretta
che s'avanzava piano, dubitosa, fermandosi ogni poco.

--Eccolo!--esclamò Edoardo.

Il piccoletto vide l'uomo e gli corse incontro.

--Che cosa facevi?--domandò il Falconaro quando il bimbo gli fu di
fronte.--Chi cercavi?

Egli non fiatò, sbirciando, un dito in bocca, Morella, ch'era la
padrona.

--Sei venuto a prendere il cavallo?--seguitò Edoardo.

Poldo fe' cenno di sì col capo.

--A te, il cavallo!--disse l'altro, consegnandogli il balocco.--Ti
piace? Vedi che bella criniera?

Poldo lo afferrò, spalancando la bocca per gioia e stupore, lo pose a
terra, gli sedette vicino, lo accarezzò, lo fece correre, dimenticò
interamente Edoardo, Morella, e tutto il mondo, quel piccolo mondo che
gli era cognito.

V'era, al principio d'un'aiuola fiorita d'amaranti e di begonie, un
sedile ampio a spalliera, sul quale Morella sedette; Edoardo le si
pose a fianco, ed ambedue seguirono qualche tempo i giuochi di Poldo.

--Nessuno che la conosca,--fece Morella a un tratto,--supporrebbe che
lei abbia tanta simpatia pei bambini. Io credeva che non potesse
soffrirli, o che almeno le fossero indifferenti.

--È vero,--rispose Edoardo.--Ma....

La donna non osò interrogarlo; capì che se avesse fissato i suoi occhi
negli occhi di lui, quasi attendendo e chiedendo, egli si sarebbe
ancora sottratto all'impulso di sincerità che in quell'ora di quiete
misteriosa e di soave mestizia lo guidava.

Le parve che il cuore cessasse di batterle, quando Edoardo soggiunse,
irresistibilmente trascinato:

--Avevo un bambino anch'io....

Una pausa lunga seguì; poi Morella riprese con voce lenta:

--Lo sapevo!

Edoardo fece un gesto di sorpresa, volse il capo per vedere se la
donna scherzasse, e poichè Morella teneva sempre gli occhi a terra,
domandò:

--Lo sapeva? E da quando, e da chi?

--Da lei, da quando si prese Poldo fra le braccia.

--È vero!--ripetè Edoardo.--Una donna doveva comprendermi.

Morella aspettò immobile, quasi irrigidita dall'ansietà, sempre
evitando di levargli in faccia gli occhi. Non voleva serrarlo con
domande, non voleva insistere, perchè la confidenza fluisse spontanea
e piena, traboccata dall'anima.

--Eh, hop!--gridava Poldo, a corsa su e giù pel viale e il cavallino
dietro, che traballava sulla ghiaia.--Eh, hop! Eh, hop! Eh, hop!




X.


Egli riprese:

--Avevo un bambino anch'io, tutto bello.

Morella sentì un brivido correrle per le spalle. Dal modo con cui
Edoardo ricordava, aveva inteso: il bambino non c'era più, era morto.
Ebbe la pietà d'interrompere:

--Non ne ha mai parlato con alcuno?

--Io non ho amici,--rispose nettamente Edoardo.

--E Lorenzo?--domandò Morella attonita.

Il Falconaro esitò; ma era ormai vano cercare eufemismi e giuocar di
parole. Disse con franchezza:

--Credo che Lorenzo non possa capir queste cose. Non gliene faccio
colpa: non ha figli. Prima che io avessi quel mio bambinetto, ero
anch'io insofferente come Lorenzo.

Una stilettata non avrebbe fatto sanguinare più copiosamente il cuore
di Morella.

Tutto gridava in lei: «È giusto, è giusto! Lorenzo non capisce queste
cose: tu non gli hai dato un figlio, tu non hai un figlio, anche tu
non sai che cosa sia nella vita questa dolcezza!»

Reclinato il capo sul petto, chiuse gli occhi e cercò dissimulare
l'angoscia, ma Edoardo continuava:

--Una donna sì, soltanto una donna può indovinare. Lei mi ha
indovinato a quell'atto.

Morella sollevò la testa, e proruppe con violento slancio:

--Sì, sì, ho indovinato! Era tanto nuovo quell'atto, così inatteso in
un uomo come lei, che ne rimasi sbalordita, come se mi avesse
confidato ogni suo pensiero! La leggerezza con la quale curava quella
ferita mi fece capire ch'era abituato ad accarezzare i bambini, e mi
accorsi che pensava a qualche lontano.

--Molto, molto lontano,--mormorò Edoardo perdutamente.--Troppo
lontano, per sempre!

Si guardarono, trasognati e paurosi.

Avvertirono in quel punto che una mano invisibile li avvicinava, e
pareva volerli gettare l'una nelle braccia dell'altro. Dominati da un
medesimo sentimento di rammarico, la donna per ciò che non era stato,
l'uomo per ciò che non era più, le loro anime e i loro corpi si
desideravano, quasi avessero voluto sopir quella ardenza in un
selvaggio amplesso fecondo.

Edoardo fissò la bocca tremante della donna impallidita, e Morella
ebbe un fremito di spavento.

--Poldo!--chiamò subito.-Poldo, vieni qui!

--Eh, hop! Eh, hop! Eh, hop!--andava gridando il piccino.

Ma alla voce della padrona, accorse.

--Sta qui,--gli ordinò Morella,--mettiti a terra, al miei piedi, e
giuoca senza allontanarti.

Poi sì rivolse a Edoardo con un debole sorriso:

--Non è mai venuto in giardino, e potrebbe smarrirsi,--disse, a guisa
di spiegazione.

Poldo obbedì; seduto a terra, rimase qualche tempo taciturno; ma gli
sembrò che innanzi alla bellezza del suo cavallino fosse impossibile
ammutolire, e dopo un istante ricominciò il giuoco ai piedi di
Morella, discorrendo col balocco superbo e facendolo saltare e
caracollare.

Il breve delirio era vinto. Morella, ancora un po' turbata, seguitò:

--Ha visto che Poldo ha una sorella? L'ha trovata in casa, quando lei
andò a visitare il bambino?

--Una sorella?--ripetè Edoardo scuotendosi. Non sapevo. Perchè mi
--domanda?

La giovane fece un piccolo riso.

--Perchè,--disse,--Isidora credeva che lei andasse in quella casa a
far la corte alla ragazza, che ha sedici anni.

--È straordinario!--esclamò il Falconaro, sorridendo.--Ho dunque una
fama così cattiva?

--No, ma Isidora non poteva imaginare la verità, e ha messo fuori la
prima idea che le è venuta in testa.

--E lei l'ha dissuasa?

--Certo!

--Le ha raccontato?...

--Non le ho raccontato nulla, ma le ho detto che s'ingannava, e Dora
sa che io non mento.

Pronunziò le parole con tono reciso, quasi con alterigia; era bello
poter dire di non aver mai mentito.

La porpora in ciclo era scomparsa, l'aria s'era precipitosamente
abbuiata sotto un velario di nuvole nere, che proiettavano nella valle
e sui monti un'oscurità cupa. Edoardo e Morella non s'erano accorti
dell'addensarsi del temporale, e fu solo al primo brontolìo del tuono
ch'essi avvisarono il mutamento.

--Bisogna andare!--disse la giovane.--C'è tempesta.

E indicò su quel fondo fosco alcune immobili nuvolette bianche e
tonde, che promettevano una grandinata.

--Riconduciamo Poldo,--soggiunse,--che non abbia a spaventarsi.

--Lo riconduco io,--offerse Edoardo.--Lei corra a casa!

--No!--rispose Morella.--Vengo con lei.

Edoardo raccolse il cavallo da terra, prese a mano il piccolo, che
diede l'altra mano a Morella, e prestamente s'inoltrarono nell'orto,
scesero per un sentiero, accompagnarono Poldo fino al limitare di casa
sua; quindi ritornarono tra il sibilare furioso del vento, che piegava
come giunchi gli alberi giovani.

L'acqua principiò a cadere a grosse goccie, poi rabbiosamente, un
rovescio, un diluvio.

Morella non aveva il busto, e la camicetta tutta fradicia aderendo al
torso la disegnò con tale perspicuità di linee, che la donna, serrata
ai fianchi dalla zona di cuoio nero, pareva nuda fino alla cintola.

Indi a poco prese a sferzar tra le fronde la grandine; era uno
sfarfallar d'accecanti luci verdognole, le quali illuminavano
fantasticamente il giardino, gli alberi che si divincolavano sotto la
frustata, i monti lontani, una scena di disordine e di terrore, mentre
si sparpagliavano in alto le foglie strappate e aggirate dalla
veemenza dell'uragano.

--Ha paura?--chiese Edoardo.

--No, con lei non ho paura,--rispose Morella.

Edoardo voleva ribattere: «Io non posso arrestare i fulmini», ma si
rattenne e sorrise, vedendo che Federico accorreva disperatamente,
munito di due ombrelloni da campagna. Era ridicolo, il poveretto, coi
grandi arnesi colorati, sbuffante e rosso, tutto madido perchè non
aveva pensato a ripararsi con l'ombrello, nel suo impulso generoso per
gli altri.

Ma ci pensò Edoardo, che diede un ombrello alla donna, e ricoverò sè e
Federico sotto l'altro.

--Bei matti, bei matti!--borbottava Federico, trottando a fianco del
Falconaro.--Non avete visto il tempo? Dove eravate?

--Se tu mi fai ridere, io mi fermo!--esclamò la giovane, a cui quel
borbottìo sembrava comicissimo.

--Ridi, ridi!--mugolò Federico imbronciato.--Volevate annegarvi sotto
l'acqua? Ecco un fulmine, per esempio!...

E in mezzo a una luce sanguigna, abbacinante, crepitò un rimbombo
prolungato, che si disperse via via, di monte in monte, di valle in
valle.

--Eccone un altro!--annunziò Edoardo.

--Eccone un terzo, sempre per esempio!--fece Morella.

I lampi si susseguivano ai lampi con velocità singolare, svelando ampi
sprazzi di cielo entro cui si disegnava la folgore corrusca in linee
spezzate.

Morella s'accorgeva d'essere calma; la presenza d'Edoardo le infondeva
un coraggio assurdo, incredibile, come s'egli avesse potuto smagare il
pericolo tra l'incrociarsi delle scariche elettriche di cui tutta la
campagna fremeva.

Ma erano ormai arrivati alla villa. Morella ne varcò la soglia, si
diede un'occhiata, ebbe una fiamma alla faccia.

Il torso pieghevole era veramente plasmato dalla camicetta
sgocciolante, e la donna pensò che Edoardo l'aveva vista così,
palpitante e seminuda. Presa da subitaneo impaccio, scomparve per
mutarsi d'abito.

--Va a trovare Isidora!--le gridò Federico.--È spaventata per te! Va a
rassicurarla!

Risonò la voce vellutata di Morella nel corridoio del primo piano:

--Dora, Dora, sono qui, sono viva, sono salva!... Dora, vieni a
vedermi!...




XI.


Da quel giorno e pei pochi giorni che Edoardo passò ancora in villa,
egli e la giovane studiarono di sfuggirsi. Avevano compreso che la
confidenza impensatamente sgorgata dal cuore d'Edoardo, troncata per
improvviso sbigottimento, non era finita con quelle scarse parole, e
ambedue ritardavano un'occasione nuova.

Con molta accortezza, destreggiarono sempre in modo che Federico o
Isidora, o l'uno e l'altra insieme, fossero con loro. S'intesero in
silenzio, ma non pensarono che l'assidua cura di non incontrarsi a
viso a viso era un confessare d'esser già presi; e nelle ore di
solitudine, quando si ricordano i casi della giornata e si predispone
la giornata successiva, essi non ricordavano se non il colloquio avuto
e non preparavano se non l'astuzia per non continuarlo.

Fu una liberazione per entrambi l'arrivo di Lorenzo a Villa Mora.

Egli giunse il pomeriggio del sabato, accolto con festa. Era come di
consueto, ma a Morella parve più del consueto, allegro, chiassoso,
volgare. Gli scherzi di lui le facevano uggia; umiliata dall'abitudine
ch'egli aveva di chiamarla «moglietta» «gallinella» «la mia bionda»,
per ciascuno di quei vezzeggiativi, la donna cercava con gli occhi
Edoardo e ne scrutava la fisionomia.

Edoardo si mostrava impassibile; anzi, qualche volta sorrideva come
avesse approvato la familiarità di quei nomignoli, i quali dicevano il
contento del maschio che possiede una femmina gustosa. Magnifico
padrone di sè, orgoglioso nemico d'ogni confidenza, poco incline alle
amicizie e poco tenero per gli uomini in generale, Edoardo Falconaro
s'era foggiata presto una maschera, divenuta d'anno in anno più
perfetta. Avevano concorso a darle forma i disinganni, i piaceri, i
commovimenti pericolosi della sua vita d'affari, l'asprezza d'una
lotta continua, la nessuna stima per gli uomini.

Difficile afferrare un'impressione sul suo volto; paziente, cortese,
inappuntabile in tutto ciò che era forma, colto perchè prima di darsi
alle speculazioni di Borsa e d'iscriversi tra gli agenti di cambio,
aveva compiuto gli studi classici e s'era laureato in legge, Edoardo
Falconaro sembrava l'uomo più facile alla condiscendenza e
all'intimità.

Era inflessibile, il suo «no» o il suo «sì» non mutavano per nessuna
preghiera, e per nessuna minaccia; e questa energia caparbia gli aveva
fatto pullulare intorno oscuri nemici, che aspettavan l'occasione di
colpirlo alle spalle.

Sorpreso di non essere riuscito a padroneggiarsi innanzi a una fragile
donna e d'essere venuto così presto alle confidenze più gelose, aveva
fermato il proposito di guardarsene in avvenire, col presentimento che
in quel dramma di cui s'eran fatte chiare le prime linee, forse
nemmeno la sua ferrea volontà l'avrebbe sempre sostenuto.

Ascoltò dunque senza batter ciglio i complimenti di Lorenzo a Morella,
e non parve accorgersi che l'amico aveva anche allungato la mano per
carezzar la guancia della moglie, la quale s'era ritratta con un
brusco movimento.

--Oh là, là!--disse Lorenzo ridendo.--Che scontrosa! Forse Edoardo non
sa che sei la mia bionda?

Se le avesse strappato l'abito di dosso, mostrandola nuda, non
l'avrebbe fatta soffrir tanto; ma egli non capiva, e volgendosi a
Edoardo, parlò d'interessi e gli diede un rapido ragguaglio della
settimana.

Edoardo, quando l'altro ebbe finito, disse noncurante:

--Io ora me ne torno a Milano, mi vi trattengo pochi giorni per dare
ordine ad alcuni affari, e poi mi metto in viaggio.

--Parte?--ripetè Morella, ch'era nel crocchio.

--Sì; voglio fare un viaggio al Nord, e rimarrò assente parecchi mesi.

--Va in Norvegia!--suggerì Federico.--Bisogna vedere la Norvegia; io,
quando vi sono andato tre anni or sono....

--Mi dispiace,--interruppe Lorenzo,--Ora che ho la sala da scherma,
contavo di vedertela frequentare. Anche Pino Monti ti aspetta. Ho
comprato sciabole e spade che sono un portento del genere; ma tu
manderai le tue. E il «campanone» me lo conservo ancora....

Edoardo sorrise. Il «campanone» era una grossa e pesante maschera da
sciabola che Lorenzo prediligeva.

--Noi siamo affezionati alle nostre armi e ai nostri arnesi come il
prete al suo messale,--continuò Lorenzo.--E a proposito di preti,
ascolta questa, che m'hanno raccontato ieri....

Morella, prevedendo che suo marito avrebbe snocciolato qualche
barzelletta lubrica, si alzò ed uscì.

Si fece dare dalla cameriera un ombrellino, un piccolo guanciale di
seta, e andò fuori pei campi.

A pochi passi dalla villa, incontrò Poldo che giuocava col suo cavallo
sotto il sole sferzante.

--Vieni con me, Poldo,--gli disse.

Era indicibile il timore che al piccino incuteva Morella, la padrona,
la signora, quella che non s'era mai occupata di lui e ora gli si
rivolgeva con un'affabilità che lo stordiva. Egli aveva la testa
perfettamente sferica e perfettamente rasa con una lievissima pelurie
così bionda che pareva bianca, ma nel visetto abbronzato gli
brillavano gli occhi cilestri. Vestito con un abituccio di cambrì
rosso, teneva appeso ad una spalla il fazzoletto d'Edoardo, che la sua
mamma aveva lavato con cura.

Poldo sollevò il cavallo, se lo mise tra le braccia e a piedi scalzi
seguì Morella in silenzio. La signora camminava pei campi così
prestamente che Poldo si decise a trotterellare come un cagnolino per
non rimanere indietro.

Giunti appena nel bosco, la cui fresca ombra chiazzava largamente il
verde del prato, Morella, scelto un posto sotto un castagno, si
sdraiò, lasciando il parasole aperto a terra; e visto Poldo che le
stava innanzi quasi aspettasse ordini, ebbe un sorriso fugace e gli
disse:

--Tu mi farai compagnia!

Il bambino sgranò gli occhi per tentar di comprendere, con
un'espressione di buona volontà inutile così buffa, che Morella
dovette ridere.

--Va, va a giuocare!--riprese.--Giuoca col tuo cavallo!

Egli esitò un poco, ma vedendo che la donna non gli badava e col capo
appoggiato al guancialetto, distesa sull'erba, fissava il cielo,
riprese a giuocare, mentre la donna si perdeva in una meditazione
profonda.

Non pensava tanto all'annunciata partenza d'Edoardo, quanto a ciò che
aspettava lei, al ritorno in città, alla vita nella casa nuova e in un
quartiere plebeo.

Dacchè Edoardo aveva parlato, dacchè ella stessa aveva parlato di
bambini, la sua angoscia s'era fatta più viva, la desolazione d'una
casa senza gridi infantili e senza testoline ricciute le si era
delineata innanzi alla mento con maggior rilievo. Tornare a Milano per
chi?

Non vedeva suo marito che a colazione e a pranzo; quelle sere ch'egli
le dedicava, le avrebbe da ora in poi trascorse quasi intere nella sua
sala da scherma.

E lei avrebbe dovuto trascinar la vita uscendo a far visita, leggendo
instancabilmente, chiacchierando di cose che non la interessavano e di
cui fingeva interessarsi, in una vuotaggine disperata, invecchiando
lentamente per arrivare al giorno in cui neppur l'eleganza, se non
un'eleganza nera, le sarebbe stata permessa, e all'altro giorno in cui
si sarebbe ammalata e sarebbe morta, senza figli al capezzale?

Si strinse le mani e se le torse furiosamente.

--Mio Dio, mio Dio!--mormorò.

Ma notando che Poldo allungava il capo a fissarla inquieto, si
rattenne.

--Giuoca!--gli disse.--Non mi guardare!

Le era entrato nell'animo il desiderio d'un bambino, e vi rimaneva
saldo, lacerandola. L'aveva anche visto nella sua fantasia, il bambino
che avrebbe voluto: scuro di carni, con occhi grigi e capelli biondi.

Perchè gli occhi grigi? Ella aveva gli occhi color avana; Lorenzo, gli
occhi piccoli e neri; gli occhi grigi erano di Edoardo Falconaro. Non
se lo nascondeva: quegli occhi nel carnato scuro eran bellissimi, e il
bambino avrebbe avuto lunghe ciglia ombrose per attutirne la luce.

Osò dirsi a bassa voce, con una impudicizia di cui arrossiva e godeva,
che lei ed Edoardo, loro due e nessun altro, avrebbero fatto un
bambino bello.

Si passò una mano sulla fronte, sbalordita ella stessa dall'audacia di
quel pensiero, ma non potè liberarsene; combinando le sue proprie
particolarità fisiche con quello di lui, raggentilite dalla grazia
infantile, ne formava un ritratto delizioso; e anche le sarebbe
piaciuto che suo figlio avesse avuto le qualità morali d'Edoardo,
ch'ella avrebbe rese più morbido con un'educazione sapiente e dolce.

Si perdette nel sogno di quell'educazione, di cui tutta la sua
esistenza sarebbe stata piena; immaginò i primi studi, su su, fino al
liceo, fino all'università, fino alla laurea; si vide vecchia, coi
capelli d'argento, presso un giovane vigoroso, un giovane leale e
ardito, ch'era suo figlio.... Bruno in volto, biondo, con gli occhi
grigi dallo sguardo metallico.

Ancora si torse le mani fremendo,

--Fa bene, fa bene a partire!--mormorò.

E levatasi in piedi, raccattato l'ombrellino e il guanciale, chiamò
Poldo.

--Andiamo!--gli disse, guardandolo con un sorriso.--Torniamo a casa,
che la tua mamma ti cercherà per darti la pappa.

Poldo sembrò colpito dalla notizia; era inesatta, e osò rettificarla:

--La mamma non mi dà la pappa!

--E chi dunque?

--Nunziata!

--Ah, non sapevo!--esclamò la giovane.--Allora Nunziata, Nunziata che
ti dà la pappa, deve cercarti! Andiamo!

E udendo ch'egli trotterellava dietro, a un passo, come il cucciolo
timoroso e fedele, pensò che quella madre, la quale certo invidiava
lei e il suo lusso e le sue ricchezze, poteva essere da lei invidiata:
aveva tutto; il podere che le rendeva da vivere, un marito della sua
stessa levatura che le voleva bene, e due figliuoli, quella Nunziata
di sedici anni, pulitina e gentile, e Poldo, il maschietto.

Le parve che dover invidiare la moglie del suo contadino fosse
l'estremo della miseria morale, e due lagrime scottanti le scesero per
le gote.




XII.


Lorenzo indugiò quella sera fin che gli ospiti si furono ritirati, poi
salì al primo piano, e battè leggermente alla camera di Morella.

--Avanti!--disse questa.

La camera di stile Impero, tappezzata in verde pallido, illuminata
dalle lampade elettriche, aveva il letto amplissimo e basso, con fregi
in bronzo dorato, i medesimi fregi che adornavano i seggioloni e
correvano lungo lo zoccolo delle pareti. Una finestra guardava la
campagna e la vallata, l'altra il giardino, e aperto ambedue
accoglievano le esalazioni notturne delle rose che agonizzavano.

Morella aveva indossata una leggera vestaglia cerulea a larghe
maniche, chiusa da una sola borchia al petto, e guarnita d'oro. La
donna seduta guardò Lorenzo che entrava, interamente vestito di
bianco, e le parve più tozzo, col volto più acceso del solito, forse
pel contrasto dell'abito.

--Che vuoi?--ella domandò.

--Non mi sembra difficile a indovinarsi,--egli rispose.--Vengo a
salutarti.

--Non ci siamo già salutati? Ti ho dato la buona notte, poco fa,
mentre ce ne andavamo tutti.

Lorenzo sprofondò le mani nelle tasche dei calzoni, e si piantò
innanzi a sua moglie.

--Parliamoci chiaro,--egli proferì con voce secca.--Sarebbe ora di
finirla. Tu hai le paturnie da un pezzo, ma io sono uomo da fartele
passare. Che cosa sono questi capricci, che cosa è questo tuo
contegno, che m'irrita e m'offende? O stai zitta, o quando io dico una
parola, tu te ne vai, come hai fatto oggi, piantandoci tutti in asso.
Che cosa sei? Qualche regina spodestata, qualche principessa? E noi
che cosa siamo? Cavoli? Imbecilli? Gente indegna di parlar con vostra
Maestà?

Morella non diede segno di vita; e Lorenzo seguitò con voce sorda:

--Non dico questo per me; io sono abituato alle tue stramberie e me ne
infischio.... Ma qualche cortesia, qualche rispetto per i miei amici,
per il Falconaro ci vorrebbe.

La giovane sorrise.

--Temi ch'egli ti abbandoni perchè io non sono cortese con
lui?--interrogò.

Lorenzo alzò le spalle.

--M'infischio anche di lui, io!--esclamò spavaldamente.--Ma io l'ho
invitato qui, non perchè tu gli facessi questa bella accoglienza,
certo, non perchè tu lo fuggissi come un animale velenoso.... Del
resto, ti ripeto, del tuo contegno ne ho piene le tasche. Hai
capito?... Vengo a trovarti, e mi sento chiedere con quella tua aria
da sonnambula, che cosa voglio.

La guardò da capo a piedi e soggiunse trivialmente:

--Che cosa voglio? Voglio passar la notte con te, come ne ho diritto,
ecco!...

E squadrandola di nuovo, ordinò:

--Spogliati!

Per sola risposta. Morella balzò in piedi con uno scatto:

--Va fuori!--esclamò, la voce divenuta sibilante.--Va fuori, Enzo, te
ne prego! Lasciami stare!

--Che c'è?--egli fece, guardandola sorpreso.

--C'è che le tue parole non sono d'un marito a una moglie; c'è che tu
puoi esprimerti così con una donna che si vende, non con me. Vattene,
te ne prego! Non farmi parlare, perchè sento che sarebbe inutile e non
mi capiresti.

Lorenzo diede in una risata.

--Ci siamo!--osservò.--Questa è una delle tue frasi preferite. A
udirti, si crederebbe che tu fossi la sibilla, e che per capirti
occorresse fare uno studio apposito! Ti capisco benissimo; hai la
testa romantica e niente da fare; ecco il tuo malanno. Se tu avessi a
lavorare come me, o come Edoardo, certi ghiribizzi ti passerebbero!

Morella si lasciò ricadere nel seggiolone, muta, nell'impossibilità di
farsi comprendere.

--Ebbene,--riprese Lorenzo,--che fai? Ti decidi?

La donna non rispose; Lorenzo le si avvicinò ancora.

--Parlo con te, bionda! Ti decidi? Che fai?

Ma furioso pel silenzio di Morella, le mise una mano sul petto e la
scosse:

--Andiamo, su, obbedisci!

Ella scattò nuovamente, drizzando la persona snella e guardando
Lorenzo con occhio smarrito.

--Ascoltami,--disse.--Per carità, non trattarmi così; tu credi di non
farmi male, e mi fai un male orrendo. Ho la testa romantica, lo hai
detto, sarà vero; ma non mi tormentare, Enzo! Anche oggi,
accarezzandomi davanti agli estranei, mi facevi male. Io avrò torto,
ma non posso cambiarmi. Ora con le tue maniere, facendomi sentire che
io sono per te una cosa, mi avvilisci! Lasciami la libertà di disporre
di me: io stasera voglio rimanere sola, e tu non insistere, come se mi
avessi trovata per la strada, e comperata. Sii buono, Enzo, te ne
prego!... Riconosco d'aver torto, se così ti pare, ma io vorrei un
altro modo, un altro linguaggio.... Tu sai per esempio, che i discorsi
scollacciati mi dispiacciono, e non manchi mai, quando ci siano altri
uomini, di battere su questo argomento che mi rivolta.... Perchè vuoi
farmi arrossire davanti ai tuoi amici?... E poi vieni da me, e per
avermi, mi dici: «spogliati!» come fossi un automa, qualche cosa
peggio d'una schiava!... Se io ti rimprovero queste bassezze, tu mi
ridi in faccia.... Ma in qual maniera devo spiegarmi?...

Lorenzo, mentr'ella parlava, s'era seduto di fronte a lei, una gamba
accavallata, sull'altra, la mani in tasca, girando lo sguardo sul
soffitto, con espressione di grande noia.

--Hai finito?--chiese.--Già, a vederti, si capisce che ti smangi e ti
rodi con le tue stupidaggini: diventi magra ogni giorno più; non mi
sembri una donna, mi sembri una frusta!...

Morella toccò l'insulto e non volle rimbeccare; ma pensò con terrore
che forse era brutta, davvero brutta, e questo dubbio che pochi giorni
innanzi l'avrebbe lasciata apatica, le parve infinitamente doloroso.

--E vedete quel che capita a un marito fedele,--seguitava Lorenzo con
espressione sarcastica.

--Il marito si contenta di ciò che il matrimonio gli offre, e la
moglie se ne offende e lo mette alla porta.... Cose da pazzi!... Se io
lo raccontassi a Edoardo, non lo crederebbe.

Morella mandò un grido, e si chinò sopra Lorenzo:

--Per carità,--disse con voce ansante,--non mescolare il nome del tuo
amico a queste turpitudini!

--Ohe, che c'è?--fece Lorenzo squadrandola.--Non son padrone di
esporre un'ipotesi? Temi che io racconti a Edoardo?...

--Sì,--balbettò la donna, cercando di riprendersi.--Temevo che tu
raccontassi....

--Questa è bellissima! Non racconto nulla, non ci pensare!... So quel
che devo dire e quel che devo tacere.... Edoardo, poi, s'infischia
sufficientemente di te e delle tue fantasie.... Ha il viaggio al Nord,
lui!... Scommetto che ci va con Natascia....

--Chi è Natascia?--domandò Morella, sentendo che il cuore le batteva
dentro a furia, così da troncarle il respiro.

Lorenzo rise nuovamente.

--Natascia? È una baldracca russa, che gli piace, a Edoardo.... Dico
Natascia per dire, perchè ne cambia una alla settimana. E non parla,
non si confida a nessuno. Io credo che nessun'anima al mondo, neanche
sua madre, non ha avuto le sue confidenze.... È un uomo di ferro,
bisogna confessarlo, chiuso in un'armatura!...

Gli occhi di Morella sprigionarono un tal lampo, ch'ella guardò a
terra, perchè Lorenzo non se ne accorgesse. A lei, sì, s'era
confidato; a lei, sì, aveva aperta l'anima; tutto il suo corpo vibrò
per un guizzo di piacere e d'orgoglio: ma non ebbe tempo a riflettere,
perchè la voce di Lorenzo venne a mozzarle l'impressione profonda di
quelle parole, chiamandola duramente alla realtà:

--E così, mi metti alla porta? Non sarò mica venuto a trovarti per
farti l'elogio d'Edoardo, del quale anche tu ti occupi come io mi
occupo del Gran Mogòl.... Devo andarmene?

Egli sudava e si passava sulla fronte e sul collo il fazzoletto,
sbuffando; questo semplice particolare in quel momento sembrò alla
donna repulsivo.

--Sì,--confermò,--te ne prego, Enzo; lasciami tranquilla; sto poco
bene, e ti sarò grata di questo piccolo sacrificio.

Lorenzo fece un gesto di dispetto.

--Ma «il piccolo sacrificio» è ridicolo,--esclamò.--Non capisci che è
ridicolo? Non capisci che io sono stufo, arcistufo, venti volte stufo
dei tuoi sentimentalismi e delle tuo commedie?

Le lanciò un'occhiata; ella era in piedi, trepidante e nervosa,
rabbrividendo al dubbio di non potergli resistere e di dovergli
obbedire. A lui passò per il capo il ricordo dello sgomento che la
donna aveva dimostrato poco innanzi per il nome d'Edoardo, e volle
approfittarne.

--Sono stufo,--riprese.--Parola d'onore, domattina racconto ogni cosa
a Edoardo per farlo ridere.

Morella, che, avvicinatasi alla tavoletta d'abbigliamento, guardava
una fiala di profumi senza pur vederla, si volse, attonita.

--Gli dirò che quando vengo a trovarti, tu mi metti alla porta. Voglio
confidarmi con lui, voglio sapere quel che ne pensa.... Sarà una
consolazione, almeno, vuotare il sacco con un amico.

La giovane rimasta dapprima immobile per lo spavento e la meraviglia,
gli andò incontro e lo fissò in viso. Non poteva credere, non poteva
immaginare ch'egli osasse; e pur tuttavia egli seguitava, sbirciandola
di sottecchi, per notar l'effetto delle sue parole.

--Al Falconaro, vuoi dir questo?--ella osservò con calma
subitanea.--Farai bene; racconta tutto al tuo amico: ma tutto
capisci?... Digli che entrando nella mia camera, tu mi ordini di
spogliarmi. Dillo, al Falconaro; digli che mi hai chiamata «frusta»;
digli tutto, fedelmente, lealmente.... E sai che cosa ti risponderà,
il tuo amico?

--Sentiamo che cosa risponderà.

--Risponderà che sei un vigliacco!

Lorenzo si alzò, muto, in piedi, fece alcuni passi con la mano
serrata, afferrò Morella per la borchia della vestaglia e con un urto,
rovesciò la donna sul letto. Ma questa non parve atterrita dalla
collera di Lorenzo, che le stava ancora sopra, in atto di colpire.

--Ti dirà,--seguitò piantandogli gli occhi negli occhi,--ti dirà che
quella Natascia, quella baldracca come tu la chiami, lui, la tratta
meglio! E ti ripeterà che sei un vigliacco a svergognare tua moglie.

Lorenzo, sbiancato in volto per la furia, calò un manrovescio sul viso
di Morella, e un altro; ma vistala rigida stesa sul letto, con una
leggera spuma agli angoli della bocca, comprese l'orrore della sua
brutalità, e allontanandosi subito, proferì tra i denti:

--Sei una bestia! Non capisci quando si scherza! Stette a vedere
s'ella si muovesse; e visto che si drizzava penosamente, s'avviò al
limitare.

--Vattene!--gli disse Morella quasi sottovoce, con gli occhi che
scintillavano.--Non mettere più piede qua dentro, non cercarmi più, nè
oggi, nè mai. Se ti avvicini, grido e sveglio tutti.

Lorenzo intuì che la donna era capace di gridar per davvero; e
riaffondate le mani nelle tasche, se ne andò, borbottando ancora:

--Sei una bestia! La colpa non è mia, se sei una bestia e non capisci
quando si scherza!...




XIII.


Era libera.

La violenza di suo marito, l'estremità a cui era giunto, le ridavano
il possesso di sè medesima; nessuna ingiuria era troppa per vendicare
quell'ingiuria. Lorenzo la considerava veramente una cosa, un oggetto,
un balocco; lo dicevano i pochi fatti di quei giorni, il trasporto
della casa compiuto senza nemmeno avvertir lei, che pur doveva vivervi
il più gran tempo, e le percosse, l'offesa bestiale, di cui si
macchiano gli uomini delle infime classi. A tanto egli non era mai
arrivato; pareva fatto cieco da una fatalità, che volesse rompere ogni
legame tra lui e la sua donna. E questa non soffriva; era quasi lieta
dell'oltraggio, che faceva fermentar nel suo animo una nausea senza
nome.

Non appena Lorenzo ebbe varcata la soglia, e sbatacchiando la porta se
ne fu andato, Morella con un balzo corse alla sua «psiche» e girandola
sul perno, si guardò avidamente.

Era brutta?... Era brutta come le aveva detto Lorenzo? Di tutta la
scenata, questo le importava più d'ogni altra cosa. Era brutta? Si
avvicinò allo specchio, si studiò con un'attenzione meticolosa; non
aveva una ruga, non una macchia in volto; ma forse la carnagione scura
coi capelli biondi, forse i capelli biondi con gli occhi tané, forse
le labbra sanguigne nel volto scarno e affilato, stonavano; e il corpo
era troppo sottile.

Andò alla porta, chiuse a doppia mandata, e in un attimo si spogliò
interamente, e tornò allo specchio a scrutarsi.

Bella no, non era; sembrava ancora una ragazza; veramente una frusta
sembrava; il petto magro; piccoli gli ùveri dei seni; il ventre appena
disegnato; le gambe lunghe; i fianchi esili, le reni troppo lunate;
decisamente era brutta.

Si riabbigliò adagio, adagio, umilmente.

Ma le tornò alla memoria qualche frase, che le diede un nuovo guizzo
d'orgoglio. «È un uomo di ferro chiuso in un'armatura». E l'uomo s'era
chinato verso di lei per susurrarle il suo dolore, il suo segreto, il
suo rimpianto. Non perchè era bella, no, ma perchè aveva sentito
ch'ella poteva comprenderlo e serrar nel cuore la confidenza preziosa;
ch'ella fosse brutta, a lui non importava; egli la vedeva con altri
occhi....


Quando tutti si raccolsero, la mattina di poi, nella grande sala della
prima refezione, Morella comparve sorridente.

La giornata s'annunziava stupenda; il sole scherzava sulle vetrate
color di croco e sui rosoni di cobalto, dipingendo a bizzarre strisce
d'oro e d'azzurro il pavimento; la frescura arrecata dall'ultimo
temporale durava tuttavia, e dalle porte-finestre si scorgevano le
miriadi di foglie tremolanti all'aria. Echeggiava or qui or là, or
prossimo or lontano, il grido dell'assiuolo,

Edoardo, salutando Morella, fu colpito dal suo aspetto, che tanto poco
s'accordava col sorriso; era pallidissima, e la notte insonne le aveva
segnato gli occhi con due cerchi turchinicci.

Il Falconaro non aveva mai avuto agio di considerare il mal garbo con
cui Lorenzo trattava sua moglie, perchè non s'era mai trovato più
giorni di seguito in loro compagnia; ma il contegno di lui gli
riusciva ora così urtante, e le parole taverniere ch'egli si lasciava
scappar di bocca alla presenza delle donne eran per lui così
inaspettate, che rapidamente scemavano nel suo animo la stima e
l'affetto per l'amico.

Già fin dal giorno dell'arrivo, Edoardo s'era accorto che Morella
aveva pianto pel cruccio della balorda compera fatta da Lorenzo, e
quella mattina poteva notare che qualche cosa più grave era avvenuta,
a giudicar dall'aspetto di Morella e dalla ostentazione di Lorenzo,
che non le rivolgeva mai la parola.

Anche ad Isidora non andarono inosservati quei particolari, e cinse la
sorella con uno sguardo ch'era una carezza immensamente affettuosa.

--Io propongo una gita, dopopranzo,--disse Lorenzo.

--Sì,--aggiunse Federico,--andiamo al Faggio Storto; credo che Edoardo
non ci sia mai stato.

--Non ci sono mai stato, infatti,--confermò il Falconaro.

--È molto lontano,--obiettò Morella.

--Attaccheremo i cavalli,--ribattè Lorenzo guardando la tavola.--I due
bai alla canestra, e Febo ai quattro-ruote.

--Edoardo guiderà Febo,--stabilì Federico.

--Io non ci metterò piede in quel quattro-ruote,--annunziò Isidora.

--Ci vado io,--disse Morella con fermezza.

--Come, tu, con tanta paura?--esclamò Isidora sorridendo.

--Lascerò la paura a terra,--rimbeccò Morella seccamente.

--È difficile Febo?--chiese Edoardo.

--Che, che! Mia moglie trova tutti difficili, gli uomini e i
cavalli!--disse Lorenzo ridacchiando.--È un po' bisbetico, ma quando
sente una mano ferma non fa scherzi.

--Trovo tanto poco difficili i cavalli, che andrò io con
Febo,--osservò Morella.--Lei mi vuole?

--Io la voglio!--rispose Edoardo con un sorriso:

--Pensate che al ritorno avremo il chiaro di luna,--consigliò Isidora
inquieta,--e il cavallo può spaventarsi per qualche ombra.

--È deciso così!--concluse Morella alzandosi.--Falconaro e io nel
quattro-ruote; e voi nella canestra. Ci deve essere qualcuno al fianco
di Falconaro; non vorrete lasciarlo andare solo? E una donna, anche
quando val poco, è sempre miglior compagnia in una gita che non un
uomo.

--Morella si trasforma,--disse Federico ingenuamente.--Non ha più
paura dei temporali, non ha più paura dei cavalli.

La giovane volse rapidamente il capo a guardar fuori, nel giardino; ma
su quella frase meditò sua sorella che aveva pure notato il mutamento
dell'altra.

Era vero: Morella si trasformava; non solo non s'arrestava più innanzi
a quelle piccole difficoltà che poco prima l'avrebbero sbigottita, non
solo non aveva più i mille timori delle donne sensibili e nervose, ma
una vivacità nuova, una spigliatezza audace eran nate in lei; e sempre
quando Edoardo era presente, sempre quando si trattava di sfidare con
Edoardo qualche congiuntura alla quale dianzi ella avrebbe dato il
nome di pericolo.

Isidora strinse le labbra, afferrata da un dubbio che le si affacciava
di continuo e che non si lasciava scacciare.


Febo era un baio bruciato di sei anni, lungo e snello, con garretti
d'acciaio; quando Edoardo lo vide, quel dopopranzo, mentre stavano
attaccandolo al quattro-ruote, uscì in un'esclamazione ammirativa.
Senza paraocchi, coi finimenti di cuoio naturale, il trottatore era
elegantissimo.

--Ma tu t'intendi di cavalli?--chiese Edoardo a Lorenzo.

Stavano tutti intorno alla vettura, le donne in vesti leggerissime,
osservando Febo dall'occhio acceso e dalle froge rosee.

--Eh, che ne dici?--rispose Lorenzo soddisfatto.--Era di Mariano anche
Febo; gliel'ho comperato l'anno scorso, per poco, perchè diceva ch'era
un brocco.

--Quel povero Mariano fa sempre cattivi affari,--osservò Edoardo
sorridendo.

--E noi gli portiamo via tutto!--concluse Morella con voce sorda.

Edoardo salì nella vettura, prese le redini e si volse alla giovane.

--Polso fermo,--disse Lorenzo all'amico.--E vedrai che va come una
saetta; del resto, tu ne sai più di me. Donne e cavalli sono il tuo
forte.

A Morella che, salita, stava sedendosi al fianco del Falconaro, brillò
un lampo negli occhi; ricordò Natascia, la zambracca russa, le parve
di vedersela innanzi, e scosse il capo quasi per allontanare il
pensiero molesto.

--Noi andiamo avanti,--ella disse,--Arrivederci!

--Falconaro, mi raccomando a lei!--gridò Isidora.--Mia sorella è nelle
sue mani.

--Lo so,--rispose Edoardo, mentre Febo si avviava.--E non mi sfugge.

Morella avvertì che in taluni momenti della vita, le parole rivestono
un senso doppio, un significato recondito, che si crederebbe studiato
a bella posta. Quella stessa mattina, essa aveva detto al Falconaro:
«Mi vuole?» e solo dopo aver pronunziata la frase, le era sembrata
sconveniente. Ora sua sorella diceva ch'essa era «nelle mani»
dell'uomo, cosa sua, e ancora la frase ingenua le sembrava piena di
significazioni.

Pel primo tratto di strada, nè Morella nè Edoardo parlarono.

S'erano staccati celeremente dagli altri, e Febo trottava velocissimo,
rizzando inquieto le orecchie. Col braccio destro Edoardo avrebbe
potuto serrar la vita di Morella e attirar la donna al suo petto; lo
sentirono entrambi, quasi insieme, e rimasero taciturni, dicendosi in
cuor loro per iscusarsi che il cavallo difficile non dava tempo alle
chiacchiere.

Poi Edoardo si volse con un sorriso a Morella, e le osservò:

--Ma va benissimo, Febo, non è vero?

--Sì, va benissimo,--ripetè Morella.--Non corriamo troppo?

--È meglio. La polvere della nostra carrozza disturberebbe gli altri.

La strada si snodava per boschi silenziosi di verdissimi castagni. Il
sole era caduto, e un'ampia frescura spirava dalle gole dei monti e
s'animava nei boschi attraverso le fronde mormoranti.

Febo, lanciato a tutta corsa sulla strada piana, rallentava tra
l'alberato, seguendo la via a frequenti gomiti. Ed era di tratto in
tratto, l'affacciarsi di un panorama nuovo; era una verdastra catena
di monti staccata netta sul fondo purissimo del cielo, era una lingua
di strada bianca lungo il versante della collina, era la macchia bruna
e fitta di alberi, che parevano avvicinarsi rapidamente per chiudere
nell'ombria del fogliame la carrozza veloce.

--Temo che lei abbia troppo fresco al ritorno,--riprese Edoardo.

--Ho una sciarpa con me.

Ma Edoardo rise, vedendo che la sciarpa era un velo sottilissimo,
intessuto di stellucce d'argento, una cosa delicata da soffiar via.

--Questa è sufficiente,--affermò la giovane.

Egli non ribattè; con la destra prese il velo dalle mani di Morella e,
gettandoglielo sulle spalle, le sue dita sfiorarono inavvertitamente
la nuca della donna.

--Sta molto bene,--disse guardandola.--Lei è sempre elegante.

Morella sorrise; infine, un complimento gli era sfuggito dalle labbra!
Egli s'era fatto più cortese da quando aveva sospettato che Lorenzo la
tormentasse con la sua brutalità; e si sarebbe detto che volgendosi a
lei, addolcisse ora anche la voce. Le ritolse la sciarpa dalle spalle,
e con la destra gliela depose lievemente in grembo.

Non parlavano; la vicinanza, il contatto fuggevole, l'assenza d'ogni
umano sguardo, facevano rinascere in loro il desiderio, un desiderio
selvaggio e rude quale Edoardo non aveva mai provato; e Morella che
s'accorgeva di non aver più volontà, di non poter più resistere s'egli
approssimava il volto al suo volto, gli disse con voce soffocata:

--Rallenti, la prego. Siamo troppo lontani dagli altri.

Egli rallentò a poco a poco, fin che Febo si mise al passo.
Attraversavano un querceto dai tronchi poderosi, e sul terriccio le
ruote passavano quasi in silenzio. Ma giusto in quel punto s'udì il
tintinnio delle sonagliere; la pariglia di bai era poco lungi. Edoardo
richiamò Febo e lo lanciò a corsa di nuovo.

--Lasciarci prendere no, poi!--disse.--Basta che odano la sonagliera
di Febo. Non le piace così?

--Sì, molto mi piace!--proruppe Morella, sentendo il viso accarezzato
dall'aria, la fronte baciata da quel bacio imponderabile. E seguitò
quasi sottovoce, con un ardire che le faceva martellar dentro il
cuore:

--Parte?

Edoardo non rispose. Febo s'era gettato da banda con un movimento
brusco, soffiando; l'uomo lo riprese vigorosamente, lo lanciò di
nuovo, lo trattenne, e quando lo ebbe tutto in pugno, gli assestò una
sferzata. Febo diede un balzo in avanti, cercando di puntare sul
morso, ma non trovò l'appoggio e toccò invece una seconda frustata;
prigioniero d'una mano salda e implacabile, non osò altra ribellione,
e filò via rapidamente.

--Sì, parto!--disse Edoardo.

--Per un viaggio lungo?--domandò Morella, che aveva seguito senza
trepidare la breve lotta.

--Non so. Ciò dipende dagli affari che lascio a Milano.

--E fa un viaggio lungo, tutto solo, senza un amico?

--In viaggio,--rispose Edoardo,--si trovano gli amici del quarto
d'ora, che bastano.

--E va in Russia?

--In Russia?--ripetè l'uomo stupito.--Perchè in Russia?

--Non ha detto Federico?...--balbettò Morella, tentando spiegarsi.

--Federico ha parlato della Norvegia; ma non so; sceglierò al momento
di partire; viaggio per viaggiare.

E aggiunse dopo una pausa:

--La vita è pesante, cara, amica.

Morella non insistette. Edoardo aveva detto veramente «cara amica»,
un'espressione non mai udita dalla bocca di lui, un'espressione
affettuosa e inaspettata, che le aveva fatto molto piacere.

--Non le sembra?--egli disse.--La vita è pesante?

Ella assentì con un moto del capo.

Andavano nuovamente al passo, Febo bianco il muso e i fianchi di
spuma; e in breve furono raggiunti dagli altri, che accostarono la
loro alla carrozza d'Edoardo.

--Come va, Morella?--gridò Isidora dalla canestra.

--Bene, Dora!

--E Febo è stato buono?

--Buonissimo; una pecora.

Lorenzo, sdraiato nella canestra a godersi l'aria, borbottò con un
senso d'ammirazione:

--Ci voleva Edoardo; un demonio piega l'altro. Quello cangerebbe in
pecora un elefante inferocito!

Isidora diede in uno scoppio di risa.

--Falconaro, Falconaro!--esclamò.--Enzo fa il suo elogio!

--Sparla di me?--chiese Edoardo.

--No, no; dice che lei doma tutti!

Morella, nell'ombra della sera profumata, sorrise misteriosamente.




XIV.


Nubi leggère e diafane come grandi veli serici viaggiavano pel cielo,
scherzando intorno alla luna, senza romperne il raggio; e a un gomito
della strada, un pino diritto s'ergeva altissimo tra la bassura degli
alberi circostanti, quasi il dominatore di tutta quella zona.

Morella fermò l'occhio sulla bella pianta superba, come poco innanzi
aveva fermato l'occhio su Edoardo, tra Lorenzo che fumava beatamente
una sua pipetta di radica e Federico che coi grandi occhi miopi dietro
le lenti studiava sulla spianata del Faggio Storto la campagna
illuminata.

Edoardo si drizzava tra que' suoi compagni e molti altri uomini con la
veemente indipendenza del carattere e l'orgoglio della sua vita
chiusa.

La luna andava trasfigurando il paesaggio. I versanti dei monti e dei
poggi e le spianate verdi eran mantelli d'argento, su cui la forma
degli alberi si proiettava con la mordacità precisa d'una incisione.

Il ritorno da quella gita fu assai piacevole.

Gettata la sciarpa sulle spalle, Morella non scambiò con Isidora il
suo posto presso Edoardo.

--Tu hai paura di Febo,--disse.--Ora c'è la luna, e il cavallo può
spaventarsi.

Isidora rispose con una piccola risata, che Morella comprese.

E partirono; il cavallo non si spaventò.

Ripercorsero tutta la strada a un buon trotto uguale, ripassando pei
boschi affascinati e immobili nell'incanto lunare. I boschi sembravano
immensi, con una popolazione immensa d'alberi misteriosi dai tronchi
perlacei e dalle dense chiome, su cui s'adagiavano i dolci raggi
bianchi.

In alcuni punti la strada si chiudeva alla vista, quasicchè le piante
l'avessero sbarrata con le fantastiche parvenze, che dileguavano non
appena la corsa del cavallo le avvicinava; qua la strada s'apriva tra
l'alberato per qualche tratto, là tornava a richiudersi con altri
gruppi di piante. Tutto era inquietante da lungi; fantasmi chiomati,
giganti curvi, cadaveri stesi a terra, crocchi di streghe raccolte a
tregenda; da presso, tutto velocemente si chiariva al passare di Febo,
e gli alberi rivestivan le loro linee, i cadaveri eran fusti
abbattuti, i crocchi eran groviglio di tronchi e di fronde placide....

--Non ha mai letto nulla di Ludwig Uhland?--chiese a un tratto
Morella.

--Uhland?--ripetè Edoardo cercando nella memoria.--Ah sì! Il mio
professore di tedesco mi obbligò una volta a studiare una poesia,
della quale non ricordo che il ritornello: «Husch Husch! piff paff!
trarà!»

Morella diede in una lunga risata.

--È vero, è vero!--esclamò.--È il canto del _Cervo bianco_; l'ho
studiato anch'io: «Husch Husch! piff paff! trarà!», Ma l'Uhland ha
molte ballate ammirevoli; in collegio, da suor Maria, si leggeva
sempre l'Uhland, e io gli volevo bene.

--È stata la luna a ricordarle i canti dell'Uhland?--domandò Edoardo,
sogguardandola con un sorriso.

--Sì--rispose la giovane.--Io ho la testa romantica; almeno così mi
han detto.

--Le hanno detto una famosa sciocchezza,--dichiarò Edoardo
recisamente.--Lei non è più romantica di me.

Poi soggiunse, quasi parlando con sè stesso:

--Forte e calcolatrice.

Morella non rispose; la definizione non le spiaceva, e solo le pareva
strano che le toccasse udirla dalla bocca di lui, e che mai prima
d'allora nessuno l'avesse trovata.

Stette in silenzio qualche tempo, ascoltando un coro assordante di
grilli e di ranocchi, il quale si innalzava da tutta la campagna con
veemenza; insetti e batraci s'abbandonavano furiosamente al loro
canto, si rispondevano, s'interrompevano, sostavano un poco per
riprender forza, e stridevano e gracchiavano a distesa, liberi e
felici in quella grande solitudine notturna.

--Che cosa ricorda del suo poeta?--riprese Edoardo.

--Molte cose,--disse Morella,--_Il ritorno_, per esempio.

--Ah, lo ricordo io pure!--esclamò Edoardo. È graziosissimo.

Mise Febo al passo, e volgendosi alla giovane, recitò con voce piana:

--«Oh non ti rompere, ponticello! Tu tremi assai. Oh non precipitare,
roccia! Tu minacci gravemente.--Terra, non sprofondare; cielo, non
cadere, prima che io possa giungere dalla mia diletta!»

Morella sentì gli sguardi dell'uomo fin dentro all'anima; era
veramente nelle sue mani e pareva che, sapendolo, egli si compiacesse
di ricordarle d'ora in ora il suo dominio assoluto.

--Andiamo!--ella disse, guardando Febo, perchè Edoardo lo rimettesse a
corsa.

Ma egli non obbedì, e la giovane riprese allora:

--Ascolti questa; è originale e piena di sentimento: _Mutter und
Kind_. La madre dice: «Alza gli occhi, o figlio; guarda il cielo, dove
è beato il tuo fratello minore. Mai non mi diede alcun dolore, e un
angioletto lo portò con sè». E il bambino risponde: «Perchè dalle tue
braccia, o madre mia, un angioletto non mi porti via, dimmi che posso
fare, o madre mia, per attristarti?» Non è vero, ch'è originale e
bella?

--Non ha scritto che questo sui bambini, l'Uhland?--chiese Edoardo,
accarezzando con la punta della frusta il collo di Febo.

--No,--rispose Morella lentamente.--C'è anche una poesia di lui, _Auf
den Tod eines Kindes_, intorno alla sorte delle vite infantili che
s'aprono e finiscono subito, lasciando la loro traccia nel cuore
straziato del padre e della madre. E un'altra, tutta dolorosa, in cui
descrive gli ultimi istanti d'un bambino moribondo, rallegrati dal
canto d'un uccelletto.

--Lei è molto crudele!--interruppe Edoardo.

E non la guardò più; e raccolse la sua attenzione sul cavallo e su
quel tanto di paesaggio e di cielo che gli si presentava a mano a mano
innanzi agli occhi.

Morella non pensò a scusarsi; appoggiata allo schienale della
carrozza, le mani raccolte in grembo, sbirciava ogni poco la fronte
rabbuiata di Edoardo, il quale non ricordava forse più d'aver Morella
al fianco e di traversare il bosco addormentato. Passavan vicino agli
olmi così che le fronde s'agitavano, e la giovane doveva allontanarne
qualcuna perchè non le sferzasse il volto.

Edoardo le si rivolse d'un tratto:

--Io era per sposare la mamma di quel mio bambino,--disse con voce
studiatamente calma.--Era una fanciulla inglese, che avevo conosciuta
in Riviera; sola, ricca, libera. Il bambino morì, di un anno, per
meningite; la mamma se lo vide spasimare tra le braccia e spirare.
Poco di poi, ripartì, e non sarà possibile che c'incontriamo ancora.
Essa ha sentito in quella morte qualche occulta vendetta del destino.
E così ci siamo lasciati. E il piccolo Riccardo è sepolto a
Bordighera. La sua mamma s'è sposata, a Liverpool, l'anno scorso; l'ho
saputo in questi giorni; è diventata mistress....

Ma invece di dire il nome, richiamò Febo con lo schioccar della lingua
e lo lanciò al trotto. Poi si volse ancora a Morella e concluse:

--Tutto ciò è semplice; molto più semplice che una ballata
dell'Uhland.

La giovane non capì se nella voce fosse un'intonazione ironica o
beffarda, come le pareva, quasicchè Edoardo avesse voluto vendicarsi
d'essere stato costretto a riparlar di quella sua sventura. Ma poco
importava a Morella il tono; possedeva il segreto per intero, e sapeva
finalmente che l'amante non si sarebbe incontrata più con Edoardo, e
non gli avrebbe più dato alcun figlio.

Tuttavia, le rimaneva ancora qualche cosa da sapere; e dalla strada
che percorrevano, s'accorse che poco tempo ormai le avanzava. Edoardo
doveva partire l'indomani con Lorenzo e tornarsene a Milano; sarebbe
stato impossibile riprendere il colloquio; bisognava sbrigarsi, dir
tutto, finirla.

--Io non so,--ella fece cautamente,--perchè desiderando un bambino,
lei non pensi a sposarsi....

Ma quasi spaventata da quel consiglio che una logica elementare le
aveva suggerito, aggiunse a furia, tentando sorridere:

--È vero che non occorre sposarsi, per avere un bambino.

So l'avessero costretta, una settimana prima, a esprimersi in tal
maniera innanzi a un uomo, si sarebbe piuttosto mozzata la lingua coi
denti; ma ora cedeva tutta a una forza che andava incalzandola. Così
in una fiera battaglia si calan colpi alla cieca, brutalmente,
reiteratamente, senza ritegno, senza pietà, per vincere.

--Pare anche a me!--osservò Edoardo.--E sarebbe troppo strano
incappare in qualche fanciulla, che non avesse pei bambini nè amore,
nè intelligenza.

--Io conosco,--disse lentamente Morella, calando un altro colpo,--io
conosco tante madri ridicole o stupide o apatiche, che saranno la
morte o la rovina dei loro figliuoli.

E guardò Edoardo ritto sul busto, serrate in pugno le redini, l'occhio
intento al cavallo ombratico e infido, ch'egli aveva domato con
facilità. E le tornò il pensiero al quale s'era abituata in poche ore,
nel quale s'era adagiata con impudica gioia, e il quale al suo primo
affacciarsi le aveva ispirato un timor verecondo; il pensiero della
creatura bella e forte che sarebbe nata da lei e da quell'uomo diverso
dagli altri, che passava nella vita solo, senza chiedere, aprendosi la
via a forza.

La vettura di Lorenzo li raggiunse poco lungi da Villa Mora; e
s'udivano Lorenzo e Federico cantare, una canzonetta napoletana
distesamente e Isidora dar di quando in quando in uno scoppio di risa
alle variazioni comiche del cognato.

--Effetto di luna,--disse Edoardo senza malignità--Cantano i grilli,
cantano le rane, cantano gli uomini.

Esitò un istante, poi, lanciando uno sguardo a Morella, terminò:

--E canta il cuore.

--Bella, bella luna!--esclamò la giovane con impeto.--Oggi è più bella
che mai.

Febo al passo girava l'ultimo gomito di strada; e dietro, giravano i
due bai al passo, sbuffando.

Allorchè si fermarono in giardino, avanti alla villa, Morella balzò
presto dalla carrozza, e corse presso i larghi cespi di gelsomini
notturni, che s'erano aperti e le avevano mandato un soffio di
mordente profumo. Edoardo la raggiunse, mentre gli altri scendevan
dalla loro carrozza.

--Non parta!--gli disse Morella sottovoce, arditamente, con voce
imperiosa, gettando tutto il suo pudore ai piedi di lui.--Non parta
per la Russia, per la Norvegia. È troppo triste, è troppo lontano.

E in quella notte di plenilunio splendente, le tornarono alla memoria
i versi disperati di Jaufré Rudel:

/* Amore di terra lontana Per voi tutto il cuore mi duol. */

Edoardo incontrò con la mano la mano di lei che s'alzava a offrirgli
un ramoscello di gelsomini, e la guardò in quel settore d'ombra in cui
la figura magra e pieghevole della donna stava immobile come una
svelta colonnetta.

--Ha capito?--ella implorò, chiudendo gli occhi.

Meglio avrebbe voluto chiudere le orecchie per non udire ella stessa
le parole che il suo destino, il suo istinto, il suo desiderio le
dettavano e l'obbligavano a proferire.

--Non voglio che parta. Si fermi a Milano. La vita può anche non
essere pesante.

Sentì prendersi la mano, e se la lasciò stringere tacitamente, con
forza. Poi mosse incontro agli altri che s'avanzavano.

--Guardate,--esclamò,--questi gelsomini di notte.... Come si sono
tutti aperti! Vieni, Isidora, che te li metta nei capelli.

E d'un tratto, rise pienamente, quasi gridando:

--«Husch Husch! piff paff! trarà!»

E così pienamente rideva, col suo bel riso morbido e carezzevole, che
Edoardo pure dovette ridere al ricordo.




XV.


L'indomani, quando già Lorenzo ed Edoardo eran partiti per Milano, il
tempo cominciò ad annuvolarsi e seguirono alcuni giorni di pioggia
ostinatamente continuata, con un certo vento freschissimo, quasi
freddo, che faceva pensare a un autunno precoce.

Rimasti in villa, Federico e le due donne passavan le giornate
giuocando a bigliardo, scrivendo lettere a conoscenti dei quali non si
ricordavano punto nei giorni di sole, e chiacchierando.

Morella andò a scovare in libreria il suo Ludwig Uhland, un'edizione
di Stuttgart che aveva comperato da fanciulla pe' suoi studi in
collegio, e si rilesse a poco a poco tutti i canti e le ballate del
poeta di Tubinga, il quale aveva altre volte popolato di cavalieri e
di re, di monache e di bardi i suoi sogni virginali.

Da quel tempo, non aveva più scorso le pagine del poeta, nelle quali
non ritrovava il sapore d'un giorno, e solo per averne parlato con
Edoardo lo careggiava ancora.

La passione che le mordeva il petto, l'impazienza mal frenata per
l'amore prossimo, il timore del dramma ch'ella aveva deliberatamente
voluto, così come un fanciullo urtando di continuo una statua
gigantesca se la rovescia addosso, l'allontanavano ormai dalla poesia
severa e ingenua di Ludwig Uhland.

Federico diede il colpo di grazia ai «lieder» e alle ballate.

Trovò Isidora e Morella in salotto, un giorno, ciascuna con un volume
di quell'opera tra le mani, ciascuna evocando le sue memorie di
collegio; e quando leggeva ad alta voce Morella, e quando Isidora.
Federico si fermò ad ascoltare anch'egli.

La ballata del _Re Cieco_ gli piacque, per quel particolare della
spada «Skrep», che allorchè fendeva in due un cavaliere nemico,
mandava un suo certo suono tremendo.

--Ci vogliono i tedeschi per queste minchionerie!--osservò
bonariamente Federico.--Tu leggi molto bene, Morella!

Isidora desiderò anch'essa leggere a sua volta; e scelse i frammenti
di quel dramma, che il buon poeta svevo chiamò _Franceska da Rimino_.

Federico la interruppe dopo alcune battute.

--Per carità,--disse.--Mi fa l'effetto del bromuro!...

E se ne andò brontolando, con una smorfia dì sì comica delusione, che
le donne chiusero il libro ridendo, e non ne parlarono altro.

Non era prudente, del resto, lasciar libri di poesia intorno, quando
s'aspettava Lorenzo, che doveva arrivare come di solito l'indomani,
sabato; egli avrebbe indubbiamente fatto saltare della finestra il _Re
Cieco_ e _Franceska da Rimino_, per quel suo odio impetuoso contro
tutto ciò che sapeva di letteratura e serviva alle teste romantiche.

Arrivò nella vettura a due cavalli, nella quale le pieghe del
soffietto calato eran colme d'involti contenenti gli oggetti che ogni
settimana doveva comperare per commissione d'Isidora e di Morella:
dolci o profumerie o stoffe o giornali di mode, cose inutili e
necessarie all'ozio delle due giovani.

Egli pareva di buon umore; discorreva vivamente, rivolgendosi spesso
anche a Morella, quasi avesse dimenticata la scena brutale di otto
giorni innanzi e la rivolta decisa della moglie.

--Edoardo, poi,--diss'egli, stendendosi dopo pranzo in una lunga
seggiola disposta presso un grande olmo in giardino, e accendendo la
pipetta di radica,--Edoardo, poi, non è partito. L'ho veduto ieri in
Borsa, e mi ha detto che deve rinunziare a quel suo viaggio, perchè ha
troppo da fare a Milano. Che cosa abbia da fare con questo caldo, in
questa stagione, io non so.

--Ma non c'è alcun bisogno che tu lo sappia!--osservò Morella
quietamente.

--Basta che lo sappia lui!--aggiunse Isidora ridendo.

Morella, in piedi a fianco d'Isidora, le prese un braccio e la
trascinò via, mettendosi a passeggiar con lei poco lungi.

--Io devo tornare a Milano per un paio di giorni,--le disse
recisamente.--Voglio vedere quella maledetta casa e sapere che cosa si
può fare per renderla abitabile. Temo che Enzo l'abbia comprata pel
solo capriccio della sua sala da scherma, e che tutto il resto sia un
orrore. Non ne parla più; hai notato? Ci sarà da pulire, da
tappezzare, da riattare, e non pensa, lui, che bisogna chiamare gli
operai perchè in autunno sia pronta. Dillo anche tu, ad Enzo; io devo
andare a Milano a vedere.

--È giusto; hai ragione,--confermò Isidora.--Devi far tutto bello, per
te, e non c'è tempo da perdere.

Gettarono un'occhiata a Federico, il quale, uscito dall'atrio, era
andato a sedersi presso Lorenzo, e ciarlava con lui animatamente.

--Ne parlerai domani,--suggerì Morella.--Non ora, perchè Enzo non
capisca che te l'ho detto io. Così lunedì mattina potrò partire con
lui, e giovedì sarò di ritorno. Tu rimarrai con Federico.... Siamo
d'accordo?...

Isidora teneva un braccio intorno al busto di Morella, e passeggiavano
chiacchierando a mezza voce, come ai tempi del collegio, quando tutte
le fanciulle uscivano a coppie nei giardini, e si perdevano pei viali,
confidandosi i loro non sempre candidi segreti.

Morella volgeva di tanto in tanto un'occhiata indagatrice a Lorenzo,
che ridacchiava col cognato e squadrava non di rado la figura
flessuosa della moglie.

Questa, fattasi taciturna improvvisamente, andava cercando e studiando
un pretesto per isfuggirgli anche quella notte; ma occorreva un
pretesto di cui le conseguenze fossero durabili, perchè non si
tornasse ogni settimana daccapo e non si ripetessero le scenate e
Lorenzo non ricorresse infine alla violenza; occorreva qualche
insanabile dissidio tra lei e il marito, che togliesse a quest'ultimo
ogni pensiero di possesso per lungo tempo.

E Morella si chiedeva come avrebbe potuto far nascere una discussione,
un contrasto, repentinamente, alla presenza d'Isidora e di Federico,
perchè il fatto paresse più grave, il dissidio più profondo.

Isidora la tolse a quelle sue premeditazioni, chiedendole con la voce
placida:

--Perchè Falconaro non è partito? Aveva detto che voleva fare un lungo
viaggio; ti ricordi?

--E a me lo chiedi?--rispose Morella, corrugando la fronte.--Non hai
udito Enzo? Dice che ha molto da fare, e per ciò non sarà partito. Tu
credi che Falconaro mi abbia scelta a sua confidente?

Ma Isidora non si lasciò questa volta intimidire dall'occhiata della
sorella; anzi rise, un pochino, con una certa discreta malizia.

--Ve la intendevate pure i giorni scorsi,--ella osservò ancora
sorridendo.--E ne avete fatto, delle chiacchiere, al chiaro di luna,
quando siamo andati al Faggio Storto!...

--Non sarai mica gelosa?--interrogò Morella scherzando.

Isidora le rispose con una stretta del braccio, e traendola fortemente
a sè, le diede un bacio sulle labbra.

Ma d'un subito le due donne s'arrestarono insieme, ad ascoltar la voce
corrucciata di Lorenzo, che giratosi sulla sedia, guardava a un lato
della villa, tra le piante.

--Che è?--diceva.--Che novità è questa? Che fai tu qui?... Chi ti ha
permesso, piccolo mostro?...

Morella si svincolò dal braccio d'Isidora, e avanzò verso il marito.

--Vattene, vattene!--seguitava Lorenzo, sempre rivolto a qualcuno che
non si vedeva.

E si chinò per raccogliere una pietra sulla ghiaia.

--Che hai da gridare?--domandò Morella.

La pietra partì dalle mani di Lorenzo, sibilò nell'aria, battè contro
un tronco, andò a cader lontano sull'erba; s'udì uno stormir di
foglie, e Morella vide un piccolo coso vestito di cambrì rosso
mettersi a galoppare piangendo, e scomparire.

Poldo, che da molti giorni non vedeva il suo protettore, s'era fatto
ardito, e lemme lemme, ogni sera avanzando qualche passo più, era
giunto fino innanzi alla villa a cercarlo; e sotto il braccio portava
seco il cavallino, ormai scodato e senza ruote al carrello. Ma era
stato accolto a sassate da un signore ch'egli aveva da lungi scambiato
per Edoardo; e ora fuggiva, tutto spaventato e sorpreso.

--Non ti vergogni?--esclamò Morella, che aveva riconosciuto il
bambino, e avvampava d'ira,--Prendi a colpi di pietra i bambini? Non
vedi che è Poldo?

--Lo so, lo so, che è Poldo!--rispose Lorenzo.--E lo lascerò venirci
tra i piedi perchè è Poldo?

--Io ti domando, Federico,--riprese Morella volgendosi al cognato, con
gli occhi accesi da una fiamma di sdegno,--io ti domando se queste non
siano piccole infamie?... Per allontanare un bambino, gli tira una
sassata alla testa!...

--Alla testa!--ripetè Lorenzo ridendo.--Non hai visto, sciocca, dov'è
caduta la pietra?

--È stato un caso; potevi ferirlo,--rimbeccò Morella.--Poldo viene
qui, perchè gliel'ho permesso io, e tu lo spaventi a questa maniera.

--Hai fatto male a permettergli; i contadini devono stare a casa loro.

--Ho fatto ciò che ho voluto; anzi, ora vado a prenderlo.

--Morella, non andare!--ammonì Lorenzo.

--Vado; sarà atterrito dalla tua brutalità, e desidero rassicurarlo.

--Morella, non andare!--ripetè Lorenzo.

Federico e Isidora, ch'era sopraggiunta, ascoltavano dolenti e
angustiati, non osando interloquire, nè parteggiar per alcuno.

--Vieni,--disse Morella a Isidora,--Vieni a prendere Poldo e a vedere
se non si è fatto male.

--Ma che stupidaggini, ma che bestialità, ma che sentimentalismi, tu
mi metti fuori?--gridò Lorenzo, lasciando prorompere la sua ira.--Che
è, tuo figlio, Poldo? È un personaggio sacro, quel rospo?... E che mai
non si possa avere un'ora di pace, quando si viene a trovarti?

--Suvvia,--intervenne Federico, titubante, guardando a volta a volta
Lorenzo e Morella e Isidora.--Non esagerate tutt'e due....

--No, no, lasciami dire!--proseguì Lorenzo.

--Io non esagero, sai? Questa è una commedia, te lo assicuro. Tu non
conosci tua cognata. È una commediante di prim'ordine. Tu non sai
certe cose....

Si strappò di bocca la pipetta e la scaraventò a terra con violenza,
bestemmiando.

--Del bambino le importa quanto importa a me, ci scommetterei il
collo,--riprese Lorenzo.--Ma aveva bisogno di fare una scenata, e
l'occasione era bellissima.... Così ne avremo per tutto il tempo ch'io
rimarrò in campagna, fino a lunedì.... Lunedì la vedrai allegra e
vispa e contenta, e magari sarà la prima a rimandar Poldo a casa
sua....

--Non sai ciò che ti dici!--ribattè Morella.--Io voglio bene a Poldo,
perchè voglio bene a tutti i bambini, e poi perchè.... E non posso
tacere quando commetti qualche vigliaccheria....

Isidora che era presso Morella, le tirò la gonna, spaurita.... Il
volto di Lorenzo, purpureo, lucido, con gli occhietti neri animati da
una luce insolita, le faceva spavento.

--Te ne prego, Isidora,--esclamò Lorenzo,--conduci via tua sorella,
conducila da Poldo, dai contadini, in malora!...

--Andiamo, Enzo,--interruppe Federico.--Non dir parolacce.

--Parolacce?--ripetè Lorenzo.--Ma perchè non rimproveri mia moglie,
che parla impudentemente di vigliaccherie? Sabato scorso ha fatto
questa scoperta, che io sono un vigliacco; e me l'ha cantata sotto il
naso. Tu non sai, Federico, tu non sai nulla!... Ti ripeto che questa
è tutta una commedia studiata e preparata da tempo.... Conducila via,
Isidora, tua sorella, che non mi guardi con quella sua aria
sarcastica.

--Sì, andiamocene,--disse Morella.--Lasciamolo solo; è ignobile.

Trascinò Isidora per un braccio e s'allontanò con lei, ma alle loro
orecchie giunsero ancora le parole di Lorenzo:

--Io mi domando se non è pazza, da qualche tempo. Ora protegge e si
tira in casa i marmocchi pidocchiosi, perchè vengano a guastarci il
giardino....

E s'udiva anche la voce scorata di Federico, il quale tentava di
calmare l'altro:

--Sii ragionevole, Enzo... Si tratta di malintesi....

--Malintesi?...--urlò Lorenzo.--Sta a sentire: sabato scorso m'ha
cacciato dalla sua camera come un cane idrofobo. Stasera m'ha
inscenato questa farsa per giuocarmi lo stesso tiro, È o non è mia
moglie?... Ho o non ho il diritto...?

Morella si turò le orecchie con le mani e si diede a correre, per non
udire più, a correre verso l'orto, quasi verso un luogo di rifugio; e
vedendo sul cielo pallido spiccar la forma nota del ciliegio ormai
sfruttato, gli sorrise, lo raggiunse in un istante, si stese a terra
sotto la sua protezione, aspettando Isidora, la quale era rimasta
addietro.

La sorella comparve poco appresso, pallida e mortificata.

--Perchè è tanto cattivo Lorenzo?--domandò.

Aveva temuto di trovar Morella in lagrime, il viso bianco di furore e
d'offesa. La vide quieta, un'espressione ferma in volto, gli occhi
foschi.

--Peggio per lui!--esclamò.--E cattivo, ê villano, è ripugnante?...
Peggio, per lui! Non parlarmene più....

E ripensando a Poldo, seguitò con certo riso nella voce:

--Poveretto, il piccolo!... È scappato come una lepre, tu avessi
visto! Era venuto a cercar Falconaro, che gli voleva tanto bene e gli
aveva regalato il cavallo; e quest'altro me lo piglia a sassate! Tu
vedessi quant'è carino e pulito e timido. Falconaro gli voleva tanto
bene.... Andiamo a trovarlo; vuoi?




XVI.


Lorenzo Moro stava, tre giorni dopo, lavorando nella grande corsia dei
formaggi svizzeri.

Gli eran calati dalla provincia diversi mercanti, ed egli stesso
vigilava, come di solito, alla vendita. Due facchini toglievano
prestamente dalle alte impalcature, disposte lungo le pareti e
trasversalmente per tutto il vano della corsia, le grandi forme bionde
e piatte dell'emmenthal, e maneggiandole come dischi leggeri le
portavano innanzi ai mercanti.

Lorenzo, piantato nel fianco della forma un arnese di ferro lungo e
cavo, estraeva il «tassello», un pezzo conico di formaggio, e lo
offriva ai mercanti perchè lo gustassero.

Larghi di spalle e di ventre, paonazzi in viso, i mercanti discutevano
vociando la qualità e il prezzo; e le forme scelte eran pesate sopra
una stadera e messe in disparte; un impiegato, ritto alle spalle di
Lorenzo, notava in un taccuino, e i facchini rapidamente recavano
altre forme.

Lorenzo Moro aveva di quel commercio la passione attenta e la
cognizione perfetta, alle quali doveva la sua fortuna. Egli visitava
ogni giorno le corsie ove nell'ombra eran disposte le forme scure e
lucide del reggiano e le forme chiare degli emmenthal e le rosse sfere
degli olandesi, e il magazzino ove s'allineavano a centinaia i
gorgonzola ancora in attesa della barite e del rossetto che ne
fortificassero la crosta, e i locali a vôlta che accoglievano i pani
di burro giallo-dorato coperti da un velo umido.

Gli uomini di fatica, i quali dovevano curare l'assetto di quella
merce preziosa, temevano Lorenzo per la sua severità, e lo
rispettavano vedendolo lavorare con instancabile foga e con perizia,
ora tra i mercanti e i mediatori scaltriti, ora nel suo studio, tra i
commessi, sui registri, innanzi ai fasci della corrispondenza.

Gli acquisti ch'egli faceva, per cospicue somme, in Isvizzera, dove si
recava a scegliere egli stesso e a vigilar la fazionatura dei
formaggi, erano sempre fortunati; ma per allargare il suo commercio
aveva dovuto lottare lungamente.

Gli altri produttori di burro gli avevano contrastato la supremazia,
cercando di tagliargli la strada con una concorrenza sfrenata, a
prezzi di perdita. Egli s'era trovato più volte in pericolo, non
potendo resistere; e non era riuscito a tener fermo se non con l'aiuto
fiducioso e ripetuto di Edoardo Falconaro, che gli aveva fatto
prestiti importanti, liberalmente, a un interesse minimo.

Gli avversarii cedettero, vinti non solo dalla caparbia tenacità di
cui non s'erano stupiti, ma dalla provvista di danaro, di cui s'erano
stupiti molto, in grazia della quale aveva potuto Lorenzo
fronteggiarli.

Tra i conoscitori non si sapeva che Lorenzo disponesse d'un forte
patrimonio; ogni settimana si credeva di vederlo fallire e si
aspettava l'annunzio ch'egli restringeva la speculazione al formaggio;
e ogni settimana, pazientemente, egli vendeva il suo burro a prezzo
disperato.

Comunque fosse, checchè si dicesse intorno all'origine di quel danaro,
il danaro c'era, e pareva ce ne fosse ancora a staia, a udir le voci
sempre esagerate, che un tempo davano per inevitabile il fallimento, e
ora mostravano i favolosi capitali messi a disposizione di Lorenzo
Moro.

Gli altri cedettero; i nemici di ieri lo ammirarono. Non più avversato
dalla concorrenza pazza, il suo commercio fiorì; l'esportazione del
burro e del gorgonzola per le grandi case di commestibili fini che
prosperano a Londra, a Vienna e a Pietroburgo gli diede guadagni
lauti.

Edoardo Falconaro riebbe tutto il danaro prestato; Lorenzo Moro fu
ricco.

E continuava a occuparsi del suo commercio appassionatamente, de' suoi
rudi uomini olezzanti di cacio, e di quei mercanti vocianti danarosi e
furbi, che compravano da lui con larghezza.

Egli era grato a tutti della vittoria, e contemplava sovente le ampie
impalcature cariche di buon formaggio occhiuto e gocciolante, come il
poeta contempla le strofe canore e imaginose della sua lirica.

Una vittima della sorda guerra tra il burro e il formaggio c'era stata
tuttavia; ed era Mariano Frigerio, che di quei giorni commerciava egli
pure come Lorenzo e contro Lorenzo, e aizzato dagli altri, più
impetuoso e meno avveduto degli altri, aveva fatto grandi sacrifici,
producendo molto burro e gettandolo sul mercato con perdita.

Già stremato finanziariamente pei vizii e gli stravizii, per le donne
e il giuoco, Mariano aveva toccato il colpo finale in quella mischia,
ed era fallito lui in luogo di Lorenzo.

E andatosene dal quartiere di porta Ticinese, pel quale sentiva un
odio inenarrabile, lo si vedeva da tempo in compagnia di eleganti
sospetti, di femmine da conio, di industriali di non si sapeva quali
industrie.

Mariano aveva da poco valicata la quarantina.

L'anemia gli aveva sbiancato il volto così da dargli il colore d'una
patata cotta. Il suo portamento era stanco, molle, da uomo
indifferente e noiato, e la voce strascicante come il passo.

Ma non riusciva, con tutto questo, repulsivo; aveva bei modi; uno
spirito mordace, affinato nelle vicende scabrose della sua vita,
nutrito dalla non volgare consuetudine alla osservazione,
ringagliardito da un cinismo senza rimedio, gli dettava qualche volta
piacevoli ragionamenti. La sfiducia completa verso gli altri e sè
stesso lo faceva arguto; mancava di forza e di volontà, e ne rideva;
ma rideva pure degli «eroi» come Lorenzo Moro ed Edoardo Falconaro.

Dacchè aveva venduto la casa a Lorenzo, andava a trovare questo suo
compagno di scuola, per vedere che cosa ne sapesse foggiare il
«Tamerlano del burro», e lo stuzzicava, lo mordicchiava di continuo,
mentre Lorenzo, non abituato a giuocar di parole e inetto a scherzare,
sbuffava come un toro molestato da una mosca pungente e inarrivabile.

--Mi sembri molto impacciato, Enzo,--gli diceva Mariano, socchiudendo
gli occhi.--Non sei tagliato per essere padron di casa. Non hai messo
in ordine che la sala da scherma. È un fior di sala, confessiamolo. Io
vi facevo ballare la Ninetta e la Bruciata, in abiti leggeri,
d'estate, con un'orchestra di zanzare.

--Vedrai quando tornerà mia moglie. Ci penserà lei a metter tutto in
ordine!--rispose un giorno Lorenzo.

--Già; la tua signora ha buon gusto; basta guardarti!...

Egli conservava ancora intatte le venticinquemila lire della vendita.
Di tutti i suoi debiti non aveva pagato un centesimo, perchè erano
debiti onesti, che si potevan confessare in piazza; e per Mariano, i
soli debiti che non si potevan non pagare erano i debiti
inconfessabili, che danno paura, che si saldano sotto la tavola. La
vendita della casa, fatta rapidamente e abilmente, lo aveva messo al
sicuro da ogni molestia.

E con quelle venticinquemila lire aveva disegnato di tentare qualche
affare in Borsa, e ne aveva parlato con Edoardo Falconaro.

L'agente di cambio non dissimulò il suo stupore, dicendogli che la
Borsa non era speculazione confacente al carattere di lui; in un
batter d'occhio, con la sua imprevidenza, avrebbe visto sfumare il
piccolo capitale e sarebbe arrivato a giuocare senza il danaro pronto
in cassa, il che era pericoloso.

--Ma tu puoi consigliarmi!--obiettò Mariano.--Io ti obbedirò.

--Non mi obbedirai,--rispose Edoardo.--Sei audace e impressionabile, e
vuoi subito il guadagno grosso; ti conosco!

--Insomma, rifiuti di aiutarmi?--incalzò Mariano, piantando lo sguardo
obliquo negli occhi grigi d'Edoardo.--Hai pure aiutato Lorenzo anche
quando s'arrischiava molto.

L'osservazione era indiscreta, ma Edoardo non la rilevò e con molta
cortesia si sottrasse all'incarico di curare il suo giuoco. Egli
sapeva che Mariano non aveva che quelle venticinquemila lire e gli
spiaceva di vederlo gettarsi allo sbaraglio, in una speculazione
nuova, difficile e malfida, di cui non aveva un'idea esatta; e glielo
disse.

--Vuoi che torni al burro, insomma?--rimbeccò Mariano ridendo.--Se tu
non avessi aiutato Lorenzo sottomano, il «padrone del burro» sarei io,
a quest'ora.... Ma tu gli fornivi i capitali e gli davi forza contro
di me.... Se mi facessi guadagnare un pochino oggi, in Borsa,
ripareresti al male che mi hai fatto.... Hai molta simpatia per quel
tuo Lorenzo; è una cosa inesplicabile!... E non appartiene alla tua
razza, diciamolo; mi pare un teppista.... Tu sei più elegante ed
educato; devi piacere alle donne. Dunque niente, non vuoi insegnarmi
il giuoco?... Almeno se ti domandano, darai buone informazioni di me
in Borsa?

--Io sono onesto,--fece Edoardo seccamente, rispondendo all'ultima
domanda e insieme a tutte le insinuazioni del Frigerio.

Questo dialogo, avvenuto due o tre giorni dopo che Edoardo era tornato
da Villa Mora, non rimase senza eco nell'animo di lui. Si ricordò che
Morella sentiva per Mariano una repulsione istintiva, quasi
indovinasse nel pallido uomo un nemico naturale; e le parole ambigue
intorno alla protezione ch'egli giudicava «inesplicabile» accordata da
Edoardo a Lorenzo, parevan fatte per afforzare la diffidenza di
Morella.

Si lasciarono i due uomini, stringendosi la mano con un sorriso, ma
risoluti a guardarsi l'un dall'altro.




XVII.


Quella mattina in cui Lorenzo Moro andava contrattando co' suoi
mercanti allegri nella grande corsia dei formaggi svizzeri, Mariano
Frigerio capitò in magazzino, e stette familiarmente ad assistere,
seduto sopra una pila di cassette, fra la paglia che serviva per le
spedizioni.

Nessuno badava a lui; tutti lo conoscevano e lo trattavano senza
cerimonie; egli era nel regno da cui la mala fortuna e la imprudenza
sua l'avevan cacciato, e si godeva a vedere il lavoro degli altri.
Faceva di tanto in tanto qualche riflessione, ora approvando quello
che dicevano i compratori, ora quel che diceva Lorenzo, per prendersi
beffe dell'uno e degli altri, con molta serietà.

--Dovreste darmi la mediazione!--osservò infine.

--A lei? Lei è un signore. Ha le scarpette verniciate!--rispose uno
dei mercanti.

--E tu hai il portafoglio bisunto!--egli ribattè.--Quando comperavi il
mio burro, i tuoi biglietti di Banca mi restavano attaccati alle dita.

--Buon segno; porta fortuna,--disse il mercante con una
risata.--Significa che si guadagnano in fretta e si spendono
adagio....

--Io faceva tutto il contrario; guadagnavo niente e spendevo molto.

--A lei piace scherzare....

--Con le donne,--incalzò un altro mercante.--A vestire una donna
occorrono tutte queste forme di emmenthal,--soggiunse, toccando del
piede una colonna di formaggi biondi.

--A vestirla?... Ah! sciagurato!--esclamò Mariano comicamente.--Non te
ne intendi; si spende di più a svestirla; un emmenthal per farle un
abito, e due per levarglielo....

I mercanti diedero in una risata, battendosi la pancia.

Era tra loro uno, Scopa, uomo semplice e terribile, già condannato per
ferimenti, ricco, linguacciuto, provocatore, che più degli altri
piaceva a Mariano; questi lo prendeva spesso di mira, dilettandosi a
far la mosca insoffribile, come già faceva con Lorenzo; un pugno di
Scopa lo avrebbe freddato, e perciò Mariano gli andava sotto, lo
inveleniva, lo scherniva e rimaneva impassibile, contando sulla
magnanimità della sua vittima.

Per compenso, il feroce uomo era il solo che dava confidenzialmente
del tu al Frigerio, e pareva che questo diritto accordatogli
tacitamente dal suo molestatore gli calmasse il bruciore delle
sferzate, che Mariano gli assestava.

--Tu sei sempre a scherzare!--disse Scopa, gettandogli una torbida
occhiata.--Noi qui ancora a guadagnarci il pane, e tu a guardarci con
le mani in tasca e la sigaretta in bocca.

--Vorresti calzare anche tu le scarpette di vernice?--esclamò ridendo
Mariano.--Con quei piedi, che paiono carrozzoni del tram di Monza?...
Ciascuno fa il suo mestiere: tu sbuffi, e io ti guardo!

--Vedremo la fine,--ribattè Scopa, tergendosi il sudore delle braccia
nude con un amplissimo fazzoletto rosso.--Io morirò in pace, e tu
creperai di fame.

--Morirà in pace al reclusorio di Pallanza,--disse Mariano agli
altri.--E come vuoi ch'io crepi di fame, se vivo sempre al fianco di
Lorenzo Moro, tra un «grana» e un «friburgo»?

--Ti brucerai le cervella;--sentenziò Scopa tranquillamente.

La predizione non piacque a Mariano Frigerio; si lasciò scivolare a
terra dall'alto delle cassette, e si fece incontro al mercante
poderoso.

--Ripetilo!--esclamò.--Ripeti che mi brucerò le cervella....

Scopa lo guardò ridendo; l'uno di fronte all'altro, a petto a petto,
sembravano orso e scimmia.

--Ti brucerai le cervella, buffone!--ripetè Scopa bonariamente.

--Per Dio!--gridò Mariano.

E fra le risate dei mercanti chiassosi, andò a sedere di nuovo,
pacifico, sulle cassette pronte per la spedizione.

--Ti ricordi,--riprese Scopa, grato all'amico del rispetto che
dimostrava per la sua forza erculea,--ti ricordi quando venivi in
piazza, la mattina, e in un'ora spacciavi tutto il tuo burro? Bei
tempi quelli!...

--Dio ti maledica!--esclamò Mariano,--Eran bei tempi per te. Devi aver
messo da parte una collezione di biglietti da mille, e io e Lorenzo si
giuocava a regalarti la roba. Adesso Lorenzo te li fa risputare a uno
a uno!...

Intento a vigilare i facchini, i quali andavano trasportando i
formaggi venduti per caricarli sul carro che attendeva in cortile,
Lorenzo non disse verbo.

--Certo,--osservò Scopa filosoficamente,--Dacchè il povero Mariano fa
come i cantanti senza scrittura ed è costretto a guardarsi le scarpine
di vernice, il mercato non è più così divertente!...

Nel duello d'insolenze, Mariano era rimasto al disotto, e la sconfitta
gli bruciava.

--Canaglia!--sibilò tra i denti.

--Abbiamo finito?--disse Lorenzo.--È tutto caricato?

Gli uomini di fatica risposero con un cenno del capo.

--E allora, via!... Arrivederci!

I mercanti s'avviarono; Mariano tornò a scivolar dalle cassette.

Ma tutti si fermarono a un fruscio di sottane.

Sul limitar del magazzino era comparsa in quel punto Morella, vestita
di bianco, guantata di bianco, con un cappello di paglia bianco ornato
di grandi piume bianche.

Gli uomini la squadrarono con ammirazione, fermati da quella eleganza
nitida e dallo svelto portamento della giovane. Non salutarono, per
rispetto, e rimasero muti.

--Andiamo?--ella disse a Lorenzo.--Falconaro ci attende.

Non aveva veduto Mariano Frigerio che alle spalle dei formaggiai era
coperto dalle loro ampie figure. Al nome del Falconaro pronunciato da
quella voce morbida, gli occhi di Mariano ebbero un guizzo di luce, ed
egli, fattasi strada fra i grossi uomini, col cappello in mano, si
presentò alla giovane d'un tratto inchinandosi.

--È un secolo che non ho il piacere di renderle omaggio,--egli disse
galantemente.--Lei non se ne sarà accorta, ma io l'ho pensato più
volte.

Scopa urtò del gomito un collega, bisbigliandogli all'orecchio:

--Vedi che moschino con le femmine!...

Morella si sforzò a sorridere, e tese la mano al pallido uomo che le
stava innanzi, ancora con la schiena curva. Poi lo guardò, rapidamente
ma acutamente. Le tornò al pensiero la storia della sua casetta,
venduta per quindicimila lire meno del valore, e un sentimento di
compassione la prese.

--Lei è molto gentile,--disse con voce carezzevole.--Io sto in
campagna da parecchio tempo.

--Ma è già tornata?--fece Mariano con una mossa di sorpresa, alzandole
dritti gli occhi negli occhi, bruscamente.

L'anima di Morella tornò a chiudersi e a diffidare.

--Per pochi giorni,--disse,--per il trasporto della casa....

Il circolo dei mercanti intorno alla donna lussuosa si ruppe; a uno a
uno, chetamente, filarono per la porta e se ne andarono con un'ultima
occhiata cupida a Morella, la quale non pareva, nonchè della loro
ammirazione, essersi avvista della loro presenza.

--Ah, la casa, la casa!--esclamò ridendo Mariano.--Lorenzo mi diceva
infatti che lei sarebbe venuta a Milano e avrebbe messo tutto in
ordine. Egli è come un pulcino nella stoppa....

S'avviarono, Morella nel mezzo, gli uomini ai suoi fianchi, fuori del
magazzino, attraversando il cortile ingombro di casse, cosparso ancora
di trucioli e di paglia lunga.

--E come le è parsa la casa?--continuò Mariano.

La giovine sorrise, stringendosi nelle spalle.

--Preferivo il mio appartamento di via Bigli, devo confessarlo. La
casa è bella, il giardino è grazioso, ma il quartiere è troppo fuori
di mano....

--Quartiere di gente selvatica,--disse Mariano.--Ci si troverà male!

E con audace disinvoltura, si volse a Lorenzo e seguitò:

--Te l'avevo detto, io; non è casa adatta a una signora elegante....
Ma tu l'hai voluta, a qualunque costo, a prezzo d'affezione, a rischio
d'affogarmi nell'oro....

Lorenzo fece un grugnito, non gustando punto lo scherzo; ma a Morella
sembrarono quelle parole una chiara accusa d'usura; Mariano era stato
derubato nella vendita di quindicimila lire, e pure scherzando non
esitava a rammentarlo, alla presenza stessa della donna. Essa lo
guardò di nuovo, tra stupita e compassionevole.

Sulla porta del casamento, innanzi alla quale aspettava la carrozza
con cui era giunta Morella, Mariano si scoperse il capo e salutò la
giovane, che metteva il piede sul predellino.

--Arrivederla presto, signora!--disse inchinandosi
profondamente.--Ciao, Enzo!...

E cacciate le mani nelle tasche della giacca, col bastone ricurvo
appeso all'avambraccio sinistro, la sigaretta pendente dal labbro
inferiore, se ne andò fischiettando.




XVIII.


Arrivata a Milano quel lunedì con Lorenzo e la cameriera, Morella era
scesa in via Bigli, ove il suo appartamento l'aspettava ancora
intatto, mentre già Lorenzo abitava e dormiva fuor di porta.

Aveva visitato subito la casa nuova e aveva finito presto, perchè
all'infuori delle camere che Lorenzo aveva fatto addobbare per sè,
nulla era pronto, nulla era stato toccato.

Da sola, girando Milano con la vettura, in poche ore lanciò un
manipolo d'operai nella casa per ripulire, far gli impiantiti, ornare,
tappezzare; corse in certi negozi di stoffe e di parati, e diede
commissioni precise; passò un istante da suo padre per domandargli
qualche consiglio e vedere qualche modello.

E poco dopo mezzogiorno faceva la sua apparizione tra i formaggiai
della cui presenza non era punto impacciata, e andava a prender
Lorenzo, il quale nel frattempo aveva telefonato a Edoardo per
invitarlo a colazione al caffè dei giardini pubblici. Morella era
lietissima.

Amava così gelosamente la sua Milano, ne viveva con tanto piacere la
vita, ne sentiva il tumulto, la febbre, la superbia, l'ardire, la
supremazia con tanta acutezza e con tanta gioia, ch'ella vi sarebbe
rimasta anche nei mesi più caldi senza soffrirne; e solo in omaggio
alle consuetudini, passava quattro mesi ogni anno a Villa Mora, dai
primi di giugno agli ultimi di settembre. Ma ogni volta che per
capriccio o per necessità ritornava a Milano, era contenta.

Le pareva che sempre, in tutte le stagioni dell'anno, Milano fosse
bella; bella d'una sua bellezza speciale, non fatta d'arte e di
monumenti e di dorate patine preziose e d'impareggiabili edifici, ma
di forza e di prepotenza, di movimento e di fretta, e d'una volontà
gagliarda, a formar la quale concorrono la riflessione e l'audacia.

Figlia di quel Tito Bardi che aveva accumulato un patrimonio con
infiniti sacrifici d'ogni giorno, e circondata poi da uomini che
lavoravano con tenacità e vivevano con la larghezza di chi ha
guadagnato e sa di poter guadagnare, Morella si compiaceva
dell'espressione formidabile della sua città, nella quale erano e
lusso e ricchezza, e poesia e pazienza, e pratica e sogno.

Aveva visitate altre città in diverse occasioni o con i parenti o con
Lorenzo, ammirandole e sentendovisi perduta e timorosa; ne guardava la
bellezza così diversa, sapiente e delicata, non osando confessarsi che
desiderava tornarsene alla sua città. Era di quella schiatta di
milanesi che vivono e muoiono a Milano e che in Milano vedono tutto un
mondo, hanno tutto un mondo.

Ma alla somma di sentimenti ordinari, ch'ella non poteva analizzare,
un nuovo s'era aggiunto quel giorno, e li soverchiava tutti: il
piacere di rivedere Edoardo, la speranza di passar con lui qualche
ora, da sola a solo, con qualche pretesto che certo sarebbe riuscita a
trovare.

Non appena furono in carrozza, e la carrozza fu lontana dal quartiere,
Morella disse risolutamente, guardando Lorenzo:

--Bisogna restituire quelle quindicimila lire a Mariano!...

Lorenzo sbarrò gli occhi stupefatto, soffiando.

--Quindicimila?... restituire?...--egli ripetè.--Che cosa ti sogni?

--Non sogno. Hai udito quel che ha osato dirti in faccia il Frigerio?
Ti rimprovera d'avergli comprata la casa a un prezzo troppo basso.

Lorenzo, se la carrozza scoperta non avesse percorso strade popolose,
avrebbe certo fatto qualche gesto brusco; ma si rattenne a fatica e
volgendosi con tutta la persona verso la donna, rispose vivamente,
adoperando una frase abituale:

--Tu devi essere matta. Con le tue idee, non ci sarebbero più a questo
mondo nè vendite nè compere. Mariano ha venduto con contratto regolare
la sua casa per le venticinquemila lire che io gli ho snocciolato. E
ora devo dargliene altre quindicimila, come regalo, perchè egli fa
intendere che è pentito dell'affare? Non discorriamo di cose delle
quali non capisci nulla....

--E tu credi ch'io vivrò in una casa comprata in cotesto modo?--fece
Morella freddamente.

--A che modo? al modo di tutti; comperata comperandola, ecco; cioè, il
proprietario chiedendo quaranta, io offrendo venti, e ambedue
accordandoci per venticinque.... C'è qualche cosa di disonesto?... Non
vedo.... Secondo te, si compera dando più di quel che chiede chi
vende?... Ti ripeto di non parlar di cose che non ti riguardano....

Morella non parlò più, infatti; e passando con la carrozza per via
Torino, per piazza del Duomo, per via Manzoni, sogguardava i negozi
conosciuti, la gente che si recava a mangiare, stipata nelle vetture
del tram, curva sulle biciclette, frettolosa per la strada. Risalutava
la sua Milano, affocata e sonnolenta, e tuttavia costantemente
operosa.

--Restituire!--esclamò d'un tratto Lorenzo, il quale aveva seguito e
ruminato per tutto quel tempo il suo pensiero.--Certi spropositi
fortunatamente non li dici che a me; perchè se ti udisse qualcuno che
non mi conosce, crederebbe ch'io abbia rubato quindicimila lire a
quell'imbecille di Mariano.... Imbecille veramente no; sa con chi
parla; ha capito subito che a te poteva tirar la frecciata, e tu te la
sei lasciata accoccare.... L'imbecille non è lui....

--L'imbecille sono io?--domandò Morella sorridendo con indifferenza.

--Pigliala come vuoi!--rispose Lorenzo.

E quando la carrozza, dopo avere percorso via Manin e parte del
bastione di porta Venezia, si fermò all'ingresso dei giardini
pubblici, egli concluse:

--Spero che non ripeterai queste stupidaggini a Edoardo. Eccolo qua.

Edoardo, avvicinatosi in quel punto alla vettura, stese la mano a
Morella per aiutarla a discendere. Si fissarono negli occhi e si
sorrisero.

--Siamo in ritardo?--chiese Lorenzo mentre pagava il vetturale.

Dando la mano a Morella, serrandola tutta in uno sguardo, aspirandone
l'odore della pelle bruna, Edoardo ebbe la sensazione precisa di quel
corpo di donna duttile, fresco, fragrante, sotto la veste immacolata.

--Dicevo se siamo in ritardo?--ripetè Lorenzo, raggiungendo gli altri
che si avviavano al padiglione del caffè.--Stai a guardare mia moglie
come tu la vedessi per la prima volta!

--Ah!--esclamò Edoardo con un sussulto.--Sì, siete.... No non siete in
ritardo.... Guardavo la tua signora. Infatti! Mi pare nuova.

Morella ruppe in una risata, a quella bizzarra espressione.

Era nuova per lui; andava incontro a una vita nuova con decisa e gaia
fermezza, e nulla poteva esserle più gradito in quell'istante che lo
strano elogio sfuggito irresistibilmente alle labbra di un uomo,
ch'ella aveva scelto e soggiogato col suo spirito imperioso.

Edoardo, dal canto suo, preso nel turbine, se ne allietava. Quella
stessa mattina, ricevendo l'invito di Lorenzo che gli annunciava per
telefono anche l'arrivo di Morella, aveva capito; e ricordate le
ultime parole di lei a Villa Mora, «Non voglio che parta.... Si fermi
a Milano.... la vita può anche non essere pesante», s'era detto
ch'ella veniva a Milano per darglisi.

Non ebbe sguardi per Lorenzo. Era l'amico di ieri, l'uomo che gli si
era affidato ciecamente nelle ore più tristi e più difficili del suo
cammino, l'uomo ch'egli aveva fatto trionfare? Non ricordava più
nulla, non lo vedeva più.... Una bruma densa aveva improvvisamente
circondato Lorenzo, lo aveva allontanato per sempre dall'animo di
Edoardo, togliendo a questi ogni ricordo d'affezione e di
consuetudine.

Così Morella ed Edoardo, allegri per un'allegria nervosa che si
conteneva a fatica, chiacchierarono e risero tutto il tempo della
colazione; Lorenzo era più grave, ma sorrideva di sovente, ed
ascoltava.

Non c'eran che quei tre sulla terrazza del caffè Montemerlo, chiusa
tra il verde smagliante del prato e il più cupo degli alberi. L'antico
caffè era caro alla giovane. Poco frequentato la mattina, bizzarro con
quella insolita forma somigliante a un'immensa tenda, con quelle
nicchie occupate da divani e da tavole intorno alle quali il più delle
volte sedevano a colazione coppie d'innamorati, rammentava a Morella
giorni lontani della sua fanciullezza.

V'era venuta spesso col padre, dopo aver giocato insieme ad altre
bambine sullo spiazzato ch'era innanzi al caffè, dalla parte opposta
della terrazza, presso la rotonda della musica; e con loro veniva
anche «Bluff» il piccolo compagno della fanciulletta, chiassoso e
paziente, che non appena sedevano innanzi al tavolino intonava una
violenta dimostrazione di gioia e di plauso, abbaiando furiosamente
fin che Morella non gli avesse dato un grosso biscotto.

C'era molto silenzio, là intorno, e una bella pace. Vi venivano così i
piccoli borghesi, che gettavan briciole ai passerotti saltellanti
presso i tavolini della terrazza, come vi si davan convegno i ricchi.
Non c'era mai ressa; per parlar d'amore e di confidenze, per leggere,
centellando una bibita fresca, per oziare e vagar col pensiero, per
avere un'ora di calma tra le molte ore fragorose della vita milanese,
Montemerlo era stato edificato apposta.

E questo senso di tranquillità, quasicchè il tempo scorresse là più
lento e più mite, era per Morella rispecchiato nella persona del capo
cameriere; un vecchio dritto e adusto, ch'ella aveva veduto sempre in
tutti i ventisei anni di sua vita e aveva udito sempre rimpiangere la
sua Venezia; egli conosceva lei come tante altre signore giovani
cresciutegli sotto gli occhi, dai giorni in cui erano apparse al
Montemerlo accompagnate dalla nutrice, ai giorni in cui v'erano andate
con la famiglia e col fidanzato, e poi col marito e coi figlioli.

Morella raccontava tutto questo rapidamente, gentilmente, guardandosi
attorno e sgretolando coi piccoli denti uguali, tra una portata e
l'altra, un certo pane dorato e crocchiante che le piaceva.

Edoardo notò con maraviglia che gli occhi di lei s'eran fatti d'un
colore avana più brillante, quasicchè la luce fosse cresciuta
d'intensità; ne seguì i gesti, lo sguardo, le movenze, ne osservò via
via la bocca, le mani, il busto agile, ed ebbe l'illusione che i veli
onde è difesa e protetta ogni giorno la donna dalla nostra curiosità
concupiscente, fossero per lui caduti; egli vedeva, nettamente la
femmina trepida ed eccitante, e le sentiva intorno un profumo acuto,
un'atmosfera infuocata, quasi creata dal torrido desiderio che lo
turbava fino in fondo al cuore.

Poi si volse a Lorenzo, il quale, ascoltando le chiacchiere graziose
di Morella e interloquendo di tanto in tanto, l'aveva fissata più
volte, e non aveva rilevato nulla, perchè i suoi nervi eran calmi. E
notando che tra loro due, ubbriachi di desiderio impaziente, l'amico
mangiava fiducioso e ignaro, attardandosi nell'onesto e ingenuo
diletto della tavola, Edoardo fu punto dal rimorso, e gli parlò di
quel che più poteva distrarlo, di affari, supplicando Morella con
un'occhiata, perchè lo perdonasse della noia che doveva infliggerle.

Finalmente si levarono, mentre il vecchio cameriere s'inchinava, e
Morella lo salutava con un sorriso. A piedi raggiunsero il corso
Venezia; e detto a Morella che sarebbe andato a prenderla verso le
otto in via Bigli, per il pranzo, Lorenzo aggiunse:

--Tu l'accompagni?

--Se alla signora non dispiace,--rispose Edoardo,--posso tenerle
compagnia un poco.

--Sì, mi accompagni; devo fare ancora diverse compere, e lei mi
consiglierà. Addio, Enzo!

Lorenzo Moro fermò una carrozza, vi salì, ripartì per il suo quartiere
di porta Ticinese.

Nulla di più familiare a Morella e ad Edoardo della bianca e ampia
strada ch'era il corso Venezia, quasi deserto a quell'ora sotto il
sole folgorante, coi palazzi dalle finestre chiuse; e tuttavia sembrò
a entrambi che avesse quel giorno un aspetto inusato, che stendesse
loro le sue interminabili braccia e li guidasse con la sua linea
rigida.

--Andiamo davvero a far compere?--mormorò Edoardo quasi sottovoce.

Morella che camminava a testa bassa, riparandosi con l'ombrellino
candido, volse il capo e rispose semplicemente:

--Come vuole.

--Cammina molto adagio, lei!--osservò Edoardo sorridendo, con un
tremito nella voce.

Ella allungò il passo, obbedendo.

--Sa dove abito io?--riprese Edoardo.

--Sì,--fece Morella,--In via Monte Napoleone.

--Al secondo piano d'un gran palazzo,--continuò Edoardo,--ove sono
agenzie assicuratrici, studii d'avvocato e una modista al terzo. Il
portiere non arriverebbe a tener d'occhio tutti quelli che salgono e
scendono. E per questo, non c'è....

Morella non rispose.

Pensò che alla mattina aveva sperato in qualche pretesto per trovarsi
da sola a sola con Edoardo, mentre ora tutte le cose si svolgevano
pianamente, alla luce solare, con una infernale semplicità; e sorrise,
dentro, della sua imperizia.

Seguitò a camminare a testa bassa lungo quel corso Venezia
interminabile e accecante, col lastrico che abbruciava. Quando ne
furono a capo, ella fece per attraversare, entrando nel corso Vittorio
Emanuele; Edoardo l'avanzò d'alcuni passi, obbligandola a piegare per
via Monte Napoleone.

Morella sentiva nelle orecchie un ronzìo insistente, come se il sangue
fosse affluito tutto alla testa; e un battito in gola e un palpitare
spasimoso del cuore.

Vide che Edoardo si toglieva il cappello salutando qualcuno, con
un'apparenza perfetta di calma; poi Morella entrò nel grande arco
d'una porta, ai cui lati eran numerose targhe d'ottone. Salì una
scalinata, a sinistra, mentre Edoardo la precedeva rapidamente.

Nessuno per le scale.

Passò il limitare. Le persiane eran chiuse, e una frescura squisita le
alitò in faccia.

Ritta in quella penombra, senza una parola, fu ghermita a un tratto
per il busto come una preda lungamente bramata e lungamente bramosa,
stretta, avvinta, piegata sui ginocchi.

Ed ebbe e rese un bacio così furibondo tra rantoli sommessi, che le
bocche ne sanguinarono agli angoli, con un filo di sangue vivido e
caldo.




XIX.


Mariano Frigerio s'era ridotto a vivere in due camere di via
Passerella; due camere scarsamente illuminate, che per la qualità dei
mobili e dei gingilli davan piuttosto idea d'un magazzino che non
della dimora d'uno scapolo scioperato.

Eran quelli gli avanzi d'un lusso e d'un gusto, i quali dopo il
fallimento di Mariano, più non s'eran potuti manifestare; egli aveva
raccolto là tutto quanto gli era riuscito di togliere alla sua casa
prima di venderla, senza impoverirla troppo.

E così nella camera da letto, sopra il camino marmoreo il cui
frontale, ornato da un festone, due donne dalle poppe tumide
sostenevano ai lati, eran posati vasi d'antica porcellana cinese,
fondo nero a rabeschi d'oro, di bellissimo effetto, e una pendola
settecentesca, la cui svelta linea ad anfora era interrotta da due
serpenti che scendevan pei fianchi e s'inanellavano intorno al
quadrante, e tabacchiere dorate, incrostate di pietre, ornate di
miniature.

Nel mezzo della camera, un cassettone di mogano, semplice e snello su
quattro colonnette, ornato da bronzi e fasce a treccia, dorati e
cesellati; e tra le due finestre, capace, soffice, voluttuoso, un
letto veneziano col padiglione che le colonne scanalate a piedi di
leone sorreggevano.

Poi, in un disordine indescrivibile, coppe e candelabri e piatti e
parafuoco e piccoli bronzi e piccole porcellane rappresentanti quasi
tutti amori e amplessi, e poltrone di stile, e seggiole rusticamente e
ingenuamente scolpite.... Oggetti comperati all'incanto, in diverse
occasioni, prima per capriccio, poi più frequentemente per trafficarne
quando se ne fosse presentato il destro.

Mariano viveva in quella camera e nell'altra, che aveva preso il nome
di salotto, forse perchè letti non ve n'erano, ma che come la prima,
sembrava un magazzino disordinato di cose disparatissime, alcune assai
pregevoli, altre senza merito d'arte nè valore, se non quello d'esser
comode, come certe poltrone e un divano di cuoio, che Mariano aveva
definito «arredamento per pancioni».

Da quando una sua amica per isbadataggine aveva rotta una coppa di
cristallo estrosamente decorata con una fascia d'oro chiudente un volo
di civette, egli non voleva più donne per casa. Ma andava a cercarsele
in un certo caffè poco lontano.

Era un caffè servito da «chellerine» graziose col loro abito nero, il
grembiale bianco, e la cuffietta di trine. Mariano aveva per amante la
più giovane, Stella Bonaretti, già esperta, a diciott'anni, d'uomini e
d'amori, ignorante d'ogni altra cosa, e allegra, scaltra e qualche
volta infantilmente sciocca.

Una sera le aveva detto, a guisa di madrigale:

--A voi, cara mia, si potrebbe scrivere sulle spalle: «Non toccare.
Pericolo di morte».

--«Non me lo dichi!»--ella esclamò con la espressione canzonatoria
delle ragazze plebee milanesi.--Che cosa significa?

--Significa che voi siete una fanciulla, la quale può dare brividi e
morte....

--La donna elettrica, per la fiera di porta Genova,--spiegò Stella a
sè medesima.

Ma considerando che tra quei frequentatori o rovinati o loschi,
Mariano figurava come gran signore e uomo d'alta levatura, non gli
oppose che la resistenza sufficiente a fargli capire che non era una
ragazza da strada, e quando s'accorse ch'egli n'era tanto persuaso da
esserne annoiato, si lasciò prendere volentieri.

Egli fu del resto gentile, e le fece più regali di roba e di denaro
ch'ella non avesse mai sperato; perchè Stella Bonaretti, figlia al
portinaio d'una casa di via San Giovanni sul Muro, era modesta e
discreta, e godeva ad essere invidiata dalle compagne.

Mariano, anche, non aveva carattere difficile; accolte con benevolenza
le promesse di fedeltà cieca, si contentava che l'amica non lo
tradisse coi frequentatori del caffè. Non ne era geloso, non intendeva
toglierla al suo mestiere, «leggero in tutti i sensi» egli diceva; e
quando la voleva in ore di servizio per suo capriccio o per condurla a
teatro o a una festa di ballo, pagava la multa al proprietario del
caffè.

Tra quella piccola gente, giocatori a mal partito, eleganti d'altri
tempi, figli di famiglia che frequentavan le «chellerine» per farsi
un'esperienza, Mariano godeva considerazione grande; sapeva prestar
qualche denaro e dimenticarsene; ciò gli era utile per negare a mano a
mano il credito a tutti i suoi amici, che non avevano pagato il debito
precedente.

E passava gran parte della giornata in quel caffeuccio, tra le
gonnelle delle ragazze, sbadigliando innanzi a una tazza di birra,
raccontando e inventando avventure della sua vita, dando del tu a
tutti, interessandosi alle imprese ridicole dell'uno, ai dolori
sentimentali dell'altra, leggendo le lettere che gli ammiratori
scrivevano a questa o a quella «chellerina», uscendo, tornando,
attardandosi a pranzare con Stella, chiamando a convegno in quel caffè
le persone rispettabili che gli eran rimaste amiche, giocando a domino
con un vecchio brontolone, facendo da protettore e da consigliere,
indifferente e paterno, con quel sarcasmo ora nella voce ora nella
parola, da cui non sapeva dipartirsi neppur quando era sincero.

La vendita della casa gli aveva rifornito il portafoglio, e alla sua
amante era toccato in regalo un paio d'orecchini preziosi, che avevano
aumentato il prestigio onde l'uno e l'altra erano circondati.

Stella lo amava seriamente, ormai; gli era veramente fedele; e questo
fatto inatteso lo aveva percosso di stupore prima, e poi lo aveva
inquietato.

Ma si lasciava trascinare, divertendosi a vedere sconfitti e respinti
gli uomini e i ragazzi che tentavano di portargli via la fanciulla, la
quale, tutta elegante e profumata, andava facendosi veramente
appetibile.

--Purchè non sia feconda!--pensava Mariano, guardandola di traverso,
quando ella dormiva coi capelli neri sparsi sul guanciale e la bocca
socchiusa.--La portinaia di via San Giovanni sul Muro ha pure avuta
una figlia, che è questa; speriamo che questa la pensi diversamente da
sua madre.

E teneva la ragazza in un'apprensione continua, avvertendola che «se
fosse stata feconda» l'avrebbe piantata subito.

--Ti figuri che bel farabutto nascerebbe da una «chellerina» e da un
gentiluomo? Mi par di vederlo.... E poi in tesi generale, nulla è più
vile e animalesco della fecondità....

Stella Bonaretti lo guardava intontita, i grandi occhi castagni
sbarrati, per capir bene quel ragionamento di cui non aveva mai udito
l'uguale.

--Io non sono una mosca; sono le mosche, che lasciano sporco dove
passano.... Io non voglio lasciar nessuna porcheria dietro di me....
Siamo intesi?... Non farmi un «chellerino» perchè sono capace di
gettarlo dalla finestra....

Questo sermone fu snocciolato una notte in cui Mariano era più nervoso
e malcontento del solito; per affezione e per degnazione, consentiva
qualche volta ad accogliere Stella in casa sua e a lasciarla dormire
nel letto veneziano capacissimo.

Ma la mala ventura di quell'altra, che aveva spezzato la coppa col
volo delle civette, stava sempre in mente a Stella, la quale camminava
guardinga e timida, spogliandosi con mille precauzioni per non urtare
del gomito le altre coppe, per non dar del piede in qualche porcellana
che giaceva a terra, per non muovere nemmeno l'aria.

Quella notte, Stella s'era seduta in un angolo, sopra una seggiola
alla Savonarola, e perchè quasi ignuda, stava per coricarsi e Mariano
ancora vestito non finiva il suo discorso, ella s'era gettata sulle
ginocchia un drappo rosso e aveva posato i piedi con cautela sopra una
pelle di tigre, della quale sentiva con piacere il pelo liscio sotto
le piante.

E così ascoltava, guardando ora Mariano, ora i bronzi fàllici, ora il
letto prezioso, non sapendo tra tutte quelle cose quale incutesse
maggior paura e maggior rispetto; e annuendo col capo alle parole o
alle frasi che per esser più difficili le sembravano più importanti.

Non era la prima volta che Mariano la minacciava; minacciandola,
l'aveva a poco a poco ridotta umile e docile; e se ne irritava, perchè
gli sembrava che con tanta bontà, con sì devota affezione, ella
cercasse di crearsi un diritto e di portarsi più in alto per non
essere cacciata.... E la minacciava anche peggio; cosicchè la ragazza
era terrorizzata dall'idea di spiacergli, e viveva come camminava in
quella strana camera da letto: in punta di piedi, sbirciando a destra
e a sinistra, tremando sempre di rompere qualche cosa, la coppa o
l'amore, l'incanto o la pendola, il sogno o la porcellana cinese.

Mariano s'era fatto più bisbetico il giorno in cui, imbattutosi in
Morella Moro, che andava a prender Lorenzo, aveva udito quella voce
vellutata pronunciare il nome del Falconaro:

--«Andiamo?... Falconaro ci attende!»

E gli occhi di Mariano avevano avuto un guizzo di luce e la sua mente
un lampo d'intuizione.

--Hai capito?--s'era detto.--Hai udito?... Falconaro; Falconaro
dappertutto.... Questa bella donna è la sua amante; o lo diventerà, se
non lo è ancora.... Adesso mi spiego perchè Edoardo aiutava Lorenzo;
gli gettava l'oro negli occhi, invece della polvere; e come interesse
gli ha preso la moglie. Lo aiuta e lo fa becco.... Ed è carina; per
Dio, se è carina!... Proprio il tipo che piace a me; magra, bionda,
vibrante, superba; una di quelle donne intelligenti e orgogliose che
son capaci di tutto.... Falconaro ha i quattrini e le femmine eleganti
e intelligenti; io ho dei debiti e la figlia della portinaia, quel
tremendo empiastro che non so più come levarmi di dosso.... Purchè non
sia feconda!... Falconaro se ne può ridere, lui.... C'è il papà
pronto; quel caro Lorenzo!... Per Dio, che idiota quel Lorenzo!...
Egli crede ancora adesso che Falconaro gli abbia prestati tanti denari
solo per farlo diventare il Napoleone del burro, come se il burro
importasse molto al Falconaro.... Non s'è avveduto, no, che intanto il
Falconaro gli portava via l'altro burro; e che bel burro, e che burro
tenero, e che burro gustoso!... Povero Lorenzo!... Stava a sbuffare e
a sudare nel magazzino, tra quella canaglia pericolosa del suburbio, e
la moglietta tutta bianca veniva a prenderlo per passare un'oretta col
Falconaro, col solito Falconaro, col troppo solito Falconaro!... E lui
a portare il lume, intanto che gli altri due se la saranno intesa, coi
piedi e con le mani, sotto la tavola!... E se glielo dicessi?... Se
glielo facessi capire?...

Questa idea, venutagli di traverso, repentinamente, gli troncò netto
il soliloquio; ed egli seduto al caffè, dopo colazione, in quel
medesimo giorno, in quella medesima ora in cui Morella si lasciava
possedere con sì cieca bramosìa da Edoardo, rimase a guardar fuori,
nella zona d'ombra proiettata dalla tenda ch'era innanzi al negozio, e
fissò a lungo, senza vederlo, il marciapiede.

Mandare al diavolo Morella, Edoardo, Lorenzo, impedir gli amori di
quei due, creare una catastrofe dove era la pace e forse la felicità,
gli pareva impresa degna di lui. Bisognava pur vendicarsi di
qualcuno....

--Dirglielo; farglielo capire.... Ma che so io?... Che posso dirgli?

--Desideri ancora qualche cosa?--domandò Stella sollecita, venendo
presso il tavolino.

--Che posso fargli capire?... Io non so nulla: io ho capito perchè ho
la scintilla del genio, e perchè nel mio sistema due e due fanno
quattro.... Ma quel disgraziato appartiene alla famiglia degli
ignoranti che vogliono le prove; il suo naso non ha fiuto....

--Desideri ancora qualche cosa?--ripetè Stella, facendoglisi più
vicina.

Egli guardò la ragazza, la quale gli stava di fronte, tutta linda, un
bel grembialino a fiori sopra la veste nera, una borsetta pendente al
fianco da una cinghia di cuoio a tracolla. E sorrideva un po' incerta,
un po' timorosa, mostrando tra le labbra socchiuse i denti
bianchissimi.

--Tu mi sembri un manifesto pel Cacao!--egli disse squadrandola,--Io
me ne vado; non desidero altro che d'andarmene e di non essere
annoiato.

--Sei di cattivo umore, caro?--domandò Stella con voce flebile.

--Per Dio!... Che scoperta!... Sono di cattivo umore; è evidente. Un
uomo che parla come me, è di cattivo umore; se ti getta un piatto in
faccia, è di umore pessimo; se ti prende a revolverate è
intrattabile.... Io non sono una mosca....

Egli aveva osservato che quando le rammentava di non essere una mosca,
la ragazza si rattristava subito; o che l'argomentazione le ricordasse
la notte in cui le aveva parlato della fecondità, minacciandola di
abbandonarla se gli avesse fatto un «chellerino», o che per la sua
stravaganza la frase le paresse più infida e temibile. Epperò Mariano,
per farla tacere usava spesso ricorrere al paragone della mosca, il
quale aveva il potere di allontanarla.

Stella si allontanò in fatti, chetamente a capo basso; e Mariano
afferrò il cappello e uscì, per riprendere e concludere la sua
meditazione sul «dirglielo o farglielo capire».

Ma non ne concluse nulla, nè quel giorno nè i giorni di poi.

Seppe da Lorenzo tra una parola e l'altra che Morella veniva a Milano
tutte le settimane, dal lunedì al giovedì, ed era molto affaccendata
ad ordinare la casa; e Mariano volle vedere la casa sua e gli
abbellimenti e le mutazioni, non sapeva forse egli stesso che cosa;
gli pareva che una visita alla sua dimora antica dovesse fargli
piacere.

E un giorno vi andò, nell'ora in cui per solito gironzava sul mercato
o s'indugiava a chiacchierare con Lorenzo.




XX.


Quella sua casa lo tirava a forza, come roba perduta per sempre,
gettata per capriccio e rimpianta invano. E la guardò di fuori; era
tuttavia dipinta in giallo, e aveva tuttavia le persiane verdi; ma
rinfrescati l'un colore e l'altro e, gli pareva, in tono più smorto.
Dal muricciuolo di cinta, spiccavan su gli alberi che gli erano amici
e che solo pochi mesi addietro lo riparavano alla loro buona ombra.

Entrò, e diede un'occhiata alla vasca dalla proda in terra cotta tutta
coperta d'edera; e ai pesci dorati, suoi amici come gli alberi.

Andò innanzi, varcò la soglia della casa.

A sinistra s'apriva la sala da scherma, che un giorno era stata un
vasto salotto; e a destra eran due camere, per l'alloggio del portiere
e della sua famiglia.

Il portiere era un facchino di Lorenzo, un vecchio caporal maggiore di
cavalleria, aitante della persona, fedele, e poco incline alla
chiacchiera. Si chiamava Adelmo e conosceva bene Mariano, da quando
Mariano aveva capitanata la guerra dei mercanti contro Lorenzo.

Alla scala, i cui gradi erano interamente coperti da un molle tappeto,
era stato tolta la vecchia ringhiera e messa una nuova, dai balaustri
semplici ed eleganti in ferro battuto. All'uno e all'altro lato eran
due brevi e tozze colonne di marmo venate di rosso, sopportanti grandi
vasi di color cupo, con piante verdi. E lungo la parete su pel giro
della scala, eran quattro pannelli di cuoio lavorato, rappresentanti
Europa, Africa, Asia, Oceania.

--E non c'è l'America?--osservò Mariano al portiere che
l'accompagnava.--Eppure è stata scoperta già da qualche anno.

Adelmo non rispose che sorridendo, e salì a precedere il visitatore.

--Chi ha fatto queste novità?--chiese Mariano.

--La signora. Ha cambiato e sta cambiando tutto....

--Viene spesso qui?

--Viene una volta o due la settimana, ma per pochi minuti, a dare
un'occhiata. Sono io incaricato di sorvegliare e di fare eseguire gli
ordini.

Mariano si fermò a metà della scala, sorpreso.

Come mai? Lorenzo gli aveva detto che Morella veniva in città e vi si
tratteneva dal lunedì al giovedì per preparare la casa; e in casa non
si faceva vedere che pochi minuti, una o due volte la settimana! Dove
passava il suo tempo? Che cosa faceva a Milano, se non era là, tra gli
operai e i fornitori?

Ma Adelmo aveva seguitato:

--Oggi verrà, forse. L'aspettavo ieri, ma non si è vista.

--Falconaro, Falconaro, Falconaro!--borbottò Mariano tra i denti.

Al primo piano era una larga anticamera, ancora nuda, a cui seguivano
un salotto e la sala da pranzo. A destra l'appartamento di Lorenzo; a
sinistra, di Morella.

Mariano riconobbe il suo piano a coda, la tavola rettangolare
intarsiata di madreperla, i divani coperti di broccati d'oro a fiorami
rosei; e vide per la camera di Morella altri mobili nuovi in istile di
Luigi XIV, uno stile che a lui era insopportabilmente sgradevole. Le
porte erano state ridotte ad arco e le sopraporte cambiate per dare
carattere all'appartamento.

--Ma se ha deciso di far tutto in questo stile,--non potè trattenersi
dall'osservare Mariano,--la tavola intarsiata e i divani e anche
codesto piano non vi potranno entrare.

--Non lo so,--rispose Adelmo.--Il piano e la tavola e i divani, la
signora non li vuole....

--È giusto.

--E non li vuole neppure il padrone, perchè dice che non suona il
piano, lui, e che tutto il resto è troppo ricco.

--È giusto,--ripetè Mariano.--Non li vuole nessuno; potrebbero
restituirmeli....

Si avvicinò a' suoi mobili, passò la mano dolcemente sulla superficie
levigata e specchiante del piano, e borbottò:

--Povera roba!...

--Questa è la camera da letto della signora,--continuò Adelmo,
spingendo i battenti d'una porta al termine del corridoio.--Non è
ancora finita.

Morella aveva scelto la camera ch'era stata un giorno di Mariano; la
più chiara, la più tranquilla, con le due finestre prospicienti il
giardino, come a Villa Mora; ma mentre quella, in istile Impero, era
tutta intonata a un verde pallido, questa aveva la tappezzeria color
di lilla, su cui spiccava violentemente il fondo cremisi del letto; un
letto dalla ricca testiera, con grande baldacchino e coltrine pesanti
di velluto pur cremisi trattenute da larghi nodi intrecciati d'oro.
Una balaustra di legno scolpito chiudeva il rialzo su cui il letto
posava, fiancheggiato da due poltrone col fondo uguale alla
tappezzeria.

A terra Mariano vide ancora anfore di marmo decorate in bronzo dorato,
e torciere in legno scolpito con putti di sostegno; e in un angolo la
pelle bianchissima d'un enorme orso.

--Qui bisogna mettere le sopraporte,--spiegava Adelmo,--e far le
pareti a riquadri, coi medaglioni per ogni riquadro, e festoni lungo
lo zoccolo....

--Ma ci vorrà un anno a preparar tutto questo!--interruppe Mariano.--E
frattanto dove abita e dove dorme?

--Nel suo appartamento di via Bigli,--rispose Adelmo.--Lo ha
conservato quasi intatto; questa è tutta roba nuova.

--Quattrini a fiumi,--mormorò Mariano.--E spesi male. Io Luigi XIV lo
avrei mandato al patibolo più volentieri di Luigi XVI, per il suo
stile. Ma qui c'era una porta....

S'era fermato innanzi all'arco che dalla camera di Morella conduceva
in una cameretta, la quale in altri tempi aveva servito da spogliatoio
e da bagno.

--La signora l'ha fatta togliere,--disse Adelmo,--perchè desidera che
le due camere siano in comunicazione diretta, senza usci; e pel bagno
destinerà l'altra camera, quella che prima serviva da studio.

--In comunicazione diretta?--ripetè Mariano.--O con chi deve
comunicare, se nessuno dorme là? Che intenda mettere Lorenzo in questo
camerino?

--Il padrone ha per sè l'altro appartamento--rispose Adelmo.

--Ma questa è una canestra,--seguitò Mariano guardando nella piccola
camera.--E sarà stile Luigi XIV anch'essa, naturalmente. Han già
mutato il soffitto.... Grazioso, però.... Sembra il cielo.... Sembra
il cielo d'una culla....

Si battè la fronte, percosso da un'idea, che la parola stessa gli
aveva suggerito. Non poteva essere altrimenti; quei preparativi di
comunicazione diretta, con un personaggio ancora sconosciuto eran
chiari.

--È incinta,--pensò Mariano.--Dopo Luigi XIV, il marmocchio! In
verità, tutte le donne si somigliano, e almeno Stella non conosce per
Luigi che il guattero del caffè. Non è XIV, ma puzza bene di
risciacquatura.... Oh guarda, è incinta!... E quel bravo Lorenzo sta
in magazzino a sforacchiare il formaggio....

Adelmo gli mostrò ancora il salotto e la sala da pranzo, che aveva
visto prima alla sfuggita; ma il Frigerio ormai era stufo. Quella
profusione di denaro lo irritava; parecchi oggetti ch'egli aveva
scorto qua e là, come un certo cofano le cui decorazioni mirabilmente
sobrie incorniciavano una allegoria della guerra e della pace, e un
certo specchio antico in quercia scolpita e dorature, avevano un
pregio straordinario, e non dovevano servire che al capriccio forse
fuggevole di colei che Mariano credeva amante di Edoardo.

In altri tempi, non angustiato dal bisogno di denaro e non avvilito
dall'amore d'una donna comune, egli avrebbe gustato quel lusso; ma
ormai ad ogni passo si sentiva obbligato a un confronto tra la vita
ch'egli conduceva e la vita di colei che, se non era l'amante di
Edoardo, era pur sempre la moglie di Lorenzo, del suo competitore
vittorioso.

Al quale in un momento di pressa e di panico, di bisogno e di
debolezza, aveva venduta la casa, rimettendovi quasi un terzo del
valore, come poco prima gli aveva venduto un cavallo a prezzo
disperato.

E la sua casa, con quell'invasione di Luigi XIV, era
irriconoscibile.... Egli l'aveva amata, la sua casa, come aveva amato
quei mobili, che nessuno più non voleva; e se ne uscì a passi corti, a
testa bassa, meditabondo, voltandosi a guardare la facciata modesta e
graziosa e a seguir con gli occhi l'ondulamento lento delle vette de'
suoi alberi.

--Vengo da te questa sera?--gli domandò Stella, quand'egli comparve al
caffè per l'ora di pranzo.

--Senza dubbio,--egli rispose,--ti aspetto.

Mangiò con appetito eccellente, e raccontò parecchi aneddoti, facendo
sbellicar dalle risa gli amici che sedevano agli altri tavolini.

Poi sul tardi se ne andò a casa ad aspettare Stella.

Fischiettava, uscendo, con le mani nelle tasche della giacca, il
bastone ricurvo appeso all'avambraccio sinistro, la sigaretta pendente
dal labbro inferiore.

Stella giunse dopo mezzanotte, felice per l'ameno carattere dell'amico
e per la bella nottata che si riprometteva in quel capace letto
veneziano, il quale le ispirava un'ammirazione sconfinata.

Ma nel varcar la soglia inciampò in qualche cosa; e con un brivido di
terrore pensò che doveva essere qualche cosa di ben fragile, perchè la
punta del suo piedino l'aveva mandato a rotolare in un angolo, dove
risonò un orrendo tintinnìo.... Era una coppa, non poteva essere che
una coppa, forse con un volo di civette....

E vedendo che Mariano si drizzava in piedi, ella non ebbe il coraggio
d'aspettar la tempesta; volse le spalle, richiuse l'uscio, corse giù
per le scale, si buttò fuori....

Mariano fischiettando andò a coricarsi solo, con un sospiro di
soddisfazione, nel letto capace, soffice, voluttuoso.




XXI.


Quando rimanevano a Villa Mora, nei giorni in cui Morella si recava a
Milano, Isidora e Federico rifacevano la vita degli innamorati, come
fossero tornati appena dal viaggio di nozze.

Essi non avevano che a interrogare il loro cuore senza ombra per
trovare ancora qualche tenerezza delicata da amanti che non conoscono
segreti; e avveniva loro di rincorrersi puerilmente per i viali del
giardino, di farsi la guerra coi frutici degli abeti e dei pini, e di
cader l'una nelle braccia dell'altro, o di fingere l'una d'esser presa
tra i pruni in aperta campagna perchè l'altro accorresse a liberarla e
le desse molti baci minuti sui capelli e sul collo.

Ambedue eran tuttavia dolenti per lo spettacolo della freddezza quasi
ostile tra Morella o Lorenzo, i quali si parlavan di rado e parevano
decisi a non riaccostarsi. Isidora dava la colpa di quell'insanabile
dissidio a Lorenzo, che non capiva e non era fatto per capire sua
moglie; laddove Federico addossava la colpa a Morella, che non si
lasciava capire e si ostinava a fraintendere atti e parole e
intenzioni di suo marito.

Morella era, del resto, così sfrenatamente allegra, che i suoi occhi
avana somigliavano per la luce alla pietra venturina sfavillante di
puntine d'oro. Era così volonterosa di ridere, di muoversi, così
insolitamente proclive a far disegni per l'avvenire e a parlar della
sua casa, era infine così «nuova» come Edoardo aveva osservato in quel
giorno memorabile, che nè Federico, nè Isidora non osavano alludere ai
malintesi che potevano esistere tra lei e Lorenzo; e ogni volta
ch'ella partiva per Milano, speravano che avrebbe fatto pace col
marito.

A Milano in sei settimane Morella si recò sei volte, e ciascuna volta
per un periodo di tre giorni. Beveva l'amore golosamente, come un
liquore non mai delibato prima. E perchè il pretesto di quei convegni
indescrivibilmente dilettosi era originato dalla necessità di mettere
ordine alla casa, Morella aveva finito per non odiar più la casa e per
divertirsi al trambusto e al disordine che ancora qualche tempo
dovevano regnarvi.

Trascorreva a Milano giornate lunghe di piena voluttà tra le braccia
d'Edoardo; il quale aveva preso in affitto un appartamento in quella
deserta via Cappuccini, che giù dal ponte di porta Venezia, pare un
rigagnolo staccatosi da un fiume di vita e disperso nel silenzio.

Edoardo aveva fatto mobigliare in brevi giorni l'appartamento, e per
togliere il senso spiacevole che si diffonde in una casa dai mobili
nuovi, i quali sembrano osservare i proprietari meglio che servirli,
vi aveva mandato tutti gli oggetti su cui era caduta l'attenzione di
Morella quel primo giorno d'amore in cui l'aveva piuttosto violentata
che posseduta.

Dopo un solo convegno, l'appartamento s'era fatto intimo e familiare.

Morella vi accorreva, ne partiva, vi rientrava, con l'audacia quasi
pazzesca della donna che, gettatasi perdutamente all'amore, si sente
la forza di difenderlo e di continuarlo a qualunque prezzo. Ma il
demonio della sua passione la proteggeva; la stagione calda e costante
aveva allontanato dalla città le amiche, più pericolose per la loro
curiosità indiscreta.

C'erano bensì i genitori di lei, ch'ella andava a trovare di tanto in
tanto; suo padre Tito Bardi, un vecchio rigido con poche idee cocciute,
il quale aveva voluto conservare in casa tra l'ammobigliamento freddo e
decorativo, l'annoso tavolotto di legno di noce, sul quale aveva contato
i primi mucchi d'oro e d'argento guadagnati col commercio delle
antichità, e viveva le ore d'ozio in poltrona presso il tavolotto nudo,
che ai suoi occhi rappresentava un passato tutto di gloria e di
sapienza; e per non separarsene mai, e per non trascinarlo di città in
campagna e di campagna in città col pericolo di mandarlo in ischeggie,
aveva rinunziato alle vacanze. Mangiava su quella tavola, e scriveva e
giocava a carte con la moglie, e vi avrebbe anche dormito, se non avesse
avuto paura d'andare a gambe in aria durante il sonno.

Egli aveva combinato e ordinato il matrimonio di Morella con Lorenzo
Moro e d'Isidora con Federico Berardi, parendogli che quegli uomini
fossero chiamati ad arricchirsi, e non parendogli altro.

E Gina, la madre delle due ragazze, la quale non aveva mai contato
niente nella vita d'alcuno, e si consumava a far voti e ad esprimere
desiderii che il marito distruggeva con metodo, non s'era opposta,
quantunque avesse fantasticato di matrimonii più eleganti e più
gentili. Ma paventava il marito; e quando Morella era corsa a cercare
aiuto da lei, l'aveva trovata fumigante di lagrime e risonante di
singhiozzi.

Essa andava mormorando:--Oh che cosa temo!... Mio Dio, che cosa
temo!... Ah, che cosa temo!--e perchè la fanciulla spaventata
insisteva a chiedere che cosa temesse, la madre glielo aveva detto
infine, sottovoce:--Temo che non gli sarai fedele!--Morella che ancora
non capiva nè amore nè matrimonio, aveva avuto così, fin da quei
giorni, l'impressione che la fedeltà fosse una virtù difficile....

E la madre, quando poi Morella, fatta sposa e donna, si recava a
trovare i suoi, non dimenticava mai di prenderla in disparte e di
chiederle sottovoce, additando la schiena di Lorenzo:--Gli sei
fedele?...--e perchè Morella diceva che sì con gli occhi, con la voce,
col capo, la madre sospirava racconsolata, e non domandava più niente.

Tito era anche meno curioso della moglie; non abituato a interrogare,
egli affermava. Aveva assegnato dodicimila lire l'anno a ciascuna
delle figliuole, e si compiaceva della buona condotta dei due generi.
Li amava perchè semplici, Federico tutto chiuso nell'amministrazione
della grande sostanza d'una famiglia lombarda, Lorenzo sempre attento
al suo mercato, entrambi nemici delle chiacchiere e del chiasso e così
della grettezza come dello scialacquo.

Non si potevano intendere sopra la diversa materia dei loro commerci,
perchè tra gli oggetti antichi di cui trafficava il Bardi e le tenute
e gli stabili di cui s'occupava Federico, e il burro pel quale stava
combattendo Lorenzo una battaglia pericolosa, correva troppa
differenza; ma s'intendevano sopra alcuni teoremi, sulla necessità di
lavorare molto e di lavorare sempre, sull'utilità di aver molto denaro
per esser pronti a ogni sorpresa della vita e del commercio, sulla
natura fastidiosa della politica e dei partiti dai quali stavano a
distanza.

E Tito affermava, di là dal suo tavolotto storico, parlando con le
figliuole, che due mariti simili non si sarebbero mai più trovati, e
che il destino li riserbava a grande fortuna; e poichè questi discorsi
chiudevano generalmente la serata, egli beveva poi una tazza di latte
caldo e si metteva a dormire.

Dopo essere stata a chiedergli consiglio per l'addobbo della sua casa,
Morella andò ancora un paio di volte a trovarlo.

La seconda volta, sua madre le rivolse la domanda solita, stendendo
l'indice verso la poltrona in cui sedeva abitualmente Lorenzo:--Gli
sei fedele?--Morella, che tornava allora allora dall'appuntamento
d'Edoardo, s'affretto a dire che sì con la voce, con gli occhi e col
capo.

Ma Tito era imbronciato. La compera della casa fuori di porta Ticinese
non gli era piaciuta per nulla.

--Troppo lontano. Questo inverno sarà impossibile vederci. E poi mi
dicono che quando ha un momento di riposo, Enzo corre in sala da
scherma e s'affatica a sciabolare con quel suo maestro. Io ho sempre
avuta poca simpatia per la scherma; una disgrazia avviene per un
niente. Ho visto molti brutti casi. Tu devi trattenerlo, tuo marito.

--Non mi ascolta, papà!--rispose Morella, che mordicchiava un frutto
candito offertole dal padre.

--Deve ascoltarti. Quando tu hai ragione, deve ascoltarti. E allora
siamo intesi: tu trattieni tuo marito, ed egli non perderà tempo a
tagliar l'aria.

Morella sorrise e guardò suo padre affondato nella poltrona, di là dal
tavolotto. Il catalogo di una vendita di collezioni artistiche gli
stava innanzi, ed egli andava sfogliandolo con la mano ossuta e
giallastra. S'arrestò un istante a guardare un ciborio del secolo
decimoterzo in rame dorato inciso e smaltato, pel quale si chiedevano
centocinquantamila lire.

--Bello, ti pare?

--Bello,--rispose la figlia.

E si alzò.

Mai non aveva sentito come quel giorno la lontananza della sua anima
dall'anima del padre e della madre.

L'uno era stato sempre così ignaro di tutto ciò che aveva color di
passione, da scambiare gli uomini per figurine immobili incarcerate
dall'artista in una qualsiasi materia plasmabile.

Vissuto tra cose morte, intenditore perfetto dei secoli sepolti, aveva
collocato bene le due figliuole, come sapeva collocar bene una coppa
in una vetrina o un pannello in una galleria; e sarebbe stato
stupefatto e incredulo, se gli avessero detto che una delle figlie non
era contenta del posto fàttole, e che tradiva suo marito, e che le sue
carni avevan voluto altri baci, e che i suoi nervi e i suoi muscoli
eran vivi....

Quanto alla madre, se non fosse stato il rispetto che le avevano
insegnato da suor Maria per tutti i parenti, Morella non avrebbe
esitato a dire ch'era una sciocca; nei momenti più gravi della vita,
l'energia fluiva in lei per i vasi lacrimatorii e si perdeva in
liquido; riusciva a esprimere ciò che si sarebbe dovuto fare, ma stava
con le mani in mano; e così non era nulla, e il mondo non esisteva per
lei di là da quella via Morone nella quale abitava con suo marito da
trent'anni. Tutti coloro che non abitavano in via Morone le parevano
animali fantastici.

Tito Bardi chiese ancora a sua figlia qualche notizia intorno
all'appartamento ch'ella stava addobbando.

--Avrei preferito qualche cosa di prettamente nostro, di vero
italiano,--egli osservò.--Ma tu sei donna e non capisci. Come va?...

--Bene; credo che riesca bene.

--Sta attenta. Il XIV è lo stile più usitato fra i Luigi; ma le
stonature sono facili. Io non ho nulla da offrirti di questo genere,
per ora: e sta attenta a non lasciarti ingannare da' miei colleghi....

--Starò attenta, papà.

--Bada che non ti vendano imitazioni. Le imitazioni sono il segreto
del nostro mestiere....

E sospirò soavemente, ripensando forse al solo segreto di tutta la sua
esistenza.




XXII.


Al termine della sesta settimana, quando la casa cominciava a prendere
l'aspetto vario e signorile ch'ella aveva pensato di darle, Morella
invitò a pranzo Edoardo nella casa nuova.

--Voglio che tu venga a vedere,--gli disse.--Avvertirò Lorenzo che tu
pranzi con noi questa sera. Non ti dispiace?...

Edoardo sorrise, accarezzandole il capo ch'ella protendeva
graziosamente in attesa del consenso.

--Verrò a vedere, cara. Sarà bello di certo,--rispose Edoardo,--perchè
il gusto d'arte è in famiglia.

--Si pranza allo otto. Vieni alle sette!--concluse Morella.

Alle sette, Edoardo giungeva da lei. Lorenzo s'era dovuto attardare in
istudio, e Morella condusse l'amante presto, presto, nella camerina
attigua alla sua camera da letto.

Era compiuta. Il soffitto a puttini, i riquadri delle pareti cui
limitavano snelle colonne scanalate, dal capitello leggero; la
tappezzeria di stoffa serica a strisce cilestri su fondo cilestre più
pallido, e ciascuna striscia tempestata di mazzolini di fiori
sbiaditamente rosei; i bei festoni che allacciavano alla sommità i
riquadri e ne decoravano lo zoccolo; tutti questi particolari
intraveduti da Mariano Frigerio e ormai perfetti, davan ragione a
Mariano. La camerina era fiorita come una canestra, dolce e ridente
come una culla.

Edoardo strinse al petto Morella, e baciandola, disse:

--Hai fatto un capolavoro; pare di essere a Versailles.... Ma come hai
spiegato a Lorenzo questi preparativi?

Morella sussultò e non riuscì che a balbettare:

--Ho dovuto.... Ho dovuto.... Suvvia, non mi chiedere mai nulla,
Edoardo!...

Ma si ravvide subito, e soggiunse con voce più ferma:

--Ho dovuto spiegargli.... Questi preparativi?... Un capriccio, un
voto, una speranza....

--Avete fatto pace?--domandò Edoardo esitando.

Morella volse altrove la faccia, e accennò di sì col capo.

--Dunque ti va?--seguitò, riprendendosi e girando l'occhio attorno.

--È un piccolo capolavoro, ti ho detto,--rispose Edoardo.--Piacerà
anche a «lui»?

La giovane rise, tornata franca e sicura.

--Piacerà, piacerà!--affermò poi.--Gli piacerà star vicino a me; non
capirà altro, il poveretto.... Qui, vedi, in questa parete di fronte
alla porta, dev'esser messa una specchiera con due putti in alto che
sostengono un cestello colmo di fiori.... Me ne ha dato il disegno mio
padre e stanno facendomela. Che ti pare? Sarà bello?

--Lei è più energica d'un uomo,--disse Edoardo alzando un poco la
voce.--In un batter d'occhio ha trasformato la casa.

Morella con le spalle all'entrata, comprese ch'era sopraggiunto
qualcuno, si volse, e vide Lorenzo arrivato allora a fianco d'Edoardo
sul limitare.

Ella andò incontro a suo marito tendendogli la mano, che Lorenzo
s'affrettò a stringere.

--Preparativi per l'erede,--fece Lorenzo a Edoardo.--Se non è
un'illusione di Morella...?

Edoardo non sapendo che dire, s'inchinò a Morella con un sorriso.

La giovane aveva avuto qualche tempo prima alcuni indizii, che le
avevan data molta speranza, ma poi era ricaduta nel dubbio.

Un medico da lei interrogato le aveva risposto che bisognava attendere
prima d'aver la certezza e le aveva chiesto intanto se nessuno
svenimento l'avesse colpita.

--E tu,--domandò Edoardo, per non tacere,--che cosa prepari all'erede?

--Io? Io, prima di tutto sono indifferente. I bambini piacciono alle
donne perchè non hanno niente da fare; esso s'imaginano che il bambino
sia l'incarnazione della bambola, e l'aspettano come un giocattolo.
Più tardi, troppo tardi, s'accorgono che la bambola costava meno e non
dava fastidio.... Ma è affar loro.... Io all'erede lascerò i miei
quattrini e la buona voglia di lavorare, se è un maschio; se poi è una
femmina, tocca a mia moglie lasciarle l'esempio della sua vita....

Morella andò alla finestra e guardò nel giardino, sporgendosi un poco
perchè Lorenzo non le leggesse in viso un turbamento subitaneo.

--Tu parli bene, oggi,--osservò Edoardo sorridendo.--Gli esempii e i
quattrini; ma se fosse un maschio, che cosa ne faresti?...

Lorenzo, vista apparire in quel punto la cameriera, rispose:

--Andiamo a pranzo, innanzi tutto. A stomaco vuoto, certi discorsi
sono anche più inutili....

La tavola era stata disposta nella sala; mancava ancora la luce
elettrica, e due candelabri di bronzo dorato eran pronti, ai due capi;
mancava pure il servizio di stile, che Tito Bardi aveva promesso di
scovare autentico, egli in persona, e di regalare quale una tarda
aggiunta ai doni di nozze.

I ricami a teste di leone e a fior d'oro coprivano così fittamente la
stoffa dei mobili, che sarebbe stato difficile a prima giunta
riconoscere il fondo di velluto cremisi; e nella decorazione si
manteneva costante il carattere pomposo dello stile stracarico di
frangie e di galloni e di nodi in tessuto d'oro.

Edoardo considerò la figura di Morella tra quei ricchi addobbamenti;
la donna dai capelli biondi, un po' sofferente, giovane ancora e già
sfiorita in una raffica di passione, ardente e pensierosa, era in
singolare accordo coi colori, con la significazione della vasta sala,
e vi si trovava e vi si moveva a suo agio.

Ma essendogli caduto l'occhio su Lorenzo, vestito di scuro, con la
cravatta messa di sbieco, parve a Edoardo ch'egli non si sentisse là
dentro in casa sua.

Lorenzo avrebbe voluto infatti, mobili nuovi e lucidi, un po' di stile
semplice e facile; ma taceva e lasciava spendere. L'improvvisazione di
quel lusso pesante che lo impacciava, era stata quasi presentita da
lui, alcun tempo prima, in campagna, quando aveva promesso di lasciar
fare tutto magnifico.

Per magnifico egli intendeva veramente altra cosa da quella che sua
moglie aveva ideato, e l'appartamento di lui era magnifico nel suo
concetto perchè senza stile, e in ogni particolare semplicemente
comodo.

--Dunque, tu vuoi sapere che cosa ne farei?--riprese Lorenzo,--Un
commerciante no, di certo. Ne ho avuto abbastanza io, e mio figlio non
è sicuro di trovar nella vita un Edoardo Falconaro, che gli dia spalla
e lo tenga lontano dal fallimento. Due Falconaro al mondo non ci
sono!...

Edoardo scosse la testa.

--Non dire sciocchezze!--rispose.

--Come, sciocchezze?--protestò Lorenzo rumorosamente.--Vuoi forse
darci a intendere (e a chi poi, a Morella e a me), darci a intendere
che io non sarei fallito e rifallito se tu non m'avessi aperta la
cassa?... Vuoi forse negarmi il diritto di proclamare ben alto non
solo la tua amicizia, ma anche la perspicacia negli affari?... Vuoi
forse?...

Il Falconaro s'irritò per quell'inatteso straripar di lodi e di
gratitudine.

--Te ne prego, Enzo,--egli interruppe.--Non risalire al tempo che fu,
e non cantarmi in faccia un inno che non posso ascoltare. Ti ho
prestato denaro, e sta bene; tu me l'hai reso con giusto interesse, e
sta bene. È il commercio, questo, è il giro....

--Ma che, ma che!--protestò di nuovo Lorenzo.--Tu inventi un commercio
che non è mai esistito. Questa è amicizia, è fiducia, è affezione....

E mentr'egli testardo si diffondeva a colorir le prove d'amicizia e di
perspicacia che Edoardo gli aveva date, Morella ascoltava impassibile.

Impassibile, e dentro si torturava. Aveva fatto male a invitare
Edoardo; non si dovevan più metter di fronte quei due uomini; ne
risultava una situazione penosa, falsa, ridicola, che gravava sulle
spalle d'Edoardo, il quale non poteva non soffrirne.

E negli atti quasi impercettibili di lui, nel corrugar fugace della
fronte attraversata dalla cicatrice, nel gesto con cui lisciava
nervosamente i baffi lunghi e diritti, Morella sapeva leggere tutta
una sofferenza segreta e abilmente dissimulata, un desiderio sordo di
ribellarsi, un'amara disperazione di non poter mai più essere sincero
e libero.

Morella usciva a sua volta pigramente da quella febbre che aveva
consumato e travagliato lei e l'amante. Chiusi in un nembo di
passione, non s'erano avveduti di dover rinunziare a ciò che pei loro
caratteri volitivi e orgogliosi era più caro, alla sincerità. Si
trovavano innanzi bruscamente a un avvenire di sotterfugi, di
menzogne, di doppiezze, d'ipocrisie, che li avrebbe fatti sanguinare
passo passo su tutta la loro strada.

La giovane se ne accorgeva la prima volta quel giorno, e se ne
accorgeva Edoardo, sgomenti ambedue di ciò che aveva potuto un'ora di
follia sensuale, un sogno strano di fecondità e d'amore.

Ma Edoardo, magnifico padrone di sè stesso, superbo nemico d'ogni
confidenza, fingeva; e a un tratto diede in una risata, ascoltando
Lorenzo.

--Un soldato!--diceva Lorenzo.--Ne farò un soldatino, o un
marinaio....

--Perchè?--rispose Edoardo ridendo.--E se volesse farsi prete?

--Prete!--gridò l'altro con un pugno poderoso sulla tavola.--Che cosa
dici? Ti pare che mio figlio, il figlio di Morella e di Lorenzo Moro,
possa nascere con queste idee? Morella, hai udito? Edoardo pensa che
nostro figlio possa farsi prete!...

--Ho udito,--ella rispose brevemente.

--Ti presento qualche caso,--ribattè Edoardo,--qualche caso più
difficile. E mi avvedo che sei anche tu uno di quei padri crudeli, i
quali decidono la sorte dei loro figli, come si decide la sorte dei
galletti.... Ecco, per esempio; se tuo figlio volesse farsi prete, tu
glielo impediresti.... E perchè? perchè i preti forse non ti
piacciono.... Tuo figlio deve piacerti, a costo di violentare la
propria coscienza....

--Non ti dico che glielo impedirei,--mormorò Lorenzo, il quale non
sapeva di discutere con un giudice.--Ma me ne dorrebbe.

--A me dorrebbe di fargli prendere una strada che non fosse per
lui,--osservò Edoardo.--Io lo lascerei scegliere, vivere a suo modo,
darsi all'arte o al mestiere che rispondesse meglio alle sue idee. Noi
non abbiamo sui figli che il diritto di consigliare. Tutto il resto è
prepotenza e tirannia.

--Va bene,--borbottò Lorenzo,--lo lascerò scegliere.

Ma vedendo che la diatriba s'avviava per un campo nel quale non
avrebbe potuto seguirlo, e che si faceva troppo difficile, pensò di
troncarla con una buffonata, e cominciò e cercare sotto il piatto,
sotto le bottiglie, presso i candelabri; poi si chinò a sbirciare
sotto la tavola.

--Che cosa fai?--domandò Edoardo sorpreso.

--Cercavo il marmocchio, il figlio del quale discorriamo tanto.
Dov'è'? Chi l'ha veduto?...

Edoardo rise, ma levato lo sguardo in quel punto, s'accorse che
Morella era impallidita.

--Ve ne prego,--ella balbettò,--non parlate.... Mi sento male....

Un lieve sudore le bagnava la fronte.

--Non è nulla,--mormorò.

Alzò la mano incerta fino agli occhi, tentò drizzarsi sulla sedia e
ricadde di colpo, svenuta.

La scena s'era svolta così prestamente, che Edoardo e Lorenzo non
erano arrivati ad aiutare la giovane; poi Lorenzo balzò in piedi e si
lanciò fuori, correndo a cercare qualche cordiale.

Rimasto solo presso Morella, Edoardo la contemplò sbiancata, immobile,
con gli occhi aperti e vitrei.

E comprese; bagnata una mano nel secchiello in cui era il ghiaccio, ne
gettò gli spruzzi in volto all'amante.

Ella respirò subito con un respiro profondo, volse gli occhi intorno,
ravvisò l'uomo che le stava al fianco.

--C'è!--disse Edoardo.

Morella sorrise.

E da quel giorno, il loro amore s'arrestò. [Blank Page]





PARTE SECONDA.




I.


La povera signorina, tappata nel mantello, col capo avvolto in uno
scialletto di seta, tremava all'aria pungente che soffiava in
giardino, e sentiva il naso, le orecchie, i piedi gelare.

--Andiamo,--ella disse,--andiamo in casa, per carità. Non senti che
freddo?

Ma Farfui rimaneva duro, immobile col nasino in su, a guardare una
pianta presso la vasca dei pesci rossi; e pareva non udire, o non
tenere in alcun conto le parole della signorina Claudia Sacchi.

--E io voglio salire! Io ora salgo!--andava ripetendo senza muoversi,
perchè non sapeva come tentar l'impresa.--Ora salgo; tu guarda, che io
ora salgo!...

Una finestra venne aperta improvvisamente al primo piano, una testa di
donna bionda si sporse.

--Signorina, che cosa fa?

--Signora, Aquileio vuol salire sul fico!

Morella fece un gesto di stupore e gridò con la voce vellutata che
stentava a fingere corruccio:

--Farfui, Farfui, torna in casa!

Il bambino si volse.

Dal berrettino scarlatto sfuggivano e gli piovevan sul collo i capelli
biondi inanellati; due grandi occhi grigi velati da ciglia lunghe,
illuminavano il visino tondo e bruno. Farfui era dritto e già alto per
i suoi tre anni, ben piantato su gambette solide, che in quel momento
avevano un color paonazzo pel freddo. Indossava un abito di stoffa
marrone, sul quale era stato gettato un mantelletto scuro col
cappuccio.

Ma sdegnando il cappuccio, egli s'era piantato in testa il berretto
scarlatto, che metteva per le grandi gesta, quando s'arrampicava sul
cavallo a dondolo.

--Mamma, voglio salire. È il fico! Voglio salire.

--Lo faccia salire un poco, signorina,--disse Morella,--e poi lo
riconduca.

In seguito a ricerche fatte presso la cuoca, la cameriera, il
cocchiere e la governante, Farfui aveva potuto in quei giorni assodare
che l'albero il quale sorgeva presso la vasca dei pesci, a pochi passi
dall'entrata, era un fico. E quantunque soffiasse il rovaio di
dicembre, Farfui aveva deciso di salirvi quel giorno per vedere se non
ci fosse qualche frutto da mangiare.

La sua idea era stata accolta dalle risate della gente di servizio, e
tutti avevano assicurato il padroncino che frutti non ve ne potevano
essere, che era troppo tardi o troppo presto. Ma egli diffidava già
della pubblica opinione, e non credeva se non a ciò che vedeva; onde
per vedere se i fichi eran maturi in dicembre, aveva deciso quella
piccola escursione, trascinandosi appresso la signorina, la quale era
un'appendice necessaria e indivisibile da lui, obbligata a obbedirlo,
a tacere o a seguirlo.

Fu richiusa la finestra, e Morella stette a guardar dietro i
cristalli.

Farfui si volse a Claudia e le disse:

--Pigliami, dunque! Fammi salire! Pigliami pel culo....

--Non dire queste brutte parole!--esclamò la signorina indignata.--Tu
mi fai arrossire!

Farfui la guardò attentamente, per vedere se arrossisse, ma non rilevò
nulla di anormale in quella fisionomia scialba e bonaria,
insignificante e modesta.

Egli si sentì prendere con soddisfazione per la parte che aveva
chiaramente indicata, e sollevare su, su, in alto; diede una sbirciata
a tutti i rami, toccò con le manine fin dove potevano arrivare, stette
a fissar l'albero come se i fichi avessero dovuto comparire da un
istante all'altro, meditò a lungo.

--Ebbene, hai finito?--disse Claudia.--Sono stanca; non posso tenerti
più.

Egli, in alto, drizzato sulle braccia della ragazza, non rispose;
sbirciava i rami, stupefatto di dover confessare che l'opinione
pubblica non s'era ingannata quella volta e che la gente di servizio
aveva ragione; non c'erano fichi in dicembre.

Claudia, senza attendere più oltre, ritirò il bambino dal suo posto
d'osservazione, e lo rimise a terra.

--Ora andiamo,--ella disse.--Torniamo in casa; guarda la mamma lassù,
che ti aspetta.

--Non ci sono!--egli dichiarò.

--Che cosa?

--I fichi!

--Eh, lo sapevo; te lo avevo detto, te l'han detto tutti che non ci
sono, con questo freddo.

Farfui, che già s'avviava, si fermò risolutamente. Glielo avevan detto
tutti, la governante, il cocchiere, la cameriera, la cuoca? Egli pensò
che quella gente lo aspettasse per beffarlo, ora, e per ridere alle
sue spalle.

--Io voglio rimanere in giardino!--dichiarò.

La signorina fece con le mani un gesto di disperazione. Rimanere in
giardino, con quel freddo, con quell'aria, a rischio di pigliarsi un
raffreddore, un mal di gola, la tosse, e poi si sarebbe dovuto
chiamare il medico, quel brutto con la barba nera.

--Allora vado da papà,--disse Farfui.

--Papà ha da fare, adesso,--spiegò Claudia,--e non si può disturbarlo.
Torniamo in casa.

--Allora vado....

Egli si guardò intorno per trovare qualche altro rifugio, pur di non
mettere piede in casa, ma i suoi occhi si fermarono al fico.

--Allora vado sul fico!--egli concluse.

--Per carità!--esclamò la signorina atterrita.--Vuoi stare sul fico
tutto il giorno?

Morella che dalla finestra aveva seguito quel battibecco, si decise a
riaprire, si sporse di nuovo.

--Signorina, perchè non lo riconduce? Fa freddo, e può prendersi un
malanno.

--Non vuol più rientrare, signora. Io non so che cosa abbia.

Morella si rivolse al bambino:

--Bada che vengo io, Farfui! Vuoi che venga io?

Le parole dovevano significare una minaccia; ma furono pronunziate con
tanta carezza nella voce, che il piccolo alzò il capo, e rispose
tranquillamente:

--Sì, mamma, vieni tu!

Morella sorrise a quella innocenza, la quale non aveva nemmeno sognato
che la mamma potesse minacciarlo; discese in fretta, entrò in
giardino, e sollevò il bambino tra le braccia.

--Perchè non volevi tornare?--gli domandò.--Non volevi tornare a casa?
Li hai trovati i fichi?

--No!--egli rispose.

Ma non era più impressionato dalla sconfitta, e rideva, prendendosi
tra le mani il volto di Morella e baciucchiandolo, spingando forte tra
le braccia di lei.

--Sei tutto gelato, piccolo mio!--ella disse.--Che idea d'andare a
cogliere i fichi in questa stagione! Se le studia di notte, questo
originale!

Farfui rideva, guardando la signorina Claudia che veniva appresso col
naso così vermiglio da far pietà; ma non appena ebbe varcata la
soglia, si fece mettere a terra, prese sua madre per la mano e la
guidò. Egli si sentiva sicuro con quella scorta onnipotente, e volle
andare in cucina a trovare la cuoca.

--Non ci sono i fichi!--le disse, mettendo appena il capo dentro la
porta.

E passò dal guardaroba, dove la cameriera stava stirando, e le gridò:

--Non ci sono i fichi!

Poi si lasciò condurre in salottino per togliersi il mantello e
riscaldarsi innanzi al caminetto.

Aveva pensato ch'era meglio avvertire subito la cuoca e la cameriera
della assenza dei fichi, perchè non lo beffassero più tardi, quando lo
avessero incontrato con la signorina. E si sforzava a spiegare questo
suo concetto alla mamma, che lo ascoltava senza capire molto; e Farfui
girava le mani, faceva gesti gravi, quasi per aiutarsi e per colmar la
lacuna del suo ragionamento.

--Insomma,--gli disse Morella,--tu hai voluto fingere che la scoperta
è tua, e che Pierina e Maria hanno avuto torto a credere che in
dicembre ci siano i fichi da mangiare.

--Sì,--egli rispose.

--Ma la verità, bambino mio, è tutto il contrario! Sei stato tu a
voler vedere, a ostinarti, a non credere a Pierina e Maria.

--Sì,--ripetè Farfui.

--E allora hai pensato di metterle dalla parte del torto, e di dar
loro dell'ignorante?

--Proprio!--gridò Farfui, battendo le mani, felice che Morella
penetrasse così bene la sua idea.

Ma si rannuvolò d'un tratto, e tacque. La frase «dar loro
dell'ignorante» gli pareva eccezionale, sublime. Soltanto, non la
capiva, e non sapendo che cosa avesse dato a Pierina e a Maria, s'era
fatto un poco inquieto. Gli sarebbe stato caro di far ripetere la
frase alla mamma, la quale aveva ripreso a leggere tranquillamente un
giornale con le figurine. Dopo alcuni istanti di riflessione, battè le
mani di nuovo, ripetendo:

--Proprio!

Egli sperava che tornando daccapo a dir la sua parola, avrebbe
obbligata la mamma a ridir la frase celebre.

Invece Morella diede in uno scoppio di risa al veder Farfui pensieroso
innanzi al caminetto, coi capelli d'oro illuminati dalla fiamma che
gli danzava alle spalle; e presolo in grembo, gli coperse il volto e
gli occhi di baci.




II.


Egli si chiamava Giuseppe Tito Aquileio.

Giuseppe in memoria del nonno paterno; Tito in omaggio al babbo di
Morella, la quale aveva aggiunto il nome d'Aquileio per segreta
preghiera di Edoardo Falconaro, che aveva perduto giovane e caro un
fratello così chiamato.

Per la gente di servizio, il bambino era Aquileio; e tutti gli altri
in famiglia lo chiamavano col suo soprannome, Farfui, datogli anche
questo da Edoardo Falconaro a indicar quel vezzo dei bambini di
scambiare spesso le consonanti, di balbettare, d'inghiomellar le
parole, di interrompersi e di riprendersi, un vezzo che lombardamente
si dice «farfugliare».

I tre anni scorsi dalla nascita di Farfui non erano stati sempre rosei
per Edoardo Falconaro.

Egli aveva subìto perdite ingenti alla Borsa per il tracollo
imprevisto di valori, del cui rialzo vertiginoso non aveva saputo
diffidare a tempo. S'era trovato quasi in miseria, di repente; aveva
salvata la sua riputazione, ma era stato costretto a sacrifizi penosi,
a vender cavalli e carrozze, a vestir dimessamente, a vivere quasi
sempre in quel suo appartamento di via Monte Napoleone, dal quale
erano spariti tutti gli oggetti di lusso e tutti gli addobbi di
valore.

La notizia, diffusa in un baleno, ripetuta con gioia dagli
innumerevoli ai quali Edoardo Falconaro era antipatico senza alcun
buon motivo, aveva fatto molta strada, e, ingrossata camminando, s'era
arricchita di particolari.

Lorenzo Moro fu il primo a conoscerla. Morella ne sofferse amaramente
in silenzio, non solo per la rovina dell'amico, ma per ciò che
prevedeva e che doveva avvenire.

Lorenzo corse infatti a trovare Edoardo, avvertendolo che tutto il suo
denaro, e se il denaro non fosse bastato, anche i suoi immobili erano
a disposizione di lui.

Ma urtò contro una volontà inflessibile, contro un diniego gentile e
fermo.

Edoardo abbracciò Lorenzo e rifiutò di prendere un centesimo. Non si
trattava di rovina, come andavano ripetendo gli sfaccendati, ma
semplicemente d'una grossa perdita che aveva già pagato; era rimasto,
certo, in istrettezze, ma ciò non lo angustiava troppo, e già
all'indomani di quella tempesta aveva cominciato a lavorare e a
riguadagnare.

E mentre Edoardo parlava tranquillo e deciso, Lorenzo volgeva intorno
l'occhio, notando che la libreria era vuota, che gli oggetti d'arte
erano scomparsi insieme alle armi, tra cui un fucile prezioso
particolarmente caro all'amico. Tutto era stato inghiottito, senza
dubbio, da ciò che Edoardo chiamava sorridendo una tempesta.

Il rifiuto di lui, energico, continuo, ostinato, finì per irritare e
offendere Lorenzo. Egli doveva la sua fortuna a Edoardo, e questi gli
negava il piacere di rendergli in parte il bene avuto e di aiutarlo
con l'entusiasmo e la fiducia con cui era stato aiutato egli stesso.

Edoardo capiva tutte le ragioni di Lorenzo Moro; capiva d'essere
ingiusto e offensivo, ma resisteva tenacemente, crollando il capo. Se
lo vedeva lì, in quella medesima camera in cui aveva attirata Morella,
in cui l'aveva posseduta, la prima volta, in cui era stato forse
concepito Farfui, e il pensiero di stender la mano per prendere danaro
dal marito dell'amante, gli dava una nausea, gli ispirava un ribrezzo
da cui eran vinti tutti i consigli di prudenza e di necessità.

--Hai un orgoglio d'inferno!--urlò finalmente Lorenzo.--Hai un
orgoglio stupido, odioso! Noi non ci saluteremo più. Io non ti voglio
più in casa mia. Non siamo più amici.

Edoardo aveva taciuto anche innanzi a quella raffica d'improperii; e
quando afferrato furiosamente il cappello, Lorenzo stava per
andarsene, Edoardo lo aveva accompagnato fino alla soglia di casa, e
qui l'aveva abbracciato di nuovo, congedandolo con un sorriso:

--Tu non sai quel che ti dici!

Ma Lorenzo era veramente scandalizzato da ciò ch'egli chiamava
l'orgoglio d'Edoardo. Ne parlò col cognato Federico e con Isidora e
poi con Morella, e infine con tutti insieme, giurando che il Falconaro
non avrebbe messo più piede in casa sua, ingiuriandolo di nuovo,
chiamandolo pazzo e ignorante e superbo e presuntuoso, dicendo che
avevan ragione quelli i quali sostenevano ch'era antipatico.

Morella respirò e fu contenta.

Le piaceva quella superbia, di cui ella sola conosceva la ragione
occulta; le pareva di vedere Edoardo come quella sera d'estate,
quand'egli guidava Febo attraverso i boschi affascinati e immobili
nell'incanto lunare, ed ella gli recitava i «lieder» di Ludwig Uhland.
Quanto sembrava lontano quel tempo, e con quanta tenerezza ella lo
ripensava!...

Un giorno uscì con Farfui, e si recò arditamente da Edoardo, nella
casa di via Monte Napoleone, della quale non aveva più varcato il
limitare da quella volta in cui la sua bocca aveva dato e ricevuto il
primo bacio insanguinato.

Andava a portare a Edoardo il denaro dei suoi risparmi che Lorenzo
ignorava, e i suoi gioielli, di cui Lorenzo non chiedeva mai conto;
poco, una trentina di migliaia di lire, ma anche quelle avrebbero
potuto giovare e riparare alle prime conseguenze della perdita subita
dall'amico, forse mettendolo in grado di ricomprare i cavalli e lo
carrozze, di cui aveva bisogno perchè il suo credito fosse mantenuto e
le esagerazioni dei nemici venissero subito smentite.

Ella pensava che da lei, dalla mamma di Farfui, dalla selvaggia amante
d'un giorno, egli avrebbe potuto accogliere l'aiuto piccolo ma non
inutile; pensava, femminilmente, che si trattava d'un prestito
momentaneo di cui nessuno avrebbe mai avuta notizia.

Edoardo accolse Morella e Farfui, maravigliato ma felice.

Adorava Farfui; era suo, tutto suo; bastava guardarne l'espressione e
il colore degli occhi; suo e di Morella, la cui chioma era egualmente
ricca e bionda. E se lo teneva fra le braccia, e lo portava intorno, e
lo baciava e gli mostrava certo incisioni inglesi di cavalli e di
caccie, onde aveva rapidamente sostituiti i quadri di valore scomparsi
col meglio dell'addobbo. Il bambino rideva, dando piccoli schiaffetti
in faccia al grande amico e tirandogli i lunghi baffi.

In quella casa, di cui aveva bene in mente i particolari di lusso,
Morella sentiva la desolazione improvvisa, e stava muta a osservare
Edoardo, che faceva ballare Farfui sulle ginocchia, fischiando a fior
di labbra una marcia guerresca, oblioso in quel momento e del rovescio
immane che l'aveva colpito e della sorda gioia dei nemici e della
lunga lotta che avrebbe dovuto intraprendere per rifarsi.

La giovane sedutagli di fronte, era impacciata, non sapendo come
parlare, e tenendo fra le mani una cassetta chiusa e ravvolta in carta
turchina. Ma quando Edoardo mise Farfui a terra, Morella fece aprire
le mani al bambino e sostenendole sotto con la sua destra, vi depose
l'involto.

--Dàllo a Edoardo!...--disse.--Dàllo a Edoardo!

Il bambino obbedì, e camminando a stento, aiutato dalla mamma, piantò
la cassetta, pesantemente sulle ginocchia dell'uomo.

--Oh!--esclamò questi con un gaio riso.--M'hai portato i confetti? il
mondo cammina a rovescio. Toccava a me darti i confetti. Ma io non ti
aspettava, che vuoi? e non ho confetti in casa.... Adesso questi li
mangeremo insieme, con Farfui e la mamma.

Morella tremava, mentre Edoardo andava svolgendo la carta.

Egli aperse la cassetta, vi gettò un'occhiata, e impallidì.

Ma si vide innanzi Morella a capo basso, incapace di parlare, e notò
due lagrime che le scendevano per le guancie. Egli si riprese subito;
non poteva rimproverarla; la donna era venuta ad offrirgli il denaro e
i gioielli con la stessa prontezza, con cui gli avrebbe offerta la
vita, se questa gli fosse stata utile.

Edoardo richiuso la cassetta e andò a deporla in grembo a Morella; poi
le mormorò sottovoce:

--Ti ringrazio, cara. Non è possibile!

E non disse altro.

Aveva sentito intera la disperata tristezza di quell'amore profondo,
che si struggeva di non poter far nulla per lei; e trascinato da un
impeto, serrò in un medesimo abbraccio silenzioso Morella e Farfui,
tutto il suo mondo, tutta la sua vita, tutta la sua passione.




III.


Fra i molti che avevano goduto del dissesto di Edoardo Falconaro,
certamente il più soddisfatto era stato Mariano Frigerio.

Egli odiava Edoardo perchè era ricco, perchè, secondo le sue
induzioni, aveva posseduto Morella Moro, perchè aveva aiutato Lorenzo
Moro, perchè aveva rifiutato di consigliare lui, Mariano, nei giuochi
di Borsa, perchè era un bell'uomo, il quale non aveva bisogno
d'alcuno, e piaceva alle donne.

La notizia della grave perdita toccata a Edoardo Falconaro lo aveva
fatto andare in visibilio; per conto suo, invece di giuocare in Borsa,
s'era dato a giuocare a faraone e al macao nei piccoli caffè e nelle
ore tarde, perdendo e vincendo, senza mai azzeccare il colpo che lo
mandasse finalmente in rovina o che lo mettesse, com'egli diceva, «a
cavallo». Ma il suo patrimonio di venticinquemila lire s'era di molto
assottigliato.

Dopo essersi sbarazzato di Stella Bonaretti, facendole rompere un
vetro da pochi soldi e dandole a credere che avesse rotto una tazza
murrina da cinquemila lire, egli s'era innamorato di Livia Minucci, la
quale godeva di molta rinomanza tra il pubblico dei caffè-concerto,
non tanto per la potenza della voce quanto per la linea dell'anca e
per la bianchezza delle poppe.

Livia Minucci, che aveva rifiutato l'amor passeggero di qualche
giovanotto ricco ed elegante, s'era lasciata invescare da Mariano
Frigerio, di cui le piaceva il colorito smorto, il linguaggio cinico,
l'esistenza irrequieta.

Egli possedeva infatti quella estetica fisica del nottambulo vizioso e
del crapulone incorreggibile, la quale nei bassi fondi morali trova
molte ammiratrici; si sentiva in lui l'uomo che via via ha perduto
tutto, e che domani in un estremo sforzo arriverà al delitto o al
suicidio.

Questo aggrada a talune femmine, che conducono una vita ugualmente
febbrile e disperata, cinica e pericolosa. Esse hanno un singolar
fiuto per scovare l'uomo capace di batterle e di compensare una notte
d'amore con una pedata; e scovatolo, gli si sommettono ciecamente e
gli sacrificano talora anche il bisogno di mentire e d'essere
infedeli.

Con Livia, Mariano diede fondo a quel che gli rimaneva, poi,
ricacciata la donna sul palcoscenico donde l'aveva tolta, annunziò
agli amici che si recava a Parigi a dirigere una grande vendita di
oggetti antichi dei quali si vantava peritissimo.

Prima di partire, egli ebbe la soddisfazione d'incontrare Edoardo
Falconaro per le vie di Milano, nelle vicinanze della Borsa.

Si fermò a parlare con lui e a chiedergli notizie del «cappotto» che
gli era toccato. E notò con piacere, a proposito di cappotto, che
Edoardo indossava un soprabito, se non vecchio, certo non nuovissimo,
e che il collo della sua camicia era un poco sfilacciato.

Edoardo non lo temeva e non diffidava più. L'amore con Morella era
finito, e se anche la prevenzione della giovane per il vizioso uomo
era giusta, Mariano ormai non poteva nuocere, non aveva nulla da
scoprire e da distruggere.

Per ciò, il Falconaro lo trattò gentilmente e gli chiese che cosa
facesse.

--Accidenti!--esclamò Mariano.--Avevi ragione di non lasciarmi
giuocare in Borsa; vedo che anche tu ne capisci tanto come me!...
Io?... Io vado a Parigi a commerciare in oggetti d'arte. Sì, dopo il
burro e il formaggio, il salto è un po' brusco.... Ma mi sono sempre
occupato di antichità, io; e ne ho la casa piena.... Domandalo a
Stella Bonaretti.... Non la conosci?... Ah, scusami, hai ragione; tu
non ti degni.... Ma è una bella ragazza, ti assicuro.... Sì, sì,
capisco, tu preferisci le mogli degli amici.... Addio, dunque; anzi,
arrivederci, perchè conto di tornare presto e con un carro di
marenghi.... A Parigi li chiamano «louis».... Basta intendersi!...

E da quel giorno, Mariano Frigerio era scomparso da Milano, e tra le
baldracche e i libertini a poco a poco fu dimenticato, e non se ne
parlò più.

Edoardo Falconaro continuò per la sua strada, duramente e saldamente,
senza cercare aiuti, calmo, cortese, rapido all'azione, breve nelle
parole.

Avveniva intorno a lui un mutamento tardo, ma salutare. La
considerazione in cui era tenuto già dagli uomini savii, s'accrebbe.
Aveva risposto a tutti i suoi obblighi con esattezza quasi pedantesca
vendendo, dicevano, anche i chiodi di casa per salvare il suo buon
nome. Altri agenti avevano invece tardato a pagare, uno era scappato,
uno s'era ucciso.

Edoardo Falconaro rimaneva dritto, scherzando non di rado sul rovescio
toccatogli, come avrebbe scherzato a proposito d'un acquazzone estivo.
Piacque a molti la serenità con cui affrontava la mala sorte, e a
tutti il buon gusto che non gli faceva lecito di piagnucolare.

La strada gli diventò meno aspra; poi che non era uomo da lasciar le
penne neppure in un incontro così sfavorevole, molti che lo
avversavano per antipatia, gli si fecero amici, e qualche volta
alleati. Era più forte di quanto s'era supposto; bisognava
rispettarlo, e se occorreva, schierarsi dalla sua parte.

Ma ancora per molto tempo dovette pensare a vivere con una parsimonia
a cui non gli riusciva di abituarsi.

Egli era continuamente crucciato anche per la rottura con Lorenzo, la
quale lo aveva per forza allontanato da Farfui.

Morella gli conduceva il bambino di tanto in tanto, o con lui andava a
passeggio nelle vicinanze della Borsa affinchè riuscisse facile a
Edoardo d'incontrarli. Ma quei convegni eran pericolosi perchè tutti
potevan notarli e Farfui cominciava a parlare, a tentar di spiegarsi,
a ricordar quel signore che si fermava con la mamma, ed era bello
perchè era grande.

Farfui cadde ammalato in quel tempo, e per Edoardo fu una
disperazione.

Il piccolo fu in preda a una di quelle malattie insidiose e bizzarre,
ora con febbre altissima, ora senza febbre, ora con fenomeni
contradditorii e improvvisi, che sono caratteristiche dei bambini.

Una notte stette per morire; e Lorenzo, il quale non sentiva per
Farfui l'affetto sconfinato di cui lo circondava la madre, si lasciò
scappar di bocca una frase disgraziata, che nel suo concetto doveva
essere consolatrice.

--Su, su,--disse a Morella,--non ti disperare così!... Potremo farne
un altro.

Volle fortuna che nella camera di Farfui fossero presenti i medici,
perchè Morella, cieca di dolore e d'ira, sarebbe balzata alla gola del
marito. Ma l'indomani mattina, presto, scrisse una riga a Edoardo:
«Vieni a trovare tuo figlio.--Morella».

Edoardo accorse, e passò alcune ore presso il lettuccio del bambino,
in quella camerina fiorita come una canestra, dolce come una culla,
della quale Farfui era, meglio che il padrone, l'ornamento più
squisito e prezioso.

E quando verso mezzogiorno, Lorenzo tornò a casa, il Falconaro gli
andò incontro e gli strinse la mano senza dir parola. Fu fatta la pace
così, ma Lorenzo, non potendo dimenticare che l'amico aveva respinto
il suo aiuto, non era più espansivo e cordiale verso Edoardo come per
lo passato.

Se l'occhio di Lorenzo Moro fosse stato, del resto, avvezzo ad
osservare, avrebbe rilevato in quei giorni alcuni fatti i quali gli
sarebbero riusciti strani e sospettabili.

Il dolore d'Edoardo era così intenso e chiaro, da oltrepassare la
misura naturale che la semplice amicizia, doveva segnargli, e non
aveva confronto se non nel dolore di Morella, la quale vegliava da sei
notti senza posa.

Edoardo trascurava evidentemente i suoi affari, sacrificava un tempo
inestimabile, passando giornate intere nella camerina fiorita. A poco
a poco, dimenticando d'essere osservati dalle persone di servizio,
Morella ed Edoardo s'eran divisi il còmpito; e per lasciar riposare la
giovane affranta, il Falconaro la mandava a dormire di giorno, in
quella sua gran camera lilla e cremisi attigua alla camerina di
Farfui; ed egli camminava in punta di piedi, vigilando il sonno
dell'amante che si gettava vestita sul letto, e il sopore del bambino
ammalato.

Pierina, la cameriera, l'aveva sorpreso più d'una volta curvo a
fissare il volto disfatto di Morella o a investigar l'occhio di
Farfui; un giorno, entrando silenziosamente nella cameretta del
bambino, aveva udito Edoardo mormorare alla giovane:

--Per carità, fatti coraggio; tu arrischi d'ammalarti....

Ma incuteva alla servitù maggior paura e rispetto che lo stesso
Lorenzo; e i medici si consultavano con lui, davano a lui notizie, lo
confortavano, con quella speciale discrezione degli uomini di scienza,
che capiscono e sanno fingere di non aver capito.

Isidora e Federico, i quali adoravano il nipotino, erano accorsi
subito per dare aiuto a Morella; e questa s'era lasciala quasi
trascinare a una confessione con la sorella.

--Ti ringrazio, Dora; ma non occorre che tu ti stanchi. C'è Edoardo;
lasciami con Edoardo. Te ne prego, dillo anche a Federico, che gli
sono molto grata; ma lasciatemi con Edoardo. Venite quando volete....

Edoardo! Ella non diceva più «Falconaro», come una volta; ma
intimamente, confidenzialmente «Edoardo» solo.... Nell'occhio smarrito
di lei, Isidora lesse la stanchezza enorme, e comprendendo ciò che
aveva sempre sospettato, ebbe paura per lei, ebbe paura che in quello
sbaraglio di nervi e di volontà, la sorella si tradisse anche con
Lorenzo, con Federico, coi domestici, con tutti.

--Mora,--le rispose,--Falconaro non può rimanere sempre qui. Finirebbe
col far pensare male; e pure Enzo potrebbe stupirsi di veder Falconaro
e non me, e non Federico.

--Ma sì, sì,--mormorò la giovane,--dovete venire, venite tutti i
giorni.... Soltanto, non allontanatemi Edoardo, ve ne scongiuro, non
allontanatelo da Farfui.... Non ci uccidete!...

E scoppiò in lagrime convulse tra le braccia della sorella, che
vibrava con lei, che sentiva il suo dolore, la sua follia, la sua
disperazione con un'indulgenza infinita.

Il còmpito d'Isidora fu, per tutta la malattia di Farfui, delicato e
geloso; ella s'ingegnò a persuadere suo marito che Morella non aveva
bisogno se non d'essere sola, e si sforzò di rimediare alle imprudenze
della sorella e d'Edoardo, senza lasciarsi comprendere nè dall'uno nè
dall'altra, fingendo sempre d'ignorare, di non sospettare nulla, di
trovar naturale l'abnegazione di Edoardo pel piccolo ammalato.

La bontà dava alla «quaglia», alla timida e sommessa Isidora,
un'intelligenza e una preveggenza stupende, che furono per quei
disperati non meno efficaci dell'assistenza che i due disperati
prestavano a Farfui.

Di tutto questo, poco o nulla aveva notato Lorenzo. Preso dalla
passione del suo commercio, tornava a casa stanco ogni giorno, andava
a dare un'occhiata al bambino e a udir ragguagli da Morella. Mangiava
fuori di casa, perchè in casa non si osservavan più esattamente le
abitudini, e si coricava presto in quella sua camera ch'era al lato
opposto dell'appartamento di Morella, e si alzava all'alba e si
rigettava alla sua vita di lavoro. Di ciò che avveniva, aveva notizie
sommarie dalla moglie o da Isidora, la quale taceva, quando poteva, la
presenza quasi continua di Edoardo.

Sull'ultimo, chiamato a Friburgo per affari, Lorenzo se n'era andato,
dicendo a Morella che non poteva frapporre indugi e che Farfui stava
meglio e non v'era più pericolo alcuno.

Edoardo, il quale assisteva per caso a quel colloquio, lanciò
un'occhiata a Morella perchè non si opponesse. Eran da tempo abituati
a intendersi con uno sguardo, e la giovane acconsentì subito dicendo
ella pure che Farfui stava meglio e che non v'era pericolo.

In tal maniera Lorenzo partì, e per una settimana non mandò notizie e
non ne chiese; e nessuno pensò a lui; ma Isidora notava, e riferiva a
Federico, per convincerlo che i torti eran dalla parte di Lorenzo Moro
e non di Morella; perchè quelle due anime candide stavano ancora
innanzi al problema dei dissapori tra Lorenzo e sua moglie, e ancora
ne cercavano le cause.

Tornato da Friburgo, Lorenzo trovò il bambino convalescente.

--Te l'avevo detto io?--osservò a Morella.--Non c'era pericolo!...




IV.


Arrivato al fondo d'ogni miseria e d'ogni dolore, Edoardo Falconaro
cominciò a risorgere. Egli pensava che i piatti di quella bilancia
ch'è la vita vanno altalenando di continuo, onde non v'è che attendere
e durare perchè salga a poco a poco il piatto più basso e discenda a
poco a poco il più alto; e non v'ha dolore senza confine, e non havvi
gioia che non si ripaghi con un dolore.

In questa semplice filosofia, Edoardo Falconaro aveva attinto sempre
la forza di sostenere le avversità, e la caparbia, mostruosa fiducia
nella vittoria.

Usava dire che alle disgrazie egli dava appuntamento per il giorno
dopo, e nel frattempo raccoglieva le forze a combatterle; non era mai
parso sbigottito innanzi a difficoltà alcuna; qualche volta, anzi, lo
si era visto allegro perchè il momento richiedeva un'energia non
comune, ed egli sembrava compiacersene, con la certezza di non trovare
avversarii capaci di tenergli fronte e di compiere uno sforzo pari al
suo.

Ignorava che cosa fosse una notte insonne; anche quando le difficoltà
gli si accavallavano intorno, anche quando era precipitato in
ventiquattr'ore dalla ricchezza nel bisogno, Edoardo aveva dormito
saporitamente, risvegliandosi pronto l'indomani con una immediata e
nitida visione di tutto ciò che doveva compiere e di tutte le amare
insidie che lo aspettavano.

Soltanto la malattia di Farfui aveva potuto, colpendolo nel
sentimento, fargli dimenticare la prudenza e metterne a rischio la
pacata energia; ma ne era uscito vittorioso, pur quella volta, e aveva
potuto goder lo spettacolo dei primi giorni di convalescenza, mentre
Lorenzo Moro era assente.

Farfui si era avvinto a Edoardo con quella tenerezza dei bambini, che
per essere spontanea, piena, ingenua, ha dell'adorazione. Il piccolo
non aveva visto al suo letto se non Morella ed Edoardo, e pareva
ricordarsene. Voleva Edoardo ad ogni istante; una parola d'Edoardo lo
incuorava; il più bel premio per lui era di farsi condurre dalla
signorina a casa di Edoardo, per vedere l'amico, e giuocare ai suoi
piedi.

Edoardo, il duro uomo dalla fronte tagliata, non disdegnava di
giuocare col piccoletto, a terra, sopra una pelle di tigre; e la
signorina Claudia Sacchi, vedendoli affaccendati intorno a una lunga
fila di soldatini di piombo o intorno alle carrozze d'un treno
minuscolo, si chiedeva scandalizzata qual dei due fosse meno
ragionevole.

In quei giorni, Edoardo aveva anche potuto ristorare notevolmente le
sue finanze con qualche colpo ardito; la sua casa riprendeva, adagio
adagio, l'aspetto signorile del quale s'era dovuta bruscamente
spogliare; la rimessa riaccoglieva le carrozze, e la scuderia i
cavalli. Il piatto della bilancia risaliva.

Ed era un piacere ineffabile per Edoardo uscire in carrozza con
Farfui, che la signorina teneva sulle ginocchia. Edoardo guidava e si
recava quasi sempre sui bastioni, percorrendo il corso Venezia; là
giunto, metteva i cavalli al passo e discorreva col bambino, del quale
comprendeva il linguaggio ancora ingarbugliato.

Quando non guidava, usciva in carrozza col solo Farfui, e non lo
riconduceva a casa che qualche minuto prima del pranzo. Un giorno
appunto ch'egli percorreva il Corso in calesse e Farfui tutto vestito
di rosso con un gran cappello rosso era seduto al suo fianco, Edoardo
si avvide che un uomo lo salutava e andava chiamandolo a nome. Diede
ordine di fermare, e guardò.

Non gli fu possibile riconoscere subito colui che si avvicinava; più
che dall'aspetto, indovinò dal passo lento e strascicante, ch'egli era
Mariano Frigerio, il quale dovette fermarsi un paio di volte per
lasciar passare le carrozze padronali, che si dirigevano ai bastioni e
le poderose vetture color cioccolatte del tram di Monza.

Era così allampanato e lacero, che Edoardo non potè dissimulare una
smorfia, e rinunziò all'idea di farlo salire.

Mariano, fermatosi presso il legno, disse attonito, fissando Farfui:

--Che?... Tu sei ammogliato?

--Io? Io no,--rispose Edoardo, attonito a sua volta.

--Per Dio, non sarai ammogliato, ma questo è tuo figlio!--incalzò
Mariano.--Sei ammogliato senza moglie; è più comodo.

--Suvvia, mi hai fatto fermare per dirmi queste cose?

--No; ho da dirti altro.... Ma che bel bambino!... Come ti chiami?

Farfui a veder l'uomo pallidissimo e mal vestito, che gli avvicinava
la faccia alla faccia, si ritrasse timoroso.

--Non gli quadro. Ai cani e ai bambini io non quadro mai,--annunzio
Mariano.--Ha i tuoi occhi, la tua bocca, il tuo colorito.... E i
capelli d'oro....

Parve riflettere un istante, come per cercar nella memoria, ma Edoardo
lo interruppe:

--Lasciamo gli scherzi, Mariano. Che cosa desideri?

--Ecco,--disse Mariano.--Il suocero di Lorenzo Moro, voglio dire il
padre della signora Morella Moro è antiquario, se non erro?

--Mi sembra.

--Bene; potresti darmi un biglietto di presentazione per lui, o parlar
di me alla signora?

--Come vuoi,--rispose Edoardo,--l'una cosa e l'altra.

--Tu hai molto credito presso quella signora,--e gli occhi di Mariano
ricaddero sopra Farfui,--e puoi essermi utilissimo. Io ho diversi
oggetti da vendere, ma vorrei venderli senza essere taglieggiato. Il
padre della signora potrebbe comperarli onestamente.... Che ne
dici?...

Edoardo lo rovistò di nuovo, da capo a piedi, con una maraviglia nello
sguardo, della quale Mariano s'accorse.

--Pensi che io a Parigi non ho fatto fortuna?--egli disse.--E hai
torto; ho guadagnato molto; ma la vita a Parigi è cara, e tanti ne ho
guadagnati tanti ne ho spesi.... A proposito; mi dimenticavo di farti
i miei complimenti; ti ho lasciato a piedi e ti ritrovo in carrozza; i
tuoi affari si sono accomodati, a quel che ne capisco.... Ne sono
contento.... Io, invece, non so come sfangarmela. Ho poi, qui a
Milano, delle complicazioni speciali, che ti dirò.... Del resto, sono
stato derubato più volte.... Credo che tu lo sappia.... Lorenzo mi ha
dato della mia casa quindicimila lire meno di quanto valeva, e anche
nella compera di Febo, lo conoscevi Febo?, un buon cavallo, mi ha
strozzato.

Edoardo lo arrestò con un gesto:

--Caro Mariano, io non posso ascoltare queste accuse contro un mio
ottimo amico, che conosco per galantuomo....

--Tuo ottimo amico, siamo d'accordo; ma facevo per dire.... Dunque ti
occuperai di questa faccenda? Mi presenterai all'antiquario?

--Senza dubbio; vieni da me fra un paio di giorni.

--Un paio di giorni!--esclamò Mariano.--Io sperava che tu sbrigassi
tutto subito....

--Subito, qui in carrozza? Devo parlar con la signora: penso sarà
meglio che vada lei da suo padre a raccomandarti.

--È giusto,--concluse Mariano rassegnato.--A posdomani, allora. Ciao,
Edoardo.... Che bel bambino!... Come si chiama?

--Aquileio,--disse Edoardo.

--E non è tuo figlio, dunque?

--Ma no, te l'ho detto. È il bambino di Lorenzo.

--Ah ecco!

Mariano proferì «Ah ecco!» con la medesima intonazione con cui avrebbe
esclamato: «Allora è tuo figlio!» ma non insistette oltre, e rattenne
il sorriso che già gli errava, sulle labbra, perchè aveva bisogno
d'Edoardo in quel momento e non voleva irritarlo.

Edoardo fece segno al cocchiere di proseguire, poi, invece d'andare
sui bastioni come di solito, si fece condurre a casa di Lorenzo Moro.

--Già di ritorno?--disse Morella, vedendo Farfui comparire con quella
sua aria grave e meditabonda, ch'era tanto comica nel piccoletto.

--Sì; ho trovato Mariano,--rispose Edoardo.

Erano in quella vasta, sala in cui circa tre anni addietro, mentre una
sera, pranzavano, Morella era stata colta da uno svenimento. La
giovane seduta in una poltrona, volgendo il capo a Edoardo, ritto in
piedi, il quale le narrava l'incontro e il colloquio con Mariano
Frigerio.

--Mi dispiace che sia tornato,--osservò Morella.--Quell'uomo mi fa
sempre paura. Mi fa paura e compassione; un sentimento strano.

--Dispiace anche a me,--rispose Edoardo sedendo.--Egli mi ha detto
subito che Farfui è mio figlio, e che io devo avere molto «credito»
presso di voi.

--Lo sfacciato!--esclamò la giovane arrossendo.

--Bene,--ribatte Edoardo con un sorriso.--La conclusione si è che
bisogna comprargli quei suoi oggetti antichi. Vostro padre non li
comprerà di sicuro, perchè del loro pregio è da dubitare assai, e
dunque li comprerò io, ma vorrei che Mariano credesse di dover tutto
alla vostra raccomandazione; a questo modo egli vi sarebbe certo
obbligato. Occorre, però, che vostro padre vi aiuti, e che, se Mariano
si pensasse d'interrogarlo in proposito, vostro padre gli lasciasse
intendere di aver veramente comperato.

--Mio padre non si presterà mai a simile giuoco,--osservò Morella.--Lo
conosco.

--Tentate, ve ne prego!

--Non posso tentare; egli sarebbe molto sorpreso della mia insistenza.

--È vero,--confessò Edoardo,--E allora andrò io da Mariano, e comprerò
io, apertamente, dicendogli che voglio fare qualche regalo, dicendogli
una qualunque cosa....

Egli era per alzarsi, ma la giovane lo rattenne ancora con un gesto.
Tra l'uno e l'altra stava Farfui, immobile, scrutando ora il volto
della madre, ora il viso d'Edoardo, quasi fosse conscio
dell'importanza di quel colloquio. L'uomo si chinò a baciarlo.

--Pensiamo un istante,--disse Morella.--È necessario comperare?

--Se io non lo aiutassi, me ne farei un nemico; non ha mai dimenticato
che già qualche anno addietro ho rifiutato di curare i suoi interessi
in Borsa.

--E quando fosse vostro nemico, che cosa ci potrebbe fare?--domandò
Morella.

Edoardo si strinse nelle spalle.

--Che so io?--rispose.--Basterebbe ch'egli andasse propalando tra gli
amici che Aquileio è mio figlio.

--Va!--disse Morella, tornando improvvisamente al tuono affettuoso
d'un giorno.




V.


Edoardo Falconaro non s'attendeva allo spettacolo che le due camere di
via Passerella, ultimo rifugio del dissipatore, dovevano offrirgli.

Mariano era assente, ed Edoardo fu ricevuto da un donna, avvolta in un
broccato antico, sotto il quale, probabilmente, ella era nuda. La
purezza dei lineamenti e l'ardore dello sguardo dicevano ch'era stata
bella, che forse era bella ancora; ma i disagi e le notti insonni
stavano distruggendo le grazie del corpo e stendendo su quel volto una
maschera d'angoscia e d'umiliazione. I capelli rossastri le sfuggivan
pel collo e per le spalle fino alle reni col veemente impeto d'una
fiammata incontenibile.

--Mi scusi,--disse Edoardo, vedendo che la donna, colta alla
sprovvista, tratteneva sul petto il manto di broccato perchè non le
scivolasse.--Io desiderava parlare con Mariano Frigerio.

--Mariano sta qui,--ella rispose.--Ora mando subito a chiamarlo;
dev'essere giù, al suo solito ritrovo. S'accomodi, intanto.

--Mi dispiace d'essere così importuno,--seguitò Edoardo,--ma io
credeva che il mio amico fosse solo....

La donna rise, e ficcò gli occhi brucianti in faccia al signore, nel
quale, da mille piccoli particolari subito notati, aveva subodorato un
ricco.

--Non si confonda,--rispose.--Io ho ancora le mie abitudini d'artista,
e mi levo tardissimo....

E rise ancora; quel riso forte, quasi insolente, se pur null'altro lo
avesse fatto avvertito, diceva a Edoardo che la femmina apparteneva al
genere preferito da Mariano: corista, «chellerina» o cantante da
caffè.

Edoardo sedette in una poltrona di cui udì lo scricchiolio; ma
s'accorse in pari tempo che, invece di correre a chiamar Mariano, la
donna seguitava a stargli innanzi, e il manto cominciava a scivolare
in modo da svelar la sommità delle mammelle bianche e leggermente
venate.

--Abitudini d'artista, sa?--ripeteva la femmina, mostrando nel riso
una fila di bei denti tra le labbra sensuali.--Abitudini libere,
franche, senza cerimonie.... Forse anche lei se ne intende, perchè gli
uomini del suo grado non si lasciano scappar le occasioni, e tra le
artiste le occasioni sono più facili e più, come si direbbe? gustose.

Edoardo ascoltava, imperturbato, prevedendo che indi a poco sarebbe
stato costretto a difendersi per non fare ingiuria all'uomo ch'egli
era venuto a soccorrere; e rideva fra sè dall'avventura.

--Cara signora....--disse.

--Signorina,--corresse l'altra sfrontatamente.

--Cara signorina, io devo parlar con Mariano, e se non c'è, posso
tornare, perchè ho poco tempo.

--Vado, vado,--rimbeccò la donna, allontanandosi con una occhiata
velenosa.

E lasciato Edoardo, uscì sul pianerottolo, dove risonò a lungo la sua
voce, che chiamava:

--Caterina, Caterina, Caterina!

La donna faceva parte di quelle «complicazioni speciali» di cui
Mariano aveva parlato con Edoardo; e questi, rimasto solo, girò
l'occhio attorno per vedere quali oggetti potesse comperare.

Egli stava considerando certe porcellane cinesi ch'erano sopra la
caminiera, quando il suo orecchio fu ferito da un lagno, da un
miagolìo, che via via si faceva più lungo ed acuto. Edoardo si volse
stupito a guardare e non vide nulla; guardò in su, a terra, si sporse
dalla finestra indarno; e finalmente notò che sul gran letto veneziano
qualche cosa si moveva di sotto a una coltre gettata attraverso il
piano del letto.

Edoardo s'avvicinò e alzò un lembo.

--Per bacco!--esclamò ad alta voce.--La signorina ha fatto un
figlio!...

Ma il sorriso gli morì sulle labbra, vedendo quel povero marmocchio
interamente nudo, macilento, con gli occhietti lucidi di febbre;
contava appena qualche mese di vita, era tutto pelato in testa e il
suo corpicino aveva un color giallastro come fosse stato plasmato nel
sego o nella cera.

Edoardo e il bambino stettero a fissarsi un attimo; poi il bambino
riprese il suo miagolìo, e l'uomo non osò ricoprirlo, temendo che la
coltre lo soffocasse.

Ma in quel momento la porta si aperse, e la donna tornò.

--Bisogna che vada io a chiamarlo,--disse.--Caterina non c'è; volevo
mandar lei....

S'interruppe, scorgendo Edoardo presso il letto.

--Oh mi scusi!--esclamò.--Le dà disturbo? Lo lasci strillare.... E una
seccatura; non sa far altro....

E volgendosi al fantolino, quasi potesse comprenderla, soggiunse:

--E tu, avevi proprio bisogno di farti conoscere, stupido? Non potevi
tacere un momento?

Poi d'un tratto, allentò le mani che trattenevano ancora il drappo
attorno al suo corpo, e rimase completamente nuda.

Edoardo aveva conosciuto molte femmine e s'era dilettato di leggère
conquiste; ma non gli era avvenuto mai d'imbattersi in una, così
spudorata e procace. Quella gli era innanzi, tutta nuda, tranquilla e
franca come fosse stata sola; e l'uomo la squadrava con un senso di
maraviglia di cui ella pareva divertirsi.

Infilò una camicia, sopra la camicia una vestaglia scura, e senza più
dir parola, offesa certo che neppure la sua nudità avesse potuto
smuovere il visitatore, uscì di nuovo.

Edoardo riprese a considerare le porcellane, accompagnato nel suo
esame dal lagno incessante del bambino, il quale agitava le mani
minuscole serrate a pugno, e di tanto in tanto se le dava sugli occhi
e sul naso, non sapendo muoverle.

Quella miseria, quel disordine, quella infamia di vita delle quali
aveva le prove umilianti, quel disdoro e quella disonestà che parevan
trasudar dai muri stessi della camera in cui si trovava, avevano
stimolato nel cuore d'Edoardo una malinconia amara. Egli non sapeva
comprendere come un uomo fosse potuto discendere così basso, e ne
sentiva compassione ed ira nel medesimo tempo.

--Aveva indovinato Morella,--egli pensò.--Costui è capace di tutto.

Un risonare di voci confuse sul pianerottolo interruppe il filo del
suo pensiero, e un istante dopo la porta si spalancò e Mariano
comparve, seguito dalla donna.

--Oh che bella sorpresa!--esclamò Mariano.--Non mi aspettavo l'onore
d'una tua visita.... Mi dispiace che tu abbia trovato ogni cosa a
soqquadro.... Ma Livia si alza tardi ed è pigra.... Hai fatto anche la
conoscenza di mio figlio.... Non è bello come Aquileio, ma è piccino,
e si può sperare....

Egli parlava a denti stretti, cercando scherzare; nel contegno e nella
voce tradiva però un impaccio vergognoso, di cui Edoardo gli fu quasi
grato, quantunque il sentir nominare Aquileio in quell'ora, e in quel
luogo lo offendesse.

--Ascoltami, Mariano,--egli cominciò.--Io ho pensato....

Ma non potè finire.

--Andiamo nell'altra camera, se non ti dispiace,--disse Mariano
prontamente.--Qui non si potrebbe parlare a nostro agio, e Livia deve
dare il latte a Fausto.... Si chiama Fausto.... Ti piace questo nome?

Edoardo abbozzò con la testa un breve saluto alla donna, che dagli
occhi ardenti sembrava vigilare le mosse e i gesti dei due uomini; e
preceduto da Mariano, il Falconaro passò nella camera attigua. Ebbe
tuttavia il sospetto che la femmina stesse alla porta a origliare, e
durante il colloquio parlò a voce bassa.

--Ho pensato,--egli riprese,--che è inutile ricorrere a Tito Bardi per
la compera dei tuoi oggetti d'arte, e che potrei comperarli io,
senz'altro. Che te ne pare?

--Mi pare che tu sei un grand'uomo, un vero genio!--esclamò Mariano
con gioia.--Così sono sicuro di non essere strozzato.... Vedi; io ho
bisogno di denaro.... Ti ho condotto qui perchè certe cose è meglio
dircele tra di noi, specialmente quando si tratta di quattrini.... Hai
visto? L'avevo lasciata, Livia, andando a Parigi, e poi l'ho ripresa,
e ora sono padre.... Io ho in odio le donne prolifiche, e paf! me ne
capita una, che mi regala quel mostro! Volevo metterli alla porta
tutti e due.... Ma noi siamo sentimentali; per Livia m'importava poco;
poteva fare strada senza di me; è una bella giovane; hai visto che
capelli? Mi son trattenuto pel bambino.... Ti dico; sono un
sentimentale; è nato: bisogna tenerselo e allevarselo, nutrirlo ed
educarlo.... E me lo son tenuto, e ho tenuto anche sua madre, per il
latte.... Io il latte non posso darglielo; non ne ho.... E così,
eccomi padre, con due persone da mantenere, anzi tre, perchè ci sono
anch'io. Gli affari vanno male, caro Edoardo; non c'è danaro in giro,
e quello che c'è, non si lascia vedere.... Dunque, bisogna cavare
sangue dalle rape.... Ora venderò questa roba.... Ah se Lorenzo Moro
mi avesse pagata la casa a prezzo giusto!... Quindicimila lire; un
patrimonio, una fortuna!... Scusami; so che non vuoi sentir parlar
male di Lorenzo; hai ragione, sei un vero amico.... Come sta
Aquileio?... Ma credi che Lorenzo mi ha strozzato.... Scusami, la
lingua batte dove il dente duole.... Ah ti assicuro che la lezione mi
gioverà! Voglio lavorare.... Lavorerò.... Tu non avresti da indicarmi
una professione?... Bene; di questo parleremo più tardi.... Che ti
pare, che il mio Fausto possa diventar bellino come Aquileio?... Sai
che Aquileio è un capolavoro?... Quel Lorenzo, quel Lorenzo, com'è
fortunato!... Lui così brutto e volgare, ti ha messo lì un bambinetto
che è un amore.... Ci penso da quando l'ho visto.... E vestito di
tutto punto.... Se potessi vestire anch'io Fausto a quel modo.... È
vero che sua madre non è la signora Moro.... Livia è un bruto; non sa
vestirsi neppur lei; è stata abituata a svestirsi, piuttosto, e sul
palcoscenico aveva certi abiti, lunghi un dito.... Eccoti dunque ciò
che io venderei....

Edoardo aveva ascoltato con molta longanimità lo strambo discorso,
fingendo di non aver compreso certe allusioni e certe ironie mal
celate che lo ferivano....

Mariano indossava un vecchio abito nero sopra una camicia molle, senza
colletto; era d'un pallore spettrale, macero, coi pochi capelli
giallastri appiccicati sul cranio come fosse uscito da un tuffo in
acqua; un vinto, un uomo sperduto nella esistenza, al quale il
colorito e quei capelli madidi davano una sinistra espressione
d'annegato, quasi il mare l'avesse gettato alla sponda a guisa di
rottame.

E per ciò Edoardo ascoltava pazientemente e anche sorrideva qualche
volta con cortesia, pensando che non metteva conto di rilevare i
sottintesi del suo discorso.

Mariano fece sfilare innanzi agli occhi del Falconaro gli oggetti che
desiderava vendere, coppe, candelabri, pendole, vasi dì porcellana,
piccoli bronzi; ed Edoardo metteva da un lato, a mano a mano quelli
che gli parevano di carattere meno incerto e sospetto....

--Caro mio,--egli osservò,--i tuoi bronzi sono belli, ma tutti
indecenti. Dove vuoi che io li metta?

--In casa; non sei scapolo?--ribattè Mariano.--Se ricevi delle donne,
non saranno mica collegiali o suore di carità.... Capisco; non avrai
tra i piedi una Livia o una Claudina o una Fifì, ma in un dato momento
tutto le donne si somigliano; e le tue amiche verranno da te per lo
stesso motivo pel quale le mie vengono da me.

Edoardo non volle discutere, e quando ebbe raccolto in un angolo gli
oggetti che intendeva comperare, ne chiese il prezzo; trasecolò,
udendo che Mariano gli domandava ottomila lire.

Egli non li aveva in quei giorni, pronti da gettar per la finestra;
stava ancora rimediando allo conseguenze dell'ultima raffica, e il
denaro gli costava lavoro e fatica. D'altra parte pensava che
sommettendosi docilmente a quella specie di ricatto, avrebbe dato
anima al ricattatore e gli avrebbe fatto comprendere che lo temeva.

Scosse la testa e sorrise:

--Sta bene,--disse.--Tu non vuoi essere strozzato; ma io desidererei
che tu non strozzassi me.

--Che cosa ti passa pel capo?--esclamò Mariano, offeso.--Non ti chiedo
un centesimo di più di quanto avrei chiesto all'antiquario!

--Sì, ma l'antiquario ti avrebbe risposto con un sorriso,--obiettò
Edoardo.--Del resto, non perdiamoci in parole. Io, ottomila lire non
le ho.... Posso spendere duemila lire.... Dammi per duemila lire ciò
che tu puoi darmi onestamente a tal prezzo....

Mariano ruppe in una risata.

--Non hai ottomila lire, tu?--egli disse.--Un uomo che possiede
cavalli e carrozze...?

--Mariano!--tuonò Edoardo, mandando un lampo dagli occhi e facendo un
passo.

L'altro comprese....

--Ti domando perdono,--egli balbettò, piegando la schiena a radunar
gli oggetti che stavano ai suoi piedi.--Le disgrazie mi hanno
inacidito e parlo anche quando mi toccherebbe tacere. Se lo dici, non
dubito.... Allora, combiniamo per duemila lire.... Facciamo così: tu
mandami domani un servo e io gli darò la roba; alla sera poi ci
troveremo dove vorrai, tu mi consegnerai il denaro, e io ti lascerò
una ricevuta in regola.

--Ma,--osservò Edoardo,--si può far tutto in una volta sola. Il mio
uomo può portarti domattina il denaro, e tu puoi consegnargli roba e
ricevuta.

--No, no,--interruppe Mariano.--Non qui; anzi, ora, uscendo, dirai che
ci siamo intesi per cinquecento lire.... Le donne non devono mai
sapere certe cose....

Edoardo capì; la femmina aveva l'abitudine di derubare l'amante, e
l'amante voleva ingannare la femmina, e scialare tre quarti della
somma al giuoco o con altre donne.

Egli amava il suo bambino, ma la passione pertinace del tavoliere, ma
il libertinaggio, ma l'abitudine delle male compagnie e delle notti
d'orgia lo tenevano serrato come tra le mandibole d'una tagliuola, ed
egli non poteva liberarsene più.

Edoardo, ritornato nella camera vicina, lasciò dir da Mariano che il
prezzo convenuto era di cinquecento lire.

Poi scese ed uscì in istrada.

L'angusta via Passerella senza sole, e più ancora il Corso Vittorio
Emanuele soleggiato, gli allargarono il cuore lietamente come luoghi
di suprema bellezza. Si mescolò alla gente e si lasciò urtare; si
fermò innanzi ai negozii a guardare oggetti d'eleganza per togliersi
dagli occhi la visione di quelle due camere e di quei disgraziati
giallastri, che si dibattevan tra la miseria e la depravazione.

Per duemila lire, Edoardo ebbe alcune coppe, un paio di candelabri e
un bronzo, il cui valore totale raggiungeva forse appena un quarto del
prezzo pagato.

Ma non disse verbo e non ne parlò nemmeno con Morella Moro, sdegnando
di descrivere le bassezze di quello sciagurato, del quale per qualche
tempo non udì più novelle.




VI.


Dopo la grave malattia che l'aveva così a lungo travagliato, Farfui
cresceva rigoglioso, quasicchè la natura avesse voluto compensarlo del
male patito. Era di carattere dolce e impressionabile, attentissimo
alla lode e al biasimo; non lo si udiva quasi mai piangere. A tre anni
sapeva spiegarsi con chiarezza, e se scambiava qualche volta una
parola per un'altra, non si lasciava intimorire dalle risa che
accoglievano i suoi spropositi.

Tutti gli erano amici, e la mattina, accompagnato dalla governante,
egli andava a far le sue visite; salutava Adelmo il portiere e Luigia
sua moglie, poi Pierina la cameriera e Maria la cuoca. E attraversata
la strada, visitava la scuderia, chiamando a nome i cavalli dalle
groppe lucide, Febo, Vespa, Bozzolo e Valì. Le bestie volgevano il
capo, rizzavano le orecchie, e parevano fissare il piccoletto con
l'umido occhio inquieto.

In magazzino stava a osservar gli uomini di fatica, i formidabili
uomini dalle braccia nervute e dal dorso poderoso, i quali davano il
rossetto agli stracchini brancicandoli con le mani impiastricciate
della mistura bianca e vermiglia, o smuovevano e ungevano le grosse
forme di grana. Essi passavano gocciolanti di sudore, con quei dischi
grevi sulle spalle, e sorridevano al piccolo, e gli facevan d'occhio,
mentr'egli guardava i giganti dal sotto in su, come avrebbe guardato
montagne.

E qualcuno, più audace, gli allungava, passando, una carezza leggèra.
La signorina Claudia protestava immediatamente, perchè Farfui usciva
quasi sempre da quegli amplessi con uno sberleffo di barite o di
rossetto sulle guancie, che lo rassomigliava a un piccolo pagliaccio
da circo.

Nello studio del babbo, aveva tra i commessi e gli impiegati un grande
amico, un prediletto. Era Paolino Tornaghi; sposato da cinque anni con
una donna sterile, Paolino aveva tale un amore pei bambini, che appena
vedeva Farfui, abbandonava il mastro e la corrispondenza per pigliarlo
sulle ginocchia e raccontargli le fiabe. Sapeva fiabe mirabili e ne
inventava di nuove, onde Farfui, entrando in istudio, correva subito
da Paolino e gli diceva:

--_Palino_, raccontami quella del re che menava a bere le oche.... No,
quella del lupo che correva dietro al treno.

Il Tornaghi s'era preso non pochi rabbuffi da Lorenzo Moro per questo
suo vezzo; ma ogni mattina ci ricascava, e nonostante il terrore che
gli incuteva Lorenzo, egli obbediva al suo piccolo amico e cominciava
sottovoce:

--Dunque, una volta c'era un lupo grande, grande, grande....

Farfui andava in visibilio, fin che uno sbatacchiar d'usci e un passo
pesante non annunciavano l'avvicinarsi di Lorenzo. Allora Farfui
balzava dai ginocchi del suo novellatore, e avendo già imparato a
uccellare il mondo, si gettava a terra per fingere di giuocare col
cestello della carta straccia o col gatto che passeggiava maestoso
dallo studio al magazzino.

La presenza di Farfui allietava tutti. Era aspettato come un
personaggio autorevole, e di ritorno dalle sue visite raccontava ogni
cosa alla mamma, specialmente le fiabe di Paolino Tornaghi, gettando
occhiate sospettose al babbo, perchè su quell'affare delle fiabe non
andavano d'accordo.

--Bambino mio, tu farai cacciare il povero Tornaghi!--osservava
dolente Morella.--Non andare a disturbarlo; lascialo lavorare.

--No, no, facciamo bene!--rispondeva Farfui, scotendo i riccioli d'oro
sulla fronte.

«Facciamo bene» voleva dire nel suo linguaggio sintetico che lui e
Paolino gabbavano insuperabilmente il papà.

Il pomeriggio, se non andava in carrozza con Edoardo Falconaro, usciva
a passeggio con Morella e si recava a far visita alla zia Isidora o ai
nonni. Il bambino baciava sempre Isidora con entusiasmo, quasi con
violenza, perchè sentiva tanta dolcezza in quell'anima sincera, che
gli sembrava sempre d'essere accarezzato dalla voce e dallo sguardo di
lei.

La nonna Gina non gli piaceva per niente. Con l'istinto prodigioso dei
bambini, egli aveva capito subito ch'ella era una sciocca apatica, la
quale ripeteva ciò che dicevano gli altri e non aveva nè un pensiero,
nè un sentimento suo proprio. Ma il nonno Tito lo amava, tanto lo
amava, da commetter follie per lui.

Morella non ricordava ch'egli fosse giunto mai a mostrare i suoi
tesori d'arte ad alcuno; e per Farfui, il vecchio dimenticava ogni
prudenza. La giovane era sempre tra sorpresa e commossa nel vedere che
Tito permetteva al bambino di giuocare co' suoi avorii; glieli
preparava egli stesso, allineati sul tavolotto, tutto un esercito di
figurette preziose, di pezzi da scacchiera, d'ometti e di donnine, di
cani e di tigri e di cavalli.

Così, a un lato della tavola stava il vecchio sorridente e dall'altra
il bambino, che aveva dato un nome a ciascuna figura e combinava, tra
tutte, spaurevoli drammi e grandi battaglie; ma quasi avesse
indovinato il pregio di quei balocchi e l'amore onde li circondava il
nonno, Farfui li moveva garbatamente, non li urtava mai, non li
lasciava mai cadere; e Tito n'era entusiasta.

--È un boia, è un boia!--andava esclamando, perchè il boia per lui
era, a ciò che se ne capiva, la più alta espressione del genio.

Talchè un giorno, interrogato da un amico di casa, il quale fingeva di
non riconoscerlo e gli domandava chi fosse, Farfui gli aveva risposto
gravemente:

--Sono il boia!

In campagna, Farfui aveva un altro eccellente amico; quel piccolo
Poldo, il quale contava ormai sette anni. Morella lo aveva
soprannominato, per certe sue ragioni, che Edoardo solo intendeva, «il
rivelatore», e s'era impuntata a farlo studiare, contrariamente al
desiderio di Lorenzo, il quale sosteneva che i contadini istruiti sono
più ignoranti degli altri.

Poldo faceva gran fatica a capire, ma studiava con la tenacità ferma e
inflessibile della sua semplice razza, e perchè gli costava maggior
pena che ai condiscepoli, una nozione appresa ed entratagli in testa
non ne usciva più, era scolpita nel marmo. Aveva avuto da Morella il
permesso di giuocare con Farfui, del quale egli si faceva il guardiano
geloso e perspicace; possedeva ancora il cavalluccio, senza ruote,
annerito dalle mani e dal terriccio, e quel fazzoletto che gli aveva
regalato Edoardo. Lo adoperava nei giorni di festa, e poi lo riponeva
con cura.

Ma tutto andava bene per cinque giorni della settimana. Il sabato e la
domenica, Poldo era irreperibile; appena Lorenzo giungeva a Villa
Mora, il ragazzetto spariva e stava rintanato a casa sua; non aveva
mai potuto dimenticare la sassata arrivatagli tre anni prima tra capo
e collo, e n'aveva conservato tale paura, che la presenza del padrone
lo faceva scappare ancora a gambe levate.

Non appena Lorenzo ripartiva per Milano, Poldo tornava a sbucar fuori
e ripigliava i giuochi con Farfui. Anche Farfui era lieto che suo
padre se ne andasse; egli sentiva che la sua presenza metteva freddo e
impaccio; il volto della mamma si abbuiava; la vita diventava arcigna.
A ogni istante risonava la voce di Lorenzo che faceva un'osservazione
o si lagnava dello strepito di cui era oltremodo insofferente.
Bisognava riporre trombette o pifferi e tamburo. Il lunedì era un bel
giorno. Poldo e Farfui giuocavano furiosamente con un certo cavallo a
dondolo, piantato, dritto e bianco, sui sostegni ondulanti.

Farfui teneva in testa un cappello di carta uscito dalla fabbrica
speciale di Poldo, ch'era abilissimo a foggiar cappelli guerreschi coi
fogli dei giornali, e Poldo aveva in capo un bell'elmo nichelato di
Farfui, il quale preferiva i cappellucci leggeri dell'amico.

Ma l'elmo di Farfui era piccolino e stava in capo a Poldo per
miracolo, dondolando a ogni passo. Farfui caracollava superbo, urlava
ordini strampalati a un esercito invisibile e scoteva la testa per
dare all'aria i ritagli di carta che pendevano dal suo copricapo.

La scena li entusiasmava; e una volta, mentre si sbracciava a
comandare, Farfui era ruzzolato da cavallo; un'altra volta, durante
una carica, Poldo era andato a finir dietro una siepe, e l'elmo si ora
tutto ammaccato; ora cascava l'uno, ora cascava l'altro, ma i due
piccoli stavano zitti per non aver rimproveri da Morella.

Così, a Milano e in campagna, nella sua casa di porta Ticinese e a
Villa Mora, dai nonni e dagli zii, Farfui non contava che amici.

E adagio adagio, gli si formava un carattere orgoglioso, freddamente
audace, forte a sostenere il male, nemico delle querimonie, gentile ma
pervicace; un carattere, nel quale Morella sapeva leggere quasi
sbigottita l'impronta nitida e incancellabile d'Edoardo Falconaro.

Quel fragile piccolino dai capelli d'oro e dagli occhi grigi, era un
superbo. Non piangeva più; non faceva mai un gesto d'ira o di
dispetto; se qualcuno lo contrariava, chiudeva dentro sè la sua
angoscia e non ne lasciava trasparir nulla, soffrendo in silenzio.

Morella n'era veramente spaventata; pensava con terrore che il
suggello era lampante; e quando il bambino avesse avuto tutto il suo
sviluppo fisico e avesse potuto spiegar meglio la sua indole, la
somiglianza con Edoardo Falconaro, quella somiglianza che già aveva
colpito l'occhio vigile di Mariano Frigerio, si sarebbe rivelata anche
all'occhio torpido e distratto di Lorenzo.

La giovane ne fu tanto scombuiata, che per sincerarsi de' suoi dubbi,
volle cimentare Farfui.

Lo aizzò a sfidare i pericoli, sorvegliandolo e fingendo di lasciarlo
solo. Egli aveva paura di Fox, un mastino basso e quadrato, dai canini
sporgenti e dalla grinta minacciosa, il quale stava di guardia al
magazzino. Quel formidabile ceffo atterriva Farfui; ma perchè sua
madre lo aveva beffato, il piccoletto era andato un giorno ad
accarezzare la bestia, e in breve se l'era fatta amica.

Farfui aveva anche paura dell'oscurità; vedeva nell'ombra forme
eteroclite che si movevano; e tuttavia s'era avventurato una sera nel
grande salotto e vi era rimasto per qualche tempo, per rassicurare
Morella che rideva dei bambini paurosi.

Ogni volta che la giovane lo incitava a qualche impresa, gli spiegava
pazientemente, con le parole ch'egli poteva comprendere, tutti i
rischi ai quali sarebbe andato incontro. Farfui ascoltava, fremeva,
tremava dentro, e poi si accingeva al cimento. Un moto ansioso della
bocca, gli occhioni grigi sbarrati, l'andatura rigida svelavano tutto
il suo orgasmo e il lavorio interno ch'egli compieva per vincere sè
stesso, prima ancora delle difficoltà immaginate dalla sua fantasia e
ingrandite a bella posta dalla parola della mamma.

Era l'istinto di Edoardo che agiva sul piccoletto; quell'istinto di
guerra, quella voluttà del rischio, che avevano tratto il Falconaro da
molti brutti passi e lo rallegravano allorchè occorreva compiere uno
sforzo, al quale gli altri avrebbero soggiaciuto. Era la superbia di
morire piuttosto che patire una umiliazione. Come sarebbe stato
possibile vincere l'impronta morale, che insieme alla rassomiglianza
fisica andava facendosi di giorno in giorno più limpida?

Per una mela, un frutto che non gli piaceva, Farfui aveva arrischiato,
o aveva creduto d'arrischiare la vita.

Posta una mela sull'alto d'un armadio, Morella aveva detto al bambino
che se l'avesse arrivata, sarebbe stata sua. Poi aveva soggiunto che
per salire fin laggiù, Farfui avrebbe forse perduto del sangue.

La vista del sangue era insostenibile pel bambino. Nessuna paura
agguagliava in lui la paura del sangue. E udendo quelle parole, fece
una smorfia, subito rattenuta. Morella scrutava avidamente il visetto
roseo del figlio, che le stava innanzi a gambe larghe, meditabondo; e
sperava e temeva nel tempo medesimo ch'egli non avesse animo per tanto
pericolo e per un premio di cui non sapeva che farsi.

Ma d'un tratto la giovane sussultò. Farfui s'era deciso dopo una breve
e violenta lotta interiore.

Non potendo smuovere la tavola, pregò sua madre di porla vicino
all'armadio; e sulla tavola fece posare una sedia larga, e su questa
una più piccola, e infine la sua seggioletta di legno verde a fiori
rossi, ch'egli amava come una persona viva.

--Bada che non ti tengo!--gli disse Morella.

--Sì,--egli rispose, arrampicandosi.

Le sedie tentennarono. La giovane stava presso il figlio, pronta ad
afferrarlo, ma fingeva di guardare altrove.

--Bada di non cadere!--ella ammonì, per togliergli coraggio.

--Sì,--egli ripetè con la voce turbata, accingendosi a scalar la
piramide delle sedie.

--Bada di non perdere sangue!

Egli non rispondeva; s'aggrappava con le manine, a ogni dondolio
rimaneva un istante immobile, e riprendeva poi risoluto.

Morella non potè reggere a quello spettacolo. Strappò Farfui dalla
tavola, e strettolo al seno, gli coperse il volto di baci.

--Che fare?--pensava.--È suo, suo, suo!...

Farfui non riuscì mai a comprendere perchè sua madre singhiozzasse
convulsamente e gli bagnasse il viso di scottanti lagrime. Per una
mela non c'era ragione di commuoversi tanto.




VII.


Il dramma scoppiò di repente, mentre nessuno se l'aspettava più, con
una furia terrifica.

Milano quell'anno sembrava palesar meglio del consueto la gioia
strapotente di vivere che l'attività gigantesca le insufflava.

I suoi teatri luminosi, i caffè, i ritrovi erano stipati di pubblico.
La, borghesia che dopo l'esposizione nazionale del 1881 aveva avuto la
rivelazione della propria forza, s'era data appassionatamente alle
industrie e al commercio, mutando viso in una ventina d'anni alla
città e centuplicandone la possanza. Il frastuono era interminabile,
soverchiato appena dal battere reiterato e senza requie della campana
dei trams; tutte le vie formicolavano il giorno d'una folla avida di
lavoro e di guadagno; quando s'accendevano i lumi, era uno straripar
nelle strade d'un'altra folla che correva a pagarsi i suoi piaceri. I
milanesi non vanno mai piano.

Milano andava formandosi quella maschera di città inesorabile, che
abbatte e uccide i deboli, che non dà quartiere agli imbelli, e
suscita ed esalta e innebria i forti.

Edoardo Falconaro, Morella, Lorenzo, tre milanesi di razza, vivevano
la vita prosperosa della loro città con un senso di compiacimento.

La prepotenza trionfatrice della metropoli lombarda andava
dilatandosi; quasi si sarebbe detto che si vedeva salire di giorno in
giorno e dirompere come un fiume dalle acque veementi e torbe.

Il piccolo Farfui aveva compiuto quattr'anni, e prendeva parte anche
lui alla vita milanese.

Passava sul Corso in carrozza con la sua mamma, e rideva felice quando
i cavalli dovevano fermarsi per dar luogo a tante carrozze e alle
automobili e ai trams ch'erano avanti; egli rideva, sapendo che
Battista, il grosso cocchiere, si mordeva le labbra pel dispetto di
dover fermare Bozzolo e Valì, che stavano spiegando le loro stupende
virtù di trottatori.

E al piccolo piaceva di dovere nel frastuono alzar la voce, a farsi
intendere. Sua madre e la signorina gli avevano insegnato che in casa
non si alza la voce, che la voce non si alza mai, se non per una
necessità; e quando il fragore della vita pulsante intorno era più
vivo, Farfui urlando come un indemoniato, si ripagava a usura del tono
sommesso che doveva usar tutto il giorno; e non era poco il suo spasso
a veder le faccie costernate della mamma e della governante.

Egli andava anche a teatro con Morella e Lorenzo a veder «le
maschere». Per lui tutti gli artisti, lirici o drammatici, erano
maschere, perchè vestivano in costume e comparivano sul palcoscenico;
ma aveva per quelle maschere e per le altre che incontrava in istrada
durante il carnevale un rispetto non privo d'invidia, un timore di
venerazione, aspettandosi da loro cose stravaganti e difficili.

Farfui prendeva parte alla vita milanese; conosceva i bei negozii
della città, e sapeva indicar benissimo alla cameriera dove occorreva
recarsi per comperare i «marrons glacés» più grossi o i soldatini più
solidi. Egli proteggeva tre o quattro negozianti di specialità, e
quando recavano un involto, lo osservava per rilevare se venisse
veramente da qualcuno dei suoi prediletti. Non sapeva ancora leggere;
ma ricordava bene che la carta dell'uno era stampata con lettere
rosse, e che il nastrino dell'altro era verde, e che il terzo dava
insieme all'involto un bel libriccino con le figure. E faceva gran
conto di quelle infallibili indicazioni.

Appunto per accondiscendere alle preferenze di lui, un giorno Morella
condusse il bambino da un pasticciere che piaceva molto a Farfui, e
gli lasciò comperare i dolci di suo gusto.

Mentre ella usciva dal negozio, un uomo che ronzava là intorno da
qualche tempo, le fece un profondo saluto. Morella rispose, e allungò
un poco il passo....

--Chi è, mamma, quel signore?--domandò Farfui.

Morella, non rispose e il bambino volgendosi vide che l'uomo salutava
anche lui.

--Mi ha salutato, mamma, quel signore!--egli disse con aria
importante.

--E tu, che hai fatto?--domandò Morella continuando a camminare.

--Io l'ho salutato. Va bene, mamma? L'ho salutato anch'io!

--Va bene,--disse Morella.

Il signore che aveva salutato era Mariano Frigerio. Aveva salutato e
tirato dritto, non osando fermare Morella; la sua camicia era priva di
solino, il mantello spelacchiato, le scarpe sudice di mota; già gli
pareva troppo che la signora avesse risposto chinando graziosamente il
capo.

Mariano Frigerio sentiva d'esser condannato a sparire nel tumulto
furioso di vita e di ricchezza che imperversava per la città,
spazzando via gli uomini inutili. Egli non aveva posto; i suoi
compagni di lavoro l'avevan così sopravanzato, che quand'anche gli
fosse stato possibile di riprender la corsa, non li avrebbe raggiunti
più mai.

Del resto, l'abitudine all'ozio imperava più forte di qualunque
ragionamento. In casa c'erano ancora Livia, la quale si dilettava
d'ubbriacarsi quando poteva, e il piccolo Fausto che aveva ormai
valicato l'anno; ma non c'era altro.

Una delle due camere non aveva per addobbo che una tavola di rozzo
legno bianco, nella quale era riposta una rivoltella, comperata quando
Mariano aveva ancora qualche cosa da difendere. Gli oggetti d'arte,
venduti pezzo per pezzo e non più a prezzi «di favore» come Mariano
definiva la vendita fatta a Edoardo, ma a prezzi «di fame», a
rivenduglioli e a rigattieri.

Nell'altra camera rimanevano il letto veneziano in cui dormivano Livia
e Fausto, e quel divano di cuoio, che un giorno faceva parte del
«servizio per pancioni» e ora dava asilo al disgraziato, il quale si
copriva con un paio di vecchie tende. Qua e là, stoviglie sporche e
catinelle e forchette gettate alla rinfusa con pezzi di sapone, e
coltelli con cosmetici e pomate; perchè in quel naufragio
spaventevole, Livia aveva perduto tutto, fuorchè l'abitudine
d'imbellettarsi e di farsi un viso.

Mariano era agli estremi; e come certi animali che diventan più feroci
quando si sono addossati a un tronco e parano o inferiscono gli ultimi
colpi, Mariano s'era fatto pericoloso. La sua agonia morale doveva
essere tremenda.

Di Livia non gli importava nulla; spesso la saziava a pedate. Ma egli
teneva l'occhio su Fausto; il bambino aveva fame, era stato slattato e
non gli davan da mangiare; strillava l'intero giorno e i vicini
cominciavano a lagnarsene; se avessero mosso qualche osservazione al
padron di casa, sarebbe venuto lo sfratto, perchè Mariano era in
arretrato col pagamento del fitto.

Andò a cercare di Scopa, di quel mercante di formaggio, rissoso e
provocatore, che Mariano si divertiva a beffare. Scopa era ricco, e
sotto la scorza brutale non aveva cuor cattivo; per Mariano doveva
nutrire una specie di simpatia poichè non l'aveva mai accoppato con un
pugno; e ora lo avrebbe aiutato, rivedendolo dopo tanto tempo così mal
ridotto, senza scarpine verniciate.

Per trovarlo, Mariano si trascinò a piedi fino a Corsico, in una
giornata frigida e nebbiosa. La bruma era pesante e su dal Naviglio
fumigava un denso vapore acqueo, il quale si diffondeva nell'aria e
toglieva la vista degli oggetti a pochi passi di distanza; una
acquerugiola quasi impalpabile scendeva senza posa dalla mattina,
tramutando la strada in molle e lubrico pantano.

Scopa non c'era.

Mariano interrogò i conoscenti e non potè averne notizie precise. Ma
un pizzicagnolo, largo d'epa e sciolto di lingua, il quale stava sul
limitare della sua bottega, udì quel nome e rispose con un sogghigno:

--Ah cerca di Scopa, lei?... Scopa è in galera.

--Accidenti!--pensò Mariano con un brivido.--Gliel'avevo detto!

--Già; dieci anni di reclusione,--seguitò l'altro, contento
dell'effetto ottenuto con le sue parole.--E sono dieci perchè non sono
trenta. Ha avuto fortuna, nel suo genere.... Guardi: proprio dov'è
lei, Scopa ha aperto la pancia di Pinotto con una coltellata, e
Pinotto è caduto lì.... Conosceva Pinotto? Bene.... Sa che Scopa aveva
sempre in tasca quel suo coltello, largo tre dita, che gli serviva per
il grana?... Bravo. E con quello ha «liquidato» Pinotto.... Dieci anni
di reclusione, perchè gli avvocati.... Basta pagarli, gli avvocati....
Negherebbero Cristo in croce.... Gli avvocati han dato ad intendere
che il povero Pinotto aveva schiaffeggiato lo Scopa. Ma io che ho
visto con questi occhi perchè ero qui, come adesso, sulla porta....

Mariano non volle udire più. Era la maledizione; gli amici gli
cadevano al fianco, il vuoto gli si faceva intorno.... Fissò il fango
a terra, pastoso e sdrucciolevole; veramente, la terra gli sfuggiva
sotto i piedi....

E ripensò all'atroce profezia gettata in faccia allo Scopa in un
giorno di buonumore, con venticinquemila lire nel portafoglio: «Morirà
in pace, al reclusorio di Pallanza». Ne ebbe rimorso e paura.... Scopa
aveva risposto con un'altra profezia....

Stette un paio di giorni chiuso nelle sue camere, mangiando quei
rifiuti dei salumieri, che la plebe milanese chiama «repubblica»; poi
uscì, e s'imbattè in Morella Moro, che aveva per mano Aquileio.

La carrozza l'aspettava; una bella carrozza chiusa di color verde cupo
filettato di rosso, tratta da Febo, che invecchiando s'era ammansato.

Fu un raggio di luce. Bisognava parlare a Lorenzo Moro, chiedere a
lui, commuoverlo. E si recò da Lorenzo.




VIII.


Lorenzo Moro stava rimproverando uno dei suoi facchini, il quale s'era
dato da qualche tempo al bere.

Mariano Frigerio entrò e disse:

--Enzo, ho bisogno di parlarti.

Erano anni che Lorenzo non vedeva Mariano; e perciò gli diede
un'occhiata curiosa. Mariano indossava un ferraiuolo senza più colore,
il quale gli serviva a coprire l'abito e un paio di calzoni le mille
volte rattoppati. Le scarpe eran bianche di fango secco, il cappello
grigio chiazzato di macchie giallastre.

Lorenzo capì. Il solo fatto che Mariano contrariamente alle sue
abitudini d'ostentata indifferenza, teneva il cappello in mano e si
presentava a testa nuda, svelava ch'egli era venuto per implorare.

--Ciao,--gli disse Lorenzo.--Sono qui ad ascoltarti.

Mariano girò l'occhio sospettoso attorno e guatò i facchini.

--Hai bisogno di parlarmi da solo a solo?--riprese Lorenzo.--Bada che
ho poco tempo da perdere. Voialtri andate nella stanza dei Friburgo e
preparatene fuori una ventina; poi vi chiamerò io.

Gli uomini di fatica obbedirono e uscirono silenziosi.

Lorenzo sedette sopra il piano della stadera. Era vestito con un abito
di stoffa grossa, che allargandogli ancora le spalle e affondandogli
il collo, gli dava l'aspetto d'un orso. In testa aveva un berretto di
pelo, quantunque la corsia in cui lavorava fosse tenuta costantemente
a una temperatura mite perchè i formaggi non si fendessero.

Lo spirito beffardo di Mariano prese un attimo il sopravvento, e con
una sbirciata ironica a Lorenzo Moro, pensò:--Ha fatto bene sua moglie
a farlo becco!

--Dunque?--interrogò Lorenzo, accingendosi a caricar la pipetta di
radica.

--Tu imagini per qual ragione io sono venuto a disturbarti,--mormorò
Mariano.

--No, io non imagino niente,--rispose pronto e secco Lorenzo.

--Ho bisogno d'esser aiutato da te. Ho bisogno d'un po' di denaro....

Senza lasciarlo proseguire, Lorenzo si alzò in piedi, e si avviò:

--Se sei venuto per questo,--egli disse,--hai perduto il tuo tempo, e
me ne dispiace. Io non ho denaro, e non posso aiutarti.

L'occhio velato di Mariano s'animò improvvisamente con una luce
sinistra. L'uomo balzò innanzi a Lorenzo Moro e le fermò.

--Ascoltami,--proferì con voce agitata.--Io ho un figlio. Ti chiedo
aiuto per mio figlio, che è piccino e innocente. Anche tu hai un
figlio, e possiamo dunque capirci. Mio figlio ha fame.

--Lasciami passare,--rispose Lorenzo.--Tu hai un figlio; e che cosa
hai fatto per lui? Io per mio figlio lavoro. Tu dal giorno in cui hai
abbandonato il commercio, sei sparito dalla società dei galantuomini e
sei vissuto al tavoliere, nelle cantine, tra le bagasce, tra i
bari.... Tutto si paga, caro mio. Adesso tuo figlio ha fame. E che
colpa ne ho io?... Mi dispiace per il bambino, ma non posso nulla per
lui....

L'odio che Lorenzo Moro aveva sempre nutrito contro gli imbelli gli
saliva alla gola. Egli teneva l'occhio su Mariano senza alcuna pietà,
anzi con ira sdegnosa per quella rovina d'uomo che avrebbe potuto
essere un onesto commerciante, un paffuto e ricco borghese.

E perchè Mariano non aggiungeva parola, Lorenzo stava per andarsene,
credendo che tutto fosse finito; ma non appena egli fece un passo,
Mariano scattò di nuovo.

--Bada a quello che dici,--mormorò.--Bada a quello che dici, Lorenzo!

L'altro lo fissò stupefatto.

--Come? Tu mi minacci?--egli esclamò.--Devo badare a quel che dico? Ti
dico la verità sacrosanta. Sei vissuto come un disonesto, e ora hai
fame. È la legge, la legge della vita.... E tu mi minacci? Ma io ti
farò prendere da uno dei miei uomini e gettar sulla strada!...

Allora Mariano Frigerio fu come la bestia che addossata al tronco,
uccide prima di morire; il furore gli traspariva dagli occhi
luccicanti, dal tremito che gli agitava le labbra; egli si tratteneva
a fatica per non imitare il suo amico Scopa e non immergere un
coltello nel ventre di Lorenzo Moro; ma si ricordò in buon punto
d'avere un'arma più agguatatrice e più insanabile.

--Tu ti vanti d'una vittoria che non è tua,--disse con la voce che gli
usciva dalla strozza come un sibilo.--Tu saresti un miserabile
qualunque, un miserabile come me, se un santo protettore non ti avesse
tenuto la mano sul capo.... Il santo si chiamava Edoardo Falconaro....
Lo ricordi?... Edoardo Falconaro ti ha aiutato a cavarti dalla
trappola in cui i tuoi concorrenti ti avevan preso e ti affogavano....
Ti sei arricchito col danaro degli altri, e ora me lo butti in
faccia....

Il volto di Lorenzo Moro, che alla prima offesa era diventato
paonazzo, si fece subitamente pallido; il ricordo del beneficio avuto
da Edoardo lo calmava d'un tratto.

--È vero!--confermò.--Ma io del danaro avuto ho fatto buon uso.... E
tu, perchè non ti sei rivolto a Edoardo Falconaro?

--Mi sono rivolto a lui, non dubitare. Egli ha comperato da me roba di
cui non aveva bisogno, e l'ha pagata quanto ho voluto.... Non era una
casa, intendiamoci, e non vi ha guadagnato su quindicimila lire, e non
era nemmeno un cavallo, e non ne ha guadagnato millecinquecento....

Mariano ghignava, nel dir queste parole, ghignava e tremava, guardando
Lorenzo, che con la pipa, nella destra e con la sinistra in una tasca
dei calzoni lo fissava attonito, chiedendosi se l'antico suo
competitore fosse impazzito....

--Ma io ti tengo,--proseguì Mariano, sempre con quella sua voce
sibilante.--Ah tu neghi il pane a mio figlio, al mio Fausto che non sa
nulla delle nostre colpe? Ah tu mi getti sulla strada? Ma quando
uscirai di qui, tu sarai morto!

--Oh, oh!--interruppe Lorenzo.--Non facciamo smargiassate. Con due
dita al collo ti mando all'inferno, caro Mariano! Tu sai che non ho
mai avuto paura....

Mariano sfrenò un'altra risata, piegandosi un poco in avanti.

--Che?--egli disse, continuando a ridere.--Tu credi che io voglia
ucciderti davvero, come si uccide l'orso in una caccia? Ma no, caro
mio; non sono tanto ingenuo.... Io posso spaccarti il cuore senza
muovermi, senza alzare un dito.... Ascoltami bene.... Dunque tu neghi
il pane a mio figlio?... Ma tu sei stato aiutato, dicevo, e una e due
e dieci volte, e ti sei fatto ricco.... Hai camminato sull'orlo del
fallimento e hai fatto fallire gli altri.... Io da Edoardo Falconaro
ho chiesto aiuto una volta sola; non avrei potuto chiedere di più....
E sai la ragione di questa differenza? Scommetto che tu non sai la
ragione di questa differenza?

Lorenzo Moro non aveva più voglia d'allontanarsi e di far cacciare lo
sciagurato; ascoltava, preso da una curiosità non priva di sospetto,
appoggiando le spalle a una scansia, affondate le mani entro le tasche
della giacca, la pipa all'angolo sinistro delle labbra. Tra lui e
Mariano intercedeva lo spazio occupato dalla stadera.

--Tu mi dirai,--proseguì Mariano,--che la differenza è questa: che tu
eri un brav'uomo, un lavoratore accanito, mentre io sono un disonesto,
un fannullone celebre, un vizioso.... Ma innanzi tutto: vuoi tu, puoi
tu darmi un po' di danaro per sfamare il mio Fausto?

Prima di vibrare il colpo mortale, Mariano implorava; avrebbe
preferito salvare sè e gli altri, e ottenuto danaro, non gli sarebbe
mancata l'abilità di far finire la cosa in una farsa.

Lorenzo Moro gli rispose:

--Tu mi sembri matto, caro mio! Ti ho già detto che danaro non ne ho,
che aiutarti non mi è possibile.... E ora, poi, dopo le tue parole,
dovrei darti danaro?

--Dunque niente?--incalzò Mariano.

Lorenzo levò la mano, quasi perchè ciò che stava per dire riuscisse
più solenne:

--Niente!--ripetè.--Niente!

--E allora non sai la differenza?--riprese Mariano, ormai
risoluto.--La differenza è questa: che tu eri ammogliato, e io sono
scapolo!

--Che significa?--domandò Lorenzo, il quale non aveva capito.

--Significa che io non ho una moglie giovane, elegante, coi capelli
biondi....

S'interruppe. Lorenzo, che s'era staccato dalla scansia per lanciarsi
contro Mariano, barcollò. La mazzata era stata forte, il bue colpito
alla nuca; e Mariano lo spiò con l'occhio freddo o spietato, mentre
l'altro stendeva le braccia barcollando.

Dopo alcuni passi incerti, Lorenzo si lasciò cadere di peso sulla
stadera, su cui sedeva poco prima sicuro e insolente; con le mani si
strappò il colletto che lo soffocava, e alzò gli occhi su Mariano.

--Vigliacco!--balbettò.--Sei un vigliacco!... Non si accusa una donna
così....

--Ah! non si accusa?--esclamò Mariano ridendo.--E non si lascia morir
di fame un bambino!... O tu credi che noi siamo carne da salsiccia? Te
l'avevo detto; non m'insultare, non mi torturare! E tu addosso!...
Ebbene io sto per scomparire, lo sento; ma guai a quelli che mi sono
intorno!... Il mio piccolo Fausto non troverà da mangiare, ma guai a
chi non gli ha steso la mano!... Ah! la morale! La morale è una bella
invenzione per te, e ti fa risparmiar danaro; ma morirai, sotto la tua
morale, ma rimarrai schiacciato, sotto la tua morale da villano
arricchito!... Io creperò pure, siamo d'accordo; soltanto, io vi farò
tremare prima d'andarmene.... E così?... Ti ho avvertito che ti avrei
spaccato il cuore senza muovermi!...

Egli parlava, sfavillante negli occhi di gioia diabolica e stava
sopra, lui vinto, lui perduto, stava sopra il vittorioso, affondando
un colpo dopo l'altro con ebbrezza feroce.

Lorenzo era annientato; un ronzìo malauguroso gli riempiva gli
orecchi; gli si annebbiava a poco a poco la vista, le gambe non lo
reggevano più, e ad ogni frase dei nemico alzava il braccio come a
farsene scudo contro quella grandine di stilettate....

Infine ritrovò la parola e mormorò:

--Non si accusa, non si accusa...! La prova? quale prova?...

Mariano scoppiò in un sghignazzamento in cui echeggiava il livore
della sua anima attossicata.

--La prova?--egli disse.--Ma l'hai sotto gli occhi da mattina a sera,
imbecille! La prova si chiama Aquileio...!

Udì un gemito. Lorenzo che ancora aveva alzato il braccio quasi a
ripararsi, non resse più oltre, e lentamente, piegandosi via via, si
rovesciò quant'era lungo per terra.

Mariano stette a contemplarlo un istante, poi si recò nel magazzino
dei Friburgo, di cui aperse l'uscio con un colpo del piede:

--Ohe, compagnia!--egli disse ai facchini.--Andate a vedere laggiù,
che al vostro padrone gli è venuto un accidente!

E uscito col passo lento e strascicante, si mise a fischiettare, come
a' suoi bei tempi.




IX.


Farfui stava seduto ai piedi di Morella su quella sua piccola seggiola
verde a fiori rossi dalla quale non sapeva separarsi. L'aveva vista in
un magazzino di mobili comuni e l'aveva voluta; era una sedia rozza
dal piano di paglia, dalla decorazione ingenua a fiorellini, e nel
salotto faceva un bizzarro contrasto coi mobili fastosi e pesanti.

Farfui seguiva sua madre nell'appartamento, trascinandosi dietro la
seggioletta di camera in camera; e quand'egli si coricava, la seggiola
accoglieva i suoi piccoli indumenti, che Farfui non avrebbe posato per
nulla al mondo sopra un altro mobile.

Morella pensava a Mariano che aveva incontrato poco innanzi.

Ella avrebbe voluto fermarsi e dirgli qualche buona parola, ma
quell'uomo dal ferraiuolo spelato e dalle scarpe senza tacco attirava
troppo gli sguardi dei passanti.

E tuttavia Morella non poteva dimenticarlo. Egli aveva salutato
umilmente anche Farfui, come aveva detto il bambino, e l'atto le era
piaciuto.

Allorchè Edoardo Falconaro venne quello stesso giorno a farle visita,
Morella gliene parlò. Desiderava aiutare quell'infelice e trovar modo
di fargli pervenir del denaro.

Edoardo scosse la testa sorridendo.

--No,--egli disse,--è inutile. Non fategli pervenire alcun denaro
perchè qualunque somma gli si liquefa tra le mani. Io ho provato ad
aiutarlo, e non sono riuscito a nulla. Non mi lascerei ingannare una
seconda volta, e non mi dispiace tanto per lui e per la donna che vive
con lui, quanto per il suo bambino....

--Il suo bambino?--esclamò la giovane, gettando da parte il ricamo al
quale attendeva.--Il suo bambino? Ha un figlio?...

--Sì, un piccoletto, di poco più d'un anno, che si chiama Fausto.

Seguì un silenzio. Morella allungò la mano ad accarezzare la testolina
bionda di Farfui, che guardava le incisioni d'un albo aperto sulle
ginocchia.

--Voi non volete aiutare quell'infelice,--riprese Morella con voce
addolorata.--Mi dispiace d'udirvi parlare così....

--Mi sono spiegato male,--disse Edoardo.--Non è che io rifiuti
d'aiutare il bambino; è che io dispero di poterlo aiutare. Mariano
giuoca, e quella sua donna beve; ogni sforzo in vantaggio del piccolo
sarebbe vano di fronte ai vizii e alla follia dei suoi.... Ecco perchè
io non mi lascerò ingannare più.

--Qualche cosa arriverebbe anche al bambino,--osservò Morella.--Un po'
di bene lo avrebbe anche lui.... Ora fa freddo; morirà dal freddo, il
poveretto!... Io non posso reggere a questo pensiero.

Nella sala era diffuso un buon tepore e dentro al caminetto
borbottavano le legna, innalzando gaie fiamme azzurre e gialle.

--Ne parleremo con Enzo,--disse Edoardo per calmare la donna.--Vedremo
con lui che cosa si possa fare.

Egli non aveva alcuna inclinazione per l'opera di bontà che Morella
gli proponeva. Lo spettacolo di bassezza a cui aveva dovuto assistere
tempo addietro, gli aveva fatto schifo, uccidendo in lui ogni
sentimento di commiserazione.

Ma rimasta sola, Morella non trovò requie.

Nell'ora medesima e nel medesimo giorno in cui Mariano Frigerio
parlava con Lorenzo Moro per l'ultima volta e lo feriva mortalmente,
Morella pensava alla miseria orrenda, alla catastrofe spaventosa
ond'erano stati abbattuti Mariano e suo figlio.

Eran passati quasi cinque anni da quella visita ch'ella aveva fatta a
suo marito, tra i mercanti, lo stesso giorno nel quale s'era data a
Edoardo. Ma i cinque anni non avevan potuto cancellare dal suo animo
l'impressione dell'amaro sarcasmo con cui Mariano aveva rinfacciato a
Lorenzo la compera della sua casa e del suo cavallo.

Ora ella viveva in quella casa, si faceva condurre a passeggio in una
vettura tirata da quel cavallo, e Mariano e suo figlio morivano di
fame, basivano dal freddo.

Morella gettò un'occhiata alla pendola; poi si decise.

Conosceva l'indirizzo di Mariano, che s'era fatto dare da Edoardo, e
non potendo chiamare il disgraziato in casa sua dove avrebbe
arrischiato d'imbattersi con Lorenzo, voleva andare lei a trovarlo. Il
timore e la ripugnanza eran vinti dalla sollecitudine per quel bambino
che soffriva.

Indossò la pelliccia e uscì in vettura chiusa, affidando Farfui alla
governante.

Mariano era tornato da poco, soddisfatto di essersi vendicato
finalmente e di Lorenzo e di Edoardo. Ma Livia, la quale lo aspettava
col denaro, lo accolse con una tempesta d'ingiurie e di bestemmie.

--Calma!--egli le disse.--Calma e sangue freddo, o io ti do una
razione di schiaffi.

Egli aveva indosso ancora il suo mantello e si frugava nelle tasche.

--Eccoti trenta centesimi,--seguitò mettendo fuori pochi soldi.--Con
questi comprerai un po' di latte, un po' di pane, un po' di
«repubblica» e mangeremo tutti.... Non ho denaro, siamo d'accordo. Ma
c'è qualcuno che sta peggio di noi, oggi, benchè abbia danaro fino
agli occhi.... È un compenso il quale non ha niente di comune con la
culinaria....

--E bere?--osservò Livia, contando le monete sul palmo della
mano.--Non si beve niente?

--Acqua fresca!--dichiarò Mariano.--L'acqua fresca aiuta la
digestione....

Livia gli gettò il denaro ai piedi.

--Va tu a pigliarti da mangiare!... Se non si beve, io non mangio....

Mariano s'avvicinò al letto, e guardò lungamente Fausto che dormiva.

Il bambino era pallido; due segni azzurrastri gli cerchiavano gli
occhi. In quel viso eran già i sintomi d'una grande estenuazione, come
se la fatica di vivere gravasse troppo sui fragili omeri
dell'innocente. Il suo sonno non era riposato e pieno; egli si agitava
di tanto in tanto, ed emetteva qualche lagno dalle labbra smorte.

Mariano stava contemplandolo pensieroso, quando una scampanellata lo
fece sussultare.

--Dev'essere qualcuno che vuol danaro,--egli disse a Livia.--Non
ricevere.

Livia era già andata ad aprire, e udendo un'esclamazione di stupore,
Mariano si voltò.

Il suo viso naturalmente pallido si fece verdastro; un tremore
repentino e indomabile lo afferrò e lo scosse tutto.

Sulla soglia stava Morella Moro, un poco impacciata, ma sorridente.
Effondeva intorno un lieve profumo e dietro il veletto che le riparava
il volto, si delineava un sorriso amichevole. Il contrasto fra quella
signora elegante e squisita in ogni particolare, nobile
nell'espressione e nel portamento, e Livia già vecchia, imbellettata,
spettinata, stracciata, inebetita dal vizio e dalla miseria, era così
rilevante, che sebbene Mariano Frigerio fosse molto confuso, lo notò
di prim'acchito, e se ne sentì mordere il cuore.

Egli aveva pensato vedendo Morella, che Lorenzo riavutosi d'un tratto
fosse già andato a casa, che una scena brutale ne fosse seguita, e che
la donna, spinta dalla disperazione, fosse corsa da lui a chiedergli
spiegazione delle sue accuse.

Ma la giovane sorrideva un poco impacciata, ed era tranquilla.
Evidentemente ignorava ancora ogni cosa.

Mariano, rinfrancatosi, le corse incontro, e, allontanando Livia,
disse a Morella Moro:

--Signora.... A che cosa debbo l'onore?... Sono dolentissimo di
doverla ricevere così.... Livia, vattene nell'altra camera!... La
prego, si accomodi.... Io non posso offrirle una bella poltrona....

Morella avanzò, sempre col suo sorriso un po' timido; nascondeva a
maraviglia il senso di scoramento che quella camera fredda le aveva
ispirato subito e la repulsione per un cattivo odore di rinchiuso che
vi aleggiava....

--Non si disturbi,--ella disse, prendendo posto sul divano, in un
angolo.--Devo chiederle scusa d'essere capitata così
all'improvviso....

Livia se ne andava pigramente, sotto l'impero delle occhiate che
Mariano le gettava, ma andando si voltava ad ogni passo per ammirar la
signora e la sua pelliccia e i guanti lunghi e fini e gli stivaletti
la cui punta sbucava dal lembo della gonna. Scomparve nell'altra
camera, ma restò dietro l'uscio ad origliare.

Morella che non le aveva prestato alcuna attenzione, guardava qua e là
cercando Fausto, e non riusciva a scoprirlo.

--Dov'è Fausto?--ella chiese a Mariano sorridendo.




X.


Mariano Frigerio traballò, come avesse toccato un urto poderoso in
pieno petto.

Fausto! Morella gli chiedeva di Fausto con quella delicata timidezza,
del suo piccolo Fausto, ed era venuta per vederlo! Non credeva a sè
stesso; la donna che un'ora prima egli aveva denunciata a suo marito
per vendetta insieme al suo bambino, veniva a confortarlo sorridendo!

Mariano non aveva mai patito tanto; ciò che ancora di buono gli
rimaneva nel cuore non interamente perduto e insensibile, si agitava,
si commoveva, gli dava un immenso strazio.

--Fausto....--egli balbettò.--Lei sa di Fausto!... Vuole vedere
Fausto?...

--Sì,--rispose Morella un po' sorpresa per così vivo turbamento.--Mi
hanno detto che lei ha un figlio.... e che.... in questi ultimi tempi
i suoi affari sono andati male.... Non è vero?...

--Fausto è lì; dorme!--fece Mariano accennando il letto dietro un
lacero paravento.

Morella si alzò subito in piedi, e andò a guardare.

--Dorme, il poverino,--ella disse.--È pallido, ma bello!... È gracile;
bisogna averne cura.

Andava fissando il piccoletto, il cui capo riposava sopra un guanciale
poco pulito. Il bambino era affagottato in un mucchio di stracci dal
cattivo odore; un respiro pesante inframezzato da qualche lamento gli
usciva dalle labbra.

Mariano vide che la donna stendeva la mano ad accarezzare lievemente,
lievemente, suo figlio, senza ridestarlo; e fattasi animo si chinava a
baciarlo piano sulla fronte e sul capo.

--Signora....--mormorò Mariano.--Signora....

Egli aveva gli occhi offuscati dalle lagrime, e un singhiozzo
infrenabile gli strozzava la favella in gola.

Morella lo fissò, esitante; poi, fraintendendo quella terribile
commozione, gli disse con la voce vellutata, che sembrava una lunga
carezza:

--Non si scoraggi così, signor Frigerio.... Mi hanno mandata a
portarle un po' di danaro per il suo bambino.... Non si offenda....
Tutti possiamo aver bisogno.... E poi si tratta di Fausto, e lei non
potrebbe offendersi....

Da una borsetta che aveva tra le mani, levò una busta, e la tese
all'uomo.

Entrambi stavano dritti a fianco del letto su cui riposava Fausto;
Morella elegante e serena nella sua bontà, Mariano ancora
ammantellato, il viso contratto dallo spasimo d'un rimorso che non
aveva parola.

Ma egli s'irrigidì prontamente e rispose:

--L'hanno mandata? oh, non mi dica bugie pietose!... È venuta lei, per
un suo pensiero....

--Non importa,--disse Morella scuotendo il capo.--Questo non
importa.... Prenda.... comperi delle legna; qui fa freddo; e molta
buona roba per il piccolo.... In pochi giorni può rifiorire....
Prenda!...

Ma l'altro allontanò con la mano la mano guantata che gli si tendeva.

--No,--fece risolutamente.--È impossibile!

Morella gli levò gli occhi in faccia, interrogandolo, stupita e
offesa.

--Signora, è impossibile!--ripetè Mariano.--Non mi domandi perchè. Lo
saprà più tardi. Non posso accettar nulla da lei.... Signora, per
carità, non me ne chieda la ragione!... Io le raccomando il mio
bambino.... Sì, egli può accettar tutto; egli è innocente.... Glielo
raccomando.... Ma io non posso accettar nulla da lei.... Io ho
commesso un delitto, poco fa.... Ma non sapevo ciò che facevo.... Via,
bisogna dir tutto: avevo fame, il mio Fausto aveva fame, e sono stato
offeso e cacciato.... Ho perduto la testa....

La giovane ascoltava, quel balbettio, pensando che Mariano fosse
travagliato dalla febbre e che farneticasse repentinamente; e lo
fissava, scombuiata e sorpresa.

Mariano indovinò quel che passava per il capo della sua visitatrice.

--Si domanda se io sono pazzo, non è vero?--egli seguitò.--No, non
sono pazzo.... Vorrei esserlo.... Ora capisco ciò che non avevo capito
mai, ma è tardi, è troppo tardi.... Signora, permetta che io le baci
le mani....

E prima ancora che Morella pensasse a difendersi, si sentì afferrate
le mani, e coperte di baci così caldi, che le parvero traversare i
guanti e bruciarle l'epidermide. L'uomo singhiozzava quasi in
ginocchio.

--Io non capisco,--ella mormorò, allontanandosi un poco.--Non so che
cosa lei abbia.... Mi parla d'un delitto, non vuol accettar nulla....
Eppure lo ama, il suo bambino, e io sono venuta qui per aiutarlo,
perchè non soffra più.... E allora, perchè mi respinge?

--Il mio bambino? Sì certo; glielo raccomando,--ripetè Mariano con la
voce velata dalle lagrime.

--Lei lo proteggerà.... Ma non posso accettar danaro.... Sono sceso
molto giù, signora, glielo avranno detto; e del resto, lo vede.... Ma
più giù non voglio scendere.... Io posso pagare e pagherò....

Morella aveva ripreso posto sull'angolo del divano, e andava
considerando l'uomo con attenzione scrutatrice. Le sue parole
cominciavano a metterle nell'animo un dubbio, un dubbio atroce, che
ella tentava di ricacciare, e che persisteva ad affacciarlesi. Un
delitto commesso poco prima impediva a Mariano di accettar danaro da
lei.... Che poteva essere?

--Il signor Falconaro,--ella riprese,--mi ha detto che lei ha bisogno
di aiuto, ed ora lei mi dice che può pagare?

--Edoardo?--esclamò Mariano, asciugandosi gli occhi.--Anche Edoardo si
occupa di me?

--Ho avuto da lui il suo indirizzo. Come l'avrei saputo
diversamente?--rispose Morella.

Mariano si sentiva finito. Anche Edoardo! Edoardo e Morella, le due
vittime, pensavano a lui, gli mandavano danaro, aiutavano il suo
bambino....

L'ambascia straordinaria onde Mariano fu subito invaso accrebbe il
sospetto della donna; ma non potè fermarvisi, perchè Fausto si
risvegliava piangendo. Ella accorse al letto, prese Fausto tra le
braccia, e lo accarezzò, mentre Mariano seguiva la scena con lo
sguardo errante dell'uomo che ha perduto ogni senso della realtà.

--Bisogna dargli da mangiare,--disse Morella.--Prenda questo danaro: è
poco; mandi a comperare un po' di latte e di pane e di caffè....
Questo danaro deve prenderlo.

Mariano obbedì: prese una moneta d'oro che la giovane gli porgeva, e
balzò nell'altra camera.

--Livia!--disse.--Corri giù; va a prendere un caffè e latte con
pane....

--Che cosa facciamo?--interruppe Livia.--Quanto rimane quella
pettegola? Che cosa sono queste scenate?...

Mariano inoltrò d'alcuni passi, sconvolto in viso, spaventevole, col
pugno alzato.

--Se tu dici ancora una parola, se apri bocca, se non vai e non torni
come un fulmine, io ti rovescio giù dalla finestra!

Non era una minaccia vuota. Mariano appariva deciso. Livia rabbrividì,
e si gettò fuori a corsa.

Il piccolo Fausto s'era quietato subito, vedendo la bella signora che
gli parlava dolcemente e gli faceva carezze.

--Ora mangerai la pappa,--ella gli diceva.--Una buona pappa grande,
grande....

E il bambino sorrideva, forse per la prima volta in sua vita, al
miraggio di quella grande pappa, che aveva desiderato tante volte
indarno.

Mariano tornò con un vassoio su cui era il servizio del caffè e latte,
e pane e biscotti; e trovò Morella e Fausto che se la intendevano.

Consegnato il vassoio a Morella, si ritirò in un angolo della camera.
Morella preparò la pappa, e col cucchiaino, pazientemente imboccò
Fausto, che le stava tra i ginocchi, aggrappato con le piccole mani
alla pelliccia di lei. Il fantolino divorava, sbirciando dentro alla
chicchera per vedere se alle volte non fosse finita la pappa grande; e
la gioia per quel po' di ristoro gli traluceva dagli occhi febbrili.

--Ecco!--disse Morella, quando Fausto ebbe sorbite anche le ultime
goccie.

Si volse a Mariano e soggiunse, additando il resto del danaro sul
vassoio:

--Ora mandi a prendere un po' di legna. Qui c'è la stufa. Il bambino
ha bisogno di caldo.

S'interruppe e guardò Mariano che le stava di fronte a capo basso:

--Io non so che cosa fare, se lei non vuole accettar danaro da me. Lei
mi ha raccomandato il suo Fausto, io non lo dimenticherò....

--Ora torna a casa?--domandò Mariano improvvisamente.

--Sì, certo.... Le pare strano?...

--No, no!... Mi scusi questa indiscrezione.... Non dimenticherà
Fausto?...

--Gliel'ho promesso!--rispose Morella gravemente.

Allora ella fa sbalordita vedendo che Mariano s'inginocchiava, e le
baciava, il lembo della gonna.

--Quali pazzie!--esclamò turbata.

E allontanandosi d'un passo, stese la mano all'uomo.

--Arrivederci!--disse con un sorriso.

--Addio, signora!--rispose Mariano, senza stringere la mano che gli
era offerta.

Morella baciò Fausto e uscì.




XI.


Aveva paura.

Mariano Frigerio, l'uomo ormai abituato a soffrir fame e freddo, a
passare intere notti con gli occhi spalancati nell'oscurità e il
cervello vagante tra i disegni più strambi, l'uomo che aveva lottato
contro Lorenzo Moro freddamente e ostinatamente, per farlo fallire ed
era rimasto vinto nella sorda guerra; e poi s'era giuocato un
patrimonio e l'aveva perduto; l'uomo avido di piacere, assetato
d'emozioni, il libertino, lo scioperato, il cinico; Mariano Frigerio
aveva paura.

Che sarebbe avvenuto?

Morella Moro si dirigeva a casa, contenta della sua buona azione,
impaziente d'abbracciare il piccolo adorabile Aquileio. Ella doveva
pensare con gaudio alla casa tepida, al bambino, agli agi abbandonati
un istante per recar da mangiare a un altro piccoletto disgraziato.
Sì, ella aveva varcata quella soglia sorridendo; aveva con le sue mani
accarezzato, con le sue labbra baciata la fronte di Fausto; era
vissuta qualche tempo in quella stanza dell'abiezione e della miseria,
ma gentilmente, senza mostrare il ribrezzo che certo il suo cuore
provava.

La camera era ancor pregna del suo mite profumo e della sua presenza
luminosa....

E colui al quale aveva recato una parola, di conforto, colui al quale
aveva sfamato il figlio, poche ore prima l'aveva denunziata al marito
come adultera, e aveva additato il figlio di lei come la prova vivente
e parlante della sua colpa, perchè il marito s'avventasse sull'una e
sull'altro, e li cacciasse di casa!...

Morella Moro tornava al suo focolare con l'animo quieto e un buon
sorriso sulle labbra. Vi avrebbe trovata l'infamia e la desolazione,
sparsevi largamente, ebbramente, da quello stesso uomo ch'ella aveva
beneficato. Ella sarebbe stata colpita nel suo Aquileio, dopo avere
sfamato Fausto con le sue mani.

Mariano Frigerio indugiò a lungo, accoccolato meglio che seduto sopra
uno sgabello che perdeva le treccie di paglia.

Aveva paura di ciò ch'era stato capace di fare, e delle conseguenze
che alla sua delazione non potevano non seguire.

Di repente parve risvegliarsi, udendo il passo di Livia, che gli
ronzava intorno per chiedergli quale somma fosse riuscito ad
intascare.

Egli balzò in piedi e afferrò un braccio della donna.

--Ascoltami bene,--disse.--E ricordati che se m'interrompi, io ti
spezzo la testa.

Livia lo sbirciò di traverso. Bisognava obbedire e tacere. Egli aveva
l'occhio torbido, la fronte accigliata, il ghigno minaccioso e
risoluto che le mettevano per le carni un brivido di spavento. In
quell'ora sarebbe stato veramente capace di spezzarle il cranio contro
la parete.

--Ascoltami bene. La signora ha lasciato un po' di danaro qui. Con
questo andrai a comprar legna, e accenderai la stufa. Poi ti occuperai
di Fausto, e se avrà fame gli darai da mangiar di nuovo; e lo laverai
e lo pettinerai. Egli è protetto da qualcuno ch'è più forte di me e di
te. Guai se ti pensassi di trascurarlo!... Fausto è al sicuro; ciò
m'importava più d'ogni altra cosa. Hanno detto che mangiando e
dormendo bene, il piccolo deve rifiorire; e se fra quindici giorni non
sarà forte e allegro, io ti getterò giù per le scale come un sacco di
biancheria sporca. Se questo non ti piace, torna alla strada!...

La femmina, scossa più volte pel braccio da una stretta che la
crollava da capo a piedi, non rispose parola, e in silenzio, quasi
sulla punta dei piedi, s'accinse ad obbedire.

Mariano, tornato al suo sgabello, non parlò più fino a sera, nè toccò
del cibo che Livia aveva recato e gli aveva posto accanto in una
scodella.

In quel momento, la casa di Morella Moro doveva essere un inferno, e
Mariano non si poteva toglier dalla mente la visione della giovane che
sorrideva ignara, e imboccava Fausto con tanta pazienza.

Un nuovo pensiero era venuto a Mariano.

Scoperta la sua opera nefanda, egli diventava un impaccio. Aveva bensì
promesso Morella d'aiutare Fausto; ma come avrebbe potuto, se il padre
di Fausto aveva denunziato lei e il figlio di lei, il piccolo
Aquileio? Ella era donna e madre. Non le sarebbe riuscito di perdonar
tanto male fatto al suo bambino, per beneficare colui che l'aveva così
bassamente offesa.

In verità, egli era un impaccio.

E l'infamia in cui viveva da tempo, la miseria, la straccioneria, la
nessuna speranza di poter mai più rialzarsi, quella stessa femmina che
gli stava al fianco spaurita e silente, ma che domani avrebbe ripreso
a bere; tutto gli si rivelava all'occhio subitaneamente, tutto gli
cadeva sul cuore e gli veniva a nausea.

Egli era un impaccio per gli altri e per sè medesimo.

Anche nell'ipotesi assurda che Morella ed Edoardo gli avessero
perdonato, non poteva già vivere a loro spese, gravare sulle loro
spalle col figliolo e l'amante. E chi gli avrebbe dato lavoro, se egli
non sapeva alcun mestiere? Pei mestieri più rozzi gli mancavano le
forze necessarie.... Aveva disperso venticinquemila lire in
bagordi.... Venticinquemila lire!... La somma gli sembrava ora
favolosa, una ricchezza inesauribile, e si guardava le mani quasi a
sincerarsi che avevano davvero stretto e gettato al vento quel
prodigioso patrimonio....

No; in verità era un impaccio, e fin ch'egli fosse vissuto, Fausto non
avrebbe avuto bene.

S'alzò di scatto, e nell'oscurità andò a cercare Fausto, il quale
dormiva, tra' suoi stracci, nel gran letto veneziano colla testolina
sul guanciale poco pulito.

Mariano baciò avidamente suo figlio, che poteva infine riposare senza
fame.

Poi si voltò a Livia, la quale, non osando coricarsi, s'era
aggomitolata in un angolo.

--Hai capito?--le disse.--Devi occuparti sempre, attentamente di lui,
se vuoi salvarti. Ricordati di queste parole.... Ti torneranno in
mente più tardi, e le intenderai meglio....

Accese una candela e fissò la donna, mettendole il lume a un dito
dalla faccia.

--Sei una disgraziata anche tu!--soggiunse.--Io dovevo lasciarti alla
tua strada, che è più allegra della nostra vita....

E mentre Livia lo squadrava sorpresa, egli le volse le spalle e si
trascinò nella camera attigua, di cui chiuse la porta, con due giri di
chiave.

Livia rabbrividì a quel rumore. C'era qualche cosa d'inusitato
nell'aria, un senso di fatalità e di sciagura che le pesava addosso e
di cui non sapeva rendersi ragione.

Andò alla porta con passo cauto, tese l'orecchio e udì che Mariano
passeggiava pel lungo e pel largo, certo in preda a un tumulto di
pensieri.

--Mariano,--disse a mezza voce,--perchè hai chiuso?

Mariano continuò a passeggiare senza rispondere.

Dopo un istante, Livia susurrò di nuovo:

--Non hai mangiato niente. Mangia qualche cosa e poi vieni a dormire.
Qui è caldo....

Silenzio. L'uomo non udiva o non curava.

Livia alzò la voce:

--In nome di Dio, Mariano, te ne supplico, rispondi, apri!... Ho
paura!

Mariano allora s'approssimò e disse senza aprire:

--Aspetta.... Ho promesso di pagare. Lascia che io paghi!

La donna aspettò, chiedendosi intontita, che cosa quelle parole
significassero.

Udì ch'egli apriva il cassetto della tavola; poi i suoi passi
s'avvicinarono:

--Ti raccomando Fausto!--egli disse.

Livia stava per rassicurarlo, quando istintivamente fece un balzo
indietro. A due passi da lei, di là dalla porta, l'aria era stata
lacerata da una detonazione rimbombante, e un corpo precipitava a
terra pesantemente.

--Mariano!--urlò la donna, avventandosi contro la porta e scuotendola
con tutta la forza che la disperazione le dava.--Mariano! Che cosa hai
fatto?...

Mariano Frigerio non rispondeva più.




XII.


Il malore di Lorenzo Moro, abbattuto dalla parola velenosa di Mariano
Frigerio come da un colpo di clava, non era durato a lungo. I suoi
uomini lo rialzarono, e adagiatolo in una sedia, gli spruzzarono il
viso con acqua ghiaccia; e mentre Paolino Tornaghi stava per correre a
chiamare un medico, Lorenzo Moro aprì gli occhi e si riebbe.

Gli si specchiò innanzi lucidamente la nozione della realtà; rivide
con piacere, quasi tornasse da un viaggio pericoloso, i suoi facchini,
la corsia dalle impalcature cariche di bei formaggi, i commessi che lo
attorniavano trepidanti. Egli notò che Mariano Frigerio era scomparso,
e non ne chiese notizie.

--Come sta,?--gli domandavano.--Si sente meglio!

Qualcuno disse:

--Vada a casa, signor Lorenzo. Lei lavora troppo e ha bisogno di
riposarsi.

--Accompagnamolo a casa,--propose un altro.--Un buon sonno gli darà
subito forza.

Allora avvenne una discussione:

--No; aspettate un poco. La sua signora potrebbe spaventarsi,
vedendolo tornare al braccio d'un uomo....

--Sì, aspettiamo. Piuttosto si potrebbe chiamare un medico.

--Andate a prendere un caffè; un caffè bollente....

Tutti gli stavano sopra, interrogandone l'occhio; tutti quegli uomini
tremavano per lui e per sè stessi, comprendendo che la scomparsa di
Lorenzo Moro avrebbe condotto alla chiusura dei magazzini, al
licenziamento, alla ricerca d'un nuovo impiego; ed essi pensavano alla
città divoratrice e alla stagione inclemente.

Lorenzo Moro ascoltava l'un dopo l'altro i suoi compagni di lavoro;
poi d'improvviso li allontanò con un gesto e si levò in piedi.

--Che medico, che sonno, che storie andate contando?--esclamò
irritato.--Mi credete morto? Un po' di freddo allo stomaco. Via, dove
sono i Friburgo?... Avanti, non perdiamo tempo e non mi state a
mormorar litanie, o la spedizione oggi non si fa più....

Gli uomini di fatica si dileguarono in un batter di ciglio scomparendo
dentro i magazzini, e i commessi ripresero posto in istudio. La
gagliardia fisica di Lorenzo destava la loro ammirazione; non si
poteva disobbedirgli; era aspro come un macigno, ostinato e rabbioso;
nessuno ricordava d'averlo visto ridere coi suoi impiegati; ma non
aveva tenerezze per sè stesso, come non ne aveva per gli altri, e
questo fatto gli assicurava le simpatie che la sua inflessibilità gli
avrebbe allontanate. Parlava poco; era stato fra i commercianti
milanesi che per primi avevano affisso nello studio il cartello con le
parole: «Visite brevi», e spesse volte riceveva in piedi i suoi
visitatori, perchè l'efficacia di quell'avvertenza non andasse
perduta.

Ora tornava al lavoro. Ma notando le sue insolite distrazioni, i
facchini si chiedevano se lo svenimento di poco prima non lo avesse
colpito nella memoria, e lo sogguardavano con mal nascosta
inquietudine.

A un certo punto non potè più reggere; chiamò uno dei principali
commessi, e gli diede ordine di sorvegliare gli uomini di fatica, ed
egli si chiuse nella camera che gli serviva per ricevere i
rappresentanti delle altre case di commercio.

Il lavoro continuò egualmente rapido; ma parve a tutti che una grande
malinconia fosse piombata d'un subito tra di loro; rasentando la porta
dietro la quale stava il padrone, gli uomini la sbirciavano in
silenzio e alleggerivano il passo.

Lorenzo Moro ordinava le sue idee. Fra poco sarebbe dovuto ritornare a
casa, e per quel momento egli voleva aver tutto deciso. Il primo
impeto gli aveva messo innanzi una visione rossa: uccidere.... Ah sua
moglie lo aveva tradito?... Ah il bambino era d'Edoardo Falconaro, e
gli viveva in casa, e mangiava e portava il suo nome, e avrebbe avuto
il danaro accumulato con tanta fatica?... Ebbene egli strozzava la
donna e il ragazzo, e prendeva a colpi di rivoltella l'amico.... O
forse valeva meglio cacciar di casa donna e bambino, rimandandoli a
quell'idiota di suo suocero, il quale credeva d'avere in Morella una
figlia portentosa, e più candida e più ingenua della stessa
Isidora.... Se li tenesse il vecchio!...

Ma l'istinto d'uomo d'affari lo dominò tirannicamente. In un caso o
nell'altro, uccidendo o cacciando, avrebbe fatto ridere alle sue
spalle; uccidendo poi, sarebbe finito in galera, e molti nemici
avrebbero passato un allegro quarto d'ora a spese di lui.... Gli
sibilavan già all'orecchio i piacevoli discorsi che si sarebbero fatti
«Bene; la moglie ha aggiustato il nostro conto; ora si capisce perchè
il Falconaro lo aiutava; il grand'uomo non se n'è mai avvisto; e le
aveva così lunghe, che non passava dalla porta! Già, quel marmocchio
era troppo bello; non poteva averlo fatto lui.... E ne era superbo,
l'imbecille, senza vedere che Aquileio era il ritratto in miniatura
d'Edoardo! E che bel colpo, Mariano Frigerio!... Pareva vinto ed è il
vincitore; ha aspettato più di cinque anni, ma lo ha raggiunto, da
maestro, e l'ha spazzato via come un mucchio di letame, lui, la
moglie, l'amante, e il bambino!...»

Ah no! Non metteva conto davvero che per una donna infedele e per un
amico traditore, egli si rendesse ridicolo! Aveva avuta la fortuna,
una grande fortuna, di cadere in deliquio alla rivelazione; se non
fosse stato quel malore, egli si sarebbe slanciato su Mariano e lo
avrebbe finito.... Lo svenimento gli aveva impedito di commettere uno
sproposito marchiano; e ora voleva commetterlo a mente più calma, fare
un chiasso infernale, dichiarare a tutti che l'amico e la moglie lo
ingannavano?...

No.

Egli disse: «no» ad alta voce. Ma poi si chiese: «E allora?»

Presa una sedia, s'avvicinò alla tavola, e rimase coi gomiti
appoggiati, la testa fra le mani, lungamente.

Udì gli nomini passare, le voci lontano dei commessi che gridavan dei
numeri; indi, a poco a poco il silenzio. Guardò l'orologio; bisognava
tornare a casa.

Aveva formato in mente la sua risoluzione e si sentiva meglio. Il
freddo della strada finì di risvegliarlo; sì fregò le mani dicendosi
che di tutti, il lottatore più forte sarebbe stato lui.

In anticamera trovò Farfui nervoso, con la boccuccia agitata dal
tremito che indicava nel piccino una forte commozione. Egli aspettava
che il papà lo baciasse, ma Lorenzo non parve averlo nemmen visto, e
il bambino rimase con le braccia alzate, nel gesto ch'egli faceva
sempre per essere sollevato dal babbo.

--La signora non è ancora tornata!--annunziò la governante.

Lorenzo non rispose; andò nel suo appartamento e si mise a sedere.

Il dubbio che Mariano avesse mentito non era possibile. Morella, aveva
sempre avuto una certa ritrosia a darsi al marito, e un
giorno,--Lorenzo ricordava bene, perchè il caso non era comune,--non
solo ella s'era data, ma aveva cercato quasi le occasioni per
provocarlo; poi s'era rifatta frigida e repellente.... Sarebbe bastato
questo episodio, il quale doveva, nel concetto di Morella,
giustificare la gravidanza. Ma v'eran poi mille altri segni, che
tornavano ora in mente a Lorenzo e ch'egli si stupiva di non aver
prima avvertito; la singolare somiglianza di Farfui con Edoardo, per
esempio, e meglio ancora la passione, una vera passione che Edoardo
sentiva pel bambino; e l'assiduità dell'uomo nel curare Farfui durante
la malattia, e quella specie di vigilanza con cui lo accompagnava via
via in ogni cosa della sua piccola esistenza, e il piacere che Edoardo
provava conducendoselo a passeggio e qualche volta a teatro, e le
osservazioni ch'egli faceva sul modo di educarlo.

Quanti segni, quanti indizii! Mariano aveva avuto ragione dandogli
dell'imbecille.

--Enzo, Enzo, dove sei?--risuonò una voce. Era Morella che lo
chiamava. Egli si levò, andò nella sala da pranzo, dove Morella e
Aquileio lo aspettavano.

--Ho fatto tardi, non è vero?--disse la giovane.--Devi scusarmi. Sono
uscita per un'opera di carità, e il tempo mi è passato di volo.

--Un'opera di carità?--ripetè Lorenzo sbirciandola di sottecchi.--A
quest'ora?

--Preferirei non dirti nulla,--confessò Morella con un sorriso.

--Ma io non ti chiedo nulla,--rispose Lorenzo.

A tavola serviva Pierina che si muoveva svelta e senza rumore, e
sorvegliava Farfui, al quale tagliava il pane e la carne. Seguì una
lunga pausa, poi Morella disse:

--Farfui è un po' triste stasera, perchè il suo babbo non l'ha nemmeno
salutato....

Lorenzo ebbe uno scatto repentino, ch'egli stesso non si aspettava:

--Finiamola--esclamò--con queste sciocchezze! Farfui, Farfui, Farfui!
Che è questo? Egli si chiama Giuseppe, e voglio che lo si chiami
Giuseppe.... E poi da domani mangerà in cucina....

Morella lo guardò intontita; la cameriera fu così sorpresa, che
dimenticando il suo contegno impassibile, restò un istante col piatto
in alto senza posarlo in tavola....

--Andate pure,--disse Morella,--tornerete quando vi chiamerò....

Pierina mise il piatto sulla tavola e scomparve.

--Che cosa è?--chiese Morella, non appena la ragazza se ne fu
andata.--Tu vuoi scherzare?...

--Non ne ho alcuna voglia. Ho detto che Giuseppe deve chiamarsi
Giuseppe e che domani mangerà in cucina....

--Ma, caro Enzo, non si dànno simili ordini senza spiegarli; non si fa
l'educazione d'un ragazzetto in cucina,--osservò Morella
freddamente.--Io non intendo che mio figlio viva con la cuoca....

--Ah, vuoi la spiegazione degli ordini?--ribattè Lorenzo.

Si morse le labbra; stava per prorompere, per commettere una
sciocchezza.

--Non ci sono spiegazioni,--corresse immediatamente.--Io dò gli ordini
perchè posso darli; e gli altri non hanno che a obbedire.

--T'inganni. Queste parole tu le dirai ai tuoi facchini. Io non
obbedisco che allorchè gli ordini sono ragionevoli, e allorchè, se non
sono ragionevoli, il sacrificio è mio. Ma mi ribello quando si tratta
di nostro figlio, e lo difendo.

A udire quel «nostro», la mano di Lorenzo corse al coltello ma si
acquietò subito, e con voce pacata obiettò:

--Appunto perchè si tratta di nostro figlio ho il diritto di ordinare.

--Tu vuoi insomma ch'io vada a mangiare in cucina?--osservò Morella.

--Tu? Ho parlato di Giuseppe, e non di te....

--Io andrò a mangiare in cucina con lui, domani, perchè non lo lascerò
solo,--annunzio la giovane.

Farfui aveva seguita la discussione, socchiusa la piccola bocca ad
arco, gli occhi dilatati dallo stupore. E si volse a suo padre,
dicendo:

--Papà, che cosa ti ho fatto? Non sono stato cattivo. È vero, mamma,
che non sono stato cattivo?

--E chi parla, con te, stupido?--interruppe Lorenzo.

Morella si alzò, andò a prendere Farfui, e si avviò senza più dir
parola.

--Dove vai?--chiese Lorenzo.

Ella non rispose e non si volse; ritiratasi nella sua camera da letto,
chiamò la cameriera, fece portare quanto ancora mancava del pranzo,
poi rinviò Pierina a servire Lorenzo.

Farfui sedette gravemente nella sua seggiolina verde a fiori rossi; la
mamma gli pose innanzi una poltrona, sulla quale piantò una tavoletta
e gli preparò il pranzo.

--Siamo in castigo, mamma?--egli chiese.

--Si, caro, siamo in castigo.

--Io mi piace!--dichiarò Farfui.--Io mi piace di mangiare così. E tu
non mangi?

--No, bambino, non ho fame.

Farfui mangiava; evidentemente non gli importava nulla delle sgarberie
di suo padre; poco prima era atterrito perchè la mamma tardava a
rincasare, ma trovarsi in castigo con lei non gli dispiaceva affatto.
Si faceva servire, allungando ogni poco la mano ad accarezzare il
volto della madre, e chiedeva aiuto anche per bere, affinchè la mamma
gli stesse più vicina.

--Drado non è in castigo?--egli domandò.

Drado era Edoardo Falconaro. Come mai il bambino pensava a lui,
sembrandogli che il castigo dovesse raggiungere anche il suo amico?

--Non è in castigo, no,--rispose Morella.--Nessuno può castigarlo.

--È troppo grande, vero? Anch'io quando sarò grande non sarò più in
castigo.

Morella pensava. Il sospetto balenatole in mente alla presenza di
Mariano Frigerio le si riaffacciava ora, udendo il bambino parlar
d'Edoardo Falconaro. Che Mariano li avesse denunciati a Lorenzo? Ma
come avrebbe Lorenzo potuto credere a un uomo che si presentava ad
accusare senza alcuna prova?

--Io mi piacerebbe che Drado fosse in castigo,--riprese Farfui d'un
tratto.

--E perchè mai?--domandò Morella.--Non gli vuoi bene a Drado?

--Sì, ma, allora Drado sarebbe qui; e tu sei più contenta se Drado è
qui.

--Ah bambino mio, che cosa dici!--esclamò la giovane stringendo al
petto Farfui.

--Non è vero?--egli insistette.--Anch'io sarei contento; e allora lui
si metterebbe qui vicino a me. Perchè, mamma, non lo mandi a chiamare?

--Non si può. Una signora non può chiamare un amico nella sua camera
da letto.

Farfui guardò la madre stupefatta. Quella regola di buon vivere gli
pareva assai stramba; ma egli che aveva una memoria portentosa,
obiettò subito:

--Quando io ero malato, Drado veniva nella tua camera da letto....

--Sei pazzo, Farfui!--esclamò Morella.--Chi ti ha detto queste
cose?...

--Io l'ho visto....

--Hai visto male.

--No. Drado veniva da me, e poi veniva da te che «dormavi» sul
letto.... Non ti ricordi, mamma? Io mi ricordo....

--Mangia, caro, mangia questo biscotto; così, a pezzettini.... Veniva
anche la zia Dora però....

--Sì veniva la zia Dora, e mi ha portato il pulcinella. Ti ricordi,
mamma? E dopo, andava via.... Ma Drado non andava via, e stava qui
tanti giorni, tanti giorni, quando faceva chiaro e quando faceva
scuro....

Morella ascoltava sbigottita. Quale testimonianza e con quanta
nitidezza esposta! Il bambino aveva veduto tutto, e tutto gli era
impresso nella mente col rilievo preciso d'ogni particolare; ma quasi
intuendo un pericolo, egli non ne aveva parlato mai, e si confidava
solo con sua madre.

--Veniva anche il papà a trovarti,--soggiunse questa.

--No.

--Come no? L'ho visto io!

Farfui diede in una risata.

--Non l'hai visto,--rispose.--Dici la bugia. Il papà non veniva a
trovarmi, perchè è cattivo.

--Zitto, zitto, per carità! Veniva a trovarti mentre dormivi.

--E allora, perchè non mi ha portato il pulcinella anche lui? E non ti
guardava quando eri nel letto grande, come faceva Drado?

Il pranzo era finito, e Morella invitò Farfui a giuocare coi suoi
soldatini; ma avendo altri pensieri pel capo, egli non toccò la
scatola, che sua madre gli aveva aperta innanzi.

--Vuoi che giuochiamo a mosca cieca?--disse Morella.

--No. Domani andiamo a mangiare in cucina?--interrogò Farfui.

--Non so, caro. Faremo quel che dirà il babbo.

--Io non mi piace in cucina. Voglio star qui anche domani.

Si fermò. Un campanello aveva squillato.

--È Drado, è Drado!--esclamò il bambino saltando in piedi.

Poteva essere Edoardo infatti, il quale veniva spesso dopo pranzo a
tirar di scherma con Lorenzo. Farfui assisteva a quelle partite, e si
divertiva al fragor del ferro, al gridio e ai salti dei combattenti. I
due uomini coi volti riparati dietro le maschere da sciabola gli
sembravano due grossi insetti che s'azzuffassero; Lorenzo la formica,
Edoardo la cicala; e Farfui batteva le mani quando un bel colpo
arrivava a toccar la formica, per la quale non aveva troppa simpatia.

Lorenzo era impetuoso in quel giuoco come nella vita. Non parava quasi
mai, e attaccava con velocità incredibile per la sua tozza
corporatura, scoprendosi imprudentemente. Edoardo, più alto e
calcolatore, riusciva a tenerlo a distanza, nell'attesa gli
presentasse il destro di colpirlo a pieno. L'altro, spinto dalla sua
furia, incoraggiato dal giuoco d'Edoardo che in suo paragone si
sarebbe detto tardo e pigro, finiva sempre per lasciarsi cogliere alla
sprovvista, e più d'una volta, s'era egli stesso gettato sul ferro,
venendo a una misura troppo corta.

--Dove vai?--chiese Morella, che vedeva il bambino correre all'uscio.

--Vado a chiamare Drado.

--Ma no, ma no, siamo in castigo! Drado non può venir qui.

Farfui rimase sulla soglia mortificato.

--E allora,--osservò,--come farà Drado senza Farfui e senza la mamma?

--Io non so come farà,--rispose Morella sorridendo.

Essa non si aspettava la visita del Falconaro, ch'era stato da lei
quello stesso giorno e che aveva parlato di Mariano Frigerio. Per un
riguardo elementare, egli non si recava mai in casa dei Moro due volte
nel dì medesimo, e Morella andava chiedendosi che cosa fosse mai
avvenuto, quando la cameriera si presentò a dire che il signor Lorenzo
e il signor Falconaro pregavan la signora di passar nel salotto,
perchè dovevano darle una notizia importante.




XIII.


Il salotto illuminato a luce elettrica scintillava d'oro. La luce,
smorzata dentro i cortinaggi di pesante velluto, lambiva con tenui
rifrazioni i grandi vasi a fondo cupo leggermente screziato, che eran
posti qua e là senza simmetria, su larghe colonne marmoree venate di
rosso, le quali sembravano sanguinare; accarezzava le cornici di
quercia scolpita, e s'avventava sugli ori dei mobili, afforzando il
rilievo dei ricami e dei trapunti, che decoravano divani e poltrone.

La parete di centro scompariva intera sotto un fastoso arazzo, donato
da Tito Bardi alla figlia, e la sala acquistava da quella figurazione
che a colori vivacissimi raccontava il ratto d'Europa, una bella
gaiezza.

Con le mani in tasca, guardando a terra, Edoardo Falconaro andava
misurando irrequieto a grandi passi il salotto. Seduto in una
poltrona, Lorenzo Moro ridacchiava.

--È un rimorso, è un vero rimorso per mo!--diceva Edoardo.--Tu puoi
dire ciò che vuoi, ma io non dimenticherò la mia stupida diffidenza.

--Su, su,--rispose Lorenzo,--Non avere alcun rimorso; io te ne
assolvo. Come dicono i preti? «Ego te absolvo»....

E faceva il gesto di dar la benedizione, l'indice e il medio distesi,
le altre dita piegate. Morella li sorprese in quell'atteggiamento; le
correva appresso Farfui, trascinandosi dietro la sua seggioletta.

--Oh, bene!--esclamò Lorenzo, mentre Edoardo salutava Morella.--Ti
abbiam chiamata per darti le ultime notizie. Dunque, devi sapere che
Mariano Frigerio s'è bruciato le cervella oggi, anzi stasera.

--Mio Dio!--mormorò la giovane impallidendo.

--Guarda! Ma quel Mariano Frigerio era dunque molto amato!--esclamò
ironicamente Lorenzo, vedendo che sua moglie, pallidissima, sedeva
accasciata in una poltrona.--Tutti disperati perchè quel farabutto....

--Enzo, Enzo,--interruppe Morella,--non insultare un cadavere!

--Ti dico che era un farabutto,--ripetè Lorenzo,--e io ne ho le prove.

--Era un disgraziato, che non abbiam saputo salvare,--disse Morella,
volgendosi a Edoardo.--Io l'ho visto oggi; avevo un triste
presentimento, ma non potevo imaginare che quell'infelice sarebbe
giunto a questo estremo!

--Tu l'hai visto oggi?--domandò inarcando le ciglia Lorenzo.

Morella raccontò brevemente la sua visita a Mariano Frigerio, e
descrisse la desolazione di quella casa.

--È inesplicabile,--soggiunse.--Io gli aveva promesso di aiutar lui e
il suo bambino; e per tutta risposta egli si è ucciso. Ha dunque
dubitato di me?

Lorenzo Moro sorrise. La desolazione di sua moglie e d'Edoardo gli
riusciva comica; e si faceva forza per non dare in uno scatto brutale,
rinfacciando loro il tradimento di cui erano stati accusati da quello
stesso Mariano ch'essi piangevano.

--Ha fatto molto bene a uccidersi,--egli disse pacatamente.--Non c'era
posto per lui; egli si avviava da tempo alla galera, e ha preferito la
morte. Io credo non abbia mai fatto nulla di meglio; il suo suicidio è
la sola cosa pratica di cui sia stato capace. Dicevo poco fa a Edoardo
che non è il caso di sentire rimorsi per non avere aiutato quella
canaglia.

--Enzo!--esclamò di nuovo Morella.--Ti prego ancora di non insultare
un morto. Quel disgraziato non ha avuto che la colpa di sciupare tutto
il suo; ma per ciò, non si ha diritto di chiamarlo canaglia. Egli non
ha nociuto a nessuno.

Lorenzo Moro sorrise.

--Egli non ha nociuto a nessuno?--ripetè.--Era velenoso come uno
scorpione, e ha nociuto a quanti gli sono andati vicino. Era una spia
e un ricattatore, un maligno che colpiva alle spalle, un vigliacco che
fuggiva dopo aver colpito.

Disse queste parole con tanta forza, che Morella ed Edoardo si
scambiarono un'occhiata dubitosa.

--A te, che cosa ha fatto?--interrogò la giovane, fissando suo marito.

--A me?--rispose Lorenzo, protendendosi quasi stesse per lanciare un
disco.--A me?...

Si morse le labbra, serrò nelle mani i bracciuoli della poltrona e
concluse con voce spenta:

--A me, nulla!

--E a me non ha fatto nulla, ugualmente,--seguitò Morella,--e a voi,
Falconaro?

--Non ho che buoni ricordi di lui,--rispose Edoardo.

--Ora dunque,--riprese la giovane,--dov'è la spia, dov'è il traditore?

Lorenzo si alzò, e fece il giro della sala, riflettendo; poi si fermò
innanzi a sua moglie.

--Io so quel che dico,--proferì gravemente.--E se non aggiungo altro,
significa che si tratta di cose di cui non posso parlare.... Ma
permettimi che io ti esprima il mio stupore; Edoardo è di casa, e non
v'ha ragione ch'io taccia davanti a lui.... il mio stupore. Tu sei
andata da Mariano Frigerio, hai avuto il coraggio di entrare nella sua
tana, di trattenerti con lui, di dar la mano a quella bagascia ch'egli
teneva con sè?...

--Si trattava di salvare il bambino....

--E quelli che t'han visto entrare ed uscire, che ne sapevano del
bambino?--incalzò Lorenzo.

Edoardo Falconaro dissimulò a stento un sorriso, riconoscendo in
quelle parole il suo uomo. Lorenzo non temeva per l'imprudenza
commessa dalla moglie, ma per ciò che avrebbero potuto pensarne gli
sfaccendati; teneva l'occhio alla pubblica opinione con una costanza
accasciante; per ogni atto della vita egli si chiedeva prima che cosa
ne avrebbero pensato gli altri, e poi agiva. Al tempo in cui doveva
lottare contro la concorrenza dissennata dei suoi nemici, paventava il
fallimento non così per il danno che ne avrebbe avuto, come per
l'effetto che avrebbe prodotto sul mercato e per le chiacchiere che ne
sarebbero derivate.

--Del resto,--riprese,--non ti sarai messa in testa d'allevare anche
quel bambino? Abbiamo già Poldo che studia per tua volontà. Poldo è
figlio d'un galantuomo, il quale si è sempre guadagnata l'esistenza.
Ma quest'altro, figlio d'una donnaccia e d'uno scioperato, io non lo
voglio tra i piedi.

--Non lo avrai,--rispose Morella.--Si può essere utili a un bambino
senza tenerlo in casa.

--Io lo voglio,--interloquì improvvisamente Farfui.--Mi piace un
bambino nuovo. Gli darò da mangiare.

Edoardo rise, e sollevando Farfui, se lo piantò a cavalcione sulle
ginocchia perchè trottasse. «Trotta, trotta, cavallin--Sotto il piè
del tavolin».

Così di fronte l'uno all'altro, fissandosi in volto, Farfui ed Edoardo
avevano una rassomiglianza impressionante, chiarissima, non disvelata
solo dal colorito, dai lineamenti, dagli occhi, ma dal suono della
voce e da quelle movenze che un piccoletto come Farfui non può
apprendere e imitare. La bocca dell'uno e dell'altro si schiudeva a un
eguale sorriso, ed essi facevano il medesimo gesto per battere il
tempo della canzoncina puerile, che Edoardo modulava a fior di
labbra.... La capigliatura d'oro, d'un oro delicatamente pallido, era
la capigliatura di Morella.

E la giovane che, stando a due passi, avvertiva l'effetto del
riavvicinamento, disse a Edoardo:

--Ve ne prego, lasciatelo a terra!

Ma se n'era avveduto, prima di lei, Lorenzo Moro, che finalmente aveva
raccolto come in un ritratto le caratteristiche di quei tre, i quali
formavano una famiglia, mentre egli era là dentro l'intruso, lo
straniero, il babbeo, che mette la firma alle cambiali degli altri
perchè passino.

--Dunque Mariano aveva ragione!--egli disse ad alta voce.

--Ragione di che?--domandò Edoardo sorpreso.

--Ragione di uccidersi. Era un uomo finito.

Edoardo fece un gesto d'impazienza.

--Scusami,--osservò.--Non so comprendere la compiacenza che tu
dimostri per la fine di quel povero diavolo. Io credo ne abbiamo colpa
un po' tutti, eccettuata la signora. Toccava a noi, a noi uomini,
trovargli un posto e spingerlo a lavorare. Non era vecchio; aveva la
tua età, credo; con uno sforzo si sarebbe rimesso. E nessuno ha fatto
nulla per lui, ed a nessuno non ha chiesto niente. Il giorno in cui
non ha avuto più da mangiare e non ha avuto a dar da mangiare a suo
figlio, si è piantata una palla nel cranio. Se fosse stato un
farabutto, come tu dicevi, prima d'arrivar lì, avrebbe potuto
commettere non pochi imbrogli, valendosi delle conoscenze che aveva
tra di noi.... Ebbene, fra tanti amici, soltanto una donna s'è mossa,
che lo conosceva appena, insegnando a noi tutti un poco di carità e
d'indulgenza. Io, per mio conto, sono molto addolorato; e, che vuoi?
mi vergogno di non aver capito in tempo il mio dovere e di non aver
fatto nulla per un uomo, che quando aveva denaro e non dava noia ad
alcuno, io chiamava mio amico....

Lorenzo ascoltò Edoardo, seguendolo con una espressione lievemente
sarcastica negli occhietti acuti; poi gli rispose:

--Dici bene, dici molto bene. Proprio tu, devi compiangere quel morto!
Ti avverto ch'egli ti odiava.... No, no, non alzare le spalle!... Ti
odiava.... Non aveva la forza di ucciderti, ma avrebbe visto
volontieri che ti uccidesse un altro.... Ah, fai bene a rimpiangere il
povero Mariano, quell'impareggiabile amico!... S'egli può udire,
dev'essere molto stupito della tua dabbenaggine!...

--Ma tu affermi,--interruppe Edoardo infastidito,--tu affermi per tuo
capriccio. Mi odiava?... Voleva farmi uccidere? Che pazzie son queste,
Enzo?... Quando mai ha egli pensato a farmi uccidere? Racconta qualche
fatto, se ti riesce, ma non lasciarti trasportare da un'antipatia che
ti rende feroce....

--Qualche fatto? Quando ha pensato a farti uccidere? Se ti
odiava?...--mormorò Lorenzo attraversando con lo sguardo lo sguardo
del Falconaro.

Vi fu un silenzio breve, durante il quale Morella osservò trepidante i
due uomini, i quali, dritti e di fronte, sembravano pronti a lanciarsi
l'uno contro l'altro.

--Io non so nulla,--dichiarò Lorenzo con voce sorda, dominandosi
improvvisamente.--Non so nulla; non ho fatti da raccontarti.... sono
fantasie.... Mi era antipatico..... È vero; mi era antipatico, e sono
feroce con la sua memoria. Io credeva che volesse male a me e a te, ma
mi sarò ingannato.... Già; io vedo ciò che non è, e non vedo ciò che
è.... Avviene sempre così ai galantuomini che lavorano.

Seguì un'altra pausa. Farfui annunziò in quel momento, approfittando
del silenzio:

--Drado, domani vado a mangiare in cucina!

--Che sciocchezze tu dici, Farfui?--esclamò Edoardo.

--Sì, è vero. Io vado a mangiare in cucina, e anche la mamma va a
mangiare in cucina,--insistette Farfui,--perchè il papa vuole mangiare
soltanto lui, perchè vuole mangiare tutto, e che non avanzi niente, e
allora io mangio in cucina.

--Dio, quanti spropositi!--osservò Edoardo, riprendendosi il bambino
tra le braccia.

Ma Lorenzo, pel timore che il bambino spifferasse anche il resto,
interruppe:

--Su, Edoardo, vieni a batterti?

Edoardo diede la mano a Farfui, e salutò Morella.

--Questa sera,--fece avviandosi,--io ti darò un «cappotto». Ah tu
credevi che Mariano volesse farmi uccidere? Che uomo romantico tu sei,
Enzo!

--Fantasie, fantasie,--ripeteva Lorenzo con voce spenta, mordendosi il
labbro inferiore.--Mi era antipatico. Hai detto giusto; mi era
antipatico, e sono feroce con lui.... Ma ti voleva bene, ah, ti voleva
proprio bene; e voleva bene anche a me!...

Diede in una risata lunga e repentina.

Morella ebbe un tremito a quella risata sarcastica, che echeggiava per
le altre camere, mentre i due uomini s'allontanavano con Farfui; e
rimase in salotto, chiusa in una meditazione profonda.




XIV.


La notizia della tragica morte di Mariano Frigerio percosse di stupore
quella vasta zona formicolante che si stende fuori di porta Ticinese,
dove il suicida era conosciuto da anni. I facchini di Lorenzo Moro ne
rimasero più impressionati di chiunque altro, e rammentando la scena
avvenuta tra Lorenzo e Mariano, ne dedussero che la morte di
quest'ultimo aveva avuto la sua misteriosa ragione in quel colloquio.

S'aprirono con amici, sottovoce; e il giorno appresso, la notizia
correva pel mercato:

--Povero Mariano! È stato il Moro ad accopparlo!...

Lorenzo ignorava la voce che andava serpeggiando; i negozianti di
formaggio fecero una colletta per trasportar degnamente il loro
compagno, e ne seguirono il funerale; Lorenzo che v'intervenne, udì un
susurro, notò un confabulare inusitato quando egli comparve, e gli
sembrò che i suoi colleghi lo salutassero freddamente; ma non potè
capirne nulla.

Confuso poi nel corteo, ascoltò qua e là qualche frase dei discorsi
che si facevano; non risonavan che elogi ed espressioni di simpatia
per il morto, quasicchè si fosse trattato di un eroe caduto sulla
breccia, spento nel perseguire un ideale inarrivabile.

E questo medesimo sentimento rilevò il giorno in cui calarono in
magazzino i suoi allegri mercanti. La vendita procedette meno spedita
del solito, in causa dei discorsi che si facevano appunto in quel
magazzino in cui s'era svolto il colloquio tra lui e Mariano, innanzi
a quella stadera, su cui Lorenzo s'era rovesciato pochi dì prima, come
un bove colpito dal maglio.

--Eh, che ne dice, signor, Moro?--fece uno dei mercanti.--Via, via, se
ne vanno tutti; prima il povero Scopa, ora il povero Frigerio.... I
tipi più allegri scompaiono, e restiamo noi, vecchie marmotte.

Colui che parlava era Tonino Boccadelli, uomo di forme erculee e dal
naso paonazzo; aveva in testa annodato, sotto il cappello, un
fazzoletto a colori, per ripararsi dal freddo l'inverno, per ripararsi
dal caldo l'estate; ed era avvolto in un mantellaccio nocciola, col
pelo di lepre intorno al bavero.

--Bravo giovane, quel Frigerio!--seguitava,--allegro come un pesce,
svelto, istruito, intelligente; egli poteva «bagnare il naso» a tutti
quanti per l'istruzione.... E vi ricordate...?

Allora, si snocciolarono gli aneddoti, e ciascuno raccontò il suo; si
rammentò anche la scena tra Scopa e Mariano, quando quest'ultimo,
accoccolato sulle casse, andava stuzzicando il suo amico.

--Pare impossibile!--esclamò Tonino Boccadelli.--Scopa quel giorno
disse a Mariano che si sarebbe bruciato le cervella, e Mariano se l'è
bruciate; Mariano disse a Scopa che sarebbe finito al reclusorio di
Pallanza, e Scopa è al reclusorio di Pallanza.... Andate mo' a
scherzare!...

--Per fortuna non ha detto altro, quello strologo di Mariano!--osservò
qualcuno.

Lorenzo Moro ascoltava rassegnato con un sorriso amaro sulle labbra, e
non interloquiva, sperando che la parlantina dei clienti si sarebbe
saziata presto, e gli affari avrebbero potuto procedere. Intorno a lui
stavano i facchini, costretti essi pure ad andar più lenti; e alle sue
spalle era il commesso che notava.

Ma udendo l'osservazione del mercante, Lorenzo diede un guizzo.

Non aveva detto altro Mariano?... Sì, che aveva detto altro, giusto
lì, davanti alla stadera, con gli occhi folgoranti d'odio e di
sarcasmo, con la voce che sibilava.... Aveva detto a lui, parola per
parola: «Morirai, sotto la tua morale; rimarrai schiacciato, sotto la
tua morale da villano arricchito!...»

--Su,--disse Lorenzo, scuotendosi.--Siamo qui a far conversazione o a
lavorare?... Avanti la roba; giù quegli emmenthal; pronti a pesare....

--Eh, che furia!--esclamò Tonino.--Si discorre del povero Frigerio....
Che le dispiace?...

--A me?--fece imprudentemente Lorenzo.--A me importa un fico secco....
Se tutti i negozianti fossero come quello che chiamate il povero
Frigerio, Milano sarebbe un covo di mascalzoni....

I mercanti si guardarono in faccia, offesi, e tacquero un istante; poi
Tonino Boccadelli, che era il più autorevole, espresse il pensiero di
tutti:

--Non sta bene a parlare così. Non sta bene...!

Lorenzo curvo a tassellare una forma, diede una crollata di spalle; ma
l'altro continuò con la brutale franchezza degli uomini semplici:

--Non sta bene, perchè proprio un'ora fa, sul mercato, si diceva che
Mariano l'ha accoppato lei....

Lorenzo si drizzò con gli ocelli scintillanti, quasi, fosse stato
morso da una vipera:

--Io?--disse.--Io l'ho accoppato?... Siete pazzi?... Io non gli ho
fatto nè bene nè male.... Non so niente, io!...

--Ma sì,--incalzò l'altro inesorabile.--Non dica che non sa niente,
perchè lo stesso giorno in cui si è ucciso, il povero Mariano ha avuto
un colloquio con lei....

Si fece attorno un silenzio ansioso, e tutti gli occhi fissarono il
volto di Lorenzo Moro, diventato vermiglio, poi quasi azzurrastro....
Lorenzo avanzò d'un passo contro Tonino, che lo sopravanzava di tutta
l'altezza, della testa:

--Io ho avuto un colloquio?... E può darsi.... Che cosa si è detto in
quel colloquio?... Affari miei!... E voi siete qui per sapere gli
affari miei, o per comprare i miei formaggi?... L'ho accoppato io?..!
Sono stato galantuomo sempre, e voi lo potete dire.... Mariano tentò
una volta di rovinare me; e io non avevo da rovinare nessuno, perchè a
rovinarsi ci pensava lui.... Andiamo avanti?...

Girò l'occhio fosco attorno e ripetè:

--Andiamo avanti?

--Andiamo avanti!--disse Tonino Boccadelli.--Dieci emmenthal, pasta
morbida, senza sfoglia, cento chili in media....

Il lavoro riprese, e Lorenzo Moro riafferrò l'ordigno da affondare nel
fianco delle forme. Non parlò più alcuno; in brevi momenti fu
riguadagnato il tempo speso nelle chiacchiere; i facchini a piedi
nudi, sotto l'occhiata arcigna del padrone volavano; le pesate eran
fatte con celerità, le osservazioni laconiche; la merce scompariva e
s'accatastava sul carro in cortile.

Quando tutto ebbe termine, Lorenzo gettato il ferro al suolo, si avviò
senza salutare, per ritirarsi nel suo studio; ma Tonino lo raggiunse e
gli posò una mano sulla spalla:

--Neh, Moro,--egli disse,--facciamo la pace!...

--Io non sono in guerra, con nessuno,--rispose Lorenzo senza voltarsi.

--Andiamo a berne un gocciolo....

Sempre, da più parti, a ogni contratto, gli veniva l'invito a bere; i
suoi clienti e i suoi uomini di fatica bevevano tutti, col pretesto di
dar forza alle braccia. Egli rifiutava da anni, sentendo che in
quell'abitudine si nascondeva un pericolo, che l'illusione della forza
attinta dai liquori conduceva alla morte o all'ebetismo; e ricordava
agli uni e agli altri che se Scopa non avesse bevuto smodatamente, non
sarebbe finito in galera.

--Vengo!--egli disse risoluto.

Attraversarono tutti la via, ed entrarono dal liquorista il quale
aveva la sua bottega quasi rimpetto ai magazzini.

La comparsa di Lorenzo Moro produsse una sorpresa grande. Il
liquorista corse ad incontrarlo, abbandonando un istante il banco
ricoperto di stagno lucido, sul quale erano allineate intere serque di
bicchierini, e s'ammonticchiavano i vassoi di rame.

Tonino Boccadelli era superbo della sua vittoria; aveva condotto il
negoziante milionario tra quella gente e pareva proteggerlo,
iniziandolo ai segreti del mortifero piacere. Volle che gradisse un
liquore vermiglio, e poi uno bianco, e infine uno verde, per
combinarsi nella pancia il vessillo nazionale. E Lorenzo beveva,
ridacchiando, preso da un'allegria subitanea, contento dell'ossequio
timoroso e quasi servile che gli prestavano i mercanti più piccoli,
non pochi dei quali eran suoi debitori, ed egli, come diceva Tonino,
avrebbe potuto farsene un boccone.

Nella camera angusta, con le tavole di legno rozzo, la luce invernale
entrava di sbieco, sinistramente; i bevitori ammantellati si forbivano
la bocca col rovescio della mano. Il bottigliere, il quale si chiamava
Carlotto, volle accendere le fiamme a gas, per onorare il visitatore
insperato, e la luce rossastra disegnando sulle pareti a tratti
giganteschi le figure dei clienti, e mescolandosi alla luce vivida che
veniva dalla strada, faceva più bizzarramente tetro il luogo di
perdizione.

Lorenzo rese agli amici improvvisati un trattamento uguale; nuovi
vassoi comparvero con fiale multicolori, e i bicchierini si
riempirono. Le pipe furono accese; per l'aria si diffuse l'odore del
tabacco.

La porta s'apriva e si chiudeva di continuo, con uno strepito di
carrucole arrugginite; ogni poco qualcuno entrava, gettava una moneta
sul banco, tracannava la sua miscela; poi volgendosi e vedendo Lorenzo
Moro, faceva un gesto di maraviglia e andava ad ossequiarlo.

Finalmente Lorenzo si levò, e strette le mani che gli si protendevano,
uscì con passo incerto per tornare in istudio.

In mercato, l'indomani si parlava di quell'avvenimento, e lo si
raffrontava col suicidio di Mariano Frigerio.

--Si è ubbriacato, ieri, lo sapete?--dicevano gli uni.

--È il rimorso, lo ha accoppato lui. È il rimorso.




XV.


Da quel punto, Lorenzo Moro non mancò più d'iniziar la mattinata con
un bicchierino, e pur durante il giorno gli avveniva spesso di
traversar la strada, solo o accompagnato coi mercanti, e d'indugiarsi
qualche ora nella taverna.

Aveva trovato un conforto in quel vizio. Il liquore gli riscaldava
l'anima e il corpo, gli metteva indosso un'allegria indiavolata, gli
snebbiava dalla mente le idee cattive; anche gli giungevano gradite le
adulazioni con cui Carlotto e i frequentatori assidui lo lisciavano.
Non avevan mai contato un più ragguardevole, un più facoltoso
compagno, e lo tenevan caro.

Lorenzo aveva bisogno di distrarsi. S'era scelta la condanna maggiore
che mai potesse imaginare un carnefice: il silenzio.

Il silenzio! Obbligato a tacere; non poteva aprir l'animo ad alcuno, o
sarebbe andato incontro a quel ridicolo pel quale sentiva un gelido
spavento. Tacere e sorridere; stringer la mano d'Edoardo Falconaro, di
colui che lo aveva tradito, lo tradiva forse tuttavia, e mostrarglisi
amico; parlar con Morella, ascoltarla, discorrere di Farfui e del suo
avvenire, sapendo che Morella lo aveva ingannato, che il figlio era di
Edoardo, che tutto era falsità e menzogna.

Tacere! E frattanto, l'odio e il sospetto mordevano, rodevano, come un
cancro dentro il cuore.

Non poteva mostrarsi diffidente. Morella era ancora l'amante di
Edoardo? si trovavano ancora ad intimi convegni? un altro figlio
sarebbe nato da quell'adulterio?

Lorenzo non poteva inquisire; aveva troppi sguardi addosso. I servi,
interrogati, se già non sapevano e non indovinavano, si sarebbero
messi per la buona strada, a inquisir per conto proprio, con la
speranza feroce d'assodar che la signora ingannava il padrone. E la
signora avrebbe trovato indulgenza anche presso la servitù, perchè
Edoardo Falconaro era tanto caro ai domestici quanto era uggioso
Lorenzo.

Dunque non occuparsene, tacere, sorridere.

E bere.

Dopo il bicchierino, Lorenzo aveva preso l'abitudine dell'assenzio. Se
lo faceva recare in istudio, e rimaneva a guardar pazientemente la
goccia che cadeva con ritmo isocrono dall'imbuto di cristallo dentro
la bevanda verdastra.

Intorno a lui, un silenzio d'angoscia. I commessi lavoravano senza
scambiar parola, scoraggiati dallo spettacolo accorante di quella
vertiginosa corsa alla rovina.

Dov'era il padrone alacre, duro, instancabile, capace di filar
quattordici ore di lavoro continuo, e di tornar da un viaggio
disagevole e di rimettersi all'opera senza un'ora di tregua, senza
bisogno di posare la testa un istante sopra un guanciale per rifarsi
del sonno perduto?

In un mese, egli era trasformato; aveva tracannato tanti bicchierini
da disgradarne lo stesso Boccadelli. Nessuno osava parlargliene e
fermarlo.

Ma il silenzio che lo rodeva con sì barbara pertinacia dava luogo a
subitanee reazioni, terribili, pericolose. I suoi rimproveri erano
veementi; la sua furia dissennata; egli aveva scagliato una volta il
calamaio contro un commesso, che per poco non ne era rimasto ferito al
capo. Dopo un lungo periodo di laconismo, la sua voce s'alzava d'un
tratto, esplodeva in uno scoppio iroso e fremente.

--Il vulcano è in eruzione!--dicevano gli impiegati.

E per quel giorno si studiavano di schivarlo; e se eran chiamati,
tremavano.


Morella Moro non osava ancora credere alla realtà, che le si spiegava
innanzi agli occhi.

Il giorno che Lorenzo era tornato a casa ubbriaco, con l'alito greve
d'un nauseante odor d'acquavite, la giovane aveva supposto si
trattasse d'un caso. Era stato probabilmente costretto dagli amici a
bere, e non abituato s'era sentito male. Per ciò, quel giorno ella non
mosse alcuna osservazione, e allontanò Farfui, perchè non si
accorgesse che suo padre barcollava.

Ma i giorni successivi, rilevò con paura che, se non interamente
ubbriaco, Lorenzo era brillo; il suo alito tramandava un intollerabile
odor di vino e di liquori; si eccitava per un'inezia o piombava in un
silenzio testardo, dal quale nulla poteva smuoverlo; rideva
sgangheratamente e fuor di proposito; e i domestici lo seguivano degli
occhi con discrezione, ma strabiliando.

Farfui, del resto, denunziò subito suo padre, candidamente.

--Sai, mamma?--disse a Morella.--Non c'è più il papà in magazzino....
No, non c'è più, e Palino mi racconta le belle fiabe, perchè il papà
non c'è più.

--Come, non c'è più?--domandò Morella.

--No; egli è sempre là, in quella bottega.... Sai, mamma, quella
bottega, dove ci son tanti bicchieri, tanti bicchieri, tutti in fila,
e le belle bottiglie colorate?...

--Da Carlotto?--interrogò la giovane.

--Sì, ecco, da Carlotto. Il papa è sempre da Carlotto. Io mi piace,
perchè così Palino mi racconta le fiabe.

Morella si passò una mano sulla fronte, spaurita.

Ella vedeva bene. Mariano Frigerio aveva raccontato gli amori di lei
con Edoardo, e per ciò non aveva voluto il suo denaro. Lorenzo sapeva
tutto, s'ubbriacava e taceva.... Morella conosceva troppo il modo di
pensare di suo marito per non trovare logico quel silenzio; egli
temeva il ridicolo, fingeva d'ignorare.

--Non dir niente a nessuno!--pregò Morella.--Non dire che il papà va
da Carlotto! Non sta bene che i bambini dicano queste cose.

--No, non dico, mamma. Io dico tutto a te!

La madre afferrò il piccoletto, e se lo strinse convulsamente fra le
braccia.

Ma sì, Mariano aveva parlato!... La prova?... Farfui!... Lorenzo messo
sull'avviso da quell'altro, non aveva avuto che lasciar cadere lo
sguardo sul bambino per trovar la prova inconfutabile dell'adulterio....
E, del resto, Mariano Frigerio non l'aveva additato subito, quel giorno
che s'era imbattuto nel Falconaro, al cui fianco stava il bambino? «Ma
questo è tuo figlio!» aveva esclamato, indicando Farfui a Edoardo.

Morella si provò a rimproverare Lorenzo.

Egli capitò a casa un martedì, giorno in cui la moglie riceveva le
amiche; e contrariamente allo sue abitudini, prese parte alla
conversazione, scherzò, si mostrò singolarmente irrequieto e loquace.

--Enzo, che cosa ti pensi?--gli disse Morella, quando le visitatrici
se ne furono andate.

Lorenzo si fermò a guardarla con un'espressione interrogativa.

--Che cosa ti pensi?--gli disse Morella.--Tu passi le giornate da
Carlotto, e dài scandalo a tutti.... Che cosa hai? Perchè sei così
disordinato?...

Egli mugolò tra i denti, e levò dalla tasca la pipetta.

--Io dò scandalo? Non sono io, che dà scandalo.... non sono io lo
scandaloso.... Chi dà scandalo, sono gli altri....

--Gli altri? Quali altri?...

--Nessuno!--rispose pronto Lorenzo.--Non so nulla io!

Morella angosciata, gli si parò innanzi, congiunse le mani:

--Te ne prego,--disse con voce supplichevole.--Pensa a ciò che fai!
Pensa che hai un figlio, al quale lasci quest'esempio d'abbiezione!...

Lorenzo s'appressò velocemente fino ad avere la bocca ad un dito dalla
bocca della moglie; ma si padroneggiò subito, e rispose:

--Ho un figlio!--mormorò.--È vero, ho un figlio!...

E non disse altro, rimase taciturno, con la fronte corrugata,
squadrando la giovane che andava supplicandolo a mani giunte.

Discese, uscì, diede una capatina alla taverna, ove trovò il
Boccadelli, che gli offerse da bere; egli bevve, poi offerse a sua
volta; qualcuno fra i convenuti espresse l'ammirazione per quei forti
tracannatori, e Lorenzo Moro ne fu lusingato, e ribevve.

La sera all'ora in cui egli usava tornare pel pranzo, Morella udì un
brusio di voci nell'anticamera, e uno scalpiccìo inconsueto. Poco
appresso comparve Pierina, la quale aveva qualche cosa da dire, e non
sapeva come, guardando impacciata la sua signora.

Morella si levò e andò in anticamera.

Vide che tre facchini portavano Lorenzo, ubbriaco fradicio; due lo
tenevano per lo spalle, uno per le gambe; pareva dormisse, la faccia
livida, la bocca contorta.

--Mamma!--chiamò Farfui correndo in anticamera....

Morella si mise innanzi al bambino, e copertigli con la mano gli
occhi, lo trascinò in salotto.

--Andiamo via, Farfui! Andiamo via! Ti racconterò una fiaba....

Egli non aveva potuto vedere, e rideva.

--Più belle che le fiabe di Palino? Più bella che la storia del re col
cavallo d'oro?

--Più bella, più bella!--disse la madre.

--Ma perchè piangi? Mamma, perchè piangi?... Palino non piange quando
racconta le fiabe!




XVI.


L'odio di Lorenzo Moro contro Farfui s'accrebbe improvvisamente in
quei giorni e in maniera paurosa. Taceva per tutto e su tutto, ma non
poteva tollerare la presenta del bambino, ch'egli si piaceva a
contrastar nei gusti e nelle abitudini.

Con un calcio aveva mandato in frantumi la seggioletta verde a
fiorellini rossi, che Farfui amava come una persona viva, e sua madre
aveva dovuto comprargliene subito un'altra e relegarla nella cameretta
di lui, affinchè un secondo calcio non la arrivasse.

Lorenzo aveva anche proibito a Farfui di metter piede in magazzino,
col pretesto ch'egli distraeva gli impiegati. Era un togliergli il
meglio del suo piacere, perchè il piccoletto godeva trovarsi fra quei
giganteschi amici, i quali, accogliendolo sempre festosamente,
s'ingegnavano a esser garbati con lui.

Non doveva neppur visitare le scuderie, nè fermarsi presso il
portiere. Il suo regno vasto, vasto, andava così restringendosi d'ora
in ora, e come la seggioletta non poteva uscir dalla camerina egli era
obbligato a non uscir dall'appartamento.

Per ciò viveva il più gran tempo fuori di casa, presso Edoardo
Falconaro o la zia Isidora o il nonno.

Non parlava e non piangeva; sembrava piuttosto sorpreso che
addolorato; i suoi grandi occhi grigi avevano preso un'espressione
quasi costante di stupore; ma si faceva pallido e dimagriva.

I parenti, ai quali Morella non aveva ancor detto verbo del dramma che
si svolgeva in casa, osservando che Farfui era intristito, pensavano
fosse colpa del freddo clima nebbioso. E Farfui stava zitto, come
aveva promesso alla mamma.

Il solo che vedeva tutto era Edoardo Falconaro.

S'era accorto subito del mutamento di Lorenzo, tirando di scherma con
lui. Una sera, per poco, durante un assalto, Lorenzo non gli era
caduto tra le braccia, e le sere di poi il suo giuoco era stato tanto
rabbioso e pien d'agguati, che Edoardo se n'era dovuto guardare come
si fosse trovato sul terreno, a viso a viso d'un nemico.

Assisteva a quelle partite il maestro Pino Monti, un colosso dal petto
gagliardo, che con la sciabola e la spada in pugno spiegava l'agilità
d'un gattopardo. Egli aveva ben capito che da qualche tempo Lorenzo
non sapeva quel che si facesse, e avanzando la scusa di voler seguire
e correggere l'azione del suo vecchio allievo, l'aveva persuaso a
lasciarlo presenziare gli assalti.

L'intervento del maestro era stato utile a moderare più d'una volta
l'impeto di Lorenzo Moro.

--È strano, è strano,--diceva una sera Pino Monti a Edoardo, mentre,
lasciata la casa dei Moro, se ne tornavano in città.--Quell'uomo beve
come un otre e ha le idee fisse degli ubbriachi; ma si direbbe che ha
la sua idea soltanto con lei. Ha osservato? A lei tira sempre vicino
al collo, dove la maschera finisce.... È un gioco pericoloso; stia
attento!

--Sto attento, non dubiti!--rispose Edoardo.

--A me non fa mai questo scherzo.... E mi scusi una domanda, se è
indiscreta: perchè lei si presta? Io rifiuterei di tirare con un
pazzo. Lo lasci tirare con me, che ci penso io a levargli la pelle, se
si prende qualche confidenza con la mia! Lei si rifiuti, signor
Falconaro!...

--Non posso!--risposo Edoardo.

L'esclamazione gli era scappata di bocca, ma l'aggiustò subito:

--Non posso; sarebbe come dirgli che è ubbriaco e che non mi fido di
lui. Gli voglio troppo bene....

--Io lo manderei sulla forca!--disse il maestro ruvidamente.--Ad ogni
modo, stia in guardia....

In verità se Edoardo avesse rifiutato di tirare i quattro soliti
colpi, avrebbe rinunziato all'unico pretesto per andar tutti i giorni
in casa di Morella e seguire con instancabile sollecitudine ciò che
avveniva. Messo sull'avviso dalla giovane, egli vigilava attentamente.
La sua presenza impediva gli sfoghi contro Farfui, e distraeva il
bambino che era tutto scosso dall'improvviso mutamento delle sue
abitudini.

Certo ormai che Lorenzo dava la caccia a Farfui e s'inventava ogni
giorno colla malvagia fantasia del beone qualche gherminella nuova per
tormentar l'innocente, sul capo del quale aveva raccolto tutto il suo
odio, il Falconaro avrebbe voluto strappargli di mano il fanciullo e
tenerselo.

Farfui era suo. Nessuno doveva toccarglielo. Nessuno poteva disporre
di lui.

Ma come levarlo agli artigli dell'uomo, che la legge chiamava suo
padre? In ogni caso, il bambino avrebbe dovuto trovare asilo presso
gli altri parenti, gli zii o il nonno; non si sarebbe spiegato mai
come fosse andato a vivere in casa di Edoardo, che non aveva altro
vincolo confessabile con quella famiglia, all'infuori di una semplice
amicizia.

Edoardo s'arrovellava intanto a trovare espedienti per non
allontanarsi troppo; si rassegnava alle partite di scherma, durante le
quali sentiva l'odio di Lorenzo traboccare cercando di piantargli il
ferro in gola; non mancava durante il giorno di far visita a Morella,
messa in non cale la discrezione osservata fin là, e si tratteneva
volentieri a pranzo, perchè Farfui mangiasse riposato e senza paura.
Il bambino viveva, difeso ora da sua madre, ora da Edoardo; uno dei
due, che per intendersi non avevano avuto bisogno di parlare, stava
sempre al fianco di Farfui; e le astuzie di Lorenzo il quale teneva in
serbo ogni giorno qualche dispetto o qualche durezza per il fanciullo,
si spuntavano contro quella scaltra vigilanza, che non posava mai;
onde l'odio di Lorenzo cresceva, ribollendogli in cuore.

Dietro un'apparenza placida e comune, la vita era diventata un
inferno.




XVII.


Sull'imbrunire d'un giorno umido e nevoso, pervenne a Lorenzo Moro un
biglietto, col quale Tito Bardi lo pregava di passar da casa sua.

Lorenzo non vedeva da tempo il suocero, presso il quale si scusava di
volta in volta, adducendo a ragione della sua assenza un lavoro
pressante e continuo o qualche appuntamento con uomini d'affari.
Sfuggiva il suocero come il cognato, Federico Berardi, nel timore che
l'uno o l'altro potesse leggergli in animo il mutamento che andava
operandosi in lui.

--Che cosa vorrà?--egli si disse, girando e rigirando il biglietto in
mano.

Guardò la pendoletta che stava sulla scrivania e vide che mancavano
due ore al pranzo. Poteva approfittar di quel tempo per una corsa in
via Morone. Diede ordine d'attaccare, e contrariamente alle sue
abitudini, perchè usciva quasi sempre a piedi o, nei momenti di fretta
saliva sul tram, si fece condurre in carrozza a casa di Tito Bardi.

Già nel varcar la soglia dello studio in cui il suocero lo riceveva,
Lorenzo capì che il vecchio era mal disposto; e il vecchio, al solo
vedere Lorenzo varcar la soglia, capì che l'uomo il quale gli stava
innanzi non era più quello d'una volta.

--Scusami se t'ho disturbato,--disse Tito Bardi, accennandogli una
sedia.--Io devo guardarmi dalla neve e dal freddo; se no, sarei venuto
io stesso da te, per non farti perdere troppo tempo....

Tacque un poco, e andò a sedersi alla sua tavola; presso la poltrona
di Tito era stata posta una vetrinetta a più piani e dentro erano
allineati i balocchi di Farfui, quelle figurine d'avorio a ciascuna
delle quali il piccoletto aveva dato un nome.

Tito Bardi alzò il capo, indagò con gli occhi Lorenzo attentamente, e
gli disse a un tratto:

--Non mi piaci!

Il volto di Lorenzo prese un'espressione interrogativa.

--Che cosa vuoi dire?--egli domandò.

--Voglio dire che tu conduci una vita vergognosa! Prima che tu
passassi il limitare, io ho sentito l'odor di «grappa» che ti precede.

--Ahi!--pensò Lorenzo.--Morella ha parlato!

--È vero, o non è vero che tu bevi?--interrogò Tito Bardi, tenendolo
inchiodato sotto lo sguardo.

--Bevo!--rispose Lorenzo insolentemente.

La forma e la franchezza con cui il vecchio gli si era rivolto,
irritavano Lorenzo, il quale aveva subito preso il suo partito.

--Ma questo non mi riguarda,--seguitò il suocero.--Tu confessi di
bere, e del resto sarebbe curioso che tu negassi, quando l'alito e il
colorito ti denunciano. Mi fa pena di vederti così; non credevo fosse
riserbato alla mia vecchiaia questo spettacolo umiliante; io mi sono
illuso.... Tu vuoi ubbriacarti e metterti al disotto dei tuoi
facchini.... È un gusto da matti.... Ma non sei matto, non ti posso
creder matto.... E per ciò, ti ho chiamato perchè tu mi spieghi quali
ragioni ti hanno spinto a questa vergogna? Io sono vecchio, e puoi
confidarti con me. Ciò che tu mi dirai, rimarrà qua dentro.

Tito Bardi appuntò l'indice destro alla sua fronte.

--Qua dentro. Nessuno al mondo ne saprà mai nulla.... Ma ho il diritto
di vedere con te se alle ragioni che mi dirai non vi sia rime....

Una risata stridula di Lorenzo Moro gli ruppe la parola in bocca.

--Scusami, caro Tito,--egli disse, alzandosi e passeggiando concitato
per lo studio,--scusami, te ne prego! È inutile che tu continui. Ho
capito: tu credi ch'io beva per dimenticare qualche cosa, qualche
ingiustizia, che so io? qualche dispiacere.... Ti ringrazio molto
della tua bontà e della tua attenzione.... Ma io non ho da lagnarmi di
nulla e di nessuno. Tutto va benissimo, così bene che non potrei
desiderare nulla di più e di meglio.

Tito Bardi che lo ascoltava scombuiato e sorpreso, lo interruppe a sua
volta.

--E allora?--domandò.

--Allora, è molto semplice: bevo perchè mi piace bere. Non c'è altro.

Il vecchio calò un pugno sulla tavola.

--Non pigliarti giuoco di me!--esclamò con voce minacciosa.--Un uomo
di quarantasei anni non diventa un ubbriacone all'impensata, per
capriccio. Non ci si alza una mattina, e per passatempo non ci si
mette a ingoiar vino e liquori.... Tu eri un uomo sobrio....

Lorenzo si strinse nelle spalle.

--Non ti dico che io mi sia alzato una mattina,--rispose,--e per
passatempo mi sia ubbriacato. Ma il mio commercio è diverso dal tuo;
il tuo è aristocratico, il mio plebeo.... Noi beviamo per contrattar
gli affari; e un bicchierino oggi, un bicchierino domani....

--Frottole!--incalzò Tito.--Dopo tanti anni, il tuo commercio è
diventato improvvisamente diverso da ciò che era per l'addietro? Quali
affari contrattavi quando non bevevi il bicchierino? E dove conti di
giungere a furia di bicchierini? Ho bisogno di saperlo per non
lasciare mia figlia in mano d'un vizioso alcoolista.

--Tua figlia! Morella!--esclamò Lorenzo, fermandosi innanzi alla
tavola e puntandovi sopra i pugni chiusi.--Ah per tua figlia
t'inquieti?... Ah tu non vuoi lasciarmela nelle mani, perchè io
bevo?... Tua figlia!...

Dietro le spalle di Tito Bardi, di rimpetto a Lorenzo, luceva uno
specchio antico dalla cornice sbiaditamente dorata. Scorgendovi la
propria imagine, Lorenzo si ravvide d'un subito....

--È stata qui Morella?--riprese con voce più calma.--Si è lagnata di
me?

--No,--disse Tito.--Ho dovuto faticar molto per sapere qualche cosa, e
ho saputo poco o nulla. Ma nonostante le reticenze di Morella, ho ben
compreso che tutto è mutato in casa vostra. Ti ho chiamato per
parlarne; ma non ho avuto bisogno di chiederti di che cosa si
trattasse, appena t'ho visto. Guardati nello specchio, caro mio, già
che gli sei di fronte: vedrai il ritratto d'uno scioperato.... E io
batto qui: avrò torto, ma credo che non ci si dà alla taverna sui
quarantasei anni.... C'è un motivo, c'è qualche cosa che io non so, e
che ho diritto di sapere....

Si raccolse un poco a riflettere, poi riprese, con la ostinazione dei
vecchi:

--Vediamo insieme. Forse ti vanno male gli affari?

--No,--rispose Lorenzo.

--Forse hai bisogno di denaro?

--No.

--Forse hai avuto a contrastar con Morella?

--No.

Il vecchio si raccolse di nuovo, e poi seguitò;

--Tanto per dirle tutte: sei forse innamorato?

Lorenzo non rispose: grugnì, alzando le spalle, e aprendo la bocca a
un riso beffardo.

--Forse hai qualche pensiero, che so io? qualche rimorso?

Lorenzo sempre in piedi davanti alla tavola, proruppe arrogante:

--Rimorso? Io posso avere qualche rimorso?... Tu vaneggi.... Il
mestiere di confessore non ti va, caro Tito!... Fai meglio
l'antiquario.... Rimorso!... Io non conosco questa parola, non so che
cosa sia questo sentimento.... Ho sempre lavorato con onestà, e non ho
nulla da rimproverarmi; non ho mai venduto formaggi nazionali per
formaggi svizzeri, nè margarina per burro. Gli antiquarii possono
vendere le antichità fabbricate in casa, ma io non vendo che roba
autentica; il denaro che guadagno è pulito, non ha odore di truffa....
No, tu farnetichi. Non sono io che devo avere rimorsi.... Il rimorso
tormenterà qualche altro; questo è ben possibile.... C'è qualcuno che
dovrebbe esserne divorato.... C'è qualcuno che non dovrebbe dormire,
perchè ha truffato davvero, nel modo più infame, e gode ancora tutta
la stima della brava gente, mentre io so che ha truffato con
un'abilità diabolica.... Non lo nego; il rimorso potrebbe passeggiare
nei dintorni della mia casa, ma io non lo conosco....

Si morse le labbra, vedendo che il vecchio ascoltava con avidità e
attendeva la spiegazione dell'enimma. Con le mani serrò la bocca a
forza, in un atto disperato e furioso, quasi avesse voluto
suggellarla.

--Ebbene?--incalzò Tito Bardi.--Qualcuno ha truffato? Il rimorso può
essere vicino a casa tua? Fuori, fuori; sentiamo.... Ecco dunque, che
c'è qualche cosa?... Fatti coraggio; ti ho promesso di non parlare, di
tener per me quel che mi dirai. Dimmi tutto, Enzo!

--Dirti tutto?--seguitò Lorenzo, il quale aveva riacquistato la
padronanza di sè stesso.--Non ti dico niente!

Tito Bardi si abbandonò nel seggiolone, facendo un gesto di sfiducia.

--Non ti dico niente,--continuò Lorenzo,--perchè non ho niente da
dirti. Proprio ni-en-te! Rimorsi? Truffe?... Non mi ricordo nemmeno di
che si parlava! Il rimorso vicino a casa mia? Ma no, ma no, sono
chiacchiere!... Tutto è quieto a casa e fuori di casa. Tutto va
benissimo....

--Non è vero!--interruppe Tito Bardi drizzandosi in piedi e fulminando
il genero con un'occhiata così vivace e penetrante, che pareva vibrata
dall'occhio d'un giovane.--Non è vero. Tutto va male, te lo posso
assicurare io.... Morella è cambiata; il bambino è cambiato. Io lo so;
ce ne siamo accorti io, Federico, Isidora, tutti quelli che sanno
vedere!... Bisogna che tu dica la verità: che cosa hai contro tua
moglie e tuo figlio?... Non sono un indifferente, io.... Voglio bene a
Morella e a Farfui, e ho diritto di sapere ogni cosa.... Essi non
parlano, non parla nemmeno quel'innocente, perchè sua madre deve
averglielo proibito.... Ma tu hai da parlare, tu hai da rendermi conto
della tua condotta!...

--Io? Sono io che devo renderti conto?--ripetè Lorenzo.--Ah i conti
venite a chiederli a me? E sta benissimo: allora....

Si vide nello specchio e si frenò.

--Allora, niente!--soggiunse tosto, ridendo.--Se Morella e Giuseppe
sono cambiati....

--Giuseppe?--domandò Tito Bardi con accento di maraviglia,--chi è
Giuseppe?

--Il bambino; non lo sai? Si chiama Giuseppe Tito Aquileio, e io lo
chiamo Giuseppe, e tutte le altre scimunitaggini le lascio a sua madre
e agli amici di sua madre, se ci si divertono!... Dunque Morella e
Giuseppe sono cambiati, mi dici? E che c'entro io? È affar loro;
avranno i loro pensieri.... Io non so niente, e non ne ho colpa....

Il vecchio impallidì a quelle parole; un nuovo lampo gli brillò nello
sguardo e la voce gli uscì fortissima:

--Come!--gridò indignato.--Tu risolvi la situazione a questa maniera?
Ma tu sei un cinico! Riconosci che tua moglie e tuo figlio sono
mutati, mutati in peggio, intristiti, dimagrati, e non te ne occupi,
dicendoti che avranno i loro pensieri e che tu non c'entri? Parliamoci
schietto una volta per sempre. Tu sei venuto qui per scherzare e
prenderti beffe di me, o per discorrere seriamente?

--Io?--rispose Lorenzo, dando una crollata di spalle.--Io son venuto
qui per rispondere a un tuo invito e farti piacere, ma non sentivo il
più lontano desiderio di discorrere, nè con te, nè con altri. E ti
prego di non insistere. Da molto tempo, da troppi anni io non rendo
conto ad alcuno di ciò che faccio. Tu mi hai chiesto se mi piace bere;
potevo risponderti di no, e ho risposto di sì. È il solo piacere ch'io
mi largisca, e me lo tengo. Io non sono come altri, i quali non
bevono, no, conducono una vita apparentemente sobria, e nascondono una
cloaca di ben altri vizii.... Lasciamola lì, non parliamone! Ora me ne
vado.

--Ma si tratta di mia figlia!--gridò nuovamente Tito Bardi.--Non
riesci a capire, non ti entra in codesto cervello durissimo una verità
così patente, che io mi occupo di mia figlia e della sua vita? Ne ho
il diritto, o no?

--Hai il diritto, non lo nego!--rispose Lorenzo.

--E allora ti avverto che se io non vedrò mia figlia come per
l'addietro allegra, fiduciosa, contenta, io la riprenderò in casa
mia.... Siamo d'accordo?

--Non ci verrà!--rispose Lorenzo freddamente.

--Ci verrà senza dubbio,--insistette il vecchio.

--Non ci verrà; non è una bambola, ha trent'un anno. E per venire da
te vorrà produrre uno scandalo e dar luogo a chi sa quali dicerie?
Spero che rifletterete tutti!... Del resto, l'allegria e la fiducia di
Morella non dipendono da me....

--E da chi dunque?

--Non so.

--Ma ciò che tu dici, manca di senso comune!...--esclamò Tito Bardi.

--Non manca, non manca di senso comune!... Tua figlia, è capricciosa;
e il figlio di tua figlia è più capriccioso di lei....

--Falso, falso, falso!--gridò Tito Bardi.--Quel bambino è un ometto,
non sa che sia un capriccio! Tu non meriti la fortuna d'avere un
figlio e una moglie come Morella e Farfui!

--Oh, hai detto bene!--proferì Lorenzo, battendo le mani con un
applauso sardonico.--Io non merito una tale fortuna! In questo, solo
in questo, posso convenire pienamente con te!

E preso di sulla tavola il cappello, s'avvicinò al vecchio, gli fece
una sghignazzata sotto il naso, e uscì, sbatacchiando la porta.




XVIII.


Quella sera medesima, verso le nove, Battista, il cocchiere, stava in
iscuderia a sorvegliare il mozzo di stalla che portava il foraggio.

La luce pioveva bene dall'alto, dando riflessi lucidi ai mantelli bai
e sauri degli animali irrequieti, che zampavano la lettiera e
nitrivano.

--Su, fa presto!--disse Battista al ragazzotto.--C'è Febo che ti
guarda e ti dà dello stupido perchè non fai presto.... Vedi che
occhio?... È più intelligente del tuo!...

Battista si divertiva ad aizzare Gigi, che non aveva nell'occhio,
veramente, l'espressione d'una intelligenza eccezionale. Il cocchiere
era un grosso uomo sui cinquant'anni, dalle folte basette, col labbro
e il mento rasati; il mozzo era mingherlino; aveva il naso puntuto e
una bocca la quale pareva lo spicchio d'un cocomero, sottile e rossa.

--Febo è sempre affamato, il vecchio!--proseguì Battista.--Ha undici
anni suonati; sarebbe tempo di venderlo, se la signora permettesse....
Ma non vuole, e lo lascerà in iscuderia quando non potrà più fare
servizio.... Intanto va benone. La signora non si fida che di lui. Di
lui e di me, intendiamoci!

Erano i soliti discorsi. Ogni sera, all'ora della foraggiata, Battista
rifaceva a Gigi la storia di ciascun cavallo ed esponeva le sue
considerazioni intorno ai loro meriti. La cosa era tanto abituale, che
Gigi zufolava senza ascoltare, e distribuito il foraggio nelle
greppie, stava presso i cavalli per vedere se mangiavano bene.

--Nevica, eh?--riprese Battista.--Quando nevica, io mi sento venir
freddo....

--Anch'io!--rispose Gigi.--Freddo nella schiena.

--Ma non così, ignorante; mi sento venir freddo perchè ho paura di
qualche maledetta scivolata. Hai inteso, ora?

--Ho inteso. Si tratta d'un altro freddo, insomma.

--Ecco. Non ho mai lasciato cadere un cavallo in trent'anni di
mestiere!--esclamò Battista orgoglioso.--E ti auguro di poter dire
altrettanto!

--Io non li lascio cader di sicuro,--ribattè Gigi,--perchè non li
guido!

--Sei uno sciocco! Ah, come sei sciocco! Si fa per dire.... A Milano,
dopo la neve vien l'acqua, e allora si forma una roba gialla, tutta
pesta, che se cominci a scivolare, non ti fermi più.

--Sì che mi fermo: quando sono per terra!--obiettò Gigi.

Battista gli scaraventò il berretto in faccia; non aveva modo più
efficace a dimostrare la sua indignazione. Poi andò a raccoglierlo, lo
ripulì con un colpo di gomito, e se lo rimise in capo.

--Non si può discorrere con te!--disse quindi.--Ogni sera cerco
d'istruirti, e ogni sera mi fai cader le braccia.

--Meglio le braccia che i cavalli,--borbottò Gigi.

--Con quella melma è difficile trottare; preferisco la neve,--seguitò
Battista, quasi parlasse da solo, disdegnando di ribattere alle
interruzioni del suo allievo.--Con la neve, Bozzolo e Vespa filano
come sopra un tappeto. Anche Febo è bravo; non ha paura di niente,
lui! Valì, invece, è meno sicuro; troppo giovane!... Va bene in
campagna....

--Andrei bene in campagna anch'io!--sospirò Luigi.

--Una volta era Febo che mi faceva disperare.... Mi ricordo quel
giorno.... Sai che Febo apparteneva prima a quel signore che si è
ucciso? Si è ucciso perchè non era più un signore....

--Allora io dovrei uccidermi tutte le mattine,--osservò Gigi.

--E faresti bene!... Così, si è ammazzato.... Mi ricordo quel giorno,
in campagna, che Febo è uscito con la signora Moro e il signor
Falconaro. Io mi son detto: «Addio, non li vedo più!» e fin che sono
stati fuori avevo, come dire? il cuore sopra il berretto....

--Lo ha messo a prendere il fresco?--interrogò Gigi.

--E poi li ho visti rientrare.... Ah quel Falconaro! Che polso, che
occhio, che calma! Per guidar cavalli non ci siamo che io e lui....
Febo era un altro.

--Come, un altro?--domandò Gigi.--Aveva cambiato cavallo per istrada?

--Animale! Si fa per dire.... E allora mi sono calmato, ho
respirato....

--Era rimasto senza respiro tutto quel tempo? O come faceva?

Battista avrebbe certamente gettato il berretto in faccia a Gigi, se
una voce non fosse venuta in quel punto a ferire il suo orecchio.

--Ssst!--disse mettendosi l'indice dritto a sbarrar le labbra.--Hai
udito chiamare?

I due uomini stettero in ascolto, e quasi subito nel cortile risuonò
di nuovo la voce soffocata:

--Battista!... Battista!...

--Mi chiamano! È la signora che chiama!--disse il cocchiere, correndo
fuori, nel cortile tutto bianco di neve.

E allora vide uno spettacolo che non doveva mai più dimenticare.

Di fronte a lui stava Morella, a testa nuda, con la pelliccia
semiaperta; e tra le braccia stringeva Farfui.... Il riflesso candido
della neve faceva il viso della donna più bianco del marmo e le
pupille scure sembravano ardere in quel volto spettrale.

--Battista,--disse.--Attacca subito!... subito!

Nonostante il rispetto e la devozione, Battista osò interrogare a sua
volta, spaventato.

--Signora.... Si sente male?... È malato Aquileio?...

--Attacca subito!--ella, ripetè imperiosamente.

Battista rientrò in iscuderia, e prese Gigi per il petto, sollevandolo
quasi da terra.

--Fuori Febo!--ordinò con un accento che non ammetteva replica.--Due
minuti, e pronto!

Poi, afferrata una lanterna, traversò nuovamente il cortile, balzò
nella rimessa, ne tirò fuori la carrozza chiusa. In quel momento Gigi
usciva, accompagnando Febo.

Morella coi piedi nella neve, restava immobile e dritta come una
statua.

Battista udì che Farfui si lagnava, ma non ardì gettar l'occhio da
quella banda; egli e Gigi lavoravano febbrilmente e con precisione a
rivestir Febo, maneggiando groppiera e reggipetto e tirelle; e
allorchè tutto fu in ordine, Battista saltò nella rimessa e indossò la
livrea.

--Pronto!--disse, dopo un attimo, avvicinandosi, col cappello in mano,
alla signora.

Ella trasalì e corse alla carrozza; ma in quel punto un uomo apparve
trafelato nel cortile.

Battista lo ravvisò subito. Era Lorenzo.

--Te ne supplico!--borbottò Lorenzo sottovoce.--Non andartene,
Morella! Ti chiedo perdono.... Qui succede uno scandalo.

Battista, salito in serpe, stava impettito, senza voltare il capo,
nell'attesa d'un ordine.

Udì Morella che diceva, pure sottovoce:

--Non una parola!... È tutto inutile! Vattene!

--Te ne supplico, te ne supplico!--insisteva l'altro.--Non fare
scandali.... È già troppo!...

--Battista!--risonò la voce squillante di Morella.--Avanti!

Rintronò il colpo secco dello sportello che si chiudeva.

Battista richiamò Febo e mosse. Lorenzo fece un balzo indietro per non
rimaner coi piedi sotto una ruota. Appena fuori del cortile, Morella
sporse il capo e ordinò:

--A casa di mia sorella!

Battista lanciò Febo a trotto allungato, nella sera lugubre e
silenziosa. Sul tappeto soffice di neve, le ruote passavano senza
rumore; i fiocchi bianchi aggirati da un'aria gelida turbinavano
intorno alla carrozza e parevano ispessire in un tumulto folle presso
la luce dei globi elettrici ad arco.

--Dio degli Dei!--pensava Battista, serrando in una mano le redini e
toccando con la frusta lievemente la groppa di Febo.--Che cosa è
avvenuto?... Aquileio sta bene; non lo conduce dal medico.... Ma
allora perchè fugge?... La baracca non va; è un pezzo che non va. Il
padrone cammina di traverso, e il piccino non vien più a trovarmi.
Povero piccino!... Sa tutto, lui: e questo si chiama Febo, e
quest'altro è sauro e quello è baio.... Che intelligenza, che
parlantina, che garbo! Io alla sua età ero come una bestia: mangiavo e
dormivo, non distinguevo un bue da un cavallo.... Adesso i bambini
nascono con la scienza in testa, coi microbi vulcanici nel cervello, e
capiscono tutto.... Ma perchè scappa la, signora...? Eh hop!... In
malora i carri!... Guarda quest'altro che mi vuol tagliare la
strada.... Eh hop!... Un carro che vuol fermare una carrozza!... Non
c'è più religione.... E la signora tutta scombussolata, senza
cappello, con gli occhi che sembravano neri come carbone.... Io volevo
dirglielo: «Non ha il cappello». Ma non ho potuto.... Sa comandare....
Una parola e basta: si galoppa!... E il piccolo, perchè non parlava?
L'ho udito lagnarsi, lui che non si lagna mai! Che cosa è avvenuto?
Come andrà a finire?... Se tutto va bene, giuoco al lotto.... Donna in
fuga, bambino piangente, viaggio di sera.... Mi contento d'un ambo....

La carrozza volava, grazie al deserto che la neve aveva steso per
tutta la città; risonavan più nette del consueto le voci dei passanti;
i cavalli da nolo avevano in testa il cappuccio e sul dosso una tela
cerata, su cui rimbombavano i colpi di frusta.

In via Durini, innanzi alla casa d'Isidora, Battista fermò e Morella
balzò fuori, tenendosi Farfui tra le braccia.

Isidora e Federico stavano quieti nel loro salottino ben caldo,
giuocando a carte.

Essi mettevano abitualmente per posta la compera di qualche oggettino
che Isidora desiderava; e allorchè la fortuna volgeva troppo propizia
a Federico, egli si studiava di perdere, barava per rimanere
sconfitto, e si fingeva desolato.

Isidora batteva le mani, fiera, della vittoria, ridendo come una
fanciulla e beffando il marito, che ascoltava le sue graziose
millanterie con un sorrisetto malizioso.

Morella piombò tra quei due felici, come un fulmine. Essi balzarono in
piedi contemporaneamente, senza comprendere, atterriti.

--Che è, che è, mio Dio?...--gridò Isidora, vedendo la sorella così
scarmigliata.--Che è avvenuto?

--Prendi Farfui!--disse Morella con la voce rotta dall'affanno.--Lo
lascio da te.... Vedi? L'ha battuto, l'ha ferito...!

Federico sollevò il bambino tra le braccia, portandolo sotto la luce
delle lampade elettriche.

Farfui aveva una piccola ferita presso l'occhio, una lunga graffiatura
che sanguinava ancora un poco. Non era nulla di grave; ma il bambino
appariva spaventato e tremante.

--Su, su, non è nulla, Farfui!--esclamò Federico.--Ora sei qui, non
aver paura!

Morella raccontava, con quella sua voce soffocata, mentre Isidora le
stava ai piedi, bevendone le parole e lo sguardo.

Era stato così: Tito Bardi aveva chiamato Lorenzo per rimproverarlo
della vita che conduceva, e n'era avvenuta una discussione violenta.
Tornato a casa, Lorenzo s'era scagliato contro Morella, e l'aveva
battuta, accusandola d'averlo denunziato al padre; e in quel momento
era entrato nella camera Farfui. Al vederlo, Lorenzo gli si era
gettato sopra, lo aveva schiaffeggiato, e buttato a terra.

--È ubbriaco!--diceva Morella,--È sempre ubbriaco!... Vuole uccidere
il mio bambino.... Lo odia.... Io so perchè lo odia...!

E dimenticando d'essere alla presenza della sorella e del cognato,
soggiunse:

--Ah Mariano, Mariano, che male ci ha fatto!... Gli ho perdonato,
perchè non sapeva quel che si facesse!... Ma quanto male, quanto
male!... Ora capisco....

Federico e Isidora, ascoltavano in una terrifica angoscia, non
riuscendo ancora a comprendere bene ciò ch'era avvenuto. Morella
riprese tra le braccia Farfui.

--Ma dimani,--esclamò Federico,--veramente s'è dato al bere Lorenzo?
Io non ne ho mai saputo nulla.... Quale vergogna!...

Il brav'uomo paffuto e roseo che, con gli occhiali d'oro a stanghetta,
era l'espressione più caratteristica del pacifico borghese, probo e
leale, non avrebbe creduto a tanto sfacelo, se non ne avesse avuto
contezza da Morella.... Egli non conosceva più obbrobrioso vizio del
bere; era disposto a perdonar la passione del giuoco e lo stesso
libertinaggio prima che l'ubbriachezza, per la quale sentiva un
formicolio d'orrore, uno schifo indomabile.

Veder l'uomo ridotto a non capir ciò che si faceva, a terra come un
bruto o tentennando e barcollando per le strade, con un codazzo di
curiosi che lo aizzavano a dire cose sconce e a far lazzi immondi, per
Federico era spettacolo d'angoscia e d'umiliazione.

E fremeva spaventato in pensare che il cognato Enzo, il vecchio amico,
il collega, era stato preso a quella tagliuola; e si spiegava infine
perchè non lo si vedesse più dal suocero e sfuggisse ogni occasione di
ritrovarsi come di solito coi parenti.

Isidora fu insuperabile di sollecitudine e di pietà; con uno sforzo di
pazienza riuscì a dar la calma a Farfui e a farlo sorridere, cosicchè
in breve poterono metterlo a dormire nella camera degli ospiti; e
visto il bambino rasserenato, Morella riacquistò a sua volta il
coraggio. Fu rimandata la carrozza, e Morella passò quella notte dai
Berardi.

L'indomani mattina, lasciato Farfui alla sorella, tornò a casa sua,
accompagnata da Federico, il quale ebbe un lungo colloquio con
Lorenzo.

Non ne potè cavar nulla neppur lui, Lorenzo era sempre in procinto di
parlare, e terrorizzato al pensiero del ridicolo, si fermava; era per
accusare, e avvedendosene, terminava con una risata sardonica;
passeggiava in lungo e in largo per lo studio, stringendo i pugni e
borbottando; ascoltava le rampogne di Federico e sorrideva quasi non
le capisse.

Insisteva perchè il bambino tornasse a casa. Non poteva rimanere in
casa altrui, non doveva.... Federico credette vedere in quella
insistenza una prova d'amore per Farfui, ma disperò quando comprese
ch'essa era stata suggerita soltanto dallo sbigottimento per le
chiacchiere e lo scandalo.

--Deve tornare qui, capisci?--andava dicendo Lorenzo.--Che si dirà,
quando si saprà che mio figlio è costretto a vivere presso gli zii?
Già Morella ha fatto quella scenata, ieri sera, davanti agli uomini di
scuderia, che avranno riso alle nostre spalle, ed è fuggita senza
cappello, come una pazza.... Ora si noterà che il bambino è sparito e
si continuerà a mormorare. Io non voglio diventar la favola del
mercato....

--Ma lo sei già, la favola!--proruppe Federico, al quale era scappata
la flemma.

--Come, che cosa dici? Io sono la favola?--esclamò Lorenzo
esterrefatto.

--È naturale; bevendo e ubbriacandoti, non puoi certo essere ammirato
dai tuoi colleghi...!

Lorenzo alzò le spalle; aveva temuto ben peggio.

--Di questo io m'infischio.... È affar mio.... Ma non voglio che nasca
uno scandalo per altre cose.... Non voglio, assolutamente! Non sono
uomo da patire il ridicolo.... Voglio che il bambino ritorni....

--Ritornerà quando tu avrai messo giudizio,--rispose Federico,--per
ora lo teniamo noi.

Lorenzo s'irritò, maravigliato di non riuscire a smuovere Federico, il
quale era pure docile e molle di carattere, ma trovava nella sua
indignazione una forza caparbia.

Non potendo spuntarla diversamente, Lorenzo abbondò di promesse: non
avrebbe più bevuto, non avrebbe più tribolato il bambino; ma tornasse,
tornasse a casa subito....

--Sta bene,--concluse Federico inflessibile,--Noi lo terremo una
settimana; vedremo in questa settimana come si metteranno le cose, e
se le tue promesse non si risolvano in parole.

Allora Lorenzo diventò una furia, gettò a terra la pipetta e poi
quanto aveva innanzi sulla scrivania.

Che c'entrava Federico? Un nuovo padrone in casa? Disponeva lui di suo
figlio? In nome di chi e di quali diritti egli agiva? Era una trama
fra lui e Isidora e Morella?... Sfruttavano a quel modo la sua cura di
non far nascere uno scandalo? Ma egli lo avrebbe fatto nascere, se
fosse stato necessario!... Non bastavano le sue promesse? La sua
parola d'onore non aveva più significato?

Federico lo lasciò dire, come si lascia dirompere giù per la china un
torrente; e a tutte le sue minaccie non oppose che il rifiuto testardo
dell'uomo abitualmente dolce e remissivo, che quando s'impunta non si
lascia più flettere da cosa al mondo.

--Fra una settimana, caro Enzo! Vedremo fra una settimana! Non prima
d'una settimana! Puoi dire ciò che vuoi, ma il bambino me lo tengo per
una settimana....

E udì, uscendo dallo studio, che in un impeto di furore Lorenzo
rovesciava a terra e mandava in briciole la sola cosa ch'era ancor
rimasta dritta sulla scrivania, la pendoletta d'alabastro; ma non si
commosse pur tanto e salì da Morella a riferirle il senso del
colloquio.




XIX.


Edoardo Falconaro, andato in casa dei Moro quella medesima sera per
tirar di scherma con Lorenzo, non trovò Farfui. Morella, gli disse che
era ospite per alcuni giorni degli zii Berardi, e non potè aggiungere
verbo. Erano presenti Lorenzo e Pino Monti.

Ma Edoardo non ebbe bisogno di udire il resto; intuì che Farfui non si
sarebbe mai allontanato da casa, dalla mamma, dal suo Drado, se non vi
fosse stato costretto. E chi poteva averlo costretto se non Lorenzo?
Non interrogò. Aveva inteso. Lorenzo continuava nella sua caccia al
bambino: voleva farlo morire di patimenti e di paura, in silenzio.

A questo pensiero, Edoardo si sentì d'un tratto coperto da un sudor
freddo, come se l'ala della morte lo avesse realmente sfiorato.

Uccidere Farfui! Farlo morire a poco a poco, in silenzio!

Egli gettò un'occhiata al suo nemico e dissimulò una smorfia ironica.

--A quale gioco egli gioca!--pensò.--Non ha capito ancora che per
uccidere Farfui deve contare con me. Costui ha dimenticato chi sono
io, o il vino gli annebbia, la mente. Egli giuoca la vita di Farfui
senz'accorgersi di giuocar la sua propria.

Ma di nuovo senti un brivido; e s'egli fosse scomparso? Se non avesse
potuto difendere il bambino?

Gli tornarono alla mente le parole del maestro: «Stia in guardia. Non
si fidi!»

Se una sera Lorenzo fosso riuscito a piantargli il ferro in gola, come
per accidente?

Guatò di nuovo, stupito, il suo nemico. Egli aveva sempre considerato
Lorenzo come un impulsivo, capace d'abbandonarsi tutto alla violenza
d'una passione; e gli si chiariva come un raffinato ipocrita, un
calcolatore inarrivabile. Ecco ch'egli s'era giurato di non parlare, e
non una parola gli usciva dalla bocca, sebbene tutti gli fossero
addosso, e Morella e Tito Bardi e Federico, per sapere che cosa
agitasse nell'animo suo. Ecco che s'era proposto di vendicarsi, e
aveva scelta una vendetta subdola e insidiosa, che non gli recasse
danno alcuno; trafiggere per un caso apparentemente disgraziato
Edoardo Falconaro durante un assalto di scherma, e terrorizzare fino
alla morte Farfui, impresa facile contro un carattere impressionabile
come quello del bambino.

Questo disegno che riusciva finalmente a penetrare, ispirò a Edoardo
Falconaro un raccapriccio immenso.

--È un vigliacco!--egli pensò.--Teme di dover rendere conto delle sue
azioni.... Forse non è tanta la apprensione del codice quanto il
tremacuore di confessarsi ingannato dalla moglie.

--A proposito,--disse Lorenzo a un tratto.

Edoardo non potè vincere un sussulto.

--A proposito, vieni con me domani a Villa Mora?

--Domani?--esclamò Edoardo.--Tu vai in campagna con questo tempo?

--No, non vado in campagna,--risposo Lorenzo ridendo.--Ho fatto fare
alcune modificazioni importanti alla villa, e ho promesso d'andar
domani a vedere a qual punto sono i lavori.... Vuoi venire con me?

--Non vi andate, Falconaro!--disse Morella.

La frase le era sfuggita di bocca, irresistibilmente. Quell'invito le
aveva fatto paura, ella stessa non avrebbe potuto dire perchè; ed era
stata spinta ciecamente a parlare.

Lorenzo guardò sua moglie con espressione interrogativa, così che la
donna si trovò costretta a spiegarsi.

--Non vi andate, Falconaro. Prenderete freddo e vi annoierete....

--Tu sei curiosa!--esclamò Lorenzo.--Pensi al freddo che si prenderà
Edoardo, e non pensi che me lo prenderò anch'io.

--Tu devi andare per forza,--rispose Morella, la quale s'era già
rimessa dalla sua tema.--È ben diverso che andarci per piacere....

--Che freddo, che freddo!--rimbeccò Lorenzo.--Io ho già spedito un
uomo lassù, che ci preparerà una buona fiammata, e se non potremo
tornar per la sera, ci farà mettere in ordine le camere. Possiamo
prendere anche i fucili con noi e combinare una partita, di caccia, se
ce ne salterà il ticchio. Venga anche lei, Monti!

--Io vengo di sicuro!--disse il maestro.--È un'idea che mi piace.

Morella si sentì alleggerita da un gran peso. Ella sapeva da tempo che
Pino Monti, uomo schietto e onesto, sorvegliava Lorenzo perchè non
commettesse qualche follia, e che perciò voleva assistere alle partite
di scherma; la presenza di lui a quella gita la rassicurava. Gettò
un'occhiata ad Edoardo, il quale si decise:

--Verrò anch'io,--disse.

E poco più tardi nel congedarsi, trovò maniera di susurrare a Morella,
stringendole la mano:

--Non temete!


Per la campagna nuda, sugli alberi scheletriti, sul terreno indurito
dal gelo si stendeva un color tra il grigio e il bianco, malinconico;
la neve fresca lungo i versanti dei poggi e delle colline era rotta
qua o là dalla chiazza, nera di radici aggrovigliate e da pertinaci
gruppi di sterpi. I rami spogli e lunghi si drizzavano sulla nicchia
del cielo color di cenere con un'espressione disperata quasi
invocassero dall'alto il calore e le belle foglie disperse.

Da Como a Villa Mora la strada s'era fatta malagevole per i solchi
fondi e duri lasciati dai carri che v'eran passati.

Una vettura da nolo in cui presero posto i tre uomini volle quasi due
ore a percorrere quel tratto, che la pariglia di Lorenzo compieva
abitualmente in meno di trenta minuti.

Giunti alla villa, Edoardo, Lorenzo e il maestro Pino Monti trovarono
la colazione già apparecchiata. L'uomo di fiducia spedito innanzi,
ch'era Paolino Tornaghi, aiutato dalla moglie del fattore aveva fatto
miracoli. Una minestra fumava sulla tavola della sala da pranzo, e
parecchie bottiglie polverose apparivan disposte in un angolo della
sala come munizione di riserva se quelle ch'eran sulla tavola non
fossero state sufficienti.

Lorenzo mangiò poco ma bevve molto, alternando i vini bianchi ai vini
rossi, e i delicati ai forti. Edoardo potè aver così coi proprii occhi
la prova della intemperanza a cui l'altro s'era abbandonato da tempo;
e non potè nascondere un gesto di sorpresa, quando, a colazione
finita, Lorenzo fece recare anche i liquori e trangugiò ingordamente
numerosi bicchierini di cognac, coronando l'opera con una larga bevuta
di rhum.

--Adesso,--egli annunziò levandosi in piedi,--andiamo a fare un po' di
caccia. Voglio portare a casa un paio di lepri....

--A caccia andrai solo, caro mio!--rispose Edoardo.--Chi può venire a
caccia con te, che traballi?

Erano tutti nell'atrio, dove avevan deposto i fucili.

--Io traballo?--esclamò Lorenzo.--Io non traballo mai. Bevo perchè mi
fa bene, e con questo freddo bisogna bere.

Andò a prendere il fucile e ne passò la cinghia sul braccio destro.

--Signor Lorenzo,--intervenne il maestro Monti,--non si arrischi con
questo tempo! La terra è gelata, e sa lei scivola col fucile carico,
può avvenire una disgrazia.

--Benone!--fece Lorenzo irritato.--Uno dice che traballo e l'altro
vuole che io scivoli.... Devo portare a casa un paio di lepri.... Vado
io, se avete paura....

E s'avviò, ma nell'uscir dall'atrio, incespicò nei gradini e per poco
non cadde.

Edoardo, Pino Monti, il Tornaghi, si guardarono in faccia. Non era
possibile lasciare che Lorenzo s'avventurasse per la campagna in tale
stato, con pericolo proprio e degli altri.

Edoardo gli si parò innanzi risolutamente, dicendogli:

--Enzo, dammi il fucile!

Lorenzo vistoselo di fronte, lo squadrò ringhioso.

--Darti il fucile?--rispose.--Sei matto? Lèvati dai piedi! Vado a
caccia.... Non m'importunare o comincio a dar la caccia a te! Già,
abbiamo dei conti da aggiustare....

Si morse la lingua; anche ubbriaco, tenuto dall'apprensione di
tradirsi, capì che quella frase era imprudente.

Edoardo alzò le spalle e gli si approssimò sorridendo.

--Dammi il fucile, Enzo!--ripetè.--Se tu vai a caccia oggi, avremo te
solo per lepre da portare a casa.

Lorenzo si tolse bruscamente l'arma dalla spalla e fece un passo
indietro. Fu un lampo e fu un brivido di terrore per il Monti e il
Tornaghi, i quali credettero che Lorenzo spianasse il fucile e facesse
fuoco.

Invece egli consegnò l'arma dolcemente ad Edoardo.

--Hai ragione!--disse.--Andremo a caccia un altro giorno.

Egli voleva con quella sua pronta sommessione, cancellare il ricordo
della frase disgraziata intorno ai conti da aggiustare, che gli era
scappata dianzi di bocca.

--Bene; ti ringrazio!--proferì Edoardo, passando l'arma al Tornaghi,
il quale corse a riporla dopo averla scaricata.

--Che cosa non farei per te?--esclamò Lorenzo con espressione
sardonica, ridendo un poco.

--E allora andiamo a vedere a che punto sono i lavori.

I lavori erano stati eseguiti in tutta quella parte del tenimento, che
s'elevava di là dall'orto, nella zona rustica. La casetta di Poldo era
stata atterrata, perchè avendo Lorenzo comperati altri poderi vicini,
occorreva una più vasta fattoria; e questa sorgeva, tutta fresca di
calce e rossa di mattoni, con le finestre ad arco, la porta capace ad
arco e larghi locali di depositi a terreno.

Lorenzo s'appoggiò al braccio d'Edoardo e con lui si diresse verso la
casa rustica; Pino Monti e il Tornaghi seguivano a distanza.

Nel giardino verdeggiavano solo gli abeti e i pini, dritti e
orgogliosi tra gli scheletri nudi degli altri alberi, e le loro fronde
avevan qua e là un'incrostatura di ghiacciuoli, che sembrava il lavoro
sapiente d'un orafo, il quale avesse steso tra fronda e fronda una
prodigiosa collana di merletti argentei; la terra era secca e dura,
coperta da uno strato di nevischio, sul quale Lorenzo sarebbe senza
dubbio caduto, se Edoardo non gli avesse dato braccio.

Edoardo sentiva il passo greve dell'altro, e quando gli si rivolgeva
per parlare, un alito carico d'odori da gargotta gli soffiava in
faccia. Preso dalla sonnolenza che le soverchie libazioni gli davano,
Lorenzo si trascinava e si faceva trascinare più che non camminasse.

La visita alla casa rustica fu per sua parte una cosa buffa.

S'adagiò subito sulla panca la quale stava, a fianco della porta,
incastrata nel muro, e disse, senza alzare il capo:

--Bello! Tutto bello!... Ogni cosa al suo posto.... E guardava a
terra, con lo sguardo vitreo d'un bruto.

Il fattore, sua moglie, la giovane Nunziata che fattasi robusta e
rosea, rideva con gli occhi grandi, uscirono per incontrare il
padrone; e strabiliarono, vedendolo acconciato in tal maniera.

Edoardo fu costretto a spiegare che Lorenzo era stanco; altre scuse
inventarono il maestro Monti e Paolino Tornaghi, ma la brava gente di
campagna aveva troppa perizia di ubbriachi per non comprendere che il
padrone era cotto.

Il fattore mostrò la casa a quei signori che si reggevano bene in
piedi, e dalla cucina balzò fuori Poldo, il quale, alla voce di
Lorenzo s'era rintanato. Ma vedendo ch'egli non compariva, il
ragazzetto s'era fatto animo, e veniva a salutare Edoardo.

--Come sta, signor Falconaro? Ha fatto buon viaggio? Io preparo il
còmpito per domani.... E Farfui come sta?

Edoardo accarezzò il piccolo amico fedele, che teneva presso la cappa
del camino, appeso a un chiodo, il cavalluccio di legno bianco,
diventato onninamente nero, grazie al fumo che spesso invadeva la
camera. Il nome di Farfui richiamò Edoardo a tutte le sue tristezze;
ma rispose:

--Sta, bene, Farfui. Si fa ogni giorno più bello. Mi ha detto di
salutarti....

--Oh perchè non l'ha condotto?--esclamò Nunziata con voce
dolente.--Sarebbe stata una festa per noi!

--Il suo papà temeva che si pigliasse troppo freddo,--disse Edoardo.

E parlò d'altro, perchè quel discorso gli bruciava l'anima.

Farfui era lontano, cacciato di casa, nascosto, ospite dei parenti,
perchè il padre lo odiava a morte; il caro bambino era men fortunato
di quel suo amico Poldo, che attendeva agli studi con tanta pace e
godeva, la protezione di Morella; era men fortunato di tutti, senza
aver fatto male al mondo. La sua bontà, l'innocenza non gli contavan
nulla. Un ubbriacone ripugnante andava tribolandolo di continuo perchè
la sua fragile fibra piegasse sotto il peso di tanta e sì barbara
ingiustizia.

Questi pensieri angosciarono Edoardo in tal modo, che quando coi suoi
compagni uscì dalla casa e vide Lorenzo che russava sulla panca, se ne
scostò con ribrezzo.

--Monti,--egli disse al maestro,--lo svegli lei, e lo conduca alla
villa col Tornaghi.

E salutato Poldo e gli altri, s'incamminò, senza voltare il capo,
mentre i due compagni svegliavano Lorenzo e sostenendolo sotto le
ascelle, lo trascinavano per la strada di ritorno.

Edoardo si fermò nell'orto, innanzi a quel ricettacolo nel quale si
raccoglieva l'acqua irrigua. Sulla superficie torba e immobile
lucevano fra lo strato verdastro alcune lastre di ghiaccio spezzato.
Il Falconaro ricordò improvvisamente, fulmineamente, con la nitidezza
d'una visione, l'episodio avvenuto parecchi anni prima innanzi al
serbatoio; quando Lorenzo incespicando nella proda, per poco non era
caduto a capofitto dentro la cisterna, ed egli l'aveva trattenuto a
forza.

--Bisognerebbe gettarvelo, ora!--pensò Edoardo,--Sarebbe la
liberazione di Farfui.... Nessuno ne saprebbe nulla, e trovato il
cadavere, Isidora e Federico potrebbero testimoniare che già altra
volta aveva arrischiato di perirvi.... Sì, questa dovrebbe essere la
sua tomba!

E il pensiero gli si piantò nel cervello con tanta forza, che vedendo
giungere Lorenzo appoggiato al braccio del Monti e del Tornaghi, gli
venne voglia di propor loro l'impresa, di buttarlo là dentro fra la
melma e il ghiaccio.

--Bello! tutto bello, tutto in ordine!--sproloquiava Lorenzo con la
lingua enfiata.--Che ne dici, Edoardo? Tutto bello, tutto in
ordine.... Andiamo presto, che ho sete!...

Edoardo si voltò, e non potendo vincere il tumulto repentino della sua
collera:

--Hai sete?--interrogò.--Vorresti bere di nuovo?

--Due dita di rhum, soltanto due dita,--balbettò Lorenzo.--C'era quel
pesce fritto... a tavola... che era salato.... E che vuoi? ho un
pochino di sete....

--Hai sete? Io ti farò metter nella cisterna con la testa in giù,
perchè tu beva!--esclamò Edoardo.

--Come diventa cattivo Edoardo, quando è ubbriaco!--osservò
Lorenzo.--È un ammazzasette stroppiaquattordici!

Paolino Tornaghi e il Monti scoppiarono in una risata, ma Edoardo si
contenne, dando una sguardata, sdegnosa al beone che buffoneggiava.




XX.


Il pensiero andò maturando, ingrandendo, facendosi intimo ed assiduo.

Edoardo lo trovò sul guanciale la mattina, allorchè prima di balzar
dal letto rievocava le impressioni del dì innanzi e ordinava le
occupazioni alle quali avrebbe dovuto attendere durante il giorno; lo
vide seduto presso la sua scrivania, e in carrozza, a viso a viso,
come ospite inesorabile e taciturno; lo incontrò nei salotti, e nei
teatri, alla Borsa, e alla passeggiata, nelle ore d'ozio e, a tratti a
tratti, quando più ferveva il lavoro. S'era fatto persona, così che ad
Edoardo sembrava di poterlo afferrare, stendendo la mano.

E il pensiero diceva: «Bisogna ucciderlo, o Farfui morirà».

Farfui era stato condotto a casa prima che la settimana spirasse.

In casa degli zii non aveva pace. Le cure instancabili d'Isidora e di
Federico, e i balocchi di cui gli avevan riempita la cameretta, e le
fiabe narrate dalla zia con inesauribile pazienza, e gli spassi e le
serate al Circo equestre, per i quali Isidora e Federico avevano
rinunciato volentieri alla loro placida vita semplice, e lo studio di
distrarre il bambino senza posa; tutto era tornato inutile.

Non stava bene Farfui, lungi dalla sua mamma. Sebbene questa passasse
il più della giornata presso Isidora, non appena ella ripartiva Farfui
diventava nervoso, e trasaliva ai minimi rumori; di notte si svegliava
di soprassalto, gridando.

Era atterrito. Visto Lorenzo ubbriaco quella sera che tornando dal
suocero aveva battuto Morella, il bambino non s'era potuto liberar più
da quella impressione. Non aveva capito l'ubbriachezza di Lorenzo; gli
era parso agitato da un furor misterioso di distruzione, e s'imaginava
che ogni sera fosse la stessa cosa, che il papà battesse ogni sera la
mamma, e che questa fuggisse nella silente notte nevosa, finchè l'alba
non apparisse.

Fu ricondotto a casa prima dello spirare di quella settimana che
Federico aveva stabilito come termine per sincerarsi delle buone
intenzioni di Lorenzo.

Le buone intenzioni eran naufragate a Villa Mora donde Edoardo e gli
altri avevan dovuto ricondurlo in uno stato pietoso, e riprendendo la
sua vita l'indomani, s'era fatto più che mai assiduo della bettola di
Carlotto, e s'ubbriacava anche in casa, dopo pranzo, se non aveva
avuto tempo di ubbriacarsi fuori.

Farfui si rasserenò presso la sua mamma; e questa si mostrava con lui
ridente e gaia, perchè egli non temesse nulla. Il bambino andava
ancora a trovare gli amici e Paolino Tornaghi, e visitava le scuderie,
e stava a chiacchierare con Battista e Gigi, ma di soppiatto, quando
il babbo russava nella sala da pranzo.

E un giorno la mamma lo condusse in una casetta monda e tranquilla,
che sorgeva in quella zona fuori di porta Monforte, la quale pareva
per virtù di miracolo andar coprendosi di caseggiati nuovi e popolati,
che dovevan formare di là dalle barriere antiche tutta una città
novella.

In un appartamento piccolo, ma tenuto con lindura e addobbato con
qualche eleganza, stava una giovane dalla bella faccia aperta, e sana,
che accolse Morella e Farfui con espressione di rispetto.

--Che sorpresa!--ella disse, facendosi loro incontro.--Che sorpresa,
signora! È quello il suo bambino? È un amore! Si accomodi, qui in
questa camera, che è calda....

Farfui si guardava intorno. La giovane portava tra le braccia un altro
bambino più piccolo di Farfui, il quale rideva. Non era bello; aveva
un carnato pallido, quasi cereo e occhietti smorti; ma in quel visetto
era un'espressione comica e ridanciana, la quale dava allegrezza.
Vestiva modestamente un grosso abito di lana, che doveva tenerlo
riparato come in un nido; e l'abito non aveva strappi nè macchie e
alle scarpette non mancava un bottone; attraverso il grembialino era
ricamato il saluto ch'egli non aveva dato ai visitatori: «Buon
giorno!»

Morella sedette, e pregò la donna:

--Mettetelo a terra, Giovanna. Vediamolo camminare.

Giovanna mise a terra il bambino, che camminò frettoloso e andò subito
a tirare il naso di Farfui.

--Com'è bello, mamma!--disse questi ridendo.--Come si chiama?

--Giovanna diede i ragguagli a Morella, che li chiedeva: il bambinetto
era anemico, ma il dottore diceva che con un buon vitto e una cura
attenta si sarebbe presto rinfrancato; doveva aver patito la fame nei
primi mesi di sua vita, e ora bisognava nutrirlo e rifargli....

--Rifargli quei cosi rossi,--concluse Giovanna.

--I globuli,--disse Morella.

--Sì, signora. Ma è tanto buono; non piange mai, e mi vuol bene come
fossi la sua mamma. Non mi dà alcun disturbo, e io posso lavorare in
casa, mentre lui sta a giuocare.

--Mi dici come si chiama?--ripetè Farfui.

--Fausto,--rispose Morella.--Fausto Frigerio.

E stette assorta a mirare il bambino che le sorrideva, quasi la
riconoscesse.

Farfui lo preso a mano.

--Non hai giuocattoli?--domandò.--Non hai il bel cavallo che dondola?

L'altro lo fissò un poco, e quindi lo condusse, sempre in fretta, a
guardar presso la stufa, ov'erano conservati un paio di pantofole,
alcuni rocchetti, una cannuccia da scrivere logora e rosicchiata, un
gomitolo, scampoli di stoffa; e li indicò a Farfui, superbamente,
stendendo un dito.

--Sono i tuoi giuocattoli?--esclamò Farfui scandalizzato.--Non hai i
soldatini?

--«Tatini»?--ripetè il figlio di Mariano Frigerio.--«Tatini»?

E rideva come a dire che per divertirsi quei «tatini» erano affatto
superflui; bastava un po' di buona volontà, un po' di buon umore.

--Mamma,--disse Farfui,--io voglio regalargli i miei soldatini, a
Fausto.

--Sì, caro, glieli manderemo,--rispose Morella.

Fausto aveva nel frattempo tirato alla luce una delle pantofole alla
quale era legato una lunga funicella, e passeggiava frettoloso,
trascinandosi dietro quel veicolo informe, per dimostrare a Farfui che
il giuoco era interessante; Farfui sedette a terra, caricò i rocchetti
e la cannuccia sulla pantofola, e cominciò un servizio di trasporti,
un viavai tra Fausto e Farfui, che d'un subito s'intesero tra loro
mirabilmente.

Il figlio di Mariano Frigerio e il figlio di Morella Moro vicini l'uno
all'altro, povero il primo e milionario il secondo, esprimevano un
contrasto intraducibile. Fausto, strappato alla morte per miracolo,
allevato per carità, ancora malfermo per la fame patita, era un
buffone incorreggibile, che tendeva gherminelle al suo compagno e
sorrideva dalla bocca e dagli occhi. Farfui lo proteggeva gravemente,
con una indileguabile ombra di melanconia sul volto incorniciato dai
capelli d'oro. L'uno aveva sofferto in una età di cui nulla si
comprende e si ricorda; l'altro cominciava a soffrire quando il cuore
e l'intelligenza si aprono a ricevere impressioni perdurabili.

Essi giuocavano fraternamente coi visetti accostati, e Fausto dava
d'ora in ora in una risatina, ammirando la saggezza di Farfui che
sapeva condurre la pantofola senza rovesciarne il carico, mentre
quando l'ufficio toccava a Fausto, egli correva troppo con quei
passettini minuti e sbatacchiava la pantofola qua e là, contro le
gambe delle sedie e della tavola. Ma Fausto non s'irritava mai;
aiutato da Farfui, rifaceva il carico e ripartiva, per riperderlo indi
a poco; e di nuovo i due bambini s'inginocchiavano, tra le risate di
Fausto, ad ammonticchiare i rocchetti sul veicolo.

Avrebbero seguitato ancora a lungo se Morella non avesse richiamato
Farfui, prendendo congedo da Giovanna, alla quale aveva portato denaro
per il figlio di Mariano.

Farfui salutò il suo amico, tenendolo sotto le ascelle e baciandolo
sulle gote.

--Addio,--gli disse,--ti manderò i soldatini. Non è vero, mamma?

--Sì, caro. Glieli manderemo domani.

E uscirono, mentre Fausto si metteva a saltellar per la casa gridando
gioioso:

--Tatini, tatini, tatini!

Non sapeva che fossero, ma imaginava cose straordinarie.

Quando furono in istrada, Farfui domandò:

--Chi è, mamma, quel bambino?

--Te l'ho detto, caro, è Fausto Frigerio.

--No,--fece Farfui scuotendo il capo.--Non così. Poldo è il figlio del
fattore. E questo chi è?

--Ah,--disse Morella.--Vuoi sapere dov'è il suo babbo?

--Sì; dov'è?

--Non c'è più, caro. Il suo babbo è morto.

--Che cosa vuol dire che è morto?--interrogò Farfui.

--Vuol dire che dorme,--rispose Morella.

--Come il papà, allora. Dorme come il papà? Morella strinse la piccola
mano del fanciullo, fremendo.

--No, caro, non come il papà.

--Ma il papà «dormava» anche oggi.

--Sì, dormiva; ma poi si sveglia. Invece il papà di Fausto dorme
sempre, sotto terra, e non si sveglia più.

--E la sua mamma dorme sempre anche lei?--interrogò Farfui.

--La sua mamma? Non l'hai vista?...

--No, che non è la sua mamma, quella!--esclamò Farfui.--Non hai
sentito che non la chiama mamma? La chiama con tanti nomi, ma non dice
mai mamma.

--Oh bambino mio, tu hai notato anche questo?

--Sì; e tu hai detto la bugia?

--Ho detto la bugia,--confessò Morella sorridendo,--perchè non so
dov'è la sua mamma. È andata lontano, è sparita, è perduta.... Non so.

--Che cosa vuol dire perduta? Che è in un bosco scuro, scuro come
Pucetto, e non trova più la strada?

--Sì, scuro, scuro!--ripetè Morella pensierosa.

--Oh mamma, perchè non le mandi un lume, poveretta, che trovi la
strada?

--Non ci sono lumi, amore mio!

E tacque; e tacque anche il bambino, che le camminava al fianco,
levando di tanto in tanto lo sguardo a investigare il volto della
madre; ma vistala assorta in una meditazione, non interrogò più.

I passanti lo guardavano. Vestito con giacca e calzoncini velluto
verde scuro, su cui s'abbottonava il soprabito nero, i capelli biondi
coronati da un berretto d'astrakan, le manine guantate di bianco,
Farfui si distingueva per un'espressione dolce e signorile che lo
svelava subito come un rampollo di razza finemente nervosa. I suoi
grandi occhi grigi, non avevano più quel significato di piena
ingenuità che è proprio dei bambini, ma già un'ombra di pensiero vi si
affacciava, dando allo sguardo una saviezza inconsueta fra i piccoli
di quella età. Egli camminava dritto e svelto, a passi quasi
inavvertibili tanto eran leggieri.

Sarebbe stato impossibile dire che quella signora impellicciata, la
quale lo teneva per mano non era sua madre. Aveva lo stesso portamento
di lui, semplice e pur fiero, lo stesso sguardo ombrato da una lieve
malinconia, identico l'oro delicatamente pallido dei capelli; e non
differiva che pel color degli occhi, grigio nel bambino, avana nella
donna. Erano gli occhi di suo padre, pensavano i viandanti.

Ma se avessero visto colui che la legge chiamava padre del piccolo
Aquileio, avrebbero riso per l'enorme differenza ch'era tra padre e
figlio; l'uno tozzo, pletorico, plebeo, l'altro snello, gracile,
elegantissimo; e di giorno in giorno il distacco si faceva più
rilevante.

--Mamma,--chiese a un tratto Farfui,--perchè tu vuoi bene a Fausto?

--Perchè è piccino,--rispose Morella.

--Tu vuoi bene a tutti i piccini?

--Un po' più, un po' meno, a tutti. Bisogna voler bene ai piccini, che
sono innocenti.

--E gli porti il denaro, mamma?

--Sì, perchè comperi da farsi la pappa.

--E agli altri piccini non lo porti?

--No, perchè non li conosco.

--E Fausto lo conosci?

--Hai visto; lo conosco.

--E il suo papà e la sua mamma li conosci?

--Il suo papà è morto, ti ho detto.

--Ma prima lo conoscevi?

--Sì, lo conoscevo.

--Era buono il suo papà, o era cattivo?

--Era disgraziato.

--Che cosa vuol dire disgraziato, mamma?

--Vuol dire che se era cattivo non ne aveva colpa.... Ma dove vuoi
andare con queste domande, bambino mio?

--Dove voglio andare? A casa!--rispose maravigliato Farfui.

--No,--fece Morella sorridendo.--Perchè mi rivolgi tante domande?
Ecco.

--Perchè voglio sapere se è più cattivo il papà di Fausto o il mio
papà....

--Non dire queste cose, Farfui!--esclamò la madre.--Il papà non è
cattivo.

--Sì che è cattivo, e io non gli voglio bene. Io voglio bene a te e a
Drado.

--Non dire queste cose, Farfui!--ripetè Morella, stringendogli forte
la mano.

--Non devo dirle neanche a te?--chiese Farfui malcontento.

--No; perchè tu mi fai cadere in tentazione,--mormorò Morella, quasi
parlando a sè stessa.

Farfui non disse nulla; era sbalordito per quella frase
imperscrutabile, di cui non aveva afferrato che le prime parole, «mi
fai cadere», e si domandava come mai le sue parole potessero far
andare a terra la mamma....

Dopo un tratto di strada, percorso in silenzio, Morella gli disse:

--Ebbene, caro, non parli più?

--No, mamma.

--Perchè non parli più?

--Perchè no.

--Sai che mi dispiace quando tu dici «perchè no» e «perchè sì».
Bisogna sempre dare ragione di quel che si fa, e «perchè no, perchè
sì» non sono ragioni.... Dunque, perchè non parli più?

--Per non farti cadere, mamma! Morella si fermò e si chinò a baciarlo.

--Non temere,--disse.--Parla, parla pure, amore mio!

S'erano arrestati all'angolo di via Monte Napoleone, e rendendo il
bacio a sua madre, Farfui riprese:

--Mamma, andiamo a trovare Drado?

--No, no, caro, Dobbiamo tornare a casa; è tardi.

--Andiamo, mamma,--pregò Farfui,--Egli è contento che andiamo a
trovarlo; non è vero?

--Sì, è contento; ma a quest'ora non c'è!

--Come sai che non c'è?--chiese il bambino attonito.

Morella si sentì arrossire, e tagliò corto:

--Io so tutto,--rispose.

La millanteria rispondeva così bene al concetto che Farfui aveva di
sua madre, ch'egli non insistette oltre. La mamma sapeva tutto e il
papà non sapeva niente; questa era l'opinione ferma del bambino; non
aveva mai rivolto una domanda a sua madre senza ottenerne una risposta
chiara e immediata; quando invece, anche nei tempi migliori s'era
rivolto a suo padre, non ne aveva avuto che grufolii e alzate di
spalle. Un altro che per Farfui sapeva tutto, era Edoardo Falconaro,
pazientissimo a spiegare e a persuadere e a far comprendere.

Il bambino trovava naturale che sua madre, senza aver messo piede
sulla soglia di casa sapesse che Edoardo era fuori; ella poteva vedere
e sapere cose, le quali sfuggivano a chiunque altri. Per ciò egli
l'ascoltava come un oracolo e l'obbediva con piacere, per
quell'ammirazione ch'era in lui non minore dell'affetto.

--Io voglio diventare grande!--disse a un tratto, risolutamente.

--E perchè, caro?

--Per sapere tutto anch'io, come te!

--Ahimè, piccolo mio, non è affatto divertente!--esclamò sua madre.--E
poi, quando sarai grande, nessuno ti darà, più baci e non ti porterà i
cioccolatini.

--No?--fece Farfui dolente.--Tu non mi darai più baci, mamma?

--Io sì, sempre, amore.

--E allora i «cociolatini» me li comprerò io!--concluse Farfui,
drizzando il capo con aria vittoriosa.




XXI.


Gli affari di Lorenzo Moro andavano male da qualche tempo.

Paolino Tornaghi come principale agente e uomo di fiducia della casa
commerciale si sforzava a tenere dritta la barca nella tempesta, ma
non aveva l'autorità sufficiente alla bisogna ponderosa. I facchini,
abbandonati dall'occhio freddo di Lorenzo e non più serrati da una
disciplina inflessibile, tardavano a presentarsi in magazzino o vi
giungevano brilli, cosicchè le vendite e le spedizioni si facevano con
lentezza e senza quelle cure meticolose le quali ne assicuravano la
riuscita.

Spesseggiavano i protesti dei committenti per interi carichi di
tonnellate, che, perchè non fossero respinti, venivan ribassati fino a
un prezzo rovinoso; e i mercanti, avvezzi a trattar con Lorenzo e ad
essere serviti presto, non ascoltavano i commessi; Lorenzo non
permetteva discussioni e nelle rare discussioni vinceva sempre; con
gli impiegati, i mercanti discutevano e imponevano il prezzo.

Poi, a poco a poco, uno per uno, disertavano; erano attratti da quei
negozianti che Lorenzo Moro aveva schiacciati alcuni anni addietro
dopo la lotta furibonda capitanata da Mariano Frigerio. Ora i vinti
rialzavano il capo; lo sbevazzare di Lorenzo preparava il loro
trionfo, e non combattevano l'antico avversario con dissennati
ribassi, ma con la puntualità e la speditezza, con la bontà della
merce e la rapidità del servizio.

Il bottigliere Carlotto era il loro più formidabile alleato; pensava
lui a somministrare a Lorenzo quanto bastava per le stoppe colossali,
che lo mettevano fuor di combattimento.

Gli avversari conquistavano con andare lento e sicuro il commercio di
Lorenzo Moro, non soltanto sui mercati italiani, ma anche all'estero.
Alcune ditte di Pietroburgo e di Vienna rifiutavano già di trattar con
la Casa Moro, e si rivolgevano spontaneamente ai suoi nemici, i quali
lavoravan con uno zelo appena superato dalla gioia di fiaccare il
padrone della vigilia.

--Chi ce l'avrebbe detto?--osservava uno di quei vinti che si
rimettevano.--Se ci fosse qui il povero Mariano Frigerio non
crederebbe alla realtà!... Ancora sei mesi, e Lorenzo Moro dovrà
chiudere, o saltare.

--Salterà, salterà!--disse un altro.--Non c'è da temere una sorpresa.
Beve cinque bicchieri d'assenzio al giorno oltre il rhum e
l'acquavite; è una cura infallibile!

Paolino Tornaghi e alcuni altri pochi fedeli erano così addolorati,
che avrebbero pianto. Stavan sulla breccia con Lorenzo dai tempi in
cui questi lottava furiosamente, aiutato di straforo da Edoardo; e
s'erano affezionati all'impresa, nata sotto i loro occhi, ingranditasi
d'anno in anno, divenuta possente, citata a modello. Ora se la
vedevano crollare, tra il giòlito e i battimani dei concorrenti, che
ronzavano intorno come uccelli predaci, per istrapparne ogni giorno un
pezzo.

La merce insecchiva in magazzino e si fendeva qualche volta per
l'incuria degli uomini di fatica; le grandi corsie, già risonanti
delle voci dei mercanti, erano il più del tempo mute; i viaggi soliti
a Friburgo e a Rorschah donde Lorenzo tornava ogni anno con merce di
bontà impareggiabile, non si facevano più.

Lorenzo sonnecchiava nella gargotta, tra il fumo acre delle pipe e
l'odor mordente dei liquori; o compariva in istudio per una di quelle
sue sfuriate bestiali, che atterrivano gli impiegati e facevan perdere
ogni rispetto di lui.... Non si poteva parlargli di mettersi in
viaggio, nella tema che ubbriacatosi alla prima stazione, si lasciasse
svaligiare.

Paolino Tornaghi al quale non mancava l'ardire, non aveva per contro
tale esperienza da arrischiarsi egli solo ad acquisti di tanta
importanza. Si studiava di rimediare, vedendo con apprensione
sopraggiungere il momento delle scadenze, e tremando di non poterle
fronteggiare, non per mancanza di denaro, ma pel disordine che s'era
infiltrato nell'amministrazione.

Ne aveva coraggiosamente tenuto parola con Lorenzo, un giorno in cui
questi pareva meno annebbiato del solito:

--La scongiuro; pensi a quello che fa.... Di tanta ricchezza, resterà
ben poco....

--Resterà sempre troppo!--rispose l'altro.

--Ma lei ha un bambino; vuol lasciarlo povero?

--Va in malora, tu e il bambino!--urlò Lorenzo, afferrando un
calamaio.

Paolino Tornaghi dovette svignarsela; ma non cedette, e corse da
Edoardo Falconaro.

Trovatolo nei pressi della Borsa, gli espose nettamente le condizioni
dell'azienda; occorreva un aiuto, come ai bei tempi, un aiuto di
quelli che non posson dare che gli amici.

--Me lo immaginavo,--disse Edoardo.--Dopo la bettola, il fallimento!

--Non è il fallimento,--rettificò Paolino.--La casa è troppo forte per
cedere alle prime scosse; ma gli introiti diminuiscono sempre e le
spese rimangono; bisogna provvedere in tempo, ed io le chiedo, signor
Falconaro, se possiamo più tardi contare su di lei?...

--Ma lei parla in nome di Lorenzo,--domandò Edoardo,--o per sua
iniziativa?

--Il signor Lorenzo non sa nulla,--confessò Paolino.

--Sta bene; e allora, se crede che, quantunque lontano, il fallimento
sia inevitabile, segua il mio consiglio: lasci che l'acqua vada per la
sua china, e si cerchi un impiego.

Parlavano, fermi in piazza del Duomo, tra lo scampanìo dei trams, il
rumore delle carrozze, il brusio dei passanti, che trottavano in tutte
le direzioni.

Paolino in quell'insolente strepito dell'attività nel quale si
confondevano un tempestar di voci e uno stridere di ruote, in quel
continuo avvicendarsi d'uomini e di veicoli, sentiva più insanabile la
tristezza per la novina, ancor non prossima e pur certa, che si
sforzava a rimuovere.

Comprendeva bene che il crollo da lui paventato come l'annientamento
della sua pertinace opera di collaboratore, non avrebbe fatto voltare
il capo a un solo di quei frettolosi, e che tutta la vita rugghiante e
trionfale della città sarebbe passata sopra i rottami della florida
impresa, distruggendone in un baleno anche le ultime vestigia.

Sentiva d'essere piccolo e incapace, ricco soltanto d'una inutile
buona volontà.

--Come mai lei parla così, signor Falconaro?--osò chiedere,
mortificato.

Edoardo inarcò le ciglia.

--Quanto occorrerà?--disse.--Un patrimonio, di sicuro, se il
fallimento tarderà molto. Non posso disporre d'un patrimonio in un
colpo; e se potessi, a chi lo affiderei? a un ubbriacone? Si ricorda
la nostra gita a Villa Mora, e ha visto che cosa è diventato Lorenzo?
Bisognerebbe essere pazzi...!

--Ma no,--interruppe il Tornaghi.--Lei dovrebbe entrare col capitale,
prender la direzione, e con la sua energia....

Edoardo Falconaro sorrise.

--Io far da padrone in casa altrui o per un commercio che non
conosco?--esclamò.--Ne ho abbastanza, di sopraccapi...! No, caro
Tornaghi.... La sua premura è ammirevole, e mi fa piacere di conoscere
un brav'uomo.... Ma ascolti il mio consiglio, e si ricordi che per lei
ho sempre un posto libero di segretario presso di me.... Con gli
ubbriachi non c'è da far nulla, e sarebbe più ragionevole accender la
sigaretta coi biglietti da mille, che darli a Lorenzo!

--Sono desolato!--mormorò Paolino.--Penso anche a quel povero Aquileio
che quando sarà grande non troverà più un soldo.

--Aquileio?--ripetè Edoardo.--Aquileio?

Per poco non si tradì, gridando: «Aquileio è mio!»

--Aquileio lavorerà,--disse vincendosi immediatamente.--È piacevole
lavorare, e mi par che il bambino sia tomo da farsi strada. Non sembra
anche a lei?

--È un tesoro!--esclamò Paolino toccato nel vivo.

Edoardo gli strinse la mano fortemente, salutandolo; e ciascuno
riprese la sua via, Paolino scervellandosi per trovare il capitale e
un socio, Edoardo pensando con tenerezza inquieta al suo Farfui.

Farfui in quel giro di tempo era tornato a formar come il bersaglio di
Lorenzo.

Questi sentiva rombar nell'aria le ali della catastrofe; non era
abbastanza ubbriaco per non avvedersi che il suo commercio declinava e
che gli avversarii lavoravano con profitto a soppiantarlo rapidamente.
Allorchè questo pensiero lo coglieva, Lorenzo si faceva cupo e
sospettoso, cercando le cause della disdetta all'infuori di sè, nella
malevolenza della clientela e nella incapacità de' suoi uomini.

Finalmente si fermò sopra un'idea: era Farfui che gli portava
disgrazia. Dacchè Farfui aveva visto la luce, tutto s'era voltato
contro; e Lorenzo inventava una serie di sciagure, di cui dava colpa
al bambino, distribuendole pei varii anni della vita di lui.

--Non mi resta che fuggire!--disse un giorno Morella ad
Edoardo.--Torna daccapo; ieri lo ha battuto, e non passa ora che non
lo rimbrotti e lo spaventi. Io fuggirò con Farfui; andrò da mio
padre.... Non posso più reggere; devo difendere mio figlio.... Enzo me
lo uccide, e se tollerassi ancora, diventerei sua complice.... Del
resto, la mia vigilanza non basta.... Me lo ha terrorizzato in tal
maniera, che il poveretto non dorme la notte, e non mangia quasi
più.... Ho deciso; parlerò con mio padre, e cercherò ricovero da
lui....

--Aspettate,--interruppe Edoardo.

--Aspettare?--esclamò Morella, irritandosi subitamente.--Aspettare che
Farfui muoia? che cosa devo aspettare?

--Non so,--disse Edoardo.--Aspettate....

Quel medesimo giorno egli si fermò a pranzo dai Moro. Lorenzo non era
ubbriaco, ma aveva sul volto i segni della devastazione che l'alcool
andava producendo nel suo organismo; già accennava a non poter
tollerare la vista del bianco; la tovaglia nitidissima e nivea gli
disturbava lo stomaco, e un lieve tremito gli agitava, ostinatamente
le mani.

Presso di lui era Farfui.

Il bambino, vestito con un abito di velluto marrone che una cintura di
cuoio naturale stringeva ai fianchi, era bello e fresco, a dispetto
delle sofferenze. Il volto bianco sotto i riccioli biondi con quella
sua espressione di dolce pensosità pareva più gentile a confronto
della faccia precocemente rugosa, pavonazza, di Lorenzo. Portato ad
amare, amava tutti, tutte le cose e tutte le persone, con sereno
candore; non sapeva agguati nè infingimenti. Egli era la speranza del
domani.

Vicino a lui, l'uomo che aveva vissuto largamente e piacevolmente,
divenuto crudele e pericoloso, agitato da quel tremito sinistro,
l'occhio bieco iniettato di sangue, l'alito graveolente d'alcool,
pesava con tutto il peso della sua animalità brutale sulla vita
dell'innocente ch'egli avrebbe voluto soffocar nel pugno a poco a
poco, in silenzio.

Edoardo contemplò più volte durante il pranzo le due figure che gli
stavano di fronte.

E quel pensiero dal quale era sempre accompagnato, gli sfolgorò
innanzi con la luce insostenibile d'una fiamma ardente: «Bisogna
ucciderlo, o Farfui morirà».

Ucciderlo, spazzar via l'inutile carcame impregnato di vino e
d'acquavite, lasciare il passo alla fanciullezza che ride, che vuole,
che deve procedere....

Lorenzo si alzò, dopo pranzo, e toccò una spalla d'Edoardo.

--Ho da, parlarti,--disse.--Accompagnami nel mio studio.

Edoardo interrogò con l'occhio Morella, ma questa non gli seppe
rispondere. Le risoluzioni di suo marito erano improvvise,
imprevedute, nè egli s'apriva con alcuno; Morella stessa non aveva
idea di che cosa potesse trattarsi in quel colloquio.

--Non so,--rispose con lo sguardo.--Siate prudente....




XXII.


--Ecco di che si tratta,--cominciò Lorenzo stando in piedi, perchè
temeva d'esser colto alle spalle dalla sonnolenza greve che gli
piombava addosso dopo il pranzo.

Erano nello studio; una camera semplice, con l'impiantito di legno
lucido e pochi mobili di cuoio, larghi e invitanti. In una poltrona
amplissima aveva preso posto Edoardo, che con una gamba accavallata
sull'altra, fumava la sigaretta.

--Quando ti sei trovato in bisogno, tu hai respinto il mio
aiuto,--disse Lorenzo.--Non ne ho mai capito la ragione, ma non
importa.... Ti rammento questo fatto, solo per dirti che non ti posso
imitare.

Edoardo alzò il capo, non riuscendo a dissimulare una certa sorpresa.

--Ti stupisci?--disse ridendo Lorenzo, che aveva notato il movimento
dell'altro.--Ma sì; io non sono uomo da preamboli. Ho bisogno di
danaro e te lo chiedo.

--Danaro?--ripetè Edoardo.--Tu hai bisogno di danaro?...

--Intendiamoci,--riprese Lorenzo.--Non ho bisogno nè per oggi nè per
domani, e non ho bisogno nè di dieci nè di ventimila lire.... Ma
prevedo che il bisogno s'affaccerà e forte....

--I tuoi affari vanno male?--domandò Edoardo tranquillamente.

--Male!--confermò Lorenzo.

E sentendo che l'importanza e l'interesse dell'argomento gli
impedivano ormai d'addormentarsi, prese di sulla scrivania la borsa
del tabacco e la pipa, sedette egli pure in una poltrona dirimpetto a
Edoardo.

--Male,--seguitò,--perchè i clienti sono canaglie e i miei impiegati
sono stupidi. Gli uni non trascuran mai di protestar la merce per
ottener abbuoni sui prezzi di fattura; gli altri non sanno trattar coi
clienti più piccoli.... Poi, tu non ignori che ho molti nemici e molti
invidiosi, i quali parlan già in mercato di fallimento; questo non
giova al credito della Casa.... Io non ho potuto quest'anno fare il
mio solito viaggio in Isvizzera, e anche da ciò ho avuto danno....

--Perchè non hai fatto il tuo viaggio?--domandò Edoardo con apparente
bonomia.

--Occupazioni...--balbettò Lorenzo, che non s'aspettava un
interrogatorio.--Altre occupazioni.... Affari che mi trattenevano
qui....

--Dovevano essere di straordinario momento quegli affari,--osservò
Edoardo,--perchè tu sei andato in Isvizzera perfino quando tuo figlio
era in pericolo di vita.... A Friburgo, mi pare....

Lorenzo fece una smorfia e lasciò cadere sui ginocchi un po' di
tabacco di cui andava riempiendo la pipa.

--Già, non mi potevo muovere quest'anno,--mormorò,--e non ho potuto
fare buoni acquisti come le altre volte....

--E perchè i clienti sono diventati canaglie?--domandò Edoardo.

--Come, perchè?

--Ma sì; non sono i tuoi clienti, i tuoi vecchi clienti di
Pietroburgo, di Londra, di Vienna, che ti hanno fatto ricco e hanno
preferito la tua ditta per tanto tempo alle altre?

--Certo, certo, ma ora son diventati fastidiosi, pedanti,
cavillatori....

--Guarda! E nello stesso tempo i tuoi impiegati diventano stupidi!

Lorenzo non rispose. Avvertiva nella voce e nella parola d'Edoardo un
tono canzonatorio, che gli faceva l'effetto dell'aceto sopra una
piaga; e cuoceva dentro.

--E i facchini,--seguitò Edoardo,--diventano anch'essi imbecilli o
ladri.... Una metamorfosi completa, dalla quale non si salva che il
vecchio Fox, il mastino; è una bestia, e perciò si conserva onesto e
intelligente....

--Io non so,--interruppe Lorenzo,--perchè tu voglia beffarti di me.
Non ti ho condotto qui per ridere.

Il volto d'Edoardo mutò repentinamente come se una maschera gli fosse
d'un tratto caduta; e si fece severo, con quella cicatrice che gli
attraversava la fronte e che aggiungeva terribilità all'aggrottar
delle ciglia.

--Non rido!--egli disse.--Sei tu che vuoi ridere narrandomi storielle!
Sei tu che ti prendi beffe di me, parlandomi di occupazioni e d'affari
che non esistono.... Tu accusi gli altri, i clienti e gl'impiegati; e
hai tra gli impiegati uomini come Paolino Tornaghi, una perla! Tu
cerchi la causa della tua prossima rovina nella maldicenza e
nell'invidia? Ma chi ha più di me invidiosi e maldicenti? E che mi
fanno? E in che possono nuocermi?... La verità si è che tu ti sei
messo alla pari del più lurido beone, e che vivi nella bettola, e ti
ubbriachi tutti i giorni.... Chi deve allora portarti rispetto? Chi
può attendere agli affari che tu trascuri? I tuoi nemici ti vogliono
morto; è naturale, è buona guerra, non devi lagnartene.... I tuoi
clienti mal serviti ti abbandonano; è giusto.... Il solo trionfatore
in questa baraonda è il padrone della taverna che sta dirimpetto ai
tuoi magazzini.... È, come si chiama? Carlotto!... Carlotto lavora a
divorarti vivo e a mandare in aria la tua azienda. È incredibile che
tu non te ne accorga! Vedo che tu sai ragionare lucidamente ancora; e
non ragioni quando si tratta di te e del tuo avvenire?

Lorenzo aveva caricata la pipa e accesala ne traeva con beatitudine
larghe boccate di fumo azzurrognolo, del quale seguiva con l'occhio le
spire in aria.

--Bella predica,--egli disse, apatico.--Ma io non ho bisogno di
parole. Ti ho chiesto danaro per più tardi.... Qui sta il nocciolo....
Ora aspetta che ti spieghi sotto qual forma io penso in potresti
recarmi aiuto....

--È inutile, caro Enzo,--interruppe Edoardo,--sotto nessuna forma non
ti aiuterò più.

--Tu dici?...--ripetè Lorenzo, facendo un balzo sulla poltrona.

--Dico che non ti aiuterò più, nè come semplice sovventore, nè come
socio. Non ho danaro da gettare sulla strada. Una somma data a te
sarebbe perduta. Un capitale apportato come quota di società sarebbe
ugualmente perduto, perchè io non sono pratico del tuo commercio....
Dovrei lasciare a te la direzione e tu dirigeresti la società, bevendo
l'assenzio da Carlotto.... Non sono lepre per questi tiri!...

Edoardo aveva pronunziato quelle parole con intera freddezza,
accendendo una seconda sigaretta, e guardando l'altro, che si agitava
sulla poltrona come avesse avuto, sotto, uno strato di carboni accesi.

Lorenzo si alzò, andò a chiudere la porta che immetteva nel corridoio,
per la quale potevano sfuggire le voci; stette in ascolto un istante,
poi in punta di piedi tornò verso Edoardo, lo toccò sulla spalla e gli
disse sotto voce:

--Pensa ad Aquileio!

Edoardo non sapendo comprendere, non osando imaginare, si girò sulla
poltrona a fissare trasecolato Lorenzo.

--Sì, pensa ad Aquileio!--ripetè questi, sempre a mezza voce.--Se le
cose procederanno come ora, Aquileio non troverà un centesimo, non una
casa, non un tetto, quando avrà l'età della ragione.

--Io?--esclamò Edoardo.--Io devo pensare ad Aquileio?

Si fissaron negli occhi duramente, un attimo.

--Tu!--risposo Lorenzo.--Tu devi pensare.... Tu!... Aquileio è tuo
figlio...!

Edoardo saltò in piedi, fremendo, con un atto di ripulsa e di
protesta; ma l'altro gli mozzò la parola in bocca.

--Aquileio è tuo figlio!... Lasciamo le commedie, caro Edoardo!... Qui
nessuno ci vede nè ci ascolta.... Tu sei stato, sei forse ancora
l'amante di mia moglie! Non far gesti, non ti muovere; è ridicolo!
Contro ogni tua parola sta Aquileio stesso, che è il tuo ritratto;
stanno mille indizii sicuri, dei quali posso citarti, ad esempio, il
rifiuto da te oppostomi quando volevo darti danaro. Sei un gentiluomo,
e dal marito dell'amante un gentiluomo non può accettare un soldo;
portargli via danaro e moglie sarebbe troppo! Lasciamo le commedie, ti
dico! Io so tacere; ho taciuto sempre, tacerò sempre; perchè non
voglio diventare uno zimbello, e l'appellativo di becco non mi
quadra.... Ma qui, a quattr'occhi, una volta per sempre, mi sarà
lecito di dirti che da tempo so ogni cosa, e che se tu credessi di
piantarmi le corna e di farla franca, t'inganneresti a partito!...
Fuori di qui, nessuno deve sospettar nulla mai, perchè io voglio
difendere il mio buon nome fino all'ultimo; ma ora, tra noi due,
intendo vuotare il sacco, e ti accorgerai che sono meno babbione di
quanto supponevi.... Ah! Mariano ti voleva bene?... Ti ricordi quella
sera in cui tu difendevi la sua memoria? Bravo!... Il giorno stesso
era venuto da me, il tuo egregio amico, e perchè non gli ho dato
danaro, mi ha avvertito che tu mi facevi le fusa con Morella e che in
seguito a una sapiente collaborazione mi avevate regalato un
figlio!... Bel caso, non è vero?... Chi era più stupido, quella sera,
tu o io?... Tu che t'intenerivi sulle sventure del buon Mariano
Frigerio, o io, che sapendo tutto, mi contentavo di sorridere e di
compatirti...? Nessun altro sarebbe riuscito a padroneggiarsi con
tanta facilità, devi convenirne! Devi convenire che io sono men bestia
di quel che paia!... E ho taciuto sempre, intendiamoci, anche quando
bevevo.... Se tu non parli e sono certo non parlerai, quel segreto me
lo porterò via con me; perchè becco, te lo ripeto, becco non voglio
comparire, e non comparirò mai!... Non parlare, te ne prego; non fare
gesti: so che stai per giurare o per mentire; è tuo obbligo; devi
difendere Morella.... Ma te ne esonero...! L'onore di Morella è sotto
la mia tutela, perchè è il mio; sarei io il primo a schiaffeggiare
colui il quale osasse dubitarne!... Ma questo per il mondo.... Qui il
mondo non c'è; non ci son che delle sedie, innanzi alle quali non
abbiamo doveri cavallereschi.... Sta a sentire. Aquileio è tuo
figlio.... Tu neghi, ma ciò non conta.... È tuo figlio; e io ti dico:
pensa ad Aquileio! Gli affari si metton male.... Riconosco che io non
potrò correggermi.... mi sono spinto troppo avanti, e all'assenzio ci
tengo.... Vedi che ragiono lucidamente, come tu osservavi poco fa....
Lucidamente.... Con l'assenzio non si scherza.... Io ho bisogno di
danaro e di energia, due prestiti che tu puoi farmi. Il mio commercio
non è difficile, e con l'occhio che tu hai, puoi impadronirtene in
breve. Del resto, se non vuoi metterti, tu personalmente, a capo
dell'azienda, non sarà difficile trovare un buon gerente
amministrativo che tu sorveglierai.... Questa che ti propongo è la
salvezza, per me e per mio figlio, anzi per tuo figlio.... Spero che
non rifiuterai.... Io sono braccato da tutte le parti, e un soccorso è
urgente; potrebbe venire anche più tardi, ma allora dovrebbe essere
più forte, perchè le crepe sarebbero più larghe.... Ragiono
lucidamente?... Non credere che il danaro sarebbe gettato dalla
finestra; la casa che ho fondato è ancora vitale, e con un colpo di
spalla se ne può raddrizzar la facciata. I miei vecchi compratori non
domandan di meglio che di tornare, e come tu dicevi giusto, ho fra
gl'impiegati qualche brav'uomo capace di miracoli.... Auf.... non mi è
mai toccato di parlar così a lungo!... Aspetta; ancora poche parole:
non difendere Morella, non mentire, non dire che Aquileio è mio; ho le
prove del contrario; si farebbe una discussione odiosa e
antipatica.... Parliamo d'affari e cerchiamo d'intenderci su questo
punto e di studiare insieme il modo di combinare la società. Ti
mostrerò cifra per cifra, lire e centesimi, la situazione
dell'azienda.... Anzi non ti mostrerò nulla, perchè io mi ci secco,
ormai; ma farà tutto Paolino Tornaghi, che è il mio uomo e capisce le
cose.... Dunque, parliamo d'affari.... All'onore di Morella penso io;
so che è onesta e fedele, una moglie esemplare, e che Aquileio è mio,
e mi somiglia.... Questo è sottinteso.... Guai se non fosse
sottinteso!... Tu non parlerai, io non parlerò.... Silenzio.... Io
figurerò come il più felice dei mariti.... Mi preme.... Dunque le tue
discolpe, le tue proteste, le tue chiacchiere arriverebbero in
ritardo, perchè il primo a credere all'illibatezza di Morella sono io,
e il momento delle confidenze è chiuso.... Parliamo d'affari!...

Egli aveva esposto il suo discorso a sbalzi, interrompendosi,
stringendo un braccio d'Edoardo, fissandolo, ghignando, sorridendo; e
alla fine si lasciò piombare esausto nella poltrona, e si asciugò il
sudore che gli bagnava copioso la fronte.

Edoardo Falconaro dritto in piedi e pallidissimo, lo considerò un
attimo; poi disse con calma:

--Sta bene. Mandami Paolino, domani alle cinque.

--Domani alle cinque,--ripetè Lorenzo.--Avvertilo tu per telefono,
perchè potrei dimenticarmene. Intanto considero l'affare concluso?

Edoardo lo squadrò, tacendo.

--Considero l'affare concluso?--domandò nuovamente Lorenzo, a cui le
palpebre si appesantivano.

--Concluso,--affermò Edoardo.--A una sola condizione....

--Quale? Non m'inventerai condizioni impossibili?

--Non ho l'abitudine d'imbrogliare. La condizione è questa: che tu non
ti occupi più di Farfui, che egli non esista per te, che la tutela e
l'educazione del bambino siano interamente affidate a sua madre.

--È detto!--gorgogliò Lorenzo fra i denti. Seguì una pausa, durante la
quale Edoardo fissò ancora lungamente l'altro, che s'era steso nella
poltrona sfinito.

--E attento, Enzo!--riprese Edoardo.--Se tu mancherai a questo
patto....

--Non mancherò,--brontolò Lorenzo.

--La punizione sarà spaventevole!--concluse Edoardo Falconaro con un
lampo negli occhi.

Ma l'altro aveva reclinato il capo sul petto e cominciava a russare.




XXIII.


La maraviglia d'Edoardo non fu poca allorchè, studiando con Paolino
Tornaghi le condizioni del patrimonio di Lorenzo, si avvide che la sua
azienda poteva reggere ancora vittoriosa, e che i danni erano stati
invece causati da speculazioni erronee, alle quali Lorenzo s'era
abbandonato senza chieder consiglio ad alcuno.

Non era nuovo il fatto; perchè sempre, anche ai giorni di più franca
intimità, quando Lorenzo voleva agir di sua testa, agiva alla
chetichella, nel mistero, pregando come un ragazzo non si facesse
parola a Edoardo; e sempre, fatalmente, ciò che Lorenzo pensava e
compieva senza il parere dell'amico era uno sproposito.

Dalla situazione finanziaria risultava ch'egli aveva perduto
seicentomila lire nel fallimento d'una Banca di cui le condizioni
difficili eran già note quando Lorenzo le aveva affidato quel
patrimonio, e trecentomila erano state inghiottite da altre
speculazioni infelici. Il più curioso si era che l'intervento di
Lorenzo appariva sempre allorchè il mercato cominciava a dubitar delle
imprese. Lorenzo accorreva, infondeva una vita fittizia col suo
danaro, era travolto e non parlava. Nelle attività figurava anche un
numero cospicuo di azioni d'una società di cui Edoardo Falconaro
prevedeva il fallimento poco lontano; intanto le azioni del valor
nominale di centocinquanta lire non trovavan più compratori a ottanta.

Edoardo si fermò.

--Vede?--egli disse a Paolino Tornaghi.--Qui sta il pericolo. Chi ci
assicura che mentre noi lavoriamo a rimettergli in fiore il suo
commercio, egli non si dia sottomano a speculazioni di questo genere?
Non ne capiva nulla quand'era sobrio; si figuri oggi che è ubbriaco da
mattina a sera!...

--Ma non potrà toccare il patrimonio sociale,--obiettò Paolino.

--Ciò non mi rassicura punto. Egli è capace di vender la casa, la
villa e i cavalli, per tentar le sue imprese da pazzo.... E che farò
io, quando me lo vedrò sul lastrico?

--Lei si ritira, signor Falconaro?--domandò Paolino trepidando.

--No. Ho promesso a Lorenzo e non mi disdico.... Ma le assicuro che
non ho mai corso tanto rischio.... Che cosa si pensa della società che
stiamo per fondare?

--I concorrenti sono annientati!--esclamò Paolino gioioso.--Io ho
fatto correr la voce che un finanziere interverrà con tre milioni.

--Bum!--fece Edoardo ridendo.

--È un po' forte, non lo nego,--confessò Paolino.--Ma quando si è
saputo che il finanziere sarebbe lei, tutti hanno detto: «È quello
dell'altra volta!» e han cominciato a credere ai tre milioni....

--Quello dell'altra volta!--ripetè Edoardo con un'ombra di
tristezza.--I tempi sono ben mutati; non c'è più da contare su
Lorenzo.... Bisognerà anzi allontanarlo a poco a poco; e trovare un
uomo pratico del suo commercio e onesto, non è facile.... Io non
distinguo un emmenthal da una bicicletta.... E anche lei dichiara di
non essere capace di fare acquisti diretti in Isvizzera.... È un altro
pericolo.

--Lei si ritira, signor Falconaro?--domandò Paolino trepidando.

--Ma no; le ho detto di no!--fece Edoardo indispettito.

Il timore del brav'uomo era il timore di quanti stavano intorno a
Edoardo Falconaro; crescevano speranze e paure, dubbii e apprensioni.

Parecchi impiegati che non avevano fatto buona prova, prevedevano il
licenziamento e pensavano a raccomandarsi. Le raccomandazioni per i
vecchi che presentivano lo sfratto e per i nuovi che desideravan
pigliare il posto dei vecchi, erano incessanti, raggiungevano Edoardo
a casa, in Borsa, perfino a teatro. Anche gli uomini di fatica
provvedevano ai fatti loro; alcuni avevano smesso di bere; altri
s'erano spontaneamente congedati, intuendo che il padrone di domani
sarebbe stato più energico, sebbene più compito, del padrone di ieri;
e quella cortesia che stroncava, li impauriva meglio d'un rabbuffo.

Edoardo aveva detto a Morella, dopo il colloquio con Lorenzo:

--Vostro marito desidera che io mi associ a lui.

E Morella n'era rimasta stupefatta.

--Non ha avuto vergogna?--esclamò.--È una maniera di chiedervi danaro;
e non si ricorda che voi avete rifiutato il suo? Mio Dio, non ha più
ritegno, non ha più senso d'amor proprio, lo sciagurato!... Che cosa
gli avete risposto?

--Ho accettato!--disse Edoardo con semplicità.

--Gli portate danaro?--chiese Morella.--Ma non ne avrà bisogno; sarà
un'allucinazione, la sua, come tanto altre!

--Per me è un buon affare,--proferì Edoardo sorridendo.

--Non capisco. Non siete voi l'uomo che dà la caccia ai buoni
affari.... C'è qualche cosa sotto che non capisco....

Edoardo impensatamente allungò la mano ad accarezzar la testa bionda
della donna, che vibrò con un fremito quasi impercettibile.

Da quando era nato Farfui, l'amore d'Edoardo e di Morella s'era
arrestato; nessuno dei due aveva osato riparlarne poi; le vicende
susseguite, la sollecitudine per il bambino, la presenza continua di
lui, il rispetto che Morella aveva per Farfui, dal quale voleva più
tardi essere giudicata, avevano troncato l'amore, di repente; ed erano
rimasti, i due amanti, insoddisfatti e desiderosi, ma dominati dal
pensiero di non riprendere per non mentire. Farfui era, del resto, per
Morella la miglior trincea.

Edoardo aveva ricominciato i suoi amori fugaci e leggeri; Morella lo
aveva indovinato ben presto, ma s'era guardata dal farne parola
quantunque soffrisse, perchè Edoardo non potesse credere a una
procacità subitanea, a una mal dissimulata civetteria.

La carezza con cui il Falconaro solcò, irresistibilmente, i capelli
della donna, fu una sùbita rivelazione. Entrambi gli amanti d'un
giorno rabbrividirono di piacere, ma si contennero con uno sforzo.

--Capirete più tardi, cara amica!--disse Edoardo.

E allontanandosi poco di poi, pensava che la poveretta era ben lungi
dall'immaginare il pericolo della rovina che sovrastava ad Aquileio e
a lei, e insieme il sacrificio ch'egli, Edoardo, stava per compiere,
impegnando tutta la sua sostanza al solo scopo di dar pace al bambino
e di sottrarlo alle furie odiose di Lorenzo.

Egli credeva veramente d'aver fatto un buon affare, e il rischio
dell'impresa alla quale si metteva era per lui poca cosa in paragone
dell'avvenire di Farfui. Aspettava con ansietà la fine dell'inventario
per gettar le basi della nuova combinazione, impadronirsi
dell'azienda, sollevarla fuori dagli ostacoli e mettere finalmente la
mordacchia al terribile ubbriacone.

--Faccia presto!--diceva a Paolino Tornaghi, il quale lavorava
instancabilmente.--Faccia presto a chiudere il bilancio....

--S'imagini!--rispondeva Paolino.--Lavoro anche la notte.... Non
dubiti.... Ma voglio che tutto apparisca in ordine.... Sarà contento
di me....

Edoardo Falconaro si fregava le mani, allegro, con quell'impeto che lo
sosteneva nei passi rischiosi. Ora poi, che s'accingeva al cimento
piuttosto per Aquileio che per sè stesso, pareva ringiovanito, e
Paolino Tornaghi lo guardava di sottecchi, ammirandone l'audacia e il
buon umore.

--Questo va bene,--pensava il brav'uomo.--Questo non lo tien più
nessuno. Stavolta li schiacciamo tutti!

E si fregava le mani anche lui, ridendo da solo.




XXIV.


Seguirono alcuni giorni di pace completa. Lorenzo sembrava interamente
ignorare l'esistenza di Farfui, non gli badava affatto, non lo
contrariava; a pranzo scambiava poche parole con Morella e non diceva
verbo al fanciullo, il quale non si rivolgeva mai al padre.

Farfui era diventato per Lorenzo qualche cosa di meno interessante e
di meno ingombrante che un mobile; e il bambino sapeva essere
discreto, rispettando i gusti di Lorenzo, che non voleva strepiti in
casa e amava non trovar balocchi tra i piedi.

Ma un giorno in cui s'era ubbriacato di solo assenzio, fu preso da una
melanconia quasi tragica, la quale doveva mutarsi in furore.

Rifletteva sull'affare combinato con Edoardo, e parlottava a mezza
voce, seduto, con le mani sul ventre, l'occhio vitreo vagante nel
vuoto:

--È una trappola.... Questa non è che una trappola e Mariano Frigerio
aveva ragione: io non sono che un imbecille.... Edoardo mi ha preso e
legato come una bestia da macello, col suo danaro.... Già, intanto,
non parlando e non protestando, mi ha spippolato nudo e crudo sotto il
naso che io sono becco, che Farfui non è mio, che Morella mi ha
cornificato.... Canaglie, tutte canaglie!... E poi, ha impiegati a un
bell'interesse quei quattro soldi che dovrà apportare.... Lui paga ed
io devo star zitto, crescermi in casa suo figlio, lasciargli il mio
nome.... Mi ha comprato, insomma.... È un usuraio. Come, io non sarò
padrone di bastonare chi e quanto mi fa piacere?... Comando io, o
comanda lui? Tu sta contento, mi dico, e io pago i tuoi debiti e ti
mando innanzi la baracca; se no, ti lascio crepare per la strada.... È
uno strozzino; soltanto gli strozzini ragionano a questa maniera. E
come mai non mi sono accorto di cadere in quell'imboscata? Era un
giorno in cui non avevo bevuto; e lui mi diceva, per canzonarmi: «tu
ragioni lucidamente!» Adesso, ragiono lucidamente, adesso sì; e te ne
accorgerai!... Io farò quel che ho pensato di fare.... Sta a vedere
che con quattro soldi, s'impadronisce di me e della mia casa?...

Andò ripetendo sino a sazietà quel ragionamento, l'indice destro teso
a sermoneggiare personaggi invisibili, dando d'ora in ora qualche
risata stridula.

Poi si alzò e si recò a casa, sempre borbottando fra i denti.... Vide
Farfui che giocava in anticamera, e lo rimproverò aspramente.

--Via di qui, scimiotto! Via quelle pantraccole! Dove siamo, in un
magazzino di chincaglie?

E con un colpo del piede fece volare in aria il pulcinella di zia
Isidora, mentre Farfui lo seguiva degli occhi atterrito, combattuto
fra il desiderio di difendere i suoi oggettini e la pressa di mettersi
in fuga.

--Vattene, vattene, brutto coso!--ripetè Lorenzo, misurandogli uno
schiaffo.

Al rumore balzò fuori Morella, che si prese Farfui tra le braccia, e
corse a chiudersi nella sua camera.

Lorenzo la seguì, e allorchè senti battersi l'uscio in faccia e girar
la chiave nella toppa, si fece più rabbioso:

--Apri; non cerco niente da te! Voglio dar due schiaffi a quel brutto
scimiotto!... Comando io qua! Apri, per Dio! Non mi son mica dato a
nolo! Apri, o butto giù la porta!

E tirava calci formidabili nell'uscio, facendo tremar le pareti del
corridoio.

Maria e Pierina, la cuoca e la cameriera, avvedendosi che il furor del
padrone era d'inusitata veemenza, mandarono a chiamare il portiere
Adelmo, il quale non osò avvicinarlo; ma sopraggiunse Paolino Tornaghi
che afferrò Lorenzo per la giacca.

--Che cosa fa, che cosa fa?--gli disse,--Vuol che tutti parlino di
lei?

Lorenzo, il quale stava assestando un altro calcio alla porta, rimase
un attimo col piede alzato, poi lo rimise a terra tranquillamente.

--Hai ragione!--fece, calmandosi d'un subito.--Non si deve parlare....
Bravo Paolino! Non devono parlare di me.... Silenzio e rispetto!...
Così mi piace.... Ecco, me ne vado, accompagnami a dormire.... No, io
non tiravo giù la porta.... Chi t'ha detto questo? L'ho trovata
chiusa, e volevo aprirla.... Ho fatto un po' di rumore, forse.... Ma
chi ti ha detto che io volevo sfondare la porta?

--Venga, venga a dormire,--ammonì Paolino, trascinandoselo
dietro.--Nessuno mi ha detto niente.... lei ha sempre paura che dicano
qualche cosa, santo Dio!...

--Io paura! Mai paura!... Silenzio e rispetto! Così mi piace....

E bofonchiando, soffiando, appoggiandosi un poco al braccio del
Tornaghi, un poco alle pareti, gettando occhiate sospettose intorno
per vedere se nessuno lo spiasse, andò a gettarsi sul letto, dove non
ebbe prima toccato del capo il guanciale, che già s'addormentava.

Morella, tranquillato dopo molti stenti Farfui, il quale piangeva
tutto tremante, chiamò Pierina.

--Aiutami!--ella ordinò.--Dammi la mia roba....

--La signora parte?--chiese Pierina esterrefatta.

--Portami qua le valigie!

--Oh signora,--esclamò Pierina, congiungendo le mani.--Conduca via
anche me!

--Portami le valigie!--gridò Morella, inviperita, disperata, non
sapendo quel che si dicesse.

Nelle valigie gettò la roba che le veniva in mano, biancheria, abiti,
gioielli, oggetti d'abbigliamento, alla rinfusa, mentre Pierina in
ginocchio tentava di dare qualche assetto a quella valanga che le
pioveva da tutte le parti. E piangeva in silenzio, temendo che la sua
padrona l'abbandonasse.

Farfui, distratto da quello spettacolo, con la volubilità dei bambini,
corse a dar mano alla cameriera, rotolandosi tra i mucchi di
biancheria merlettata, e sturando le bottiglie di profumi, che si
diffondevan nell'aria gaiamente.

--Andiamo in campagna, andiamo in campagna, andiamo in
campagna!--gridava, battendo le mani e saltellando.--Andiamo a trovare
Poldo!

--Bambino mio, che cosa hai fatto!--esclamò infine Morella, la quale
tornava a poco a poco al senso della realtà.--Hai rovesciato
l'Houbigant! Tu ci fai fare un bagno di profumi!

--Non va, bene, mamma?--domandò Farfui accorato.

--Sì, sì, va, bene!--disse Morella, temendo che il fanciullo
s'impaurisse di nuovo.--Va bene, non è nulla!

Allora incoraggiato dall'approvazione materna, Farfui riprese la fiala
d'Houbigant e ne versò largamente indosso alla cameriera, la quale non
sapeva più se ridere o piangere.

--Senti che buon odore! La mamma ha detto che va bene! Ti piace questo
odore? Faccio come quado «piovava». Tu credevi che «piovasse»? E
invece è buon odore!




XXV.


Il dì seguente, per un'inquietudine strana, della quale non sapeva
rendersi ragione, Edoardo Falconaro sentì il bisogno da correr da
Morella, di pieno giorno, a un'ora insolita; e vide che
nell'anticamera era pronto un baule con le cifre della signora.

Morella stava nel suo salottino leggendo, presso un divano su cui
Aquileio dormiva, il capo appoggiato a un guancialetto di seta
azzurra.

--Ebbene?--chiese Edoardo, girando l'occhio intorno stupito.--Che è
avvenuto?

--Me ne vado!--rispose Morella.--Ho preparato tutto, come vedete; ma
volevo prima il vostro consiglio.... Che è avvenuto? Ecco.

E la donna raccontò la scenata del dì innanzi, in seguito alla quale
Farfui non aveva potuto chiuder occhio, ripreso dal terrore. Solo
allora s'era addormentato, esausto per la fatica.

--Ricomincia!--esclamò Edoardo, in preda a un abbattimento
insolito.--Che fare?... Che fare contro quel bruto?

Guardò a lungo il bambino, il quale dormiva d'un sonno agitato, quasi
avesse avuto innanzi agli occhi una visione, alla quale tentava
indarno di sfuggire.

--Me lo uccide!--disse Morella.--Lo ha giurato, e me lo uccide!

Edoardo non rispose; sedette in una poltrona a fianco di Morella, e
prese di sulla tavola un volumetto dalla copertina gialla che la donna
vi aveva posato.

--È ubbriaco anche oggi?--domandò.

--No. Oggi non ha bevuto, pare; non ricorda più nulla. È in casa....

--È in casa,--ripetè Edoardo.

E rimaneva, col volumetto tra le mani, assorto in una meditazione,
fissando ora Morella, ora il bambino. Il suo animo era diventato
gelido, di colpo, quasi che una volontà inesorabile o tremenda
l'avesse pervaso e fatto rigido.

--Leggevate?--seguitò distratto.--Che è?

--Poesia,--rispose Morella, comprendendo che il pensiero di lui vagava
lontano.

--Bisogna fare uno scandalo,--disse Edoardo risolutamente, come
enunziando la conclusione a cui era venuto d'un tratto.--Io solo non
basto più a difendervi. Ricoveratevi da vostro padre con Farfui; non
c'è altro, per ora. Poi bisognerà ricorrere a un avvocato.... Vi avevo
detto che in questi giorni avevo combinato con lui un buon affare;
sono stato un ingenuo a pensarlo.... Gli recavo tutto il mio
patrimonio in soccorso e volevo ottenere in cambio il rispetto per voi
e pel bambino.... Me lo aveva promesso.... Egli si trova in condizioni
rovinose; il suo bilancio presenta già una perdita di più che
novecentomila lire, gettate in speculazioni puerili, per amore di
vanità.... Non ne sapevate nulla?

--Nulla,--ripetè la donna attonita.

Farfui si mosse un poco, balbettando parole incomprensibili a fior di
labbra. I due tacquero, finchè egli non riprese l'immobilità del sonno
quieto.

--Se si pensa a questo cumulo di follie,--continuò Edoardo,--v'ha
quanto basta per chiedere una separazione legale. Il solo dissesto e
l'alcoolismo incorreggibile presentano già ragioni sufficienti a
dividervi.... Non occorrerà parlare dei maltrattamenti subiti da voi e
da Farfui....

--Oh no, Edoardo!--esclamò Morella.--Io starò da mio padre col mio
bambino, e non farò nulla contro Lorenzo.... Voglio evitare
pubblicità....

--Non otterrete niente,--insistette Edoardo crollando il capo.--Una
causa di separazione vi darà maniera di mostrare che i torti son tutti
di lui, e obbrobriosi; una fuga come quella che voi volete compiere
senz'altro seguito, farà pensare che i torti siano vostri.

--E che m'importa?--esclamò la donna.--Il giorno in cui Aquileio sia
felice sarò felice io pure.

Tacquero di nuovo; di nuovo il bambino si muoveva, storcendo convulsa
la bocca, e il capo biondo scivolava dal guancialetto. Morella lo
compose dolcemente, gli ravviò i capelli e stette a scrutarlo con lo
sguardo intento e avido.

--Vedete come è tribolato?--disse sottovoce disperatamente.--Me lo
uccide!...

Farfui era in preda a un sogno angosciaste e andava balbettando
parole, quelle parole smozzicate e informi che nell'incubo di un
dormiente sembrano eco d'un mondo misterioso.... Pareva volesse
ritrarsi e non potesse fuggire e avere le gambe incatenate....

Poi d'un tratto, mentre Edoardo e Morella ne seguivano ansiosi ogni
gesto, sbarrò gli occhi, si rizzò a sedere. Riconobbe subito Edoardo,
e ancora terrorizzato dall'oppressione imaginaria gli gettò le braccia
al collo con un grido disperato:

--Salvami, Drado! Salvami, Drado!...

Morella era balzata dalla seggiola rabbrividendo ma già il bambino era
serrato sul petto d'Edoardo che lo baciava e lo accarezzava con mano
tremante.

--Caro, caro,--egli disse.--Non aver paura, amore! Son qua io.... Vedi
la mamma?...

La mamma gli si avvicinò sorridendo benchè le lagrime le bruciassero
gli occhi....

--Suvvia, Farfui, che è?... Un brutto sogno?... È finito, non è
vero?... Guarda che bel sole....

Farfui seguì l'indice della madre, e fissò la striscia di sole pallido
ch'entrava da una finestra a dorare la parete; ricompose con un largo
sospiro le imagini della realtà, e cominciò a sorridere.... Era un bel
risveglio, un bel sole davvero quello che illuminava la mamma e Drado.

--Partite, partite al più presto,--incalzò Edoardo.--Viaggiate un
poco, distraete Farfui; i suoi poveri nervi sono troppo malati....

Morella fece un gesto brusco.

--Zitto!--esclamò.

S'udiva fuori il passo incerto e tardo di Lorenzo, e il soffio
asmatico di lui, come se compiesse qualche gran marcia in salita. Il
passo andò approssimandosi, esitando, si fermò presso l'uscio. Questo
fu spalancato d'un colpo, e Lorenzo apparve sulla soglia.

--Oh!--egli biascicò tra i denti, alla vista del Falconaro che teneva
Farfui sui ginocchi, mentre la donna, in piedi gli stava al
fianco.--La famiglia!...

Inoltrò con quel suo passo malcerto, e andò vicino a Edoardo.

--Buon giorno!--fece sorridendo.--Mi dài notizie del bilancio? A che
punto siamo?

--Alla fine!--rispose Edoardo, sentendo che Farfui tremava.--Alla
fine!

--Be', ne ho piacere!... Io ho fatto una dormita stupenda.... Non ho
voglia di lavorare, oggi.

Nessuno rispose.

--Vorrei andare a passeggio.... Dove si potrebbe andare a
passeggio?... Mi accompagni tu?... Che cosa significa il baule che ho
visto?... No; aspetta. Metti giù il bambino, e vieni in sala a far due
colpi....

Morella subitamente, irragionevolmente, sentì un brivido tra le
spalle, e cercò gli occhi d'Edoardo, con gli occhi supplichevoli.

--Grazie,--questi rispose.--Non c'è il maestro; non tiro senza il
maestro, perchè tu sei troppo avventato.

Lorenzo fece una smorfia di sprezzo.

--Su, su, pauroso! Sarò calmo, non temere, andiamo!

--Non ne ho voglia, caro Enzo, Permettimi di rifiutare.

Ma Lorenzo aveva indosso un bisogno sordo di offendere, d'insultare,
di provocare, che non voleva lasciare insoddisfatto. Rise a bocca,
chiusa, sbirciando l'altro di traverso.

--Uh! che vigliacco!--disse fingendo di scherzare.--Che
vigliaccone!... È tremarella, la tua, non è mancanza, di voglia....
Hai paura, col guantone e con la maschera, come tu fossi scoperto. Il
maestro!... Bella scusa!...

Un'espressione d'angoscia si stese sul volto di Morella, che
comprendeva la sfida grossolana alla quale Edoardo non avrebbe saputo
resistere, poichè la donna era presente.

--Mi hai chiesto,--ella interruppe,--come quel baule si trovi in
anticamera?

--Non ho chiesto niente,--ribattè Lorenzo.--Parlavo con quel mio socio
di domani, il tiratore prudente.... Ogni giorno se ne inventa una per
nascondere la sua vigliaccheria....

--Enzo,--proferì Edoardo con le labbra sbiancate, mentre le pupille
gli ardevano.--Anche per ischerzo non si devono dire certe frasi
triviali....

Quasi non avesse udito, Lorenzo girava per la camera, guardando con
attenzione sui mobili intorno.

--Che cosa cerchi?--domandò Morella.

--Cercavo.... volevo bere. Ma tu non possiedi un servizio da liquori
in tutto il tuo appartamento.... Berrò dopo....

E voltosi a Edoardo riprese, sogghignando ancora:

--Tremarella, dico io!... Pauraccia! Ci vuole il maestro, l'angelo
custode, o gli casca l'asino.... Sono troppo avventato! guarda che
premura!... Vigliacco!...

Edoardo mise a terra Farfui, e s'alzò in piedi di slancio.

--Vieni!--disse.

La donna protese istintivamente le mani a supplicare, ma le lasciò
ricadere, affranta. Non aveva più forza; la notte insonne, l'ansia pel
suo bambino, le aveva messo nell'animo una malinconia disperata e
sfibrante, che le aveva tolto ogni potere.

Vide in silenzio: Edoardo uscì; Lorenzo lo seguì, sempre beffando; udì
chiudersi l'uscio alle loro spalle.

Perchè tremava, con una mano sulla fronte pallida? Quella partita di
scherma, pure abituale, le incuteva senza ragione uno spavento freddo
e si augurava che finisse presto.... Ebbe la tentazione di scendere a
sua volta per assisterli, ma non trovò tanta energia da varcar la
soglia; e preso Farfui sulle ginocchia cominciò a cantargli una
cantilena dolce ed uguale perchè sì riaddormisse. Quasi rannicchiata,
stava sul divano, percossa da un presentimento atroce.

I due uomini erano scesi nella sala, e s'arano armati.

--Socio prudente,--disse Lorenzo impugnando la leggera sciabola
luccicante.--Vedrai che ho la testa a segno!

E subito Edoardo avvertì che, come un tempo, Lorenzo gli tirava, alla
gola.

--Più basso!--ammonì, parando la prima e la seconda botta.

--Figura, esterna!--rispose Lorenzo.

--Allora più alto! Non è figura esterna.

Lorenzo attaccava senza parare e senz'accusare, con quella velocità
fulminea, che in un uomo tozzo qual'era, e di solito pencolante, aveva
del meraviglioso; e la lama fischiava intorno al capo e al collo
d'Edoardo.

Questi comprese: il nemico studiava l'«accidente» per piantargli il
ferro nella carotide con la cieca irruenza dell'odio covato e
rattenuta a lungo.

--Tira più basso o più alto!--ripetè Edoardo.

--Para di quinta. Colpo alla testa!--rispose Lorenzo.

--Non è colpo alla testa, è colpo alla gola!--esclamò Edoardo.--Io
smetto.

Allora, temendo di vederlo smettere davvero e subito, Lorenzo gli
serrò addosso un attacco selvaggio, reiterando i colpi agguatatori. La
partita di scherma si mutava in un orribile duello con guantone e
maschera, e con le armi dalla punta smussata.

Edoardo si sentì coperto da un sudor freddo e pensò a Farfui. Fece un
ragionamento breve; era caduto in un'insidia, e l'altro, preso da un
eccesso di furore sotto la maschera, non avrebbe desistito neppure
s'egli avesse voluto troncar la partita e gettar l'arme.

Sentiva l'ansito del petto, il sibilo del respiro, il fremito possente
di quell'odio che gli cercava l'arteria per squarciarla. Lorenzo gli
stava sopra, e gli occhi gli sfavillavano ferinamente.

Bisognava liberarsene.

--Attento, Enzo!--gridò Edoardo, che quel folgorar di colpi aveva
ricacciato contro il fondo della sala e addossato al muro.

Steso il braccio quant'era lungo, col pugno dal basso in alto, a tutta
forza colse Lorenzo in pieno volto, e spezzate le maglie della
maschera, gli affondò il ferro sotto l'occhio destro.

S'udì un urlo, insieme al colpo secco della lama che si schiantava.

Poi silenzio; e a terra una massa plumbea insanguinata.

Più bianco che pallido, Edoardo Falconaro varcò la soglia, mentre
Morella, stringendo Farfui al petto, si drizzava atterrita.

Egli abbracciò l'uno e l'altra in un solo disperato abbraccio.

E disse con voce sorda:

--Vien giù. Lorenzo è morto!




XXVI.


La disgrazia era manifesta.

Esaminata la maschera, quella che Lorenzo prediligeva e aveva
soprannominata il «campanone», si vide che alcune maglie erano
contorte da tempo, e che le barrette di traverso s'eran qua e là
staccate, formando spazii irregolari, onde la lama, trovato un
passaggio facile, era stata presa e addentrata per la rapidità e
l'impeto d'attacco di Lorenzo.

Se anche il primo colpo ed unico, non fosse riuscito mortale, la lama
d'Edoardo sarebbe dovuta in ogni modo saltare per la stessa veemenza
con cui l'altro vi aveva dato di cozzo; la temerità di Lorenzo
riusciva evidente.

Così giudicarono gli esperti.

Il maestro Pino Monti potè aggiungere non poche esatte informazioni
intorno alla maniera pericolosa con la quale Lorenzo Moro stava sulla
pedana, talchè se qualche cosa s'avesse voluto notare intorno al fatto
funesto, era da notarsi che soltanto la calma e la prudenza d'Edoardo
Falconaro avevan potuto ritardare una catastrofe. Di qualunque altro
avversario Lorenzo avrebbe assai prima toccato la lama nel corpo,
grazie alla rabbia con cui si slanciava e alla noncuranza intera e
ostinata d'ogni buona regola cortese.

L'imprudenza e il disprezzo dell'urbanità, tradizionale fra i
tiratori, avevan dunque trovato una ben tragica punizione.

E circa al pensiero che il colpo, invero formidabile, fosse stato
volontariamente assestato da Edoardo, se i tecnici non avessero già
avuto a dimostrare che la maschera era smagliata, non si sarebbe
trovato un solo capace di fermarsi a quella orrenda ipotesi,
ricordando che i due combattenti erano alla vigilia di stringere vie
più l'amicizia col fondare una società; alla quale Edoardo avrebbe
portato un capitale egregio, da cui certamente avrebbe ritratto utile
copioso, grazie alla rinomanza di cui già godeva la Casa Moro.

Onde ben si poteva affermare che dalla morte dell'amico egli non aveva
avuto che perdita e lutto; precisamente l'opposto di ciò che occorre
per dar forma a un crimine, non essendovi persona ragionevole al
mondo--ed Edoardo Falconaro era ragionevole--che uccida pel solo
piacere di recar nocumento materiale e morale a sè medesimo.

Così giudicarono gli esperti.

Edoardo Falconaro viaggiò un anno, quando solo e quando accompagnato
dal piccolo Aquileio; e da questo delicato particolare si vide ancor
meglio quali nobili sentimenti egli nutrisse per il defunto amico, il
cui figlio tenerello divenne in breve il più caro ingenuo compagno
suo. Era facile indovinare che un giorno avrebbe anche meglio riparato
alla sciagura non solo, ma al danno di cui era stato artefice
involontario.

Perchè, ordinata e condotta a termine da Paolino Tornaghi la
liquidazione della Casa commerciale che aveva nome da Lorenzo Moro, si
rilevò che quanto rimaneva non sarebbe stato sufficiente a far vivere
con decoro, se non col lusso abituale, la vedova e il figlio. Talchè
parve a tutti commendevole atto quello del Falconaro, che spirato
appena l'anno, sposava Morella Bardi, apportandole il patrimonio
egregio di cui già si parlava a proposito della società.

La casa abitata un giorno dai Moro fu venduta con tutto il mobiglio a
Tonino Boccadelli per venticinquemila lire, quantunque ne valesse
ormai sessanta, grazie alle comodità e al fasto che la giovane signora
vi aveva introdotto; e Tonino Boccadelli la rivendette per settanta a
un signore, il quale aveva notato che nei sobborghi le femmine sono,
se non più facili, spesse volte più leggiadre che nelle vie principali
della città; ed egli tornò a farvi ballare, come diceva il povero
Mariano Frigerio, qualche Ninetta e qualche Bruciata con un'orchestra
di zanzare.

Venne conservata invece la Villa Mora, rimutandone l'addobbo, e la
cisterna dell'orto fu chiusa, sollevandone pur la proda intorno. Dei
cavalli uno solo non fu venduto, Febo, il quale passò nelle scuderie
d'Edoardo Falconaro, col nome risonante di «_Uhland_» che Battista,
cocchiere in soprannumero, fece diventare «_Ulano_» per comodità di
desinenza.

Il piccolo Farfui, cresciuto bello e forte, chiassoso e ardito, è pur
sempre l'amico de suoi primi amici, di quel Paolino Tornaghi, il
quale, diventato segretario d'Edoardo Falconaro, può trattenersi ora
liberamente col fanciullo, senza tema d'essere sorpreso a raccontar
fiabe e a disporre in quadrato i soldatini di piombo. Ed è l'amico, il
piccolo Farfui, dell'umile Poldo, «il rivelatore», al quale ha
regalato da poco l'elmo e il cavallo a dondolo; e di quel Fausto
Frigerio, che pel suo carattere birichino, giullaresco, buontempone,
accenna a diventar leggermente un rompicollo, ma dimostra tanta
gratitudine e tanto rispetto per Morella Falconaro, che in questo
sentimento troverà forse il freno alle sue troppo allegre tendenze.

Edoardo Falconaro e Morella non osano dirselo, ma sono felici.

Edoardo si stupisce qualche volta che tanto bene sia potuto originare
dalla semplice scomparsa d'un uomo; e nelle ore in cui osa discendere
fino al fondo di sè stesso per fermare trafiggere l'ultimo anello di
quel serpe avvelenato che è il cuore, si dice che se il barbarico
duello fosse avvenuto qualche tempo prima, si sarebbero risparmiate
molte noie a Morella, e a Farfui. Egli può considerar con occhio
tranquillo e polso fermo quel terribile gesto del braccio teso a tutta
forza contro la faccia del nemico, perchè in quell'ora e in quel luogo
ha rischiata e difesa la sua vita.

Ciò che Morella ignora. Ella non ha dubitato mai di quanto ebbero a
stabilire gli esperti, e siccome crede in Dio, non ha bisogno di
cercar tra gli uomini l'autore della sua liberazione.

Anzi, tanto è sicura della disgrazia accertata, che un giorno,
rimproverando dolcemente con la voce morbida e voluttuosa Edoardo
Falconaro, il quale ha per prima legge il desiderio di Farfui, non s'è
peritata a dirgli sorridendo:

--Non concedergli tutto. Tu gli vuoi troppo bene. Saresti capace
d'uccidere per difenderlo!...

Edoardo ha avuto un tremito subito dissimulato.

E prendendo fra l'indice e il pollice il mento della donna e
sollevandone un poco la testa per baciarla, in bocca, ha risposto,
rievocando tutto un passato:

--«Lei non sa!...»


                           FINE.




        MILANO -- FRATELLI TREVES, EDITORI -- MILANO

                      Anno XXXVI--1909

                      L'ILLUSTRAZIONE

                          ITALIANA

                     ESCE OGNI DOMENICA

        24 pagine in-folio a 3 colonne e copertina.

_L'ILLUSTRAZIONE ITALIANA è la sola rivista del nostro paese che
tenga al corrente della storia del giorno in tutti i suoi molteplici
aspetti; la sola _dove tutto sia originale ed inedito_, e tutto porti
un'impronta prettamente nazionale. Non v'è fatto contemporaneo, non
personaggio illustre, non scoperta importante, non novità letteraria o
scientifica od artistica, che non sia registrata in queste pagine
colla parola e col pennello._



                  {il _CORRIERE_,  di SPECTATOR,
   Ogni settimana {
                  {le note _ACCANTO alla VITA_, del CONTE OTTAVIO.


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                     FERDINANDO MARTINI

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[End of _Farfui_ by Luciano Zuccoli]
[Fin de _Farfui_ par Luciano Zuccoli]