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Title: Contrada dei Gatti. Proiezioni.
Author: Cagna, Achille Giovanni (1847-1931)
Date of first publication: 1924
Edition used as base for this ebook:
   Milan: A. Barion, 1924 (first edition)
Date first posted: 17 April 2010
Date last updated: 17 April 2010
Project Gutenberg Canada ebook #519

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Titre: Contrada dei Gatti. Proiezioni.
Auteur: Cagna, Achille Giovanni (1847-1931)
Date de la premire publication: 1924
dition utilise comme modle pour ce livre lectronique:
   Milan: A. Barion, 1924 (premire dition)
Date de la premire publication sur Project Gutenberg Canada:
   17 avril 2010
Date de la dernire mise  jour:
   17 avril 2010
Livre lectronique de Project Gutenberg Canada no 519

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      A. G. CAGNA




  CONTRADA DEI GATTI

      PROIEZIONI




         1924

  A. BARION--EDITORE

        MILANO




Tip. F. Madella--Sesto S. Giovanni.




  PUBBLICAZIONI DI A. G. CAGNA


  _Un bel sogno._--Un volume.

  _Rivincita._--Un volume.

  _Noviziato di sposa._--Un volume.

  _Provinciali._--Un volume.

  _ALPINISTI CIABATTONI._--Un volume.

  _Mendicanti._--Un volume.

  _Teatro._--Un volume.




INDICE


  CONTRADA DEI GATTI:

    _Antitesi di Codarossa_      _Pag._ 11
    _Via Leonardi_                     19
    _Il buon diavolo zoppo_            21
    _La Torre_                         24
    _L'ala_                            28
    _Il passero_                       31
    _Il ragno o la mosca?_             34
    _Codarossa_                        38
    _Le vittime_                       40
    _Amleto_                           43
    _La madre_                         46
    _Mattutino_                        49
    _Stornelli_                        53
    _Le suore di Santa Chiara_         55
    _Meriggio_                         60
    _Figurine_                         64
    _L'amore_                          66
    _Tramonto_                         68
    _Crisi municipale_                 71
    _Notturno_                         74
    _Sabba gattesco_                   76
    _Tragica ironia_                   79
    _Ricorsi antichi_                  80
    _? ? ?_                            83

  MAOMETTO                             89

  CORPUS DOMINI                       129




                                              ALLA GENTILE MIA COGNATA

                                              GINA ROSSI ZACCHEO




ANTITESI DI CODAROSSA

_Gatto municipale._


L'antitesi fra me Codarossa, e l'autore di questa _Contrada dei
Gatti_, si delinea apparentemente dai nostri nomi, i quali per
antichissima tradizione sono simboli di un irriducibile avversione di
razza.

Ora non pi; i progressi accelerati dell'arte lirica e drammatica, hanno
ingentilito i costumi, talch, pu dirsi che ormai Cani e Gatti
costituiscono una sola e grande e armoniosa famiglia.

N rechi maraviglia il tono sostenuto di questo discorso: nella mia
qualit di gatto impiegato civile, frequento assiduamente la biblioteca
municipale per dovere professionale, e per diletto.

Sono perci un gatto di rango, gatto intellettuale, anche prescindendo
dai diplomi gentilizi della mia genealogia che rimonta ai gatti sacri di
Pelusio, ai tempi di Sennacherib.

E perci, per impulso di solidariet fraterna, domando la parola in pr
dell'autore mio collega.

Il quale  una fiammella spirituale solitaria, un'anima errante esposta
a tutte le correnti come la proverbiale Bada di Spazzavento: un
cerebrale di psicologia composita, sdoppiato in permanente dissidio con
se stesso; un _frondeur_ caustico, lirico ed elegiaco ad un tempo, mezzo
levriere e mezzo lepre, entusiasta e riflessivo, pronto ad abboccare con
impeto, qualsiasi questione: ma sul pi bello, il suo _doppio_ lo
arresta, e allora egli ragiona, torna indietro, e scivola via.

Il micio mio minor fratello, chiamato Arlecchino per il suo pelo
maculato, era psicologicamente un animale dello stesso stampo
dell'autore, come lui mezzo filosofo e mezzo poeta, indeciso e digiuno
affatto di quel buon senso pratico che insegna a vivere al _meno peggio_
machiavellico. Anch'egli era un dialettico disputativo, sempre pronto ad
arringare l'infinito, ma inetto dinnanzi alla realt positiva delle
cose.

Mentre appostava un topo, si indugiava a filosofare sul _come_ e sul
_perch_, e quando si decideva, il topo era scappato.

Nessuna maraviglia dunque se a furia di strologare il mio povero
Arlecchino sia andato a finire nella tagliola tesa per la faina.

Ma tornando al nostro autore, mi duole constatare che egli in psicologia
mi sembra un ritardatario della vecchia scuola, in arretrato di un
secolo.

Vedrete, per dare un piccolo saggio, come egli abbia bistrattato la
psicologia dei gatti in generale, e la mia figura morale in particolare.

Egli ignora affatto il nostro _rinascimento_ ossia l'evoluzione
compiutasi nell'etica gattesca, procedente di pari passo con la marcia
ascensionale dell'umano progresso.

L'autore vede nei nostri congressi politici e civili, nei nostri
convegni galanti, le tregende e le stregonerie del _Noce di Benevento_,
mentre noi in politica siamo perfettamente agnostici, in civile siamo
egocentrici, positivisti, sempre pronti ad arraffare una polpetta, ed a
spazzare i piatti in nome del nostro diritto civile, senza darci l'aria
di operare per il bene della patria e dell'umanit, come fanno i vostri
omenoni che amano le polpette e spazzano i piatti come noi.

Noi gatti evoluti educati ai semplicismi del materialismo storico,
abbiamo ridotto a tre, come la virt teologali gli _imperativi
categorici_ della vita:

  Mangiare.
  Dormire.
  Fare l'amore.

Ai quali, per le intemperanze culinarie e bibitorie degli uomini dei
tempi nuovi, bisogner aggiungere l'imperativo igienico delle acque
minerali e dei sali purgativi, per ridonare la serenit spirituale
all'intestino retto.

Dall'alto della specola lillipuziana del suo balcone, l'autore prende la
misura dell'universo come il _grande pescatore di Chiaravalle_,
snaturando in un iperbolico travaso di traveggole sentimentali le verit
elementari semplici e tangibili della storia naturale.

Vedr il lettore come dal minuscolo episodio di un passero, questo mio
collega, sia riuscito a trarre, direi a creare dall'inesistente, un
microcosmo fantasmagorico degno di un _confinario_, ossia di un
candidato della demenza.

Con quelle allucinazioni, si potrebbe trarre un poema epico eziandio
dalla storia di un verme o di un pidocchio. L'autore col suo passerino
infermo, mi sembra addirittura al di l della carta geografica.

Cenobita oscuro, senza contatti con la piazza; alieno dai cenacoli,
dalle cooperative della _rclame_, egli si mantiene personale,
individuale come un fungo, refrattario agli innesti, alle correnti
iperboliche che hanno sconvolto e trasformato il tempio dell'arte in un
circo, in un _turf_ internazionale di olimpionici, in gara alla cuccia
del vello d'oro: ossia a chi le spara pi grosse.

Egli non  sindacato, vive solitario come il grillo del focolare, ignaro
affatto che al tempo nostro le maggiori produzioni dell'arte sono la
risultante della mutualit collettiva, che anche l'arte si 
industrializzata in virt di consorzi, di societ anonime, di agenzie
che assumono in appalto la creazione dei capolavori concertati.

Cio morbisciature svenevoli che danno il brivido dell'ignoto alle
animule educande in aspettazione; o stravaganze super-estetiche e
galeottiche di epilessia erotica e cocainomane, per mandare in
gattafrgola le Diane e le Circi moderne, le eleganti comari ed i
gallastroni della nuova _elite_, abusati e sazii degli usuali massaggi.
Oppure grandiosi _bluff_ di vastit titanica, concepiti in uno spasimo
di elefantiasi artistico-industriale, opere mastodontiche che non
istanno nemmeno nei grandi anfiteatri romani, e costringono i teatri
massimi ad allargare i fianchi per ricettarle.

Tornando al nostro autore, in quale categoria fra gli animali dell'arca
di No dell'arte, potremo classificare questo fringuello disperso, senza
il _super bum bum_ della _rclame_, senza appaltatori, senza il
compiacente e reciproco commerage _dei cenacoli intellettuali_?

Con queste attitudini negative e ritrose, egli mi sembra nato e fatto
per rappresentare il buco nella ciambella dell'arte, e da ci  facile
imaginare in quale voragine di silenzio andr sommerso il nostro
minuscolo autore col _frin-frin_ del suo ghitarrino.

       *       *       *       *       *

Ma che monta? anche i ritardatari hanno ragione di vivere a modo loro, e
di aggiungere il loro zero al nulla metafisico delle cose umane,
rispetto all'universo.

Gli usignoli, le passere solitarie, i merli ed i cuculi, sono canori per
loro conto, e godono del loro isolamento: _l'uomo_, disse un saggio,
_non insegue che delle chimere_ e la chimera del nostro autore vale
quella degli altri che riempiono il mondo dei loro clamori.

Se egli non  intonato coi tempi,  intonato con la natura, locch vale
e soddisfa assai pi; ed io che lo so per esperienza, ve lo assicuro in
parola d'onore da gatto superiore e filosofo ipercritico. Egli con un
lembo di cielo, con un volo di balestrucci, con una farfalla, con un
congresso gattesco, con un corale di grilli e di ranocchi, con una
ragnatela, o una coda di lucertola, riesce a costruirsi un mondo, un
tripudio intimo di colori, e vive in sanit animale e spirituale. Beato
lui!

In questo egli si avvicina alla nostra filosofia gattesca.

Psicologicamente egli  pi gatto che cane, il quale  un parassita
cortigiano senza dignit, strisciante e minchione, sempre disposto a
menare la coda anche se lo pigliano a pedate.

Beato lui!--ripeto e concludo.--Chiuso in un cerchio di silenzio
ermetico, cos che se non fosse per l'amichevole deferenza della Casa
Barion non troverebbe pi un gatto per pubblicare le sue fantasie: pur
tuttavia egli tira innanzi serenamente, e canta per se, per un istinto
canoro, come i cuculi e i merli suddetti, e di niente si duole.

E sto certo che se gli domandaste delle sue commedie, dei suoi studi,
dei suoi romanzi dispersi nell'oblio, egli potrebbe dire come quel tale
che richiesto della salute dei suoi parenti, rispose: _Tutti morti!...
ma io sto benissimo!_

                                            CODAROSSA

                                     _gatto impiegato civile._

  Alza Novarese, 1924.


VIA LEONARDI.

Il mio balcone monumentale, con balaustra massiccia di finto granito, si
libra a pieno strabalzo come un enorme pulpito sulla sottostante
Contrada dei Gatti.

VIA LEONARDI,  scritto sulla cantonata, ma pur sempre Contrada dei
Gatti, nell'uso dei buoni cittadini di Villalbana, i quali vivono
tranquilli e digeriscono benissimo, anche ignorando che sia mai esistito
il loro illustre concittadino, il celebre Leonardi giureconsulto,
umanista e latinista insigne del secolo XVII.

Anni addietro per iniziativa di alcuni magnati intellettuali, costituiti
in comitato, si era solennemente celebrato il centenario dell'illustre
uomo, con festeggiamenti, intervento di notabilit indigene e
forestiere, vermout d'onore, scoprimento e inaugurazione della lapide,
con relativa dottissima orazione vociata dal preside del liceo, ansante
e stronfiante sopra un tavolo drappeggiato, e sotto la vampa torrida del
sole di luglio.

Lo vedo ancora l'oratore agitantesi al biscanto della strada,
torreggiante dal suo trespolo sulla folla pigiata degli spettatori.

Lo vedo ancora, e lo sento:

Villalbanesi! Il decreto consulare che consacra questa via al nostro
grande concittadino, al grande Leonardi, traduce in atto e consegna con
cifre lapidee alla storia il pi fervido voto dei nostri cuori! Memori
di voi i figli vostri, e i tardi nipoti, si inchineranno riverenti al
nome del grande cittadino onore di questa terra a nessuna seconda per
tradizioni di gentilezza, di coltura e di vibrante patriottismo.

Viva Leonardi! Viva Villalbana! Viva l'Italia viva il Re!

Applausi--musica e congratulazioni--e via tutti.

La lapide  l sulla cantonata, la vedo di sbieco dal mio balcone
pelasgico, nessuno di quei magnati  pi venuto a farle visita, e
nemmeno i posteri riverenti e memori si accorgono che ci sia. La strada
 sempre deserta, soltanto i gatti del dintorno, i quali per tradizione
secolare tengono congresso notturno nel giardino del municipio, e non
mancano mai al convegno.

E cos, malgrado la solennit centenaria, l'orazione del preside, e le
targhe cantonali, via Leonardi  pur sempre la _Contrada dei Gatti_,
talch il mio portiere, un reduce africano che conosce le vie e le
callaie di Massaua e dell'Asmara, non  ancora ben persuaso che il suo
portone sbocchi in via Leonardi.

Che pi? Lo stesso preside del liceo, autore del panegirico pro
Leonardi, ricordando anni dopo la celebrazione centenaria, venne a
dire: _quando abbiamo inaugurato la lapide della contrada dei gatti!..._

Dunque chiamiamola cos.


IL BUON DIAVOLO ZOPPO.

Una disgraziata distorsione del piede sinistro messo in fallo, mi tiene
prigioniero in casa. Dieci giorni di gamba a letto, costretto
all'immobilit, vesciche di ghiaccio al malleolo, poi stecche e
bendaggio, ed eccomi come un invalido in giro per le camere, alpinista
ciabattone con tanto di alpenstok, in pantofole e mortalmente seccato di
questa vita da recluso.

Eppure, fuori da quel letto, attutita la doglia, mi par gi di essere in
paradiso! Proprio vera la legge darviniana dell'adattamento, come  vero
che la solitudine mena alla filosofia.

Non ho letto mai _De consolatione philosophia_ di Boezio, ma conosco e
ricordo come un miserere lontano le _Consolazioni solitarie_ di
Zimmermann, e il trattato della solitudine di Mendelsson, meditazioni
squallide di trappisti mentre si scavano la fossa con le loro mani,
biascicando salmodie da funerale.

Meglio Rabelais che conosco ad occhio e croce, lo confesso, ma lo cito
come fanno i molti che lo ignorano affatto, perch  convenuto, dicendo
Rabelais, s'intende allegria.

E similmente si dice: I SETTE SAVI, LE NOVE MUSE, senza sapere chi
furon quei signori e quelle signore: si dice per iperbole l'ottava
meraviglia senza ricordare le altre sette, come si praticano magari
tutti i peccati mortali, senza saperli noverare.

Ah il mio balcone ostrogoto, specola aerea librata sulla via Leonardi,
ossia contrada dei gatti, vale pi di tutte le biblioteche.

La prima volta che mi son potuto trascinare fin qui, prendendo possesso
del mio seggiolone, ho rinunciato ai libri per ammirare, e godermi
questo lembo di vita varia, infinita, che ferve e vibra per ogni dove,
nell'aria e in terra.

La natura  tutta un prisma incantevole di bellezza e di meraviglie.

Guardatela col telescopio nella sua incommensurabile grandiosit
siderale, studiatela al microscopio nel suo pulviscolo in perenne
travaglio di creazione; osservate da una fessura, da un pertugio un
palmo di terra, un lembo di ciclo, e vi domanderete sgomenti a che
miseria infinitesimale scendono al paragone i poemi, i monumenti, le
pitture, le statue e tutte le creazioni e le opere morte dell'uomo.

Meglio non pensarci su per non smarrire nella vertigine paurosa la
sinderesi, ossia quel barlume di coscienza che rischiara la nostra
nullit.

Scendiamo dunque dalle nuvole, ch tanto con questo piede zoppo e
l'intelletto idem,  inutile prendere il volo.

Dicevamo dunque: Contrada dei Gatti: il mio balcone teutonico quasi a
cavaliere sulla via; vedo a sinistra il fondo della piazza del mercato;
difronte il giardino municipale, un vasto rettangolo con viale alberato,
rabescato di ornati e ghirigori di verzure, trapunto di cestoni di tuie,
di rosoni e pennacchi fioriti, e fasciato da siepi di mortella.

Veduto dall'alto sembra un copripiedi ricamato, o meglio una grande
focaccia bigherata a disegni estrosi da pasticciere.

Il giardino fronteggia il palazzo comunale, antico convento dei
domenicani, rifatto e scialbato alla moderna, ma non cos da cancellare
l'antica impronta fratesca.

Certe finestre all'ultimo piano sembrano bocche di monaci sbadiglianti
nell'uggia della tristezza claustrale; una finestrella ogivale mezzo
murata, pare l'occhio arcigno e lipposo di un frate guercio: la torretta
dell'orologio serba ancora un cocuzzolo che ricorda il berretto rigido e
truce di un padre inquisitore.

A destra facente lato al giardino, un muraglione aspro e cupo, avanzo di
un antico palazzo feudale, rabberciato e manomesso scelleratamente alla
moderna dal lato che svolta in Contrada dei Gatti, con appiccicature
mingherline ed alveari, ossia, alloggi civili, forati nei fianchi
poderosi del vetusto edificio.

Il mastio che tiene il giardino,  tuttavia forte e nero di secoli:
scende gi a scarpa sulle zolle di insalata coltivate dal custode
municipale.

Due enormi barbacani si addossano al muro, come protesi nello sforzo di
respingere le minuscole rabberciature moderne di corniciette,
finestruccole, e dei ridicoli balconcini, i quali al paragone del
frammento antico, sembrano beverini per i passerotti.


LA TORRE.

Imponente masso medioevale, la Torre si erge e grandeggia, invitta e
poderosa, schiacciando sotto la sua mole titanica i rabberci
architettonici e le cianfrusaglie edilizie appiccicate al suo troncone
vetusto.

Ella piomba gi diritta nel suo fusto ottagonale, enorme cavicchio
piantato sul bulicame di casuccie e di catapecchie abbarbicate al suo
piede.

La parte superiore si allarga e ingrossa a testa di carciofo; otto
finestre bifore orlate di fregi in terra cotta, qualcuna cieca, murata
dal lato di mezzanotte; un coperchio a travata al sommo, a tese larghe
spioventi, un cappellone brigantesco, alquanto sgangherato, ma piantato
sodo con gesto di fiero cipiglio come a dire: guard'a voi.

Niente a ribattere, il colosso sovrasta, impera e comanda per tutto il
raggio del suo orizzonte.

Il campanile di S. Vincenzo, tozzo, quadrato con la piramide aguzza e
squamosa del suo coperchio a smoccolatoio, guarda, traguarda timidamente
di l dal letto del palazzo municipale, e basisce al paragone del
gigante feudale, malgrado la sua punta aguzza, e le nidiate dei gheppi e
civettoni che nidificano nei suoi buchi e nelle sue crepe.

E come potrebbe competere quel rigido fuso gotico lombardo con la
tenerezza dei suoi colonnini smilzi, i suoi fregi minuti, lasagnati di
ghirigori anemici, come competere col masso titanico della Torre, eretto
nello spazio come un torvo Polifemo superstite, dimenticato nel tempo?

Cos al paragone, l'una e l'altra mole esprimono ancora attraverso ai
secoli lo spirito diverso e l'antitesi delle istituzioni che
rappresentavano nella storia: la chiesa e la signoria: guelfi e
ghibellini.

Il campanile di S. Vincenzo con le sue minutaglie decorative nella sua
compostezza bizantina e aguzza, sente la rigidezza dogmatica della
scolastica, gli intrighi claustrali, le accortezze, i misteri della
sacristia e la pervicacia fredda, inesorabile della curia.

La Torre Ghibellina invece, si erge superba, maestosa, dominatrice
possente, formidabile come l'impero.

La chiesa e l'impero, il campanile e la torre, denti canini e denti
molari delle enormi zanne medioevali che maciullavano il misero armento
umano; l'uno e l'altro simboli superstiti, ombre spettrali di un mondo
che non  pi.

L'orditura interna del palazzo feudale,  rimasta quasi intatta come era
al suo tempo. Nel vestibolo basso ombrato, sorretto da un colonnato
forte e tozzo, sembra che ancora sonnecchino gli scherani fasciati di
lorica e di ferraglie, barbigiati come draghi.

Anfratti bui; porte inchiavardate da chiavistelli rugginosi, scalette
scure e tortuose che guizzano gi nei sotterranei inesplorati da chiss
quando, sui quali circolano nel volgo leggende paurose.

Su per lo scalone, ampio massiccio a rampe dure e ripide, per un
corridoio stretto e oscuro, si sbuca nella grande aula del consiglio,
ora adibita a sede della corte d'assise.

Di fronte, a pochi passi sulla via che incrocia con la Contrada dei
Gatti, ancora un frammento vivo di medioevo, il monastero di Santa
Chiara, vasto alveare di monache e di novizze, vivaio di giovani
creature inconscie o inferme che rinnegano la vita, il sangue,
boccheggiando con l'anima volta all'ins, come le palette delle gelosie
che sbarrano le finestrelle del chiostro.

Strano linguaggio quello delle gelosie! Tutto il travaglioso dualismo
della vita balestrata fra lo spirito e la materia, fra l'ideale
veleggiarne nei cieli, e la realt inesorabile, stridente, si riassume
nell'orientamento delle gelosie.

Palette in su, l'essere anelante alle idealit, al sacrificio,
all'esaltazione: lo strazio delle allucinazioni, le estasi azzurre delle
anime volte ai miraggi spirituali... raggio di cielo.

Palette in gi, tutto il vaso di Pandora rovesciato sulla plebaglia
razzolante nel brago delle basse cupidiglie: la strada, il bruso del
volgo, il rigagnolo, il guazzo, il pantano, la lotta degli egoismi e
degli istinti inferiori; la malizia, le imposture, gli odii, gli amori,
le passioni divoranti, la vita bruta animalesca nella sua vile
fermentazione. Fiamma d'inferno!

Il vetusto torrione Ghibellino impera tuttavia con gesto epico cos sul
masso cellulare di Santa Chiara come sul pinnacolo aguzzo di San
Vincenzo, aduggiando nell'ampia tesa della sua visiera quei detriti
ritardatari del mondo antico, che ebbero con lui trionfi e ruine nelle
vicende del tempo, e soggiacquero allo stesso fato.

A dare una guardata rapida attraverso ai secoli e la storia, chi ha
ragione?

Vivevano forse meglio o peggio le genti ignare aggiogate come armento
sotto l'ombra del campanile e la frula del barbassore? Vivevano pi
tranquilli i deboli, i derelitti, le anime delicate e timide, le
verginelle pavide che cercavano rifugio e pace nella solitudine dei
chiostri?

Quali furono e sono le migliori istituzioni civili e religiose rispetto
ai bisogni sociali e spirituali?

Guardo in aria, frugo nei ricordi della storia, e penso che la ragione
di essere pi che degli uomini, sia dalla parte delle bestie che vivono
senza filosofare e legiferare, e vanno senza impacci dietro alla natura
rimettendosi alla provvidenza.

I colombi che nidificano da tempo immemorabile nei buchi del palazzo
municipale; i gattoni che tengono notturni conciliaboli nel giardino, i
gheppi e le civette che da secoli si perpetuano nel campanile di San
Vincenzo; i passeri e stornelli che pullulano a nembi nel testone della
torre feudale; tutta insomma la vita alata e strisciante svolgentesi nel
trionfo primaverile intorno al mio balcone,  un poema di meraviglie, un
inno alla diva natura, che irride e sfata le architetture sociali
antiche e moderne: la spada, la stola, la toga, ossia sangue, martirio,
tirannide, persecuzione, sopraffazione e violenza, codici, diplomi,
pergamene e carta bollata.


L'ALA.

L'ala! l'ebbrezza olimpica del volo che inspir al genio aligero di
Michelet un inno sfolgorante come una girandola di stelle.

Vogare, veleggiare, immergersi nel profondo cobalto del cielo,
volteggiare, saettare con grandiose spirali nella carezza azzurra e
tenue dell'aere sereno, nella gloria del sole, o fendere il nembo
procelloso dell'aquilone, tuffarsi, guizzare con rapidi volteggi nel
mare torbido delle nubi, nel chiurlo sinistro del vento, smarrirsi come
un gabbiano delirante nell'acre volutt di sparire nell'infinito!

Chi mai pu esprimere l'estasi, il trionfo del volo? Come raggiungere
con lo stento della parola il poema etereo svolgentesi nel silenzio dei
cieli, dall'aluccia trepida del passerotto ai primi voli, alla sfiondata
fulminea e regale dell'aquila?

Le cos dette ascensioni umane le conquiste millenarie della scienza
che fruga e indaga tutto l'universo dalla meccanica celeste alla
bacteriologia, dal pulviscolo cosmico delle nebulose, alla clorofilina
del sangue tengono forse il paragone con le ebbrezze vertiginose
dell'ala?

E questo moto perpetuo che ci sospinge, ci turbina nell'ignoto, fra due
parentesi di _infinito_, e si chiama progresso, sar per i miseri
mortali una ascensione verso la felicit?

Tu forse o vetusta torre che hai la testa vespigliante di passeri e
stornelli, tu che da secoli assisti alle feste primaverili dei tuoi
piccoli inquilini, e presiedi e proteggi nelle tue vecchie grinze di
nonna i loro amori, le loro nozze e le loro nidiate; tu che hai veduto
gli uomini dei tempi remoti, le loro miserie, le loro sciagure, e vedi
noi brancolanti nei nostri diuturni affanni: tu che hai vissuto secoli
di storia, potresti forse pronunciare il grave responso sui destini di
questa inquieta marmaglia che si chiama Umanit.

Tu hai veduto le genti antiche sbalestrate, sommerse nei flutti della
barbarie medioevale, i disastri, le guerre, gli eccidi e le catastrofi;
hai veduto i barbassori prepotenti e feroci, gli scherani sanguinari dai
ceffi di giudei torturare con rapine stupri, ferro e fuoco il misero
armento umano.

Hai veduto gli orrori del fanatismo implacabile, le flagellazioni, le
torture e la vampa maledetta dei roghi.

Ora vedi, la libert, l'uguaglianza e l'umanit dei nuovi ordinamenti
civili; l'evoluzione, il progresso: ossia in luogo del vescovo, del
barbassore, dell'inquisitore, il Comune, il Sindaco, la Giunta
municipale, la signoria democratica, costituita di professionisti,
industriali, bottegai, tutte le categorie sociali fiorite in libero
reggimento; liberi cittadini insomma, i quali ai tuoi tempi, si
chiamavano senz'altro rigattieri, volgo, plebaglia, e via dicendo.

Gli interessi sociali sono ora affidati a uomini pratici, positivi,
investiti della sovranit popolare, i quali al suono del campanone del
Comune, lasciano l'esercizio, ossia lo studio, la bottega, l'officina,
il banco, la pizzicheria, e vanno come niente fosse a legiferare nello
stesso palazzo che fu sede e tribunale del Santo Ufficio.

E non basta--sbrigati gli affari consiliari, gli stessi cittadini
esercenti, trapassando per virt di magistero democratico dal civile al
penale, vengono ad assidersi gravi e pensosi nell'aula magna del tuo
palazzo feudale, l dove un tempo troneggiava il tuo Signore coi suoi
lambardi, e in veste di Giurati, vagliando le ragioni dei delitti e
delle pene, giudicano e mandano in galera i delinquenti.

Che ne dici torre di questi voli iperbolici?

Tu sogni forse ancora al tuo vecchio mondo, e indurata a tante vicende
ineffabilmente sconclusionate, assisti scetticamente indifferente e
impassibile a questi grandiosi rivolgimenti.

Ah bada o torre, ch dalle conquiste progressive dell'etica nuova,
potrebbe scaturire una pi radicale riforma giacobina, livellatrice
eziandio delle disuguaglianze architettoniche, e vederti condannata alla
decapitazione per decreto consulare, per non dar ombra alla collettivit
dei comignoli insofferenti della tua protervia aristocratica.

E grazie ancora se, per un ricorso storico di gusto antico, non avverr
di vederti stroncata per modo che due di voi, possiate appena uguagliare
l'altezza di un fumaiolo, come al tempo di Giano della Bella ci volevano
due patrizi per costituire l'equipollenza giuridica di un artigiano.

Che ne dici o torre?


IL PASSERO.

Risponde in sua vece il passerotto, che ho qui presso nella gabbia, con
un cirip ostinato che non afferma e non nega, ma porta via la testa.

 mio prigioniero da otto giorni; un novello ancora inesperto al volo,
caduto dalla torre ai miei piedi, proprio il primo giorno che mi son
potuto trascinare al balcone.

Starnazz frullando nel vuoto, e si abbatt come morto presso le mie
pantofole. Nell'aria corse un grido lacerante, e una passera cal
fulminea, soffermandosi sulla balaustra, guardandomi, convulsa e
smaniosa.

Raccolsi il piccino boccheggiante, e la passera con un garguglio
concitato e rabbioso, vol sul comignolo di fronte, e stette in vedetta
ansiosa, cinguettando chiss quali invettive al mio indirizzo.

La madre! Poveretta, chiss che spasimo in quell'animula fremente!

Peccato non poterle dire nel suo stesso linguaggio: stai pur tranquilla
curer io il tuo piccino.

Non era morto, ma tramortito dal ciacche secco battuto sulla lastra di
granito; lo scaldai, lo avvolsi nella bambagia e lo misi in una gabbiola
appesa al balcone, perch la passera potesse vederlo a suo bell'agio.

E cos adesso, siamo in tre a tenerci compagnia; io e il piccirino sul
balcone, e la passera sul comignolo, sempre in sentinella, dalla punta
del giorno fino a sera tarda, quando gi frullano le nottole sul
giardino, e gli assiuoli del campanile di San Vincenzo incominciano la
ronda notturna.

Siamo in pieno maggio, il passerotto  dunque della prima covata: il
maschio pap se ne sar andato, o forse chiss, avr da fare con gli
altri rampolli della nidiata; ma la passera, la mamma, non abbandona il
prigioniero, su e gi tutto il santo giorno, or sul tetto, or sul
comignolo, ed ormai anche in mia presenza si arrischia fino alla cornice
del balcone: ma quante prove, quanto andare e venire e sospensioni
indecise di volo prima di fidarsi!

Il prigioniero si  presto rimesso; non ha che un'ala sgualcita, del
resto sta benone: appena guarito lo restituir alla sua mamma che
poveretta, lo aspetta senza requie.

Mi costa poco per mantenerlo, ci pensa lei alle provviste:  un poema
commovente di maternit in atto.

A sera ritiro la gabbiola, le notti sono ancora fredde, e sul balcone
tira un venticello troppo vivo per il mio piccolo infermo.

Ma al mattino ai primi scialbori dell'alba, ecco la passera che
salterella sul balcone, gi pronta con una farfalla nel becco per la
colazione del piccino, e chiama, chiama con voce gozzuta a becco chiuso,
perch non isfugga la preda.

Faccio mettere fuori la gabbiola, e immediatamente dal mio letto sento
il dialogo tra madre e figlio, gemiti e gorgheggi sommessi, morbidi e
pieni di tenerezza di lei, e risposte secche concitate e scontente del
prigioniero irritato ed impaziente.

E quando pi tardi vengo ad assidermi qui sul mio seggiolone, il
passerotto rimpinzito, fa la piva, ha il gozzo turgido ripieno di
pastura, e ancora una strage di farfalle e di insetti morti o malvivi
sparpagliati nel fondo della gabbia.


IL RAGNO O LA MOSCA?

Da qualche giorno sono pi mattiniero: il balcone mi attrae con le sue
variet.

L'accidente che mi sequestra in casa, il male sofferto, la solitudine,
le lunghe notti insonni e meditative, hanno affinato la mia psiche,
acuito la sensibilit, dilatato i confini della mia comprensione.

Ora vedo, sento, osservo un mondo di cose che prima sfuggivano alla
riflessione: mi avvedo di essermi pi accostato alla realt della vita,
e di penetrare pi a fondo nel sentimento della natura.

Un palmo di giardino, un lembo di azzurro, il viavai della strada, la
torre, i gatti, i passeri, tutto infine il breve orizzonte della mia
specola, mi scopre un mondo, un microcosmo ricco di curiose e
sorprendenti variet, e di attraenti meditazioni.

Nello stato normale di salute e di libert nel _trin-tran_ monotono e
consueto della vita, quante cose, quante sensazioni gradevoli e delicate
sfumature passano inavvertite e si disperdono nel badanai delle vicende
insipide e tediose che riempiono le nostre giornate!

Quante maraviglie, quante sfumature deliziose, quanti soavi effluvi e
bellezze misteriose, e scintillii di luci, si sprigionano dal superbo
scrigno della natura, sfuggenti all'occhio nostro intorpidito dal
fumigio plumbeo delle cose comuni!

Non  cosa abbastanza meditata, dice Tommaso Carlyle, come non cade una
foglia che non sia porzione indissolubile dei sistemi solari e siderei.

Ah questi testoni trascendentali che intendono il ronzo di un insetto,
il gesto di un uccellino, le tragiche catastrofi della storia e le
commedie divine, hanno negli occhi della mente il microscopio, il
telescopio: l'analisi e la sintesi dell'universo.

Condensatori voltaici dello spirito universale, essi suggono il midollo
delle biblioteche, sfondano gli archivi della storia e della creazione e
librandosi sui volghi procedenti col muso atterrato, raggiano come fari
di orientamento nel caotico ed oscuro travaglio dell'umanit.

A noi invece scribacchini rampicanti, nutriti di saccenteria posticcia,
e di spazzature enciclopediche, la biblioteca col suo arido casellario
catalogato, ci impania come insetti nella ragna, e ne usciamo
accapponati, con l'anima inamidata che ha perduto la freschezza dei
contatti con la realt: anima secca, frolla, morbisciata che pena al
sole, vivente in perenne divorzio dalla natura.

Non leggo neanche pi i giornali: che storie son quelle? echi monotoni
di un mondo sciatto e frigido che si agita nel nulla!

Mi svaga e mi attrae assai pi il piccolo ragno che iersera tesseva la
raggiera geometrica del suo _esercizio_, fra il tubo della grondaia e il
vaso di begonia che ho sul balcone.

Strano geometra questo minuscolo insetto! Come mai gli riusc di
spostarsi contro la legge di gravit, cos da poter gettare un filo
orizzontale dal tubo della gronda alla pianticella?

E che magistero di tessitura! stamane era gi bell'e fatta la raggiera
palpitante all'aria; un soffio aereo di tessuto rifrangente in
un'aureola i colori dell'arcobaleno, e la bestiolina trionfante al
centro.

La lotta per la vita, le piccole meraviglie della creazione, sfuggenti
alle facolt pi intuitive del nostro raziocinio.

Tutto il tempo che sto fuori, mai una mosca, non un insetto cade nella
pania: povera ragnetta, senza mamma, e senza colazione, come pu vivere?

Tanto lavoro per mettere in regola il suo botteghino, e poi mancano i
clienti, mentre invece questo piccirino della gabbiola che acciocchisce
col suo ostinato e trafiggente cip cip, ha due fornitori per la sua
dispensa, io e la passera.

Mi viene la tentazione di acchiappare una mosca per offrirla alla
ragnetta, ma non so risolvermi per uno scrupolo sentimentale.  giusto,
 umano immolare un'esistenza per giovare ad un'altra? Faccio bene o
faccio male?... e resto indeciso con la mano levata, pensando al dubbio
espresso dal divino Michelangelo che non sapeva decidere _se sia meglio
il mal che giova, o il ben che nuoce_.

Eppure la prima mosca che vidi dibattersi impaniata nella ragnatela mi
dest un senso di piet: un secreto impulso mi spingeva a liberare la
povera vittima.

Come secondo le circostanze si capovolgono i criteri del giusto e
dell'ingiusto! Ieri tutta la compassione per la ragnetta, oggi tutta la
misericordia per la mosca!

Chi ha pi ragione di vivere secondo l'ordine della morale? la mosca o
il ragno?

La contraddizione  nella natura che fece l'uno per divorare l'altro,
senza preoccuparsi della giustizia.

E allora? Oh Dio buono, neanche nelle minuscole cose l'uomo pu operare
il bene assoluto. Ecco un piccolo quesito di morale che resta insoluto,
un bacillo critico che intacca la dinamica dei filosofi positivi, e la
teologia trascendentale di San Tomaso d'Aquino.

La mosca o il ragno? questa  la quistione.  pi nel vero Ernesto Renan
dicendo che la natura ci porge esempio della pi fredda insensibilit, e
della pi patente immoralit.

E intanto che io sto strologando sul bene e sul male, il ragno ha
risolto la quistione, e sta mangiando la mosca.


CODAROSSA.

Iersera a tramonto nel giardino municipale, sotto la magnolia tutta
bianca in fiore, protesa all'aria come un'offerta votiva, si svolgeva un
georgico e soave idillio.

Una passera bionda, affusolata, attillata, frizzante di amore, civettava
col suo damo, un bulo di maschietto ardito, testa eretta, cappuccio
castagno bruno, gorgiera candida, pettorina nera: becco forte di ebano.

La passera saltabeccava leziosa fra le aiuole, fuggendo ritrosa e
invitante ad un tempo, e l'amico sempre dietro a salterelli nervosi, con
le ali trepide, cascanti, cacciandola con voli brevi e flosci, e
giravolte di galanteria.

Ad un tratto da un fitto cestone di ortensie, sbuca ratto come folgore
Codarossa, il gattone del portinaio, e in un zffete ghermisce al volo
la passerina, e se la porta via.

Che grido lacerante, che gazzuglio disperato mand il maschietto a
quello schianto brutale! Incurante del rischio, si avventa eroicamente
in convulsione furiosa dietro al malandrino; ma Codarossa implacabile,
strizzando via come faina, si tuff e spar con la preda gemente, nel
nero speco del sotterraneo, lasciando l'alato Romeo nella desolazione
del suo idillio cos tragicamente stroncato.

Codarossa per me  un delinquente degno di essere fucilato nella
schiena o da qualunque parte, e nondimeno io resto perplesso se
considero che egli delinque secondo la sua natura.

E per distrarmi rifletto: lass sotto il cappellone della torre, in
quella polpa viva di nidiate pullulanti negli anfratti del soffitto,
quanti agguati, quanti terrori, quante tragedie insidiano e gettano in
iscompiglio gli alati inquilini!

Quante volte nella notte alta e silente, al tenue luciore delle stelle
ho veduto roteare con volo subdolo e sinistro l'assiuolo famelico,
penetrare e sparire nel nero del coperchio, e uscirne dopo un attimo, e
dileguare nell'aria, strozzando nel rostro grifagno l'ultimo gemito
disperato della vittima divelta nel sonno dal suo nido d'amore!

Oh avere uno schioppo, un dardo, una saetta per fulminare il feroce
predone! E quand'anche,  giusta quella collera? Non hanno forse
anch'essi i gufi, i gheppi, le poiane, il diritto di vivere? Non hanno
pur essi l sul campanile aguzzo di San Vincenzo le loro nidiate, i loro
rampolli da sfamare? Da qual parte  il male?

Il gattone Codarossa del portinaio municipale, s che  un delinquente
malvagio senza necessit.

Egli  scapolo, se la spassa a spese del comune, ha le cantine e i
sotterranei pullulanti di topi, e preferisce fare il dilettante
carnefice per puro sport, per lo stesso gusto selvaggio che manda a
caccia i signori del buon tempo, i quali, come lui, non hanno mai letto
la formidabile requisitoria di Tolstoi contro i piaceri viziosi.


LE VITTIME.

Ancora. Il mio bel ragno giorno per giorno si arrotondava a vista
d'occhio nella sua raggiera danzante al sole, rispettato da me, riparato
nel suo cantuccio, beato e tranquillo.

Quand'ecco un giorno una rondine che lo aveva adocchiato, me lo azzec
in un fulmineo zig zag lasciando la raggiera squarciata e penzolante
come gramaglia al vento.

E che dire dello scempio indescrivibile di farfalle, dipteri e
coleotteri che mena ogni giorno la passera per fornire il mio
prigioniero di provvigioni?

In quale canone della cosidetta legge morale troveremo la
giustificazione di cotali ecatombe?

E l'inverno coi suoi rigori e il suo coltrone di nevicate, quale strage
immane e crudele di vittime innocenti immolate senza una ragione
accessibile al nostro intendimento!

Gli stornelli, le rondini, i balestrucci e i rondoni, come i signori che
vanno in campagna, emigrano ai primi brividi di freddo in Egitto, in
Siria, nelle regioni del caldo; ma i poveri passerotti proletarii,
rimangono e soccombono a nembi di milioni e milioni per il gelo, per la
fame, e per l'immane strage che ne menano gli uccellatori ingordi.

 una piet vederli acquattati sotto i tegoli, sopra le gronde, fra i
pizzi e le stalattiti fantastiche del calaverno, mentre la neve scende
lenta incessante implacabile, seppellendo ogni cosa nel suo gelido
coltrone.

Addio! Non pi un punto scoperto per ficcarvi il becco: pi nulla, non
un insetto; non una briciola.

Le misere bestiole se ne stanno appollajate tutto il d, guardando
tristamente in gi or con un occhio or con l'altro, finch viene la
sera, la notte, il gelo trafiggente che spacca gli alberi e le pietre.

Si rifugiano mogi, avviliti, sgomenti nei loro buchi sotto i tetti,
digiuni, sfiniti, tremanti sulle gambine filiformi irrigidite, e
periscono lentamente assiderati, pigolando un ultimo e flebile cirip,
che in sua favella chieder forse alla natura matrigna il perch di
quell'inutile e crudele martirio.

Lo scorso inverno la neve fece un massacro, una clade di passeri nel
circuito della torre: la nevicata incessante di una nottata, ne spazz
via di un tratto la maggior parte bloccandoli seppellendoli ancor vivi
nei loro rifugi, sotto una valanga di neve che fiaccava i tetti.

N i superstiti che poterono fuggire all'anticipata sepoltura, ebbero
miglior sorte: affamati, disorientati, starnazzavano con volo breve e
pavido dalle gronde ai cornicioni, affondando nei batuffoli candidi,
finch stremati dal digiuno, rattrappiti dal gelo, cascavano gi come
foglie secche, e morivano boccheggiando sulla neve.

Nel mio cortile i passerotti stazionavano in giro sotto la grande ala
dei tetti spioventi, ustolando con gli occhietti avidi di lamina sui
depositi delle spazzature, senza mai osare di accostarsi.

Nessuno tra i tanti inquilini aveva il pietoso pensiero di gettare
qualche bruscolo ai piccoli derelitti, non ci si bada, sembra una
puerilit disdicevole alla gente seria.

Da parte mia provvedevo alla meglio; il mio ballatoio verso la cucina
era sempre ben fornito di briciolature di pane, ma i passeri sono troppo
diffidenti, esposti nei giorni brumosi a ogni sorta di insidie,
cacciati, perseguitati dai monelli, non si arrischiano se non quando
sono ridotti all'estremo.

Si apportavano sul tetto basso della rimessa proprio di fronte alla mia
cucina, e stavano tutto il giorno con gli zampini nella neve a guardare,
contemplare, sospirare e non osare mai.

E quando finalmente, esausti, straziati cominciavano a farsi coraggio e
i pi arditi si lanciavano sul ballatoio con le ansie di andare al
suicidio, ecco che Amleto, il vivace figlioletto del mio vicino
dirimpettaio, cavaliere Luciolani ragioniere e perito patentato, Amleto
dico, si prendeva il mal gusto di provare sulle misere bestiole
languenti la piccola carabina silenziosa regalatagli dal babbo.

Polso fermo e colpo sicuro aveva il birichino, e i poveri passerotti
presi di mira, si sbandavano in disperata fuga, stupiti forse che un
arnese cos piccino, avesse in cuore una cattiveria cos grande.


AMLETO.

Non ha che undici anni Amleto, ma bench fanciullo  gi tristo come un
uomo: per precoci indizi, far sicuro carriera nel mondo dei lestofanti
senza scrupoli.

Bel ragazzo, vigoroso, svelto come un furetto, occhio vivace, inquieto,
sempre in attesa, che nel giro di una guardata scopre tutte le novit
del cortile e di tutte le finestre.

Egli ha latente nell'animo un istinto selvaggio che lo spinge a
scompigliare ogni cosa ed a incrudelire senza misericordia contro le
bestie di ogni specie.

In casa nessuno rileva le sue monellerie sgarbate, se non per
compiacersi della sua vivezza.

La mamma, la signora Luciolani, dama di rango e _quasi donna_ per
origini gentilizie,  sempre in giro per le visite, per consulti con la
sarta o la modista, o per il suo patronato delle giovani operaje, e non
 in casa, nel suo salotto in stile Luigi XV che nei giorni di
ricevimento.

Come pu badare con tanti impegni al suo vispo frugoletto? Non lo
ammonisce mai delle sue frequenti scappatelle, anzi si compiace
intimamente dell'irrequietezza spavalda di Amleto, e qualche volta si
diverte delle sue trovate allegre, come quella per esempio di infilzare
a dozzine le libellule e lanciarle cos trafitte e spasimanti al volo.

Farfalle, maggiolini, scarabei, guai se gli vengono a tiro! Li azzecca
con mano esperta, uno spillone nella schiena, e li conficca cos malvivi
nei vasi del salotto della mamma.

Calci e sassate ai cani, manco a dirlo! sembra nato per quello; e se gli
viene alla mano un povero gattino disperso, gli fa passare la quaresima
di Galeazzo.

Del pap cavaliere Luciolani non si discorre: egli trova affatto
naturale che il suo Amleto abbia l'argento vivo addosso--e si capisce,
il sangue non  acqua: la robustezza, la bravura, la vivacit birichina,
sono prerogative ereditarie di buona razza.

Anch'egli cav. Luciolani, ora cos grave e rispettabile, anch'egli
all'et di Amleto era un piccolo demonietto, ci non ostante anzi, forse
per questo,  riuscito a prendere una posizione onorevole, e farsi un
personaggio di considerazione.

E cio: ragioniere fra i primi, se non forse il primo della citt e del
circondario, perito matricolato e ricercatissimo; cavaliere e
consigliere del Comune, liberale ben pensante s'intende e molto innanzi
nella fortuna procacciatasi con la sua multipla attivit.

Al portinaio che si lagnava con lui per una sassata nei vetri del suo
stambugio, e per i dispregi che Amleto aveva fatto al suo gattino,
rovinandogli una zampetta.--Ah ah!--rispose ridendo il cavaliere
Luciolani--tanti guai per un gatto!

Non avete altre storie? I marmocchi sani e forti son tutti cos! quando
io ero dell'et di Amleto, ho legato tre gattini in un mazzo, e li ho
buttati nella cloaca!

Chiaro pertanto che anche dal lato paterno Amleto era tranquillo nelle
sue imprese. C'era in casa la serva, una vecchietta che aveva qualche
ascendente sul birichino; ma quanto al rispetto per le bestie, ah!
giusto lei, che sgozza i polli e li appende fuori senza badare che siano
ben morti, lasciandoli tutta la notte in agonia, starnazzando e
gocciando sangue con la testa all'ingi.

Cose barbare che danno pena e scandalo financo a madama Fagioletti, una
vecchia pinzocchera meticolosa, ombrosa di tutto, la quale per amore
della pulizia, fa abbattere le nidiate che le rondinelle si ostinano a
fabbricare sopra le sue finestre, sbaragliandone le covate sotto gli
occhi dei genitori che assistono disperati all'eccidio, mandando gridi e
sibili che son certo maledizioni.

E che bazza, che carnevale quel giorno per Amleto, gi in vedetta nel
cortile con qualche sozio della stessa risma!

Man mano che i rondinini cadono starnazzando in terra, il buio, in
agguato li ghermisce lanciandoli a giravolta in aria cantando:

    _Vola vola rondinina
    dalla sera alla mattina._

E cos, finch le povere bestiole restano con la ultima botta immobili
sul lastricato, allora Amleto che ha dell'estro, inventa l'ultimo
strazio torturandole con fiammiferi accesi sotto la pancia.

E dire che Amleto sa a memoria la canzone della Vispa Teresa, ed ha
nella sua piccola biblioteca il _Cuore_ di Edmondo De Amicis, rilegato
in marocchino rosso, regalo della mamma nel suo compleanno.

Si  appunto per queste speciali attitudini alla caccia che nella stessa
circostanza il babbo Luciolani regal ad Amleto la carabina Flobert, che
abbatte i passerotti senza strepito, e mette cani e gatti in fuga.


LA MADRE.

Ci stante si comprende con quali esitanze e cautele venni nella
deliberazione di appendere la gabbiola del mio piccolo prigioniero alla
veranda del cortile.

Come fare altrimenti? come si pu pi vivere con quel molesto e continuo
cip cip che acciocchisce e porta via il discernimento? Dove mai questo
bioccolo tutto piume e becco prende tanto fiato per assordare la gente
col suo inesorabile e perforante pigolo?

Man mano che egli si rimette in vigoria, si fa pi insofferente, iroso e
prepotente.

Lo manderei tanto volentieri dalla sua mamma che  sempre l presso
tutto il giorno in vedetta, e su e gi senza requie intorno alla
gabbiola, ma l'ala contusa del piccino  ancora mal sicura.

Liberarlo sarebbe come cacciarlo in gola a Codarossa che gi lo ha
adocchiato con aria di gnorri nelle sue ispezioni di polizia nel
giardino del municipio.

Adocchiarlo, non so, che forse dal basso non lo vede, ma lo sente, lo
fiuta da lontano come un probabile gibier per i suoi spuntini.

Con le pi vive raccomandazioni di vigilanza alla donna di casa, metto
la gabbiola sulla veranda della cucina, e poco dopo, manco a dirlo la
passera chiamata dagli iterati cirip del suo rampollo disgustato forse
di quella novit, staziona gi sul tegolato della rimessa prospicente,
pi vicina e pi comoda per lei che potr senza disturbo accostarsi al
prigioniero e ciangottare con lui a piacimento.

Oh, sentirli quei dialoghetti, e comprenderne il linguaggio, sarebbe una
letizia!

Il piccino picchia ostinatamente sul suo cirip in varie modulazioni, ora
languide or concitate: forse ei dice portami via e lei, la madre
garguglia sottovoce certi discorsi flautali, certe inflessioni vellutate
di tenerezza che sembrano gemiti di un'anima in pena.

       *       *       *       *       *

Il mio piede migliora: il medico mi assicura che tutto va bene... ma che
ne avr ancora per una ventina di giorni.

Strano, questa notizia non mi ha troppo contrariato: sono ormai abituato
a questa vita meditativa.

Il tempo  bello, l'aria  profumata dall'atmosfera di effluvi alitati
dal giardino, sul leit-motif dominante della magnolia.

Cos me la passo alla meno peggio, occupando la mia giornata nella
variet di tanti minuscoli e pur interessanti svaghi dei quali non aveva
una idea, e impiego le mie ore con filosofica pazienza, fumando,
leggiucchiando, fantasticando sulle infinite cose che si svolgono nel
raggio del mio orizzonte.

Mi feci portare _la vita degli animali_ del Brehm, uno dei grossi volumi
 per intero dedicato agli uccelli, e mi rallegro pensando con quanto
amore i pi insigni filosofi naturalisti da Buffon a Brehm, da Naumann
al Lichenstein abbiano sviscerato, illustrato la natura, i costumi delle
piccole creature che popolano l'aria, allietano i campi, i giardini, le
case, le gronde.

E penso al grande Michelet il quale dopo di aver percorso con volo di
aquila la storia universale, si _fece uccello_ come disse il Taine per
sciogliere un inno di alta poesia e di profonda divinazione alla gloria
del passero.

E ancora pi mi addentro nel diletto di questo piccolo mondo, ricordando
che il nostro Spallanzani, scienziato di fama universale, e non meno
patentato del mio vicino cavaliere Luciolani, non sdegn di piegare
l'alto intelletto allo studio delle rondinelle, le brune monachelle
alate del cielo, scrutandone financo la psicologia con intuizioni
divinatorie da par suo.


MATTUTINO.

Sul finire del maggio le notti si abbreviano rapidamente, ma per me,
costretto all'inerzia che mi appisolo tre o quattro volte al giorno tra
sedia e poltrona, non vorrei mai vedere l'ora di ritirarmi.

Alle prime chiarit antelucane, io sono gi desto e presto a sghisciare
sul mio quieto balcone, a respirare nel frizzore vivificante dell'aria
mattutina, piena dei profumi e dei sapori agresti filtrati ed eterizzati
nella frescura notturna.

Aria frizzante che sa di aceto, come disse il mio illustre amico,
Giovanni Faldella.

Dopo tanti anni sciatti e bighelloni vissuti nella monotonia del _malor
civile_, ci voleva questa disgraziata stortura del piede per aprirmi gli
occhi dell'anima e rivelarmi l'ineffabile bellezza e la maravigliosa
poesia del mattino, e l'incanto dell'ora sublime che preannuncia il
sorgere del sole.

 l'elemento divino in atto che rinnova in ritmo perenne il mistero
della creazione.

Financo Codarossa ne subisce il fascino, e spesso, appena il giardino
schiarisce nel brivido del risveglio mattinale, lo vedo sbucare dal suo
giaciglio, e tuffarsi voluttuosamente nei ciuffi delle erbe, e uscirne
rorido di rugiada, barbigiato di ragnatele e di pacciame, e darsi, come
ebbro a un forsennato _stipple chaise_ attraverso alle siepi.

La mondanit nottambula, i _viveurs_ e gli _snob_ del bel mondo,
ignorano questo sorriso, questi poemi della natura: essi han creato per
i loro spassi l'ironia dei _matine_ del pomeriggio, ed all'ora divina
del mattino, sostituiscono l'ineffabile sbadiglio estetico della cos
detta _heure du the_.

Appena traluce il tenue scialbore antelucano, i galletti e i gallastroni
reclusi nelle cantine e nei cortili, si trasmettono a distanza con
allegre chicchiriate i messaggi augurali della giornata. Forse l'ultima
per alcuni di essi, i quali gi segnati dalla sguattera, boccheggieranno
al primo sole con la gola tagliata.

 ancora bruna l'aria, ma gi la rondinella che ha il nido quass sotto
il cornicione, appollajata sui fili del telegrafo, bisbiglia sottovoce
un soliloquio melodico: forse una preghiera alla gloria del sole
imminente.

Nell'aria frizzante fiottano in onde sonore i festosi rintocchi delle
campane che si scambiano la salutazione angelica dell'Ave Maria.

Il giardino, le case, le vie, sonnecchiano ancora nella penombra grigia:
ma lass nel casco cimbrico della torre, gi  sonata la diana, e ferve
la vita nel piccolo mondo degli inquilini piumati.

La torre piglia la prima zaffata di sole sull'elmo: sotto l'ampia
visiera, si illuminano di guizzi e di rilievi le terrecotte che fregiano
i frammenti dell'antico cornicione.

Gi gi, come uno stillicidio sanguigno, scende e si distende la
striscia luminosa, sparpagliandosi fra le grinze e le crepe
dell'intonaco sgretolato, e accende di porpora il fregio arcuato delle
bifore, le grandi occhiaie della vecchia nonna gi desta, eretta e
sorridente, nel tripudio di luce che avvolge in una carezza, e riscalda
le sue vecchie membra irrigidite dai secoli.

In fondo laggi, oltre il tetto del municipio, la piramide aguzza di San
Vincenzo, tutta nel sole, rifrange uno scintillo tremulo dai detriti
vitrei incastonati nel suo cocuzzolo verdastro e squamoso come la scorza
di un caimano.

I gheppi si sono rintanati al primo spunto del sole: qualche
ritardatario veleggia ancor lontano fendendo l'azzurro con ali ferme e
larghe, come alabarde smanecchiate lanciate nello spazio.

I piccioni del municipio sono gi tutti al largo alla pastura per la
campagna, o lungo gli acquitrini melmosi.

Nel testone ciclopico della torre, freme un'orchestra georgica di
cinguettamenti, trilli e sufolate gioconde.

Passeri e stornelli hanno fatto la pace, e cantano mattutino in coro.

A met aprile, quando gli stornelli ritornano dalle lontane residenze
invernali, i passerotti indigeni scampati alla strage jemale, non
vogliono pi far luogo ai reduci egiziani e levantini, i quali dopo la
scampagnata orientale, arrivano freschi coi loro becchi da me ne
infischio, per riprendere i loro alloggiamenti sotto il tetto della
torre.

Il passero nostrano  democratico, ha gusti semplici popolani, si adatta
a tutto, ma ha sull'occhio i gesti, le pose aristocratiche degli
stornelli damerini che disertano la torre ed il paese nei giorni tristi
dell'inverno, mentre i passeri lottano eroicamente contro la fame e il
freddo, e periscono a nembi sepolti dalla neve, sotto il tetto natio, in
quei buchi dove hanno aperto il becco la prima volta alla vita.

Il passero  patriota fedele, lo stornello ha invece tendenze al
vagabondaggio internazionale.

E perci, al primo arrivo dei reduci emigrati, passeri e stornelli si
azzuffano accanitamente, si picchiano sui tetti, sulle gronde, ed anche
in aria, cascando a grappoli vivi e frementi gi nel giardino.

Ma dopo alcuni giorni di battibecchi e di gazzarre, il dissidio si
compone, ognuno trova il suo luogo e si arrangia, e tutti insieme,
passeri e stornelli, si costituiscono in lega difensiva in solidariet,
contro i falchetti predatori che annidano sul campanile propinquo di San
Vincenzo.

Appena uno della lega avvista da lungi un gheppio roteante, caccia un
sibilo di allarme, e passeri e stornelli in un nembo, si precipitano nel
giardino e vi stanno appiattati e quatti finch  passato il pericolo.


STORNELLI.

Che morbidezza scivola e vellutata ha il gorgheggio timido, quasi umano,
dello stornello! Punta il becco verso il sole e garbuglia, ciangotta
sommesso le sue strane ciaramellate: trilli, volate, suoni articolati
che sembrano discorsi, monologhi di flauto parlante.

Che mai dice con quella grazia? chi lo sa? sono accenti e carezze di
ricordanze, forse rimpianti, o sfoghi lirici di un'anima melodica
inneggiante alla gioia della vita?

L'anno scorso ce n'era uno che parlava davvero come un omino: certo uno
scampato dalla gabbia di qualche allevatore che l'avea ammaestrato.

Ma che strano linguaggio a zig zag era il suo!
_Degai--aetzit--zagamit_... chiss, forse parlava l'arabo o l'egizio
imparato laggi.

Quest'anno non torn pi: in sua vece, eccone un altro ancor pi
originale che sufola come gli uomini quando si chiamano, e fa voltare di
botto i viandanti affrettati, con le sue sufolate, come sapesse di
prendere in giro la gente.

Son pigri gli stornelli al paragone dei passeri: quando calano dalla
torre, si abbandonano di peso, cascando gi pieni, turgidi, e indolenti;
sembrano polpette alate.

I passeri al contrario hanno la tarantola addosso, non requiano mai, su
e gi tutto il d, con quel volo frullante nell'indeciso e pur cos
sicuro, sempre in caccia di lombrici e di insetti nei solchi e nelle
siepi del giardino.

Il quale ha dei cesti fioriti e dei ciuffi verdi e densi che sarebbero
un nido di amore per gli usignoli, se non fosse di Codarossa e della sua
brigata gattesca che di notte fanno congressi, giostre, e striazzi nei
cespugli.

E cos, non un trillo canoro del poeta alato nel molle silenzio delle
notti lunari, ma gemiti, miagolati, ululati sinistri di stregone in
tregenda.

       *       *       *       *       *

Il sole ormai altolibrato in trionfo, prende quasi in pieno il
rettangolo del giardino tutto in fiore. La magnolia gi scioglie al
piede la nevicata dei suoi fiori di burro che precedono le foglie: le
siepi di mortella squadrate, danno un senso di pena nella loro rigidezza
inestetica e quasi dolorante per le inique stroncature dei loro pi
vigorosi virgulti, amputati dalla rncola livellatrice del giardiniere
geometra.

Le aiuole bigherate a ornati da pasticciere, trionfano nella cornice di
pratelline e di viole del pensiero, diffondendo note gaie coi cinabri
dei gerani; i ciuffi di peonie e di giaggioli disseminati in giro sugli
sfondi verdi, sembrano luminarie festive di palloncini.

Un pulviscolo di insetti iridati, scintillanti, danza ondeggiando nella
rosea zaffata del sole; i passeri in perenne frizzore erotico,
occhieggiano sdilinquiti le femmine, rincorrendole a salterelli nervosi,
con le ali tremole, abbiosciate, invitandole con ogni sorta di
smammolature all'imminente covata.


LE SUORE DI SANTA CHIARA.

Dieci ore. Vedo a me dirimpetto gli impiegati dello stato civile, nei
loro scanni presso le finestre spalancate: hanno gi leggiucchiato il
giornale, ed ora scribacchiano piegati sul tavolo, fra cataste di carte
e di libracci.

Tutta la vita cittadina  casellata protocollata in numeri di matricola
e per ordine cronologico e alfabetico nel meccanismo burocratico che
piglia gli uomini nel suo ingranaggio, rigirandoli nei meandri dei suoi
casellari, finch li restituisce morti.

Nascere, vivere e morire, significa percorrere tutto l'alveare
anagrafico, passare da un registro all'altro, sciupando nel viaggio una
catasta di cartacce scarabocchiate e bollate.

 passato ora  poco il carrozzone dei delinquenti condotti al
dibattimento con la vigile scorta dei gendarmi.

La Corte di Assise  aperta! Il tempio della giustizia! Anche l,
codici, libroni, documenti processuali, matricole e matricolati: altre
montagne di carta imbrattata, altre cagliature che rigirano nei loro
scomparti i candidati della galera.

Le suore del vicino monastero di Santa Chiara sono nell'oratorio, e
cantano in coro la terza preghiera.

Sento di qui le voci trepide, belanti, voci senza sesso, come quelle dei
bambini.

Prima preghiera alle cinque, subito dopo la campanella della sveglia,
poi alle otto, e cos a intervalli, tutto il giorno.

Povere creature, che misera vita! Sono pi di cento le recluse viventi
nell'ombra assiderante dell'alto muraglione che le taglia fuori dal
mondo.

Donde vengono, qual soffio di vento sinistro sospinge ed ammucchia come
foglie divelte tante derelitte nei freddi androni di quel sepolcro
medioevale?

Per gran parte sono umili fanciulle del contado che pigliano in uggia la
vita comune, forse senza una ragione, attratte da un abbacinamento
mistico, da una crisi di malinconia, da un ideale di sacrificio, da un
dolore o da un dispetto, e vengono a murarsi, a macerarsi l'anima e la
carne con le privazioni e le compressioni di ogni maniera.

Creature buone, sensibili e pavide fatte di remissioni e di
misericordia, insofferenti dei rudi contatti e del banale e faragginoso
trin tran del mondo; o povere e ingenue marmittone diseredate, ristrette
di spirito, rannicchiate in se stesse; cenerentole della casa, tenute
come strumenti da lavoro, o come strofinacci domestici.

E fra tante ignare e incoscienti, qualche anima gentile, conscia di s,
del suo diritto alla vita, battuta dalle procelle dell'anima, costretta
dalla crudelt del destino a rifugiarsi nel miraggio ideale di
un'esistenza di solitudine e di preghiera.

E quante ne muoiono! Ogni tanto verso sera si apre una misteriosa
porticina, e via, quasi di soppiatto, senza un rumore, senza un frusco,
ne portano una al cimitero.

Un breve corteo di monachelle che scivolano silenziose lungo il
muraglione, serrate in doppia fila, affrettate: tutte uguali, sggolo e
pettorina bianchi, cappuccio nero, alette forcute svolazzanti al vento,
come schiera di rondinelle fuggenti, e dileguano salmodiando sommesse
dietro l'umile bara della perduta sorella.

Dal mio balcone vedo lass, dietro il cupolino dell'oratorio, un
segmento interno del chiostro: una specie di altana con poche
finestrelle che occhieggiano timidamente al di sopra del muraglione.

Spesso mi vien fatto di scorgere nel vano di quei buchi, una leggiadra
figurina di monachella, di quelle in cuffietta, che non hanno ancora
l'imbuto sulla testa.

Dico leggiadra non a caso, perch a volte posso guardarla col binoccolo,
facendomi schermo di un vaso per non metterla in soggezione.

Bella davvero nel suo drappeggio di mater dolorosa: una figurettina
degna del Ghirlandaio, agile e fresca, modellata di grazie, e di
eleganze spirituali; tipo di brunetta meridionale, faccina ovale
accartocciata come un fiore nel sggolo; incorniciata in un amore di
cuffietta nera civettuola, con risvolto _pliss_ a cannelloni
candidissimi.

Apre la finestrella spiccando a tutto rilievo nello spanto del sole.
Posso allora ammirarla a tutto mio bell'agio e la osservo con puro senso
estetico, rispettoso di quella bellezza vereconda, votata al cielo, con
una punta amara perch quel volto delicato e pallido, quegli occhi
profondi, hanno una espressione di tristezza, una velatura che mi sembra
l'occulto rodo di un'anima in pena.

Si indugia per poco nella pennellata fiammante del sole, guarda lontano
nell'orizzonte che di lass spiega di certo l'ampia distesa della
campagna, e poi dilegua nell'ombra della cella, ma non cos presto da
non lasciare nel vano nero l'ultimo bagliore dei suoi occhioni
profondamente malinconici.

Mai visto un lume lass in qualunque ora della notte: certo la gentile
monachella va a dormire al buio come le rondinelle che hanno il sggolo
candido, la capparuccia nera, e sono sottili, esili come lei.

L'attesa e la soave apparizione di quella creatura,  per me una delle
pi vive attrattive; e quando tarda, frugo con l'indiscreto binoccolo
nel mistero della finestrella chiusa.

Perci sono alquanto contrariato, appunto perch da tre giorni non vedo
apparire all'ora consueta la gentile cuffietta, e a notte la sua
finestra  schiarita dalla nubeola di un lumicino fioco, e scorgo delle
ombre che si muovono inquiete.

La scorsa notte le fiammelle erano parecchie come in processione, e le
ombre pi numerose: un andare e venire agitato di sinistro augurio.

Ammalata certo, e forse gravemente; la finestra sempre sbarrata malgrado
il roseo invito del sole; pi non vedo la pia verginella che mi
irradiava inconscia nell'anima una soave salutazione di Ave Maria
mattutina.

Era tanto fragile, tanto smorta e quegli occhioni bruni e profondi
avevano bagliori di febbre!

       *       *       *       *       *

Undici ore--passa il sottoprefetto, grave, lento, preoccupato da chiss
quanti pensieri. S' alzato tardi e si capisce: ieri sera lo vidi quando
rincasava dal teatro con la sua bella signora, dopo mezzanotte.

La via era deserta e semibuia, madama batteva i tacchi sul marciapiede,
pareva concitata, dispettosa; il marito prefetto, le andava dietro di un
passo borbottando: si bisticciavano.

Passando sotto al mio balcone, la signora esclam: Che stupido! parlava
forse di un altro: bench la cronaca pettegola... Via, lasciamo andare.

Adesso l'egregio funzionario esce per respirare una boccata d'aria,
perch presto  l'ora del dejeuner.

Ma neanche in giro la gente lo lascia in pace, costringendolo a
scappellarsi ad ogni passo, mettendo allo scoperto, alla luce del sole
la sua testa rapala e lucente, un brivido di nudo ovale che gli scende
fino alla nuca.

Chiss quali e quante benemerenze patriottiche e civili onorano quella
precoce e maestosa calvizie!

E quel buffo di stornello che fischia i passanti, par che voglia
beffarlo chiamandolo senza rispetto, con certe sufolate da carrettiere,
come avesse a che fare con un merlo suo compagno di gronda.

Prima dell'orologio e delle campane, segnano il mezzogiorno gli
impiegati dell'anagrafe gi pronti per andarsene, e i latrati e i
mugolii lamentosi e famelici dei cani accalappiati, rinchiusi nei
sotterranei del palazzo municipale, e tenuti per tre giorni in custodia
e digiuno a spese del comune.

Povere bestie, vivendo in consorzio con gli uomini, hanno contratto
l'abitudine dei pasti regolari, e latrano a mezzogiorno e all'ora della
cena in segno di protesta, per la patente violazione dei loro diritti
civili.


MERIGGIO.

 l'ora della siesta, ora afosa, opprimente, in cui si addensa sulla
citt l'aria palustre del dintorno, arroventata dal sole; finanche i
passerotti irrequieti smettono l'incessante su e gi, e si appisolano
all'ombra dei tetti e sugli alberi, pipilando sommessi.

Gli stornelli sono in giro di pastura per le campagne: uno solo rimasto
lass in vedetta; ritto sul ciglio della torre come un muezzin sul
minareto, e gorgheggia nel silenzio dell'ora bianca, una strana
cantilena flebile e monotona.

Chiss? forse una nenia moresca imparata laggi nel paese del sole e
delle spezierie.

Codarossa, il sindaco dei gatti, gatto burocratico, sdraiato pancia in
aria alla turca sul tappeto erboso ombreggiato da una conifera, segue
con occhio morbinoso e poltrone i saltelli di un elegante luccherino
sulla magnolia.

Ma Codarossa con la sua aria da pagliaccio, se ne infischia di quel
fuscello alato, come dei topi pullulanti nelle grotte del municipio.

Egli  un gatto di rango, gatto impiegato civile, che sente la dignit e
il sussiego aristocratico della classe.

Cos per spasso, come i signori, si diletta di caccia leggera per svago,
tanto per ammazzare il tempo.

Delle volte balza di scatto, corre su due zampe, spiccando salti
pazzeschi, da pulcinella, per azzeccare farfalle al volo, oppure
adocchia le lucertole rincorrendole fra le siepi, strappandogli la coda,
e si abbandona ai lazzi pi buffoni, saltabeccando intorno a quel
moncherino guizzante in convulsione.

Adesso  stanco, annoiato, e riposa supino sul tappeto verde, guardando
in aria con occhio beato da minchione.

La strada  deserta, battuta, folgorata dal sole, i pochi passanti
rasentano i muri riparando nella striscia di ombra portata dalle case.

Anche il passero mio compagno di clausura, ha ficcato il becco sotto
l'ala e messo in tacere quel suo formidabile cip cip che fora le
muraglie.

Penso che a giorni, a Dio piacendo, usciremo insieme, io col mio piede
arrembato, egli sulle ali vergini al volo; io riprendendo il _trin tran_
monotono della mia vita casellata in orario, egli libero e giocondo per
la via dei cieli effusi di profumi, raggianti degli splendori
primaverili.

Come i principi leggendari uscenti da perigliosa infermit, scioglievano
i ceppi di un condannato al supplizio, cos io dar il _via_ della
libert, al mio minuscolo prigioniero.

Ci rivedremo ancora nel mondo? serber egli un ricordo del suo
protettore che lo ha salvato? Ricorder ancora il balcone, la veranda e
la sua gabbiola? Ebbene, confesso che mi d pena il pensiero di non
rivedere mai pi il mio piccirillo, e quella sua eroica mammina che si
struscia e strazia da tanti giorni per non abbandonare la sua creatura.

Qual gioia per lei quando aprir la gabbia dicendole: riprendi il tuo
piccino, e portalo con te in un volo di estasi materna. Era morente,
fiaccato, e te lo restituisco rifatto, vigoroso e forte; vi arrida la
buona fortuna!

Certamente il mio sopra illustre vicino cavalier Luciolani, nella sua
gravit burocratica di ragioniere e perito, sorriderebbe di queste
debolezze sentimentali, e chiss quante altre cospicue personalit la
pensano in quel modo istesso!

E si capisce: quelli sono gli omenoni gravi e positivi, le colonne della
societ, gente seria, campioni di quell'austera compostezza equilibrata
che Emerson ha definito: _Buon senso quadrupede._

Pi certo ancora  che tutti i solidi e geometrici Luciolani della
terra, non hanno mai posto mente n ai passeri n agli usignuoli.

Ti ti to to ti cantano gli uccelli nel famoso coro aristofanesco.

Ti ti to to ti.

Non v'ha cosa pi soave o mortali Del librarsi sopra l'ali!

Ma ci vuol altro che queste bgole poetiche per le zucche positive!

Scommetto che se dicessi al cavalier Luciolani che un certo Aristofane
ha cantato gli _uccelli_ e le _rane_, egli crederebbe in buona fede che
si tratti di un intingolo culinario per guernire la polenta.

E nemmeno madama Luciolani, _quasi donna_, tanto devota, pia come si
addice alle dame di rango, nemmeno lei sa, si pu giurarlo, che S.
Francesco allietava la sua beata solitudine, conversando coi passerotti
montani, e che finanche S. S. Leone XIII era appassionato cultore, e
protettore degli uccelli.

Una cosa sanno gli uomini seri e positivi, cio, che gli uccelletti si
mangiano, e sono un piatto delizioso.

Ma questo lo sa anche il micio Codarossa che non  n cavaliere n
ragioniere, e se ne sta meriggiando beatamente alla turca con la pancia
al sole.


FIGURINE.

Verso le due pomeridiane, la strada si rianima: passano gli operai, i
commessi di negozio, i begoloni che vanno al caff, e a gruppi le
popolane che tornano negli opifici riempiendo la via di festosi clamori.

Giovani allegre, spensierate, sempre pronte a sghignazzare per le pi
stupide inezie: ce ne sono di belloccie davvero, ma per lo pi troppo
vistose nel torso e nei fianchi, con certe mosse procaci che
all'apparenza dicono cose, le quali in realt non sono che gesti
inconsci di civetteria.

Le sartine, le commesse invece, trotterellano con piede di gazzella,
raccolte in graziosi ed eleganti costumini foggiati a pennello sulle
loro agili figurine: scarpette irreprensibili, acconciature fantastiche,
secondo il _dernier cri_ della moda.

Procedono affrettate, con portamento contegnoso, riserbato, come damine
pavide e impacciate; ma i loro occhi dicono il contrario.

Ecco gli impiegati municipali, uno dietro all'altro, solitari,
adagienti, stracchi di seggiola nel portamento sciatto indolente. Il
meccanismo burocratico li foggia li impronta secondo il tenore delle
loro mansioni: la _routine_ li maciulla, li annienta, irrigidendoli
nella dormiveglia di un'atonia indifferente, diffidente e scettica di
ogni cosa.

Facce annoiate, atteggiate ad un sorrisetto di prammatica, sorrisetto
professionale, indeciso, che vale per tutte le occasioni, come la loro
carta di visita col P. C. il quale secondo le circostanze serve per
congratulazione e per condoglianze.

Costretti nella gerarchia della carriera a tenersi in panna fra le varie
correnti e l'atteggiamento dei partiti che dividono la cittadinanza,
essi adottano il partito pi igienico e prudente di non avere opinioni,
galleggiando, ondeggiando come turaccioli in acqua nei loro rapporti
sociali e professionali, per non urtare con nessuno.

Non c' che Codarossa tra gli impiegati e funzionari che si permetta il
lusso di una perfetta indipendenza, e agisca a suo talento, senza
soggezione, fuori di orario e di casella, facendo senza un pensiero al
mondo il comodaccio suo.

Ah quella grinta, con le sue arie da pulcinella, sfugge alle prese
dell'ingranaggio burocratico che concentra nel vuoto i suoi colleghi di
ufficio. Egli  anarchico in politica e in civile, e s'infischia
allegramente di qualsiasi autorit superna o subalterna, della gerarchia
come del regolamento.

Recentemente in occasione di non so qual cerimonia ufficiale, mentre gli
altri impiegati sfilavano in tuba e frack al ricevimento del sindaco, si
dovette distrarre dal servizio due pompieri in grande bardatura di
parata, con elmetto e pennacchio, e sguinzagliarli alla caccia di
Codarossa che faceva il pagliaccio senza rispetto nella sala dei
matrimoni, buttando in aria carte, calamaio e documenti.

Ieri il Sindaco, due assessori e il segretario capo traversando il
giardino si soffermarono a mezzo, discorrendo animatamente: Codarossa
era l ad un passo oltre la siepe di mortella, intento a certe sue
occorrenze urgenti, e senza un ritegno al mondo continu l'affar suo
come niente fosse, senza neanche voltarsi.


L'AMORE.

Scoccano le due, ed ecco apparire alla svolta di piazza Mercato la
solita coppia di innamorati, con esattezza cronometrica.

Sempre cos ogni giorno, al momento preciso, come se l'orologio battendo
le ore li lanciasse fuori con uno scatto di congegno automatico.

Avanzano lenti, incuranti, anche nei tratti di strada fulminati dal
sole.

C' il sole? non se ne accorgono: essi bruciano pi di lui; nelle loro
anime sfavilla una luminaria pirotecnica di fontane luminose, una
pioggia di stelle filanti, l'arcobaleno di un'estasi divina.

Avanzano lenti frusciandosi, ninnolandosi, sfiorando appena il terreno,
come levitati da un volo interiore.

Si cammina, si vola cos aleggiando una volta sola, nella primavera
della vita, come in sogno, attratti, allucinati dal miraggio di un mondo
divino, risplendente al di l delle stelle.

 l'amore, l'amore in fiore, inesprimibile: l'amore quintessenza astrale
intangibile, l'amore incantamento che dal nulla, da uno sguardo, da un
sospiro, trae un filtro inebriante, e crea un empireo di bellezza
trascendente, al cui paragone sono pallidi riverberi lontani le musiche
e i poemi, i canti delle Pierie, e i pomi d'oro delle Esperidi. Posso
guardare, ammirare a mio agio la coppia beata che avanza adagiando,
ondivagando smarrita in se stessa.

Lei  una bellezza esotica; tipo orientale, modello estetico che non ha
riscontro di parentela con le figure del nostro paese: polline disperso
di un fiore di altro clima, soffiato qui dal vento levantino.

Testa da Guercino dolcemente inclinata, incappucciata in una massiccia
capellatura bruna, ondulata e lucente, tinta lievemente ambrata,
occhioni grandi stellanti che guardano lontano nel mondo dei sogni, e
hanno dentro una tristezza di esule; la tristezza semitica: andatura
flessuosa, di mollezza orientale.

Lui no, non  niente estetico: tipo maschio e forte: magro, segaligno,
disseccato forse dalla febbre di quegli occhioni, rosolato da una
cottura di passione che gli asciuga l'anima e gli porta via il
discernimento. Sono fidanzati, mi dice la donna di casa.

Due volte al giorno passano di qui e talvolta anche a sera tarda, a
braccetto o addirittura abbracciati secondo il colore del tempo.

Del resto sia giorno sia notte, si capisce che non vedono che se stessi,
e niente altro al mondo, ed  facile arguire che un bel giorno, a Dio
piacendo, invece di tirar dritto, svolteranno a mezza via al cancello
del giardino municipale, e su per lo scalone andranno a finirla una
buona volta.

Si sposeranno: l'amore in fiore, l'essenza divina consolidandosi in
frutto, ceder l'ale e andr pedestre per il mondo battendo i tacchi sul
selciato della realt inesorabile.

L'incantesimo, le ebbrezze astrali tuffati nel reagente burocratico,
diverranno sostanza tangibile e palpabile: e allora, addio. _Verbum caro
factum est!_ e con quattro sgorbi di nero sul bianco, lo sbarbaglio del
loro poema d'amore, rester sigillato, protocollato sui libracci dello
stato civile, e cesellato in archivio. Amen!


TRAMONTO.

Verso le cinque, nell'ora gaudiosa in cui il cielo sciorina e stempera
in mirifiche trasparenze i colori e le iridate sfumature del tramonto,
gli stornelli ritornano alla spicciolata dalla campagna adunandosi a
congresso, man mano che arrivano, sul tetto spiovente della torre
fulminata in pieno dalle zaffate del sole.

I passerotti irrequieti fanno un patasso cos assordante, che Codarossa
raggomitolato all'ombra delle tuie, si alza, e se ne va con segni
evidenti di disgusto, trainando svogliatamente la coda di sghembo, come
gli ufficiali annoiati trascinano la sciabola.

Le rondinelle volteggiano alto nell'azzurro con la pancia pennellata di
sole.

Il giardino smuore lentamente nell'ombra bigerognola del vespro,
spegnendo la luminaria veneziana dei geranii, delle salvie, delle
verbene in fiore.

La torre ancora soleggiala in pieno, ride nel tepore dell'aria, luminosa
e rubizza nel suo faccione da mandarino carnevalesco.

Pi oltre, laggi intorno alla piramide di San Vincenzo, i gheppi
roteano in grandiose e lente spirali, cacciando sibili e garriti aspri,
metallici, come stridori di lima sui denti della sega.

Ecco i martinetti, i rondoni, i canottieri dell'aria! Irrompono fulminei
come raffiche di proiettili lanciati da una batteria di mitragliatrici:
sembrano brigate chiassose di mascherotti in domino e marsina, con
moretta nera fino al taglio della bocca: le code stirate, giunte in
ritardo alla festa.

E cominciano i volteggi, le danze, le farandole, i mulinelli vertiginosi
intorno alla torre, riempiendo l'aria di gridi gioiosi, aguzzi e lunghi
che trapassano il cervello come aghi.

Oh la meraviglia di quell'ala formidabile, vittoriosa, che non conosce
n stanchezza n posa!

Per due ore senza tregua, i mascherotti danzano, tripudiano nel delirio
del volo, roteando, rincorrendosi a zig zag pazzeschi, incrociandosi a
frotte come nembi di spole nere che trapuntino la vacua sofficit
dell'aria.

I passeri accorti e circospetti, abbreviano i voli e si tengono
prudentemente al basso, temendo lo scontro disastroso di quegli arieti
turbinanti.

I quali dopo quella scorribanda vertiginosa intorno alla torre,
cominciano col calare dell'ora a dileguare inavvertiti, come monelli in
ritardo alla cena; salgono salgono levandosi in grandiose spirali, e
spariscono nel verdazzurro infinito del cielo.

Dove vanno? In alto, risponde il nostro grande Spallanzani che li studi
sagacemente: in alto, in excelsis; si disperdono a piccole bande
nell'azzurro celeste, e non discendono di lass che alla prima luce del
giorno, alla spicciolata, per intanarsi nei buchi delle torri e riposare
finalmente.

Le prime nottole con volo molle come cenci all'aria, guizzano nel
rettangolo del giardino gi dormente nell'ombra: il verdegaio delle
aiuole si incupa: una brezzolina lieve e umida lambe e scuote in una
carezza i ciuffi fioriti e le criniere delle edere e dei vilucchi
rampicanti.

Un tenue roseo vespertino fascia ancora il sommo della torre: gli
stornelli ritti in giro sul ciglio, becco in su, nereggiano sul ciclo
scialbante, e gargottano con voce flautata un corale sommesso,
interrotto a quando a quando dalle zufolate da carrettiere di
quell'altro, che si diletta a beffeggiare i passanti.

I passerotti raccolti nel frascame degli alberi ciaramellano tutti
insieme, narrandosi forse la cronaca della giornata, o come crede con
francescano sentimento il volgo, sciogliendo la preghiera della sera al
buon Dio che li assiste.

Gi nella strada si accendono i lampioni, i passanti non sono pi che
ombre nere affrettate, indecifrabili.

I falchetti di S. Vincenzo allargano sempre pi i cerchi del volo
nell'aria imbrunita, allenandosi per le imminenti incursioni notturne,
alla caccia della preda; ma ormai gli inquilini della torre sono al
riparo: passeri e stornelli dormono tranquilli nei loro alloggiamenti.

Anche la passera, la mamma del mio prigioniero, ha lasciato con l'ultimo
barlume la gabbiola: per certo ella si appiatta alla meglio sotto il
tegolato della rimessa per vigilare da presso il suo piccinino, mentre
egli dorme appollajato su l'ultima stecca, sempre con aria imbronciata e
dispettosa anche nel sonno.


CRISI MUNICIPALE.

 questa l'ultima sera del mio sequestro a domicilio: il dottore mi
dichiara guarito e mi consente di uscire domani con prudenza e bastone,
dopo colazione.

Ho cenato di gusto conversando con amici che vengono a farmi compagnia,
portandomi con l'aria della strada le notiziette, le quisquilie, le
spazzature della cronaca cittadina. Quante minuscole frascherie!

Un fatto volgare, uno scandaluccio, un pettegolezzo, un pulviscolo di
miserabili cose, bastano al pascolo quotidiano di tutta una
cittadinanza.

Vivendo in questa atmosfera asfittica di sciatterie, i cervelli si
atrofizzano nell'inedia del vuoto, talch sembra unica ragione del
vivere quel nulla di gofferie e di malizie che alimenta la bassa
curiosit della gente.

Ascolto con animo lontano le chiacchiere di cronaca che mi riferiscono
gli amici: quel fuf di cose insulse, quel ciarpame di frivolezze, di
piccole beghe cittadine, riverberano sullo specchio sereno della mia
solitudine meditativa la visione di una nuova e pi comica Lilliput.

Si profila una crisi municipale, mi dicono gli amici. Proprio stassera
si terr consiglio: seduta straordinaria e movimentata, che avr per
sicuro epilogo le dimissioni del Sindaco e della Giunta.

Intanto i bilanci non sono ancora approvati: si vocifera di storni
irregolari, di progetti falliti per stringenti difficolt finanziarie,
ecc. ecc.... con veduta in lontananza di un commissario prefettizio, e
probabile scioglimento del consiglio.

Strano! quei discorsi, quelle ciccole che animavano tanto i miei amici,
mi parevano echi lontani di un mondo morto e sepolto, e ci vollero dei
grandi sforzi per mandare indietro gli sbadigli che mi salivano alla
gola. Decisamente la mia sensibilit affinata nella solitudine ha preso
in uggia quel gergone di voci e di parolacce che sentono un tanfo di
muffa burocratica.

La crisi, l'interpellanza, lo spareggio, gli storni, il preventivo, il
consuntivo, il Commissario!... che importava a me di quelle storie
rancide, di quelle beghe, di quell'accozzo di voci barbare da azzecca
garbugli?

Io pensava con tristezza nostalgica al mio balcone tranquillo, specola
discreta di tante osservazioni attraenti: pensava al giardino, alla
torre, al piccolo mondo cos denso di variet, sgargiante di luce, di
colore e di suoni, che si svolge con tanto fremito di vita intorno alla
mia solitudine.

Ah! l'inane e misera banalit della _routine_ quotidiana coi suoi
minuscoli intrighi, con le sue vanit e coi suoi industriosi egoismi da
formica, mi congela l'anima! Gli uomini e le cose e le bgole cittadine
evocati in quei discorsi, stridevano come sfregi e stonature villane
sullo schermo luminoso del mio poemetto georgico, come stridono e
disgustano nei quadri dei grandi maestri, i grotteschi dei nani
sciancati e dei gozzuti, schizzati per bizzarria di contrasti.

Pensava ai lieti passerotti, agli stornelli di lass che non hanno n
consiglio n bilanci, e pur vivono giocondi senza pensieri, cantando
laudi di amore al _frate sole_ e alla provvidenza divina.

E quando gli amici mi dicevano COMMISSARIO, mi veniva in un brivido per
associazione di idee, la visione nera del gufo ronzante con volo silente
e sinistro intorno alla torre dormente.

E quando dicevano CONSIGLIO, io pensava alle grottesche congreghe
notturne dei gattoni barbigiati e caudati che fanno striazzi e baruffe
indiavolate nel giardino, sotto l'alta presidenza del sindaco Codarossa.

Un mese di solitudine pensosa, di risciacquo all'azzurro, all'aria, al
sole, mi ha fatto la vista grande, mi ha ossigenato il sangue,
ringiovanito la mente di freschezze spirituali, riaccostandomi alla
natura.


NOTTURNO.

 mezzanotte--notte lunare: nell'aria spira un sussurro melodico di
_casta diva_. Gli amici se ne sono andati da un pezzo, ed eccomi ancora
indugiante sul mio balcone, assorto, smarrito nella contemplazione del
ciclo costellato.

La grande orsa, come enorme ragno tiene fra le zampe stellanti met
della geometria siderale; le pleiadi, le gallinelle, sciame di lucciole
palpitanti; pi oltre, nel profondo abisso, un dardeggiare vespigliante
di rubini, di topazi, di zaffiri proiettati in fascio di fiamme, forse
Sirio; chi lo sa? e che importa saperlo?

Che monta un nome alle meraviglie della creazione? che importa numerare,
casellare? vorremo matricolare, e dare uno stato civile anche alle
stelle?

Guardando il cielo, in una notte serena, ci assale il brivido
angosciante dell'infinito, la vertigine dell'eternit!

Ahim quanto siamo miseramente egocentrici e soggettivi! Ha ragione
Voltaire:

    _Bonne ou mauvaise sant
    Font notre philosophie._

Nell'etere metafisico delle astrazioni, nulla  pi relativo
dell'assoluto: le stesse cose osservate con animo diverso, librano
Biagio Pascal al volo della fede, e piombano Leopardi in quella tenebra
che Mazzini ha definito disperazione anarchica!

Penso con senso di rimpianto all'addio che sto per dare a questo
tranquillo rifugio per rientrare ciabattando nella banalit della vita
positiva, senza fiori, e senza stelle.

Serata deliziosa: un silenzio profondo che mi lascia sentire il mio
respiro: a tratti, a folate, giunge il lontano susurro serico dell'aria
frusciante nei grandi platani dei viali, e il fievole corale dei grilli
e delle cicale.

Ancora lumicini in processione erranti come fuochi fatui, e ombre
spettrali, si agitano alla finestra della monachella: che avviene lass?

Nel giardino si stende come un drappo funebre l'ombra portata dal
palazzo: appena si discerne la striscia grigia dei sentierucoli. I
ciuffi densi delle tuje e delle ortensie, sono chiazze nere nel buio: le
siepi di mortella e le zolle bigherate, nereggiano come rettili
striscianti sul bigio tenue delle ghiaie.

Spenti i lumi del palazzo municipale: la seduta durata fino alle undici
 finita. Chiss come? penso alla crisi, e sorrido ricordando i gatti i
quali questa sera sono in ritardo al consueto convegno.

Via passa nel silenzio dell'aria un chiurlo sinistro che si disperde
lontanando.--Il gufo!

Alzo gli occhi alla torre nello sgomento di udire il gemito lacerante
della vittima strappata al dolce nido, ma nulla: il rapace uccellaccio
punta altrove il famelico rostro.

La vetusta nonna torreggia maestosa e silente nella sua mole, vigile
scolta eretta con gesto altero di cipiglio.

Dalle propinque campagne viene a folate intermittenti col cri cri
metallico dei grilli e lo stridio delle cicale, il corale dei ranocchi,
come ronzo lontano di cento raganelle.

La strada deserta: qualche raro passante rasenta la cancellata del
giardino, dilegua nel buio e si sente lontanare nel silenzio morto, alla
battuta del tacco sul selciato. Qualche cane randagio, affrettato e
circospetto, con la coda dimessa, passa furtivo nell'ombra.


SABBA GATTESCO.

Scocca nell'aria l'una dopo mezzanotte. Ecco, Codarossa lancia nel
silenzio nero del giardino il primo gnaulato!

Un gattone bianco attraversa la via come un razzo, e salta di balzo
dentro la cancellata: due altri vengono di fuga dalle ombre del mercato,
e dentro anch'essi: ed altri ed altri ancora, sbucati da ogni banda,
come congiurati in agguato, in attesa del fischio.

Gi dai primi approcci fra i congressisti, si comprende che c' del
torbido nei propositi; fremiti di collera compressa, e una voglia
belluina di menar le zampe.

Rugliamenti, ringhii pieni di livori, soffiate e starnuti: guaiti atroci
che pigliano alla gola: botta e risposta da ogni parte; duetti, terzetti
e ripieni concertati di strida, di gemiti laceranti, di soffioni, di
sibili serpentini che agghiadano il sangue.

La seduta  aperta. Giove salato, che dialoghi in versi amebei!

Miagolati, ululati a destra a sinistra, quinci e quindi, come nella
battaglia di Maclodio! Uno i duole come un moribondo, soppannato in
falso bordone da un coro di rugliamenti ringhiosi: un altro articola
gemiti quasi umani: _o maman! oh... mi! ahi... Ahi... ahiajajass!_ con
lamenti da stregone messo sul braciere.

Ha ragione il dottor Raiberti, l'arguto psicologo del gatto: si
chiamano, si minacciano, si azzuffano con accenti omerici, gridando,
articolando distintamente: _Menelao... aia...ce, agamenno...on!_

Quanti sono? nel nero delle siepi sfavillano e sforacchiano a tratti,
baleni e costellazioni di occhioni verdi e gialli da basilisco.

Un po' di sosta, tenuta in tensione da un sordo brontolio, e poi di
scatto ripigliano urlando, ringhiando come belve sbrancate da un
serraglio.

Evidentemente anche i gattoni sono in crisi come i membri del consiglio:
forse Codarossa sopraffatto dalla maggioranza ostile, d le sue
dimissioni come il sindaco del comune, suo collega.

Ecco adesso  lui che arringa con impetuosa eloquenza; conosco fra tutte
la sua voce tribunizia: gli altri, i gatti consiglieri e i membri della
giunta, ascoltano rugliando sommessi, o minacciosi, secondo il colore
politico e la fazione.

Un breve silenzio, poi di nuovo l'assalto pi accanito, pi disperato.
Dio che bolgia dantesca! una baruffa di demoni di serpenti, alle prese
nelle tenebre.

Fischi, urla, gemiti, stridori e rantoli che danno lo spasimo: guaiti
lunghi che fendono il buio come spade lucicanti, lamenti di donne
partorienti, e vagiti laceranti di bambini straziati dilaniati in una
nuova Strage degli Innocenti.

E sopra tutte, pi forte e perforante si leva la voce di Codarossa,
ululante come se gli strappassero le budella dalla pancia.

Che avviene in quel groviglio nero, nel cozzo di tante anime dannate?

Assale il pensiero la visione e l'orrore di una carneficina da
pellirossa.

Buffate rabbiose, soffioni, garriti e sibili da drago: un frusciamento
rapido di fughe nel fogliame squassato, e poi ad un tratto pi nulla,
come per incanto, come se il tocco di una bacchetta magica avesse
intimato il silenzio alla satanica tregenda.

Dall'inferriata del cancello sbucano e balzano fuori a scatti i
consiglieri, mogi e silenziosi, cadendo con tuffo agile e floscio di
bambagia; e bianchi e neri e bigi, filano via quatti e striscianti
nell'ombra, con le code allungate e dimesse.

Non un morto, n un ferito dopo tanto strepito! La seduta  sciolta.


TRAGICA IRONIA.

Dal fondo della via deserta si profilano due ombre: avanzano parlando
sommesso, si soffermano presso la cancellata mentre io spio fra i vani
del balcone: riconosco gli innamorati, la bella fenicia e il suo damo:
abbracciati s'intende.

Un bisbiglio inafferrabile da bocca a bocca, e un bacio ardente scocca,
solcando di un brivido di amore il silenzio dell'ora; un bacio lungo
intenso, che anticipa la sveglia di tutta una posterit nascitura.

Al biscanto della via sopra la lapide del grande Leonardi giureconsulto
ed umanista, che d invano il nome alla contrada dei Gatti, splende un
fanale indiscreto; ma gli amanti sghisciano via, e si soffermano nel
vicolo nero, contro il muraglione del convento di Santa Chiara. E
allora... in gamba Giovanin!

Non li vedo pi, ma li sento a intervalli per la musica dei baci che
sembrano chiamate di gatti.

Tragica ironia delle cose! proprio ai piedi della carcere claustrale, in
quell'ombra frigida che avvizza, sugge e strazia il fiore di tante
verginelle inconscie, schiantate alla promessa della giovinezza, agli
inviti, ai sogni dell'amore: proprio al piede di quel sepolcro, sulle
labbra della coppia innamorata erompeva in trionfo il ditirambo della
vita!

E mentre presso a quel muraglione sacro per tante rinunzie, per tanti
dolori strozzati, vibra e freme un poema dionisiaco, lass sull'altana
del chiostro, nell'occhio fioco della finestrella rischiarata, leggo e
sento, e so, che la smorta monachella smuore nelle strette dell'agonia,
esalando sul gelido crocefisso l'ultimo bacio della sua bocca
immacolata, l'ultima favilla dell'anima assiderata nel martirio
dell'essere che rinnega la sua sostanza e le leggi della natura,
anelando al cielo!


RICORSI ANTICHI.

 tardi: un coltrone di nuvolaglie spegne la luna: tutt'intorno si
addensa un cerchio di ombre, un silenzio estatico imponente, nella cui
paurosa immensit, gravita e incombe la presenza divina.

La torre immerge nelle tenebre il ciclopico testone arroncato di secoli
e di storia.

Forse nell'alto silenzio che avvolge ogni cosa, la vetusta mole obliosa
del presente, sogna e rivede nella notte nera le remote vicende dei
tempi lontani, e rivive nella ricorrente visione del suo mondo,
illudendosi che nulla sia mutato nel corso dei secoli.

Ancora come allora, i passeri e gli stornelli riposano in pace sotto
l'usbergo dell'ampia sua visiera: ancora si erge compagna contubernale
la piramide aguzza e squamosa di S. Vincenzo, nido di falchi predatori.

I piccioni selvatici e i gattoni municipali e del dintorno, sono ancora
la propaggine delle stirpi gentilizie che popolavano i buchi e gli
anfratti dell'antico convento: i cani accalappiati, latrano e gemono
nella notte, come le mute di veltri e di segugi del suo antico signore.

Ancora domani, sogna forse la torre, ancora domani col sorgere del sole,
si risveglier la vita feudale del castello, i convegni sfarzosi in
costume da tarocchi, i giuochi, le giostre, le canzoni, le dame, i
cavalieri, l'armi, gli amori.

Ancora sulle piazze e nei crocivii i popolani i servi e le donnaccole
ammucchiati come pecore, ascolteranno ansiosi e sbalorditi la canzone di
Turoldo dal labbro dei _ioungleurs_, i torotelela raminganti per le
terre, cenciosi e famelici come sciacalli.

Mentre nel morbido tepore delle sale dalle ampie vetrate policrome, o
nel mistero degli orti romiti, le castellane belle e cortesi, nello
sfarzo dei drappi contigiati, sonnecchiano in estasi di sogno, blandite
dalle dolci canzoni di Provenza, e vibrano di reconditi sussulti al
verso procace di Cirello di Alcamo, schioccante nel sangue come una
frustata di passione.

Ancora sorge l presso, e nereggia cupo come feretro immane, il
monastero di Santa Chiara, con le sue celle mortifere, con le sue
verginelle ignare, immolate alla penitenza, al martirio, senza peccato.

Ancora puoi illuderti, fantasticare e sognare dentro la tua fronte
stigmata, e rivivere nel miraggio del tuo mondo cavalleresco o vetusto
Torrione, che nel torvo massiccio cipiglio della tua mole evanescente
nell'ombra, mi proietti non so perch nell'anima il fantasma della torre
di Pamplona, della quale mi favoleggiava a canto al fuoco la mia cara
nonna.

Tu guardi largo e lontano nell'orizzonte coi grandi occhi spalancati
delle tue bifore, ma non vedi oltre al cerchio del tuo carciofo, e vivi
pur tu alla provvidenza, come i passeri e gli stornelli che fanno le
covate nel tuo testone.

L'ala del tempo non ha lasciato sulla tua faccia un solco, un segno
ammonitore per chi volesse, dalle vicende che ti ebbero testimone,
trarre un concetto morale della vita, e arguire per esempio se sia
meglio per gli uomini inventare nuove virt o nuovi peccati mortali.

Se cio l'umana gente perfezionando scientificamente gli strumenti della
sua esasperata barbarie civile, miri a una finalit ideale di giustizia
e di pace, o se, come pare, l'umana progenie sia dal fato condannata a
sterminare se stessa, per far luogo ad un animale meno tristo ed
insensato.

Tu stendi sui tempi nuovi l'ombra torva del tuo profilo ghibellino,
assorta nei tuoi sogni antichi, e domani quando nei crocivii e per le
piazze i moderni menestrelli, i nuovi torototela, ossia gli strilloni
dei giornali grideranno: _Crisi municipale; dimissioni della Giunta_,
tu domanderai stupefatto al tuo vecchio compare, il campanile di San
Vincenzo, da quale arca di No provenga il gergone barbaro di quelle
strane canzoni.

Ma domani io non sar pi qui a interrogarti o sognante torrione, misero
spettro ritardatario, sperduto in questo formicaio di insetti irrequieti
che si affannano, come le genti di tutte le et per dare la scalata al
nulla.

Ti mander invece araldo del mio cordiale commiato, il piccirillo
prigioniero che dorme sempre imbronciato nella gabbiola, ed egli verr
colla sua mamma sul tuo cocuzzolo medioevale a cantare l'inno al sole,
alla natura, alla libert.


? ? ?

Mi sveglio tardi: la giornata  un tripudio di sole trionfante: nel
frizzore agrigno dell'aria mattutina flottano inebbrianti effluvi
campestri che dilatano il respiro.

La torre erta nello spanto luminoso ride per ogni grinza del suo
faccione.

Mi sorride, mi letifica il pensiero di una passeggiata aprica nel verde
delle ripe selvatiche, fiorenti di anarchica vegetazione, alla grande
aria che sente l'aroma aspro delle fragarie, e l'alito vellutato e
grasso delle ortaglie.

Dopo l'esilio di questi lunghi giorni di solitudine meditativa,
riprender la cara consuetudine delle mie passeggiate lungo gli argini
del fiume, e per gli ombrosi sentieri campestri, dei quali sento davvero
la nostalgia, assai pi che del ritorno alla plumbea monotonia della
vita cittadina.

E cos, dopo la colazione, via all'aperto, io e lui, il mio piccinino
che certo non si aspetta questa gioiosa sorpresa.

Confesso per che mi d una punta di malincuore il pensiero di non
rivedere mai pi questo mio minuscolo compagno di clausura.

Quale sar il suo destino? come affronter l'inesorabile lotta per la
vita avvezzato come egli  alle pi squisite ghiottonerie che
allietavano la sua schiavit? Sapr egli cos inesperto schermirsi
dell'artiglio dei gheppi, e dalle insidie belluine di Codarossa?

Evvia! lasciamo andare: la libert val bene questi rischi: eppoi c' la
sua mamma che lo aspetta, e c' anche la provvidenza dalla sua: non
disse il divino Rabbi che il padre celeste si prende cura eziandio
dell'esistenza degli innocenti uccelletti?

Ho diligentemente ispezionato il piccolo prigioniero: egli  agile,
vigoroso, imbottito di benessere, turgido di energia bramosa di spazio,
e sfarfaller inebriato alla vita libera, all'aria piena di inviti e di
promesse per le sue ali ancora vergini al tripudio del volo.

Meglio dunque incominciare nella pompa del mattino la sua liberazione
per dargli agio di allenarsi nella giornata alle prime prove, ed
orientarsi nelle nuove necessit.

Vado verso la veranda del cortile risoluto di dargli subito il largo e
finirla con le perplessit patetiche che mi indugiano.

Caso insolito, la passera mamma non  sulla gabbiola, e neanche sul
tetto prospicente della rimessa, ma sul cornicione pi elevato della
casa.

La domestica anche lei affezionata al piccino, mi dice che la passera si
 impaurita di Amleto, il quale stava facendo la sassaiuola al gatto del
portinaio.

Quel ragazzaccio grama pelle, borbottava la donna irritata, pare il
figlio di un brigante!

Lasciai la domestica nella sua collera, il momento non era propizio e
rimandai la liberazione del prigioniero.

       *       *       *       *       *

A fra poco dunque passerina gentile ed eroica che ti meritasti questo
gran premio con tanta abnegazione, tu non hai mai abbandonato la tua
creatura in questi giorni della sua prigionia che furono per te un
calvario di passione, di angoscie e di travaglio.

Tu sei un soffio, un ruscellino, un sospiro alato, ma quanto grande e
nobile mi sembra la tua animula tutta fatta di amore, al paragone della
massiccia e torbida banalit di questo mondaccio equivoco in cui sto per
rientrare?!

A tra poco mio bel piccirino che te ne stai l imbronciato come a dire
che non mi pagherai la pensione!

Rientro completando intanto la mia toeletta per essere pronto dopo
colazione a lasciare finalmente il mio reclusorio, e scantonando per la
viuzza del monastero, sboccare all'aperto della sospirata campagna.

Ad un tratto, una brusca chiamata della donna, mi arresta il volo dei
pensieri: un altro grido di disperata indignazione, mi fa accorrere in
cucina.

Ma ahim  fatta! Quel tristo scarabocchio di Amleto, col suo
schioppetto silenzioso, ha fulminato la povera passerina, sul tetto
della rimessa.

Vedo la misera bestiola dibattersi, starnazzare nell'estrema
convulsione, e morire protesa, boccheggiante verso la gabbiola, come per
mandare l'ultimo addio alla sua creatura.

Era fatale che quei due poveretti non dovessero pi ricongiungersi!

Con un indicibile e profonda amarezza, disgustato, aprii risolutamente
la gabbia e mi ritrassi in disparte, imponendo col gesto il silenzio
alla donna fremente e convulsa, che invocava per Amleto la strage di Re
Erode.

Il piccirino stette alquanto perplesso, scese cauto sull'usciolo, si
guard intorno come sorpreso, sbatt le ali, prese l'abbrivio, spicc il
volo sicuro, e disparve come freccia, passando immemore sopra il
cadaverino ancora caldo della sua povera ed eroica mamma.

Addio la mia lieta giornata!

Non oso dire il dolore che ho provato per quella crudelt del destino.


FINE.




MAOMETTO


                                        ALLA GENTILE MIA COGNATA

                                        SIGNORA ENRICA ROSSI ORLANDINI




    ATTORI


  MAOMETTO--Camminante. Tipo di intellettuale sbracato. Bell'uomo,
  figura di vagabondo internazionale, sbrendolato, ma con residui
  di abiti di antica distinzione. Ex professore, barba e chioma
  argentea alla nazarena. Anni 50.

  BEZOLONE--Segretario della lega, azzimato con qualche
  ricercatezza. Specie di scrivano da mercato. Testa arruffata:
  mento pronunziato assai, dal quale appunto ebbe nome di
  Bezolone. Berrettone da _apache_, modi tribunizi.

  GAMBA D'BOSC--Zoppicante con stampella.

  GAMOLONE--Mendicante. Membro del Comitato.

  TREGOSS--Mendicante. Membro del Comitato. Gozzuto e lurido.

  DON PINTA--Mendicante, membro del Comitato. Figura di
  alcoolista.

  STNTORE--Mendicante. Cos chiamato per il suo vocione. Tipo
  erculeo, imponente e simpatico.

  RATTONE--Mendicante. Scamiciato e a pezzi.

  L'ANARCHICO--Mendicante. Piccolo buldog, irsuto e prepotente.

  GUBERNA--Mendicante--Gobbetto, specie di scagnozzo ancora mezzo
  prete, untuoso, rattrappito di furbizia, dal fare bonario e
  arguto.

  ALTRI PEZZENTI di varie fogge pittoresche nell'insieme. Alcuni
  interloquiscono e sono le voci. I pi fanno la massa variopinta
  e grottesca dei vagabondi comizianti.

  VOCI DIVERSE.

       *       *       *       *       *

Sul velario ancora abbassato, un cartello a grandi caratteri dice:

  _Lega dei Questuanti._

  Compagni! Stante la questione del caro-vivere, si invitano i
  colleghi mendicanti e accattoni di sesso mascolino a trovarsi
  domani sera alle ore 21 precise nella brughiera detta del
  Laghetto per uno scambio di idee sopra gli interessi morali e
  materiali della classe.

                                       per il Comitato
                                         _Bezolone_.


LA SCENA.

_Serata di plenilunio in aperta campagna di brughiera sabbiosa presso il
Po.--Macchie nere di stoppie, e piccoli gruppi di alberelli, e ciuffi di
arbusti.--A sinistra la scena  chiusa da un ronchio sterposo elevato
dal piano cos da servir da tribuna e banco presidenziale._




SCENA UNICA.


  All'alzata del velario gi il grosso dei comizianti  sul
  posto.--Cenciosi, lazzaroni di ogni risma e foggia sono a gruppi
  in chiacchiere animate.--Man mano intanto dai sentieri, sbucano
  come ombre sullo sfondo lunare alla spicciolata altre sagome di
  figure strane, barellanti, zoppicanti che vengono a riunirsi
  alla massa addensantesi presso al rialzo sterposo che fa da
  tribuna.

  _Tutti gli attori in scena._--Bezolone e i colleghi del Comitato
  concertano.--Maometto seduto a terra in disparte, estraneo a ci
  che succede, sta assorto in se stesso guardando nel vuoto.


    BEZOLONE

Ma che! Ci mancherebbero le donne! Tutto il comitato fu d'accordo
nell'escluderle dal comizio.

    RATTONE

Le donne non son gente.

    DON PINTA

E allora perch non si escludono i cani?

    TREGOSS

Giustissimo, approvo! Via anche i cani; sono retrogradi: difatti hanno
la coda.

    DON PINTA

Invece le donne non hanno coda, e sono il gentil sesso.

    TREGOSS

Vero  che le nostre donne sono carcasse sgangherate.

    RATTONE (_ride_)

E tu Tregoss vorresti forse delle dattilografe per carezzarti le pive?

    BEZOLONE

Basta, non fate dell'ostruzionismo. O coda o non coda: i membri del
Comitato non vogliono donne, ed  scritto sull'invito _mendicanti di
sesso mascolino_. Non seccarmi altro, Don Pinta, o ti pigli un ceffone.
(_fa il gesto_)

    GAMBA D'BOSC (_ironico_)

Viva la libert di opinione!

    BEZOLONE

T! anche tu, Gamba d'bosc, vorresti le chellerine al comizio? E s che
sei anche tu del comitato che deliber l'esclusione delle femmine.

    GAMBA D'BOSC (_ironico_)

E sei sicuro che i cani intervenuti siano tutti maschi?

    BEZOLONE

Delegheremo te per ispezionarli sotto la coda.

  (_Risata_).

    VOCI

Si comincia? fuori! fuori!

  (_fischi, applausi e strepito_).

    BEZOLONE

Calma amici--a momenti--non sono ancora le nove.--Chi ha l'orologio?

    GAMOLONE

Il mio si sente, ma non si vede.

    BEZOLONE

Come dire?

    GAMOLONE

L'ho collocato al sicuro.

    GAMBA D'BOSC

Al monte dei pegni.

    GAMOLONE

Pi alto... sul frontone del palazzo municipale.

    STENTORE (_con voce taurina_)

Sono le nove! Bezolone, avanti.

    VOCI

Bravo Stentore... Viva la Russia!

    DON PINTA (_autorevole_)

Si apre il Comizio... chiudete le porte. Chi c', c'!

  (_Si leva un brontolo nella massa. I cani dei ciechi
  abbaiano_).

    BEZOLONE (_sale sul ronchio_)

Compagni... cittadini... amici... signori mendicanti!... (_il frastuono
cresce_).

    STENTORE

Ma per Cristo... strozzate quei cani!

  (_in var punti si picchiano le bestie che mugolano
  sordamente_).

    VOCI

Silenzio... alla porta!

  (_Don Pinta, Gamba d'bosc ed altri si intromettono nei gruppi,
  ottenendo un po' di silenzio_).

    BEZOLONE (_declamando_)

Amici: a nome del comitato, apro il comizio. Ma prima di tutto osservo
che il banco presidenziale non ha il campanello. Chi ha una pentola, un
tegamino?

    UN PEZZENTE

Eccolo (_avanza offrendo un gamellino_) ed ecco il battocchio (_porge il
cucchiaio_).

    RATTONE

Bravo! ma se ci fosse dentro una zuppa...

    BEZOLONE (_picchiando sul gamellino_)

Silenzio, signori.

    VOCE

Va a impiccar te, e i signori!

  (_nasce una zuffa da quella parte_).

    STENTORE

Silenzio, razza di cani!

  (_interponendosi minaccioso ottiene un po' di tregua_).

    BEZOLONE

Onorevoli compagni!

    VOCI

Abbasso gli onorevoli, pesci-cani del parlamento!

Abbasso il parlamento!... Viva Lenin!

Viva la polenta!

  (_Da capo nasce il fermento nel mucchio. Ottenuta un po' di
  calma, Bezolone attacca_).

    BEZOLONE

Compagni: noi siamo qui adunati per ragionare degli interessi della
nostra classe. E io dico e proclamo che  ora di finirla con questa
porcheria del caro-vivere.

    TREGOSS

Vogliamo pane e giustizia!

    UN PEZZENTE (_sorgendo alle spalle di Tregoss_)

Meglio pane e salame.

    TREGOSS

Giusto! ha ragione il mio di dietro.

    L'ANARCHICO (_con forza_)

Ci vuole la dinamite!

    VOCE

Buttatelo nel Po quell'anarchico!

  (_Parecchi si avventano contro costui; volano cazzotti, si
  levano stampelle e bastoni_).

    STENTORE

O miserabili pidocchiosi, volete finirla? Ma questo  un parlamento di
banditi!

  (_Un subisso di applausi pone termine alle baruffe_)

    BEZOLONE (_battendo la gamella_)

Avanti, e non interrompete: chi vuol parlare, domandi la parola. Dicevo
dunque che d'accordo con i nostri confratelli Don Pinta, Gamolone,
Tregoss e Gamba d'bosc, ci siamo costituiti in comitato provvisorio, e
abbiamo stabilito di radunare qui nella brughiera i colleghi mendicanti,
indigeni e girovaghi, ossia camminanti.

    GAMOLONE

Abbasso i camminanti!

    BEZOLONE

Domanda la parola.

    GAMOLONE

Me la prendo: sono del comitato, e ripeto: abbasso i camminanti! ci
fanno concorrenza: vadano ad esercire al loro paese! (_applausi_)

    DON PINTA (_gridando_)

Amici: non solleviamo quistioni regionali! accattoni, mendicanti e
camminanti sono variazioni di famiglia. Sopra tutto... (_con enfasi_)
siamo Italiani! (_scoppiano fischi e invettive_).

    L'ANARCHICO

Impicchiamolo questo Don Pintone!

    VOCE

 venduto alla borghesia!

Abbasso Don Pinta! Viva la rivoluzione!

  (_I membri del Comitato Gamolone, Gamba d'bosc e altri salgono
  sul monticolo a consulto con Bezolone. Abbasso il putiferio
  continua. Soltanto Maometto in disparte se ne sta
  indifferente_).

    TREGOSS

  (_mentre Bezolone batte sul gamellino, avanza alla sbarra; i
  colleghi si sbracciano con gesti e tss--per ottenere
  silenzio--finalmente Tregoss parla con voce gozzuta e
  sibilante_)

Amici... colleghi, domando la parola (_voci_: bravo Tregoss)... e dico
cos non si fa niente. Ci vuole un presidente di autorit per dirigere,
e...

  (_Vorrebbe dir altro, ma gli scappa il fiato nel gozzo con
  sibili e ragli da somaro_).

    VOCI (_parodiandolo_)

Ih oh... Ih oh!

  (_Risata clamorosa: Tregoss si ritira mortificato_).

    BEZOLONE

S... un presidente ci vuole. E poich abbiamo l'onore di avere fra noi
il sapiente collega Maometto, propongo di eleggerlo presidente per
acclamazione, e lo invito e salir qui sulla tribuna per illuminarci con
la sua parola sui nostri diritti civili, politici... patriottici... ed
anche nazionali!

  (_Grandi applausi--tutti si voltano verso Maometto--i pi pronti
  lo afferrano portandolo in trionfo alla tribuna fra le grida di
  viva Maometto_).

    MAOMETTO

  (_dall'alto, spiccante nella projezione lunare, avvolto nel suo
  paludamento statuario, testa argentea, chioma biblica a lunghi
  trucioli, guarda come trasognato la folla suggestionata
  dall'imponente figura, e fattasi silente in rispettosa attesa_).

    UN GOBBETTO (_al pezzente suo vicino_)

Chi  quel can barbone?

    L'ALTRO (_piano_)

Quello l? Nessuno ne sa nulla. Lo chiamano Maometto, sar forse un
ebreo. Ma  una testa fina... dicono che sia stato professore. Ha girato
mezzo mondo, e per scienza ne sa pi del Consiglio dei Dieci.

    VOCI

Parli Maometto.

    MAOMETTO

  (_volge un'occhiata da dominatore sull'uditorio; si toglie e
  butta in terra il cappellone alla Segantini, si liscia la
  cascata bianca della criniera, e dice con voce dolce e
  penetrante_):

Io sono, o fratelli, un randagio cosmopolita, ossia uno di quei
camminanti che qualcuno di voi vorrebbe cacciare da questo convegno.

    VOCI

No, no. Parla tu. Viva il nostro presidente!

    MAOMETTO (_calmo_)

Vi ringrazio, figliuoli miei, dell'onore, e poich lo desiderate, vi
dir il mio pensiero. Ma prima, vi prego di concedermi un momento di
raccoglimento. Intanto, accomodatevi.

  (_Come ubbidendo ad un comando, tutti siedono o si accoccolano
  alla meglio, scambiandosi sottovoce impressioni e commenti_).

    MAOMETTO

  (_dopo breve pausa potendosi, avanza un passo, protende le mani,
  e subito si fa intorno un cerchio di silenzio_)

Amici miei, ascoltatemi: io sono un sognatore solitario, o come direste
voi un lunatico. Amo la moderazione negli atti e nella parola, perci vi
dico subito, non vi aspettate da me un'arringa tribunizia da barricate
(_pausa_). Prima per di entrare in argomento sui titoli di benemerenza
che noi vantiamo di fronte a quel caos da manicomio, cos detto
Consorzio Civile,  bene che sappiate perch siamo adunati qui in
quest'aula senza pareti sotto al lampadario lunare.

La Camera del Lavoro ci ricus l'ospitalit del suo salone, rispondendo
alla richiesta del nostro comitato che noi siamo degli intellettuali
aristocratici (_rumori, proteste e fischi_). Ebbene fratelli io vi dico
che la obiezione  giusta! (_voci_: oh... oh!) S. (_con pi forza_) S,
ripeto:  vero! Noi siamo aristocratici perch la nostra stirpe vanta
delle origini illustri fin dalla pi remota antichit: abbiamo noi pure
i nostri eroi degni di poema e di storia. Dal nostro divino archetipo
Omero, a Diogene: da Belisario a San Francesco d'Assisi: da Camoens al
vagabondo Gorcki, si svolge una plejade di grandi figure che illustrano
la marcia della nostra gente attraverso ai secoli!

E siamo altres degli intellettuali, perch ribelli, per un nobile
stigma della nostra psiche, alle costrizioni, alle discipline, alle
tirannie convenzionali che tengono i volgari, gli inferiori, nella
servile quadratura del casellario professionale.

Noi non mercanteggiamo, non mettiamo a prezzo l'opera nostra; non
abbiamo n propine, n stipendi, n salario. Liberi lavoratori dei
crocivii e delle cantonate, noi accettiamo l'offerta senza discutere: il
fisco e gli esattori non sono mai molestati dai nostri reclami: noi non
abbiamo debiti, e siamo invece creditori dell'umanit. La nostra
situazione economica e morale,  splendida!

  (_segni e mormorii di stupore_).

    IL GOBBETTO (_sottovoce al suo vicino_)

Ma costui  scappato dal manicomio!

    IL VICINO (_piano_)

Zitto. Hai dei debiti tu? no? e nemmeno io; dunque siamo dei signori!

    MAOMETTO (_riprendendo_)

Il mondo grasso, grosso e ignorante ci sfregia coi pi spregevoli
appellativi chiamandoci: pezzenti, accattoni, camminanti: ma, disse
Machiavelli, _il mondo non  che volgo_!

La divina Atene ci chiamava _le Rondinelle_, e sono giunte fino a noi le
strofe della nostra canzone. La verit che noi coi nostri cenci, siamo
degli idealisti: siamo la poesia della libert in atto, superiori agli
appetiti, agli istinti inferiori del tornacconto... e allora si capisce
che i socialisti non vogliano saperne di noi e ci chiudano in faccia la
porta della loro casa! (_mormoro_).

    L'ANARCHICO

Ehi l! non vedi che con questa cantafera addormenti l'assemblea?
(_applausi_).

    VOCI

Basta!  la predica del curato. (_risata_).

  (_Clamori. Bezolone batte il gamellino_).

    MAOMETTO (_con calma_)

Comprendo che per voi, questo  fumo!...

    STENTORE

Parlaci dell'arrosto.

    TREGOSS

Con patate!

    MAOMETTO (_con tono pi alto_)

Ed ecco l'arrosto. (_squassa la chioma e attacca pi deciso_) A noi! La
nostra benemerita classe soffre pi di ogni altra le conseguenze della
guerra; guerra che noi non abbiamo approvato! (_consensi_) Nel marasma a
cui siamo ridotti, non si va pi avanti nemmeno con le stampelle; e per
vi dico: proletari delle cantonate, lavoratori del vagabondaggio,
unitevi! (_applausi_) La nostra et dell'oro  finita: e poich tutti si
muovono, si coalizzano e insorgono, reclamiamo anche noi il nostro
diritto alla vita, contro questo porco truculente caro-vivere che
strozza la nostra patriottica industria!

  (_scoppio fragoroso di applausi_).

(_Crescendo_) I nostri titoli, i nostri affari di borsa pubblici e
privati, segnano diagrammi capovolti a precipizio sotto la linea
dell'equatore. Noi abbiamo dato fondo a tutte le riserve, a tutti gli
accantonamenti del nostro bilancio, e consumato le ultime scarpe per la
patria. E la patria che regala gli aumenti del caro-vivere a scala
mobile ai suoi impiegati, ai figli degli impiegati, agli amici e alle
amiche degli impiegati, lascia sul lastrico noi proletari podistici, noi
lavoratori camminanti, noi vagabondi, apostoli del pi puro e
disinteressato idealismo! (_applausi_) Noi borsisti della bisaccia,
posti fuori del ruolo dei tiraborse o borsaiuoli ufficiali politici e
civili, ci aggiriamo come rifiuti sociali in quel _vuoto_ che la natura
abborre! Senza ragioni di sangue, noi stiamo imparentandoci col Conte
Ugolino: mancandoci l'entrata, non avremo pi uscita, e saremo perci
costretti a chiudere gli sportelli! (_applausi_).

  (_animandosi_)

Ditemi: conoscete ancora voi per prova una fetta di prosciutto, o almeno
una _piccola_ con spinacci, o una vile polpetta? Queste cose sembrano a
noi dei sogni: le vediamo, s, nelle vetrine dei pellicani esercenti,
come si vede la luna nel pozzo. Da quanto tempo non avete pi fatto un
_dejeuner_ alla forchetta?

    STENTORE

 pi facile a noi farlo sulla forca! (_risate_).

    MAOMETTO

Da quanto tempo avete gustato un sorbetto?

    L'ANARCHICO

D'inverno dormendo sotto i portici.

    MAOMETTO

E ancora: dove siete ridotti a prendere i vostri pasti?

    UN PEZZENTE

Di solito io pranzo al Ligure... nel _de hors_ del giardino.

    UN ALTRO

Io d'estate pranzo al _Parc des Ambassadeurs_, dietro la cucina, dove si
gettavano i rifiuti. Dico gettavano perch adesso non si trova pi un
accidente.

    GAMOLONE

Si capisce! adesso i cuochi ricucinano i rosicchi e li fanno rimangiare
in _pat_ e _vol au vent_ agli eleganti _abitus_.

  (_Questa sortita suscita una viva ilarit e scambio di
  lepidezze. Applausi, fischi, voci e grida che imitano il verso
  di ogni animale. Si risveglia il coro dei cani. Nasce un
  putiferio nell'uditorio. Alcuni minacciano di venire alle mani.
  Bezolone batte il gamellino urlando_ silenzio mascalzoni.
  _Gamolone e gli altri del Comitato tentano di placare il
  tumulto_).

    STENTORE (_urlando_)

I carabinieri!

  (_La geniale trovata tronca di un tratto ogni contesa; il timor
  panico sgomenta l'uditorio, molti si apprestano a fuggire_).

    MAOMETTO (_cogliendo il buon momento_)

No, no amici, niente carabinieri:  uno scherzo. Ricomponetevi (_pausa.
Silenzio_) Ma vi dico che bisogna comportarsi da gentiluomini, e che se
continuate quest'ignobile gazzarra, io vi pianto, e me ne vado!
(_riprendendo il suo cappello_).

    VOCI (_da ogni parte_)

No, no, rimani: viva il presidente!

    MAOMETTO

Sta bene; ma vi raccomando, siamo logici e composti almeno noi che siamo
la parte pi pura e disinteressata della cittadinanza! E veniamo al
quia. Noi per la stoica frugalit del vivere, per la restrizione
socratica dei nostri bisogni, siamo superiori agli allettamenti del
fasto e dei piaceri: noi ripudiarne come nocive le cose superflue. Son
certo che nessuno di voi ha una villa, un palco al Regio, o una
Limousine. Ostriche, selvaggina, tartufi, ecc., sono banditi dalla
nostra austera disciplina; e se qualcuno di voi avesse l'abitudine di
pasteggiare con champagne, lo pregherei di sfrattare dal nostro
sodalizio. Ordunque, io dico che per i nostri bisogni, noi non mandiamo
il paese in malora. Siate superbi di voi, della vostra ricchezza...

    L'ANARCHICO (_scattando_)

Ah, can barbone, tu ci prendi in giro!

    VOCI

Silenzio. Alla porta!

    MAOMETTO

Un momento... non pigliatemi nelle parole! Ripeto: siate superbi della
vostra ricchezza morale. In questo senso io affermo che noi siamo dei
milionari! (_commenti_) E veniamo a concludere: Noi vogliamo proclamare
i nostri diritti di cittadini e di patriotti in faccia agli usurpatori!
(_applausi_) Ma per riuscire, noi dobbiamo ridurre al minimum i
postulati delle nostre rivendicazioni. Noi non facciamo questione di
automobile, n di alloggio, n di qualsiasi superfluit voluttuaria.
Orbene, che cosa vogliamo noi?

    VOCI GENERALI

Sciopero... sciopero!

    MAOMETTO

Calma, calma fratelli, che Dio vi benedica! Sciopero? Va bene: ma
bisogna prima formulare il programma dei nostri desiderata. Nominare una
commissione di vecchi e provetti mendicanti coscienti dell'arte e delle
inprescindibili esigenze professionali. Per badate: l'arma dello
sciopero ha messo tanto di barba:  uno strumento di carattere
esclusivamente popolare: adottato fuori del suo ambiente dalle classi
superiori, diventa una coercizione antipatica, una forma di ricatto
sociale che sfata ogni buona ragione. Noi, per esempio, siamo un ceto
aristocratico...

    VOCE

Aristocrazia dei pidocchi. (_Risa. Clamori_).

    ANARCHICO

Va in galera, caprone!

    RATTONE (_beffardo_)

Signor marchese Bezolone, domando la parola.

    GAMOLONE (_beffardo_)

Dagliene due all'illustrissimo conte Rattone, e una _cicca_ per turargli
la bocca!

  (_In mezzo al frastuono, si svolge una pantomima di riverenze e
  scappellate, chiamandosi l'uno coll'altro
  ECCELLENZA--MARCHESE--DUCA e smorfie e lazzi di caricatura che
  fanno sghignazzare la brigata.--Bezolone batte la gamella_).

    MAOMETTO (_sempre calmo_)

Insomma, si pu finire?

    STENTORE (_con urlo poderoso_)

Lasciatelo parlare.

  (_Levando il randello contro un gruppo di litiganti, ottiene un
  po' di silenzio_).

    MAOMETTO (_come niente fosse_)

Ho detto che siamo aristocratici, e mantengo la parola. Scarpe rotte,
scamiciati, sbrucati... e che perci? i nostri cenci sono pergamene,
sono titoli e diplomi della nostra nobilt. San Francesco si present
alla corte del Soldano senza camicia. Non avete sentito che la guerra ha
capovolto i valori sociali, valorizzando uno spazzaturaio pi di un
filosofo, un pompiere pi di un presidente di cassazione? Ora io dico:
se gli uomini pi degni, se le classi di maggior merito oggi sono tanto
in basso, noi che siamo gli ultimi, possiamo considerarci come i primi.
E perci ripeto, gli scioperi li possono attuare le maestranze fabbrili,
ma ledono il decoro delle classi intellettuali come la nostra, e quel
che  peggio, aprono la breccia al crumiraggio.

Ricordate ci che avvenne quando scioperarono i camerieri? Gli avventori
dei caff, dei bars, dei ristoranti, indispettiti per l'intralcio delle
loro abitudini, sostituirono i camerieri; per cui, se il nostro bravo
Bezolone, se Don Pinta, se Tregoss, se voi tutti a quei giorni volevate
regalarvi un piatto di fagiani tartufati, o un intingolo di suprmes
all'Htel d'Europa, dovevate cucinarli con le vostre riverite mani, e
fare da camerieri a voi stessi, (_mormoro_).

  (_Fra due, in disparte, sottovoce_).

    IL PRIMO (_all'altro_)

Che cosa son questi _suprmes_?

    IL SECONDO

Mah!... credo che siano cocomeri.

    MAOMETTO

Dunque, sciopero, no... o almeno per ora lasciamo la cosa in pendente.
Ma, o signori mendicanti e vagabondi,  mio dovere prevenirvi che due
gravi minacce pendono sul vostro destino. La prima  che oltre alla
revisione dei soprapprofitti di guerra, verr presto decretata l'imposta
progressiva sul reddito. L'altro pericolo anche pi grave per la vostra
industria,  che il governo sta maturando il progetto di monopolio
dell'accattonaggio. E allora, tutti sul lastrico!... Pensateci su: e con
questo monito, dichiaro aperta la discussione.

  (_Maometto siede alla turca e accende la pipa, e se ne sta
  passivo e indifferente_).

    GAMOLONE (_sale rapido alla tribuna_)

Come membro del comitato domando la parola, e dico: in primis ed
antimonio noi dobbiamo reclamare dai nostri clienti l'orario delle otto
ore. Mi sembra che per un onorabile mendicante lo stare alle cantonate
dalle otto alle dodici, e dalle due alle sei, sia gi un bel tirocinio!

    TREGOSS

Bravo merlo! e nelle altre ore i crumiri ci spilleranno la clientela!

    VOCI

Abbasso i crumiri! Viva Lenin!

    GAMOLONE (_concitato_)

E noi diffideremo la cittadinanza dal fare l'elemosina fuori d'orario!

    L'ANARCHICO

Protesto contro la parola _elemosina_ che ci umilia!

    VOCI

Giusto, ben detto... bravo!

    RATTONE

Mi associo anch'io alla protesta.

    GAMOLONE (_ironico_)

Eh! se tu Rattone vivi di rendita!

    RATTONE (_con forza_)

Non vivo di rendita! Non sono un parassita io!

    TREGOSS

I parassiti li hai nella camicia! (_si ride_).

    RATTONE (_sconcertato_)

Non ho la camicia: non l'ho mai avuta... e me ne vanto!

    L'ANARCHICO

Anch'io! La vera coscienza proletaria  senza camicia! perci ripeto che
la parola _elemosina_  uno sfregio. Il mendicante ha il diritto di
chiedere, e i signori hanno il dovere di dare!

    GUBERNA

Ma il guaio  che se i signori non dnno nulla, il nostro diritto va in
fumo.

    L'ANARCHICO

Questi sono argomenti da codino rammollito sulla porta delle chiese,
come te! Intanto io protesto anche per la parola _signori_. Che vuol dir
ci? Ognuno ha il diritto di chiamarsi _Signore_.

    VOCE

E magari anche papa! (_clamorosa risata_).

    ANARCHICO (_sconcertato e rabbioso_)

Ors non fatemi dell'ostruzionismo! Propongo all'assemblea che d'ora
innanzi si dica passanti invece di signori, e tariffa invece di
elemosina.

    GAMOLONE

Presenta un ordine del giorno.

    ANARCHICO (_seccato_)

Non ho la carta.

    STENTORE

Scrivilo sopra un biglietto da mille!

  (_Un'ondata di ilarit seppellisce la questione. L'anarchico si
  ritrae irritato, brontolando_).

    BEZOLONE (_battendo la gamella_)

Non divaghiamo, signori! E tu presidente Maometto, richiamali
all'ordine.

  (_Maometto, scuotendosi si alza lento con gesto indolente,
  guardando l'assemblea in subbuglio. L'anarchico alle prese con
  un gruppo grida:_ Vigliacconi! _Volano ingiurie, pugni e
  bastonate nel mucchio. Qualcuno cade nella mischia. Invano
  Stentore tenta di dominare il tumulto. Bezolone, Tregoss e
  Gamolone cercano di calmare i contendenti. Maometto rimasto solo
  alla sbarra, guarda con aria mesta quel guazzabuglio, e poscia
  stendendo le braccia in atto di invocazione, maestoso nel raggio
  lunare che lo illumina come in un'aureola, invece di parlare,
  canta con voce squillante la serenata del Don Pasquale:_

    Com' gentil
    la luna a mezzo april!

  _La geniale trovata, calma il putiferio. La curiosit, l'incanto
  della bella voce calda di passione, si diffonde come una luce
  sull'ignobile baruffa. L'uditorio affascinato, conquistato,
  prorompe in furiosi applausi_).

    MAOMETTO

  (_invocando il silenzio col gesto, esclama con dolcezza_):

Vedete, amici miei? Voi siete degli artisti perch siete ingenui,
primitivi! Sotto i vostri miserabili cenci, vibra un'anima ancora
fresca, non guasta n corrotta dall'egoismo del _malor civile_. O umili
straccioni! Ecco,  bastato un soffio di bellezza, un contatto
spirituale per farvi dimenticare le vostre miserie! Voi avete bisogno
pi di armonia e di concordia che di pane: ma la concordia non si
raggiunge a pugni e a randellate.

Vediamo di orientarci. Ho sentito che il collega detto l'anarchico si 
mostrato contrario ai vostri propositi economici, politici e morali.
Ebbene, sentiamolo senza violenze. Collega anarchico, avanzati, parla,
esponi liberamente il tuo pensiero. Cos si fa.

    ANARCHICO (_ancora scompigliato e torbido_)

Ebbene, io dico che invece di perdersi in tante ciance, bisogna agire,
farci ragione con le nostre mani. (_con enfasi_) I popoli sono stanchi
di essere succhiati dai tiranni e dalla borghesia che beve il sangue dei
poveri! La guerra l'hanno voluta gli affaristi per pompare nella
greppia! (_applausi_). (_Animandosi_) E i proletari e le loro famiglie
per vivere, devono mangiarsi fra di loro, o morir di fame... Ed io dico:
basta! Bisogna agire... voi invece siete dei vigliacchi... (_mormoro_)
S, lo ripeto, vigliacchi buoni non altro che a stendere la mano.
(_perde la bussola_) Ed io lo dico a te Maometto, presidente dei
pidocchi... lo dico a tutti:... Voglio la dinamite! (_la sfuriata cade
nel silenzio_).

    MAOMETTO (_con fine sarcasmo, dopo una pausa_)

Dunque tu anarchico vuoi la dinamite? E va bene... mi dispiace soltanto
di non averne, che per mia parte, te la darei subito!

  (_La botta  da tutti compresa, applaudita, e l'anarchico
  sepolto col suo livore in un'omerica risata_).

    GUBERNA

Domando la parola!

    VOCI

Guberna! bravo Guberna! parli Guberna!

    GUBERNA

  (_un po' sgomentato dell'ovazione, avanza mingherlino, guizzante
  come una biscia. Sale alla tribuna stemprandosi in riverenze.
  Quando la gazzarra dei frizzi si cheta, Guberna strizzando in
  giro un'occhiata furbesca, comincia con la calma di chi sa
  mettere d'accordo la lingua col pensiero_):

Amici! con licenza parlando, comincio col dire che io rispetto il nostro
presidente Maometto, la sua sapienza, e la sua chioma da vecchio
Simeone. (_Si ride_) Ma confesso che mi sono indigesti i suoi oremus.
Nella mia antica carriera di vice sacrista, ne ho sentiti troppi degli
oremus, e basta.

Caro e illustre presidente, tu vieni a cantarci _miserere_ invece del
_sursum corda_; perci osservo che noi proletari autentici, con licenza
parlando, abbiamo bisogno di ben altro! Infine, cosa vogliamo noi?

    VOCI

Sciopero... sciopero!

    GUBERNA

Eh no, amici. In questo sono d'accordo col nostro illustre presidente; e
con lui sono anche contrario ai propositi violenti del signor anarchico
che vorrebbe prendere la luna per la coda (_risa_). Perch voler
distruggere i cosidetti signori, gli  come distruggere le materie prime
della nostra industria professionale. Quando non ci fossero pi i
signori nostri clienti, con licenza parlando, a chi domanderemo noi
l'obolo... ossia la _tariffa_? (_mormoro di consenso_). Ma tornando
all'idea dello sciopero, osservo: se noi abbandoniamo le posizioni, la
valanga dei crumiri, veri o finti mutilati di guerra, prender i nostri
posti.

Questo gi si  detto: ma c' di peggio: a quel che sembra, si far una
legge per concedere agli invalidi e mutilati di guerra il diritto di
questuare per le vie e per le piazze... (_declamatorio_) E sta bene, ed
 giusto che la patria riconosca i generosi che hanno versato il loro
sangue...

    VOCI INSORGENTI

Abbasso la guerra! morte alla guerra!

    GUBERNA

 inutile, cari miei: ormai il terremoto  passato. Io dico dunque che
la concorrenza dei feriti e degli invalidi di guerra, abilitati dallo
Stato a mendicare, sarebbe terribile per noi; specialmente per gli
sciancati, per i gobbi come me, per i gozzuti come il collega Tregoss,
perch non potremo certamente dare ad intendere ai signori, ossia
passanti, che la gobba l'abbiamo buscata in trincea! Per cui ora che 
finita la guerra mondiale comincia per noi la guerra intestinale, ossia
guerra civile fra lo stomaco e la fame.

    VOCI

Bravo Guberna! (_applausi_).

    GUBERNA

Siamo dunque pratici, e vediamo di uscire alla meno peggio da questa
crisi professionale, salvaguardando la dignit della nostra classe.
Intanto dobbiamo subito stabilire che l'elemosina,... ossia tariffa, sia
portata al minimum di due soldi, e che nelle solennit di Pasqua,
Natale, ecc. e nelle celebrazioni patriottiche la... tariffa
obbligatoria sia di un nichelino. (_scroscio di applausi_).

    TREGOSS

E se i passanti non dnno niente?

    GUBERNA (_un po' sorpreso_)

Questa  un'altra questione. Ma urge soprattutto divulgare con pubblico
manifesto i nostri _desiderata_ che sarebbero i seguenti:

Tariffa normale soldi due: festiva quattro.

Orario di otto ore.

    VOCE

E Sabato inglese.

    GUBERNA

Eh no. Noi non siamo n impiegati n salariati, ma lavoratori
indipendenti. Noi non siamo inglesi.

    VOCE

Tu sei gobbo.

    GUBERNA (_pronto_)

E sia! ma gobbo nazionale! (_risata_).

Questo  importante: diritto di multare del doppio quei farabutti che ci
dnno bajocchi fuori corso.

    VOCE

Ma come potremo noi ciechi distinguere le monete?

    GUBERNA (_furbo_)

Andiamo, via! non  a me che darete ad intendere di essere tutti ciechi!

 proibito ai mendicanti di carriera di raccattare i mozziconi e le
_cicche_.

    RATTONE

Proibizione superflua! Dopo l'aumento dei tabacchi non si trova pi una
_cicca_ neanche al Parc des Ambassadeurs.

    GUBERNA

Riposo festivo secondo il calendario dei pubblici uffici, e delle
scuole. Con diritto da parte nostra di riscuotere la... tariffa festiva
all'indomani.

Obbligo al comune di abbondante innaffiamento per non esporci nelle ore
di lavoro al polverone delle automobili e dei camions.

E questo  capitale...

    ANARCHICO

Abbasso il capitale!

    GUBERNA

Oh santo Dio! Non  il _capitale_ come intendi tu.

    ANARCHICO

La solita antifona! Capitale e lavoro! due fratelli come Caino e Abele.
Uno va in carrozza, l'altro a piedi, senza scarpe! (_rumori
assordanti_).

    BEZOLONE (_battendo la gamella_)

Silenzio, perdio! Credete forse di essere alla Camera dei deputati?
Lasciatelo parlare. Ognuno pu dire quello che vuole.

    ANARCHICO

E allora... io dico che  una porcheria...

    BEZOLONE

Che cosa?

    ANARCHICO

Il capitale.

    BEZOLONE (_ironico_)

E tu sputala via, e finiscila! (_Risate_) (_a Guberna_) Puoi continuare.

    GUBERNA

La nostra lega dovr aderire ed appoggiarsi, con licenza parlando, a
qualche partito politico affine al nostro programma, e orientarsi verso
una direttiva per l'imminente riforma elettorale.

    STENTORE (_stufo_)

Ma va ad affogarti col tuo alfabeto! Ne hai pi delle asinerie da
cacciar fuori? Ma chi di noi si infischia delle riforme? Sei tu, doppio
gobbo, che reciti _l'oremus_! (_all'uditorio_). Questo strofinaccio da
sacristia  un bolscevico venduto ai preti per imbrogliarci. E tu,
presidente Maometto, ordina agli uscieri di espellere dall'aula questo
beccamorti, altrimenti io lo prendo a calci nel portacoda! (_clamorosa
ovazione_).

  (_Guberna fiutando la procella cerca di svignarsela scendendo
  dalla tribuna, ma una tempesta di scappellotti lo manda
  ruzzoloni.

  Si accende nel mucchio una baruffa babelica, uno scambio di
  ingiurie e di botte anonime.

  I membri del Comitato si affannano per dividere i contendenti.

  Mentre abbasso va sedandosi il tumulto, Maometto rimasto solo
  alla Tribuna come Mos sul Sinai; immobile come un bronzo,
  illuminato dalla luna, si leva lentamente protendendo le braccia
  supplici in atto di fervida implorazione, emettendo alcune note
  musicali.

  La voce, l'atteggiamento statuario, solenne, attrae l'intenzione
  della turba che si fa silenziosa come al cospetto di un rito,
  nell'attesa di un mistero._)

    MAOMETTO (_con dolcezza_)

Fratelli miei: io vi rivolgo per l'ultima volta la parola, e voi dovete
ascoltarmi, e comprendermi (_pausa_). Voi siete, senza saperlo n
volerlo, siete gli apostoli di quella virt comandata dalla natura che 
l'_astinenza_: se voi poteste comprendere la bellezza, la nobilt della
vostra missione, sareste fieri, orgogliosi del vostro stato. Voi siete
fragili fiori palustri germogliati nella pozza putrida della concimaja
sociale.

Esteti dell'indigenza e del vagabondaggio spirituale, voi non
comprendete voi stessi, cos come i fiori ignorano la loro bellezza.

La serenit incosciente, la poesia interiore, il grande respiro della
libert, infioravano di grazie la vostra passiva nullit.

Ora non pi; ormai siete voi pure infetti della tabe che inquina tutte
le classi, attratti fatalmente nella zona torbida della politica
affaristica, voi perdete le ale di crisalide per trasformarvi in
miserabili insetti roditori.

E allora quando, per via dei vostri orientamenti politici, fra un
secolo, sarete pervenuti ad affermarvi ed a consolidare la conquista
ideale del pane e salame, voi avrete cancellato la nobile impronta della
stirpe e soffocato il genio della specie, avrete perduto con la libert
la serena inconseguenza dell'_io incosciente_, ossia dell'ignoranza
naturale, e la grande e bella poesia del _nulla contemplativo_!

Io ho ascoltato la vostra voce, i vostri ragionamenti: Ahim, non una
favilla, non un palpito della vostra anima antica! in voi non ha parlato
che il ventre!

Oh miserabili amici, voi rinnegate la vostra invidiabile fortuna... voi
vi avviate al suicidio!

Comprendo il gesto selvaggio e delirante dell'anarchico, ma non
comprendo il vostro minuscolo egoismo di formiche rivoluzionarie, alla
caccia delle briciole.

 tramontata l'ra della giocondit: i focolari domestici vanno
spegnendosi: il lezzo della strada invade i tranquilli rifugi! Un tempo
si cantava nei campi, nelle officine; la vita era semplice e gaja: ora
invece sembra che l'umanit si abbeveri di arsenico: gli artigiani son
fatti cupi di livore e di odio: i villici viventi un tempo come
rondinelle alla rustica gronda, diventano gufi, assiuoli e barbagianni
rapaci.

In voi, o mendichi vagabondi, si rifugiava l'ultimo raggio dell'antica
serenit, ed ecco che ora state distruggendo la bella tradizione che fu
nei secoli la nostra gloria! E l'opera vostra  altres antipatriottica
e antinazionale, perch tende a cancellare quel primato di accattonaggio
artistico e vagabondo che era vanto incontestato del nostro paese!
(_mormoro sommesso di commenti_).

  (_Maometto si arresta e guarda fisso e severo da quella parte, e
  subito si fa un rispettoso silenzio.
  Riprendendosi_).

C' chi susurra fra voi? comprendo bene che forse parlo al vento, e vi
son grato se non altro della deferente attenzione che mi prestate.

So quello che vorreste; so che vi rode l'anima un oscuro impulso di
violenza contro la vostra sorte: voi sognate dei rivolgimenti chimerici,
la manna nel deserto della vostra esistenza.

Ma non illudetevi (_con tono di inspirato_). Ecco! io vedo nello
specchio profetico il vostro destino, e vi dico che non ci vorr meno di
un secolo per cancellare le impronte gentilizie della nostra stirpe...
Nel frattempo, figgetevelo bene in mente, nel frattempo, a furia di
progressi intensificati ed accelerati, l'umanit si divider in tre
grandi categorie.

La prima andr in automobile aereo.

La seconda al manicomio.

La terza al ricovero di mendicit... o in galera!

Addio!

  _Ci detto Maometto riprende cappello e bastone, scende maestoso
  dalla tribuna, e attraversa lentamente la scena.

  La turba estatica gli fa largo rispettosa; molti lo inchinano,
  lo salutano; egli passa fiero e dilegua lontanando. Tutti si
  protendono verso di lui come allucinati.

  Maometto gi lontano lancia nel silenzio con voce squillante
  l'ultima strofe della Canzone:

    poi quando sar morto, piangerai,
    ma richiamarmi in vita non potrai!_


FINE.




CORPUS DOMINI

[Dal romanzo _Quando amore spira_ dello stesso autore.]


                                          ALLA SIGNORINA

                                          MARGHERITA ROSSI

                                          MIA CARA COGNATA




Gi dall'alba il campanone della cattedrale dindondava incessante,
diffondendo un festoso clangore nella profonda chiarit dell'aere
sereno, e chiamate allegre sulla citt assonnata.

Il sole lumeggiava di roseo il cocuzzolo del cupolone troneggiante come
immane chioccia sulle case rannicchiate come pulcini sotto il suo ampio
grembo.

Il piazzale del tempio era quasi deserto; nelle conifere del _parterre_
centrale chioccolavano i passerotti, e la fontana ancora nell'ombra,
zampillava solitaria effondendo intorno un fruscio serico e umori di
frescura.

La brezzolina mattinale alitava nei fogliami, e scuoteva i drappelloni
dei grande velario gi teso fin dalla vigilia per il passaggio della
processione.

Il cielo sfondava in una chiarit azzurrina che stancava gli occhi;
enormi batuffoli di nuvoloni biancastri e soffici come spuma
veleggiavano maestosi navigli dell'aria, beccheggiando verso le alpi.

La natura era tutta desta in un fremito di vita e di colori.

La vetusta cattedrale addobbata con festoni e drappi festerecci a colori
chiassosi, vecchia aja inghirlandata, sorrideva nelle grinze secolari
della sua faccia ronchiosa, pregustando la letizia di accogliere
nell'amplesso delle sue grandi arcate la propaggine dei suoi diocesani,
chiamati, sospinti a torme dal festoso clangore del campanone, alla
grande solennit.

E il campanone alto nello spazio, rombava clamando con ululato lungo
incessante:

Don don--Destatevi cittadini, donne, fanciulli, gi alto  il sole,
come alta  la solennit di questa giornata sacra. Levatevi,
risciacquatevi, azzimatevi coi vestiti della festa, ripulite, lustrate i
vostri marmocchi, e venite, venite a me come per lunga sequenza di anni
e di secoli convennero riverenti e solleciti i vostri maggiori.

Venite, accorrete a torme, o bambini; il mio squillo ha chiamato,
radunato intorno a me i vostri padri, i vostri nonni, gli avoli delle
pi remote generazioni: tutti sono passati al mio piede, piccini come
voi, con le vesticciole fiammanti, e il candelotto acceso nella luce del
sole, cantando osanna, spampanando fiori sul passaggio dell'arcivescovo.

Sotto le arcate del cupolone, i vostri padri, i vostri nonni, furono
battezzati, cresimati, benedetti, ed uniti negli sponsali. Il mio bronzo
ha cantato le loro feste, ha segnato in squallide note il loro funerale:
tutti passarono di qui per nascere, per vivere e per morire! _Nascentes
morimus, finis ab origine pendet_.

E dopo una breve sosta il campanone lancia nell'aria altre strofe
squillanti.

Don don don... _sic transit gloriae mundi_. La vita  triste e plumbea
per se stessa, per le sue miserie: le delusioni, i dolori intristiscono
ogni cosa; bisogna far del chiasso, dello strepito, delle feste,
stropicciarsi, accomunarsi in folla per stornare l'uggia squallida delle
malinconie, e sentirsi vivi.

Don don: _sursum corda_, e rasserenatevi o miseri mortali; tutto muore
ma tutto rinasce e si rinnovella nel flotto perenne della vita. Librato
da secoli nella gloria intangibile dei cieli, io vi contemplo, vi
abbraccio, vi amo tutti come miei figliuoli.

Ogni anno dai paeselli, dai casolari sparsi nel vasto circuito della
mia diocesi, al festoso sbatacchiare del mio battaglio, accorrono a
torme contadini, villanelle e marmocchi, sfidando la sferza del sole,
per ammirare la processione, e vedere il Vescovo in pompa magna che
passeggia per le strade in mitria, in piviale e pianelle come fosse in
casa sua.

Venite, figli miei!--Io ho veduto i vostri antenati di secoli e secoli
sfilare coi loro bizzarri costumi bigherati e contigiati: ho veduto
rifulgere al sole gli elmi, le corazze, le picche medioevali; ho sonato,
ululato a stormo come belva ferita nei giorni cruenti delle scellerate
lotte fratricide; ho tuonato e cantato l'inno della pace nei giorni
benedetti della riconciliazione.

Don don--il mondo va cos fra un alternarsi di bufere e di quiete;
godetevi le feste che nella vita sono poche e brevi. Io vedo le cose
dall'alto, ho la vista grande, l'esistenza umana  un breve soffio: ogni
essere, ogni forma passa come larva, e dilegua nel nulla.

La solenne processione incomincia con suoni e canti festosi sotto le
arcate del tempio, procede e si snoda nella gloria del sole, e in breve
giro di anni lontanando, dilegua gemendo in miserere fra i cipressi del
camposanto che io vedo dall'alto del mio padiglione spalancato nel
cielo. Ma non vi sgomentate, figliuoli miei; la natura vive eterna; ella
elabora le nuove messi nel sacro grembo della terra e ricompone e
restituisce ogni cosa alla vita.

E tornerete anche voi, o buoni vecchierelli, nel molteplice riflusso
della vostra propaggine;  sempre lo stesso sangue che rifiorisce con
perenne ricorso,  sempre la stessa polpa che dall'ombra dei cipressi
ritorna al sole, alla vita, per le vie ignote della superna legge.

_Multa renascentur quae jam cecidere, cadentque_.

Don don--avanti, bambini!  la grande giornata dell'abitino nuovo, del
risotto giallo, della gazosa e del sorbetto: oggi tutte le campane
suonano a festa, tutte le padelle friggono. Avanti cos; morto un
vescovo ne fanno un altro, e la solennit del Corpus Domini ritorna ogni
anno, come tornano le messi nei campi, come tornano le rondinelle e le
nidiate dei passerotti, come ogni anno il sole di primavera ride sulle
mie grinze antiche e squaglia il turbante di nevi che il calaverno posa
sul mio cocuzzolo.

Don don--cos ogni cosa nell'universo nasce, tramonta, si ricompone e
ritorna con alterna voce: _putrescat ut resurgat_; cos ogni ora, ogni
giorno, ogni anno, per sempre: per omnia _saecula saeculorum_!

       *       *       *       *       *

Gigio Rudella, nativo di Villalbana, ma raffinato _viveur_ vellutato di
tutte le eleganze estetiche internazionali dei grandi ritrovi mondani,
si aggirava in quell'ora mattutina nei pressi della fontana, solo
svagato, l'aria triste e stracca come di uno che non sappia che fare di
se stesso.

Gigio capitava di rado in Villalbana, una volta all'anno, per
sbadigliare le feste natalizie presso una sua vecchia zia, unica
superstite dopo lui della ricca casata dei Rudella.

All'infuori di quella vecchierella, egli non aveva ormai altro vincolo
che lo tenesse alla sua citt natia. Il suo pap e la mamma gli erano
morti nel giro di pochi anni, quando egli per la ragione degli studi
universitari gi stava a Torino, iniziando nei convegni brillanti la sua
carriera di _snobista_ intellettuale.

Rimasto solo, ricco assai, anima embrionale di artista e di poeta,
aperta a molte cose, ma instabile e schiva delle laboriose conquiste,
tronc gli studi letterari per darsi tutto alla vita elegante, per la
quale pareva nato e fatto apposta.

Dopo molti anni vissuti nel gran mondo alla caccia di tutti i piaceri,
senza stabile dimora, ora che la maturit gli faceva sentire il peso e
la noia della sua esistenza randagia, si era stabilito a Milano,
alquanto disorientato del vuoto che gli si faceva intorno, e gi nel
presagio malinconico dell'uggia che lo attendeva nell'avvenire.

In Villalbana era ormai come un'ombra, una memoria lontana: nelle sue
rare e brevi soste non vedeva alcuno; stava in casa con la zia, o
passeggiava solitario nei viali.

Gli eleganti del paese lo ammiccavano rispettosamente come
un'illustrazione del _chic_ internazionale; qualche antico conoscente lo
salutava di sfuggita, affrettando il passo.

Da alcuni giorni la zia, gi malandata, si era aggravata repentinamente,
e Gigio avvertito dai famigliari mentre stava disponendosi per un
viaggio all'estero, dovette troncare ogni cosa e accorrere in fretta, e
da tre giorni si aggirava disperso come un esule nell'ambiente minuscolo
di Villalbana, aspettando gli eventi.

La vecchia signora peggiorava senza speranza; quella notte Gigio aveva
vegliato l'inferma, una veglia di ansie e di spasimi, lenta, infinita,
piena di squallore e di neri pensieri come un castigo.

In quelle ore di angoscia trascorse presso la vecchietta agonizzante
nella penombra, egli aveva scontato come in un contrappasso dantesco
tutte le allegre serate, i festini e le baraonde della sua vita mondana.

La morte! egli non ci aveva mai pensato. Eccola affacciarglisi spettro
gelido, inesorabile! Anche il suo pap e la sua mamma erano andati cos;
ma egli era giovinetto allora, e la vita aveva degli sfondi lontani
pieni di promesse. Adesso invece che tristezza, che miserere gli premeva
dentro l'anima assiderata!

Verso il mattino l'inferma parve riaversi alquanto: il vano buio delle
finestre che nello squallore notturno parevano occhi chiusi
nell'eternit, si schiariva lentamente nel tenue biancheggiare
dell'alba; il campanone lanciava le prime chiamate festive nell'aere
sereno.

La vita, il sole, il respiro! e Gigio, invece di mettersi a letto, era
uscito all'aria libera per fuggire l'incubo che lo premeva, e si
aggirava come naufrago scampato, nel _parterre_ del piazzale, presso la
fontana il cui vivido frusco, e i freschi umori gli risciacquavano
l'animo atterrato dalle tristi ombre di quella notte di espiazione.

Da ogni sbocco di strada affluiva a gruppi, a stormi la gente del
contado, con l'occhio imbambolato e nescio e il passo armentale: una
filastrocca interminabile di donnicciole colle faccie bruciacchiate dal
sole, spiccanti come bronzi nella stonatura della pezzola bianca che
avevano in testa: marmocchi alti un palmo gi vestiti come gli uomini
fatti, bambine infagottate in sottane lunghe col grembiale ampio e la
vita larga come le massaje.

Frotte di contadini con le giacche nuove, il cappello lustro tutto di un
pezzo, le faccie sudate e nere sul bianco delle camicie; una buglia, un
serpentone vivo, variopinto, che dagli stradali polverosi del dintorno
metteva capo per tutti i crocivii al piazzale del duomo.

Sul _parterre_ erboso, nel fitto dei viali, nello spiazzo del sagrato,
sulle ampie gradinate, nel vestibolo del tempio, dappertutto un
formicolo di gente, un rugliamento diffuso denso di chiacchiere, di
chiamate. Gridi e pianti di marmocchi, urli di sorbettai ed acquaioli;
un badanai babelico di voci di chiurli e sopra tutto il formidabile
dindondare del campanone che sbatacchiava a distesa, lanciando nell'aere
un rombo incessante di onde sonore.

Sul piazzale i contadini acciocchiti dal chiasso e dal sole, sciamavano
intorno agli acquajoli mangiando sorbetti da un soldo, e bevendo acque
diaccie di tutti i colori. Le villane sedute sulle zolle erbose, o
accoccolate, o in piedi addossate l'ima all'altra come branchi di
pecore, mangiucchiavano aranci e paste dolci, berlingando tutte insieme
come oche, sghignazzando in coro, levando un chiasso da pollajo con voci
chioccie da capponi mal castrati.

Talune allattavano liberamente i loro marmocchi sedute sull'erba sotto
il cociore del sole, col seno aperto e fuori le mammelle, cacciando le
mosche che contendevano la pastura al bimbo.

I passeri spauriti starnazzavano frullando qua e l sui pennacchi alti
delle conifere, guardando gi irrequieti con un occhio e poi coll'altro
su quel bailamme di zotiche ciane che turbavano la quiete del loro bel
giardino.

Da tutte le cantonate sbucavano alla spicciolata le squadriglie delle
confraternite con le cappe bianche, rosse, turchine; faccie dure,
ronchiose, barbaccie spelazzate, sporche o incolte, stonanti
grottescamente sui colori vivaci delle cappe.

Ecco i _Battuti_, ceffi carnevaleschi barbigiati di unto di padella, col
cappellaccio frusto slabbrato, ravvolti nel camicione bianco salavoso,
corto cos da lasciar scorgere le brache scure e le scarpaccie
sgangherate. E poi i _Bernardini_ con le toghe nere da necrofori, i
_Rocchini_ con le mantiglie spagnole di velluto violetto, orlate di
argento, e cappello da romeo.

Procedevano tutti sbrancati come armento, fendendo la zeppa di gente coi
loro crocifissi, stendardi e candelabri lucenti nel sole, e dopo un po'
riapparivano lontano sulla gradinata del vestibolo, e sparivano come
inghiottiti nella gola nera del portone.

Le contadine curiose, smettevano le chiacchiere, si alzavano in punta di
piedi, allungavano il collo, e si segnavano in fretta al passaggio delle
croci o magari anche dei candelabri.

Il piazzale bugliava: sforacchiava la fittaglia scura della gente
pigiata una picchiettatura di bambine bianco vestite, sparse a manciate
come margaritine nel denso del maggese.

Un clamore crescente di chiacchiere, di grida e sghignazzate; dall'arco
nereggiante del portone della chiesa uscivano a intervalli zaffate
armoniche, ripieni di organo e di canti, che si spegnevano come fiotto
di marea nel denso bulicame della gente.

Il sole di giugno arrazzava marosi infocati su quella polpa viva;
nell'afa stagnante si levava un polvero molesto; non un alito d'aria
nel frascame.

Le rondinelle posate sui fili del telegrafo parevano note di musica
scritte sul cielo.

Sotto il folto ombroso del viale circostante si addensava la popolazione
cittadina, frotte di signore e di _totine_ in toeletta estiva a colori
aerei, cappellini e pamele da bagnanti; una selva di piume, di frappe e
svolazzi di nastri. Matrone gravi in solenne montatura, drappate come
catafalchi; belle e giovani signore tirate, leccate secondo l'ultimo
_chic_ della moda, col giubettino alla _figaro_, la taglia in su, e il
seno sotto la gola; leggiadre, vivaci e birichine sartine pi attillate
ancora, e fresche.

Dappertutto uno scintillo di occhioni patetici e di occhietti furbi che
sforacchiavano come stelle la densa ombria degli ippocastani.

Pi innanzi, fuori alla luce, un'altra zeppa di gente, una selva di
ombrellini fiammanti al sole come luminaria fantastica, una massa
irrequieta che dal viale si protendeva fino alla gradinata, riempiva il
vestibolo e terminava nei grappoli di monelli arrampicati sul colonnato.

Il resto del piazzale era tenuto tutto intiero dai popolani e contadini
che non temono le cotture del sole.

Passavano nuove fraterie. Gli _Sgraffianti_ con le cocolle giallo
arancio; la congregazione di S. Spirito (detta _dei litroni_) celebre
per le bevute fenomenali dei suoi confratelli; e poi le lunghe sequenze
degli istituti di carit, trovatelli, ignorantelli, ricoverati.

Lo sciame bianco e lungo delle orfanelle serpeggi come ruscello di
latte nella fitta del piazzale, sbuc sulla gradinata, e sparve ingojato
nell'antro nero del portone.

La comparsa delle _Marie_ suscit un gazzurro, un cicaleccio ammirativo
nella folla. Una schiera di belle giovinette fresche, colorite,
olezzanti nel candore delle loro vesticciole di mussola; scarpettine di
raso lucente, un nodo di nastro turchino alla cintola, le belle testine
circonfuse da una nube di garze cilestri nottanti all'aria; una sciamata
di libellule.

Un ondeggiamento, un fremito serpeggi nella folla, e tutte le teste,
come fronde mosse da una raffica di vento, si rivolsero verso l'entrata
maggiore.

Le bambine bianche inquiete svolazzavano di qua di l come parpaglioni
fra la gente, cercando di ricomporsi alla meglio.

Il campanone tuonava concitato sul fragore di cascata frusciante nel
ripieno del piazzale, le villane tutte in piedi, il collo teso, le
faccie ansiose e curiose, si urtavano, si accavallavano levando un
chiasso che pareva il qu qu di uno stormo di oche fuggenti.

Le rondinelle spaurite da quel baccano, fuggivan scompigliando le note
musicali dei fili telegrafici.

L'avanguardia della processione appariva dal grande arco del portone.

Gigio si abburattava fra la gente come un provinciale curioso; in quel
fervore di vita, fra quei rumori assordanti, egli si sentiva rinascere,
obliava s stesso, trasportato, travolto nel badanai di quella polpa
viva.

Ecco laggi sotto il vestibolo le bambine, si assembravano tutte in un
mucchio.

Il candido drappello staccava netto sul formicolo nero della gente,
sparpagliandosi gi per la gradinata come cascata di gelsomini.

I mazzieri erano gi scesi sul sagrato aprendo un solco nella folla, e
lo stendardo episcopale, massiccio di fregi e dorature, precedeva
maestoso e lento la prima filastrocca dei chierici seminaristi.

L'immensa marea di teste e di ombrellini si acchet.

Dall'ampio grembo del tempio sbucavano le schiere allineate con defluvio
uniforme; nell'arco del portone apparivano campeggiando sullo sfondo
buio crocefissi aurei e candelabri e stendardi variopinti. Nelle fughe
ombrate delle navate interne si allungava tremolando una selva di ceri
accesi, e gi nello scialbore bigerognolo dello sfondo, nel fumigio
degli incensi, allucciolavano i candelabri dell'altare maggiore disposti
a spinapesce, come chiostre di denti fiammeggianti dentro una gola nera.

I mazzieri fuori del sagrato sudano per aprire un solco fra la gente;
coloro che tengono fronte in prima fila rinculano, quelli che vengono
dopo, fanno altrettanto; e uno spintonamento si diffonde con risucchio
di marea da un capo all'altro del piazzale e si ripercuote fin nella
fittaglia elegante pigiata sotto gli ippocastani del viale.

In quel sobbollimento il bel _parterre_ erboso pettinato e fiorito  in
un lampo devastato dagli scarponi dei contadini, i quali rinculano come
bestioni, e non hanno rispetto di nulla.

La processione guadagna terreno, avanza, invade lentamente come acqua di
rigurgito.

Al passaggio dello stendardo tutti si scappellano, e si spiega ai
fulgori del sole una sterminata distesa di gnucche e bitorzoloni da
mandare in excelsis i Lombroso di tutta la terra e di tutti i tempi.

Teste arrappate lustre e piatte come funghi boleti, boccie larghe
rotonde dappertutto, cccole da cretino, brugnoccoloni enormi che
parevano magli, e cocuzzoli bizantini acuminati; zazzere di ogni colore,
spelazzate, incolte, setoloni irti, falciati come stoppia.

Le donnicciuole del contado pigiate come le acciughe tentano indarno di
inchinarsi e far riverenza al passaggio di ogni croce o stendardo; i
vicini che hanno a tergo e di fianco le stringono, le tengono in piedi
con certe rigidezze di ginocchia dure come incudini.--Le giovani gi da
un pezzo hanno imparato a ritirare ogni protuberanza di forme alle
troppo ingenue distrazioni dei dilettanti di plastica che abbondano in
quelle occasioni.

Le prime file di chierici sono gi nel mezzo del piazzale: dalla
gradinata scendono le confraternite sbadigliando ciascuna le loro
cantilene; un conflitto ingrato di toni e di tempi disparati: un
putiferio babelico di salmodie che vanno insieme urtandosi come pecore
sbrancate.

Dall'ampio portone rigurgitano nuove squadriglie; doppie file di ceri
accesi escono dall'ombra spegnendosi nella luce del giorno: croci,
arazzi e candelabri campeggiano sullo sfondo buio dell'arcata, e nuove
filastrocche di tonache, di cappe e di rocchetti sbucano come fiotti
eruttati dal fondo di quella gola nera ululante di muggiti e boati
armonici.

Il bulicame di teste nel piazzale sfriggola al cociore dell'altoforno
solare; i drappelloni del velario pendono immobili nell'aria stagnante
infocata dal pigia pigia della gente esala una tanfata asfissiante.

Un enorme arazzo si allarg sul nero del portone, aprendo la marcia
delle congreghe femminili.

Passano le _ricoverate_, vecchie stracche, arrembate, faccie gialle,
rugose, macilenti, imbacuccate nella frescura delle pezzuole bianche
azzurrate.

Le _addolorate_ tutte in nero, serve, rivendugliole, faccie da ciane
impertinenti, comari e pettegole in gran pompa, camuffate da gran dame,
procedenti con gli occhi atterrati, con sussiego e compostezza matronale
cos grottesche che desta l'ilarit della gente.

E poi le _orfanelle_, in costume bianco paglierino allineate con rigida
simmetria: una mano sulla cintola, l'altra gi col candelotto; tutte
eguali, come sgusciate da un solo stampo.

Cantano brevi strofe a intervalli: un coro leggero compatto, un ronzo
bianco, netto, conciso, tagliente come forbiciata; aprono e chiudono la
bocca tutte insieme con precisione automatica; sfilano, scivolano
liscie, silenziose, circospette, cogli occhi bassi, ma vedono a destra e
a manca dappertutto, come le lepri.

E poi una lunga sequenza di balie, governanti e donnicciole coi
marmocchi addormentati, o magari anche attaccati al seno. La processione
del Corpus-Domini preserva i bambini dai pericoli dell'acqua; chi non ne
ha dei suoi, conduce quelli del vicino, del parente.

E viene la volta degli angioletti bianchi che da un pezzo aspettano il
loro turno. Alcune dame mettono in ordine l'indocile drappello; la
chiazza bianca si agita, si allinea e gocciola, sgrana gi dalla
gradinata in due fila di perle.

Coppie di angioletti con cestelli spandono sulla via a manciate petali
di rose, di dalie e di ortensie spampanate.

Un _alt_ gridato dal vestibolo corre per le bocche dei sergentini fino
all'avanguardia, e la processione si arresta agglomerandosi, dando
indietro come riflusso di acque sbarrate.

Sulla gradinata, e nel vano oscuro del portone si compongono gruppi di
capannelli, e per un momento la gran troscia della processione si
atteggia nell'immobile rigidezza di un immenso quadro plastico.

Gigio che si era portato innanzi in prima fila, nella volutt nuova del
sentirsi imprigionato come un fuscello in quel guazzabuglio che lo
stordiva, si trov intramagliato fra la fitta di gente che aveva alle
spalle, e lo strupo dei _battuti_ di S. Vito ammucchiati come armento.

Fratacci spurii con faccie da pelagatti, barbaccie incolte da caprone e
mandibole spelazzate che parevano spalmate di gorgonzola, spalancavano
le boccacce sgolandosi a vociare litanie, e lanciando nella folla certe
occhiate malandrine da far correre le mani sugli orologi.

--Avanti, avanti!--si grid dal fondo. Un fremito corse nelle spire del
gran serpentone scintillante dei suoi strani colori nei fulgori del
sole, e la processione si rimise in moto.

Passa una schiera di giovinette, belle, eleganti figurettine, scolarette
e signorine benestanti, sbocciate di fresco come dalie, tuttavia
mareggianti nell'ingenua sciatteria infantile, ma gi composte,
contegnose, nel presentimento dell'avvenire.

Occhietti vispi che gi intravedono l'amore attraverso le sforacchiature
dei cappellini a pamela, occhi di monachella che dicono assai pi di
quanto ne sanno. Chiome sciolte, treccioni biondi o corvini, cincinni e
ricciolini che adombrano le fronti nitide verniciate di giovinezza;
rigidezze scontrose, quasi selvaggie di portamento, corpettini snelli
gi torniti di grazie nascenti, ancheggiamenti flessuosi di gallinella
impettita.

Gigio ficcava gli occhi in quel cespuglio fiorito, ma quel campanone,
quei canti fiottanti nell'aria, e la fulgente e vibrante magnificenza
della solennit, lo richiamavano alle ricordanze lontane della sua prima
giovinezza.

Nel festoso clamore ondeggiava il ricordo della sua buona mamma che
tante volte l'aveva condotto piccino a quelle feste.

Allora, a quei tempi, la guardia nazionale interveniva alla solennit, e
c'era anche il suo povero pap, milite anch'esso con la blusa e lo
schioppo, tutti allineati in pelottone l dove adesso zampilla la
fontana, e quando il vescovo appariva sulla gradinata, sotto il
baldacchino fulgido: _pronti fuoc... pronn..._ una sparpagliata di colpi
che pareva un fuoco di fila.

E anche allora, vecchi a strupo colle cappe e col candelotto, nimbi di
angioletti infiorati con le ali di mussola, e filastrocche di prelati,
di chierici, di donnicciole, e trecche abbatuffolate come matrone nella
seta nera; la banda civica dopo il vescovo, e dietro una folla
disordinata a mucchi, come branco sterminato di montoni.

Oh i bei anni festosi trascorsi nell'incosciente adolescenza che si ama,
si sospira quando siamo gi di tanto lontani, e gi si intravede la
triste fine di ogni cosa umana!

Le feste, le allegrie, sono tutte nel passato, quando non si sa, quando
non si conosce nulla, ma quando si pensa e si comprende, le ore pi
belle della vita sono gi passate, e non tornano pi!

Che miseria, che sconquasso sentirsi sfiduciato cos e solitario,
buttato l, come per ironia in mezzo a quel tripudio di babbi e di
mammine esultanti nel sorriso dei loro angioletti!

Gigio sentiva il peso inerte, increscioso della sua esistenza senza
scopo, senza speranze. Che cosa se ne faceva del suo ingegno, della sua
salute, della sua fortuna, se la sua casa era vuota e non aveva pi
nessuno al mondo?

Rinchiuso come un baco, rattrappito in s stesso come un volgare
egoista; ed il mondo colle sue feste co' suoi chiassi allegri gli
passava a canto in trionfo, cantando inni alla primavera, alla gioia
della casa e della famiglia.

Un'onda larga e piena di umani affetti lo investiva, lo sommergeva, via
fiottando per l'ampio oceano della vita, abbandonandolo asciutto,
confitto nella rena come scoglio brullo.

Perch, per chi era vivo?

Ah la natura  inesorabile per i deviati che battono una falsa strada!

Ella, la gran madre, vuole e vuole nidiate a tutte le gronde, fiori in
tutte le aiuole, bambini in tutte le case; a che gli avevano giovato i
suoi estri giovanili di poeta?

Quale costrutto aveva ricavato dalla sua vita randagia, dalle sue corse
affannose fra gli orpelli fastosi del gran mondo che si diverte? Uno
scetticismo mortale, insanabile.

E dopo tanti spassi e tante lucciole intellettuali, eccolo ridotto al
lumicino, cos da non saper pi dove voltarsi per liberarsi di quella
tristezza infinita che lo annientava.

Incompleto, deviato, mancato a ogni intento; tutta la sua vita non era
stata che un ibrido miscuglio di vanit e di contraddizioni che lo
serravano senza scampo fra l'uscio e il muro.

Mai come in quel momento, in quella solennit aveva sentito l'uggia, il
rinfaccio della sua esistenza inutile, incresciosa.

Egli aveva cuore per sentire e comprendere le armonie di quella vita che
si svolgeva intorno a lui. La vita vera, effettiva senza pose, senza
tetraggini filosofiche, che consiste nel lasciare alla natura il cmpito
suo, senza indagare il come e il perch delle cose, ch tanto fa lo
stesso, e il mondo tira innanzi di per s o per fatalit o per
casualit, comunque, pensi cui tocca.

Ma l'uomo sensato deve badare a s, pigliare il vento come viene, e
lasciare il da far suo alla provvidenza.

La natura sghignazza in faccia ai vagelloni che ingobbano sul
microscopio per sorprendere i suoi secreti e interrogarla sul _modus
vivendi_. Ella spiega nella pompa del sole le sue sterminate abbondanze;
popola i cieli, i mari, le terre, e tira via sdegnosa, e stritola ne'
suoi ingranaggi chi fuorvia dalle sue leggi, butta i retori nel pantano,
ripudia i timidi, i deboli, spegne i rampolli anemici cresciuti col
biberone dell'etica e dell'estetica, e benedice il grembo fecondo delle
massaie, delle lavandaie che le assicurano una rigogliosa e forte
posterit.

Ecco, la vita era tutta l in quella festa, in quel bailamme di
chiacchiere, di chiurli e di risate, nell'osannare delle campane
vibranti squilli e clangori festosi all'aere sereno.

Sul bianco corteo delle bambine infiorate convergevano, dardeggiando
correnti elettriche d'amore; le mammine, i babbi, i nonni assiepati nel
fitto della folla si rispecchiavano nel serafico sorriso di quegli
occhioni che sembravano finestrelle spalancate nel cielo.

Ecco, o scettico gaudente, lo scopo, la ragione della vita!

Gigio si smarriva in quel fiotto di pensieri senza pur accorgersi del
sole che lo bocciava ferocemente cagionandogli vertigini, allucinazioni,
vagellamenti di congestione.

Quei cori serafici, quei canti di monacelle, le zaffate lontane
dell'organo, quella spampanata di vita, saettavano un atroce rinfaccio
alla sua stupida esistenza di gattone stracco accovacciato sul focolare
spento.

Il campanone si rizzava in piedi solenne, maestoso, torreggiante come
giudice, dal finestrone del suo pergamo, suonandogli l'inesorabile
requisitoria degli anni passati, scaraventandogli sulla testa
acciocchita il miserere della giovinezza perduta.

Un olezzo di fiori nell'aria, un mormoro nella folla lo riscossero.

Ecco, passavano le bambine; testoline riccintelle inghirlandate,
trinate, spiccanti negli svolazzi aerei delle mussole.

Faccine paffute, lustre, verniciate come bambole, e musettini
palliducci, biondone trionfanti negli aurei riccioloni, e brunettine
vispe e gi quasi civettine; e uno scintillo, un dardeggiare irrequieto
di occhioni neri, gazzerini, bigi, con dentro il cielo di primavera.

Sfilavano silenziose, sorridenti, beate nel sentirsi intorno le cascate
dei veli, e lo scricchiolo degli stivaletti nuovi.

La folla si pigiava vie pi per far largo al candido drappello; tutte le
faccie si illuminavano di sorriso:  l'avvenire in fiore che passa, il
rivoletto fresco e puro che attraversa l'acquitrino, diffondendo intorno
un fremito di vita, un refrigerio soave di frescura.

Alcune bimbe riunite a grappoli intorno ai panieri, affondavano le
manine nel mucchio soffice dei fiori spampanati, e gi in furia a
giuncare la via, sparpagliando a manciate, a nimbi petali di dalie, di
rose e geranii, un tripudio di colori chiassosi.

Un nuovo _alt_ dei sergentini paralizza la marcia; le bambine si
attruppano in serrafila come pecorelle; pi lungi il baldacchino
episcopale co' suoi pennacchi piumati, si arresta mezzo su mezzo gi,
squassando l'onda de' suoi frangioni e delle sue frappe d'oro.

Ancora una filastrocca di prelati sfilanti alla luce del sole, raccolti
nella rigidezza metallica degli ampi piviali, colle schiene lucenti
iridate, che sembrano ali di giganteschi scarabei.

Ed ecco apparire il vescovo nel nimbo fmeo dei turibuli. Procede lento,
la testa bella di argentea canizie, circonfusa nei fulgori della mitra
gemmata.

Tutto intorno un brulicho di prelati e cerimonieri, un luccicare di
parati aurei, di stole contigiate, piviali fulgenti dei pi bei colori
di carrughe, e teste nevicate.

Precedono i cantori della cappella, le bocche aperte e gli occhi svagati
in pascolo sulla folla: cantano con precisione un cnone sacro pieno di
classica venust.

Ecco i canonici, stracchi, arrembali, procedenti con gli occhi
atterrati, la testa ciondoloni sulla mantelletta di ermellino, come
puttini decrepiti usciti dal refettorio col tovagliolo al collo.

La banda attacca una marcia religiosa, i canterini vociano a perdifiato;
tutto intorno un echeggiare ondivago di salmodie dileguanti lontano nei
fulgori del sole; e su quel guazzabuglio di clamori, di cantilene e di
suoni, il formidabile campanone batte la solfa, imprimendo una
pulsazione ritmica in quella babilonia.

Ecco il vescovo barellante sotto il peso dei paramenti pontificali. Le
donnicciole e i contadini cascano in ginocchio e l'immensa distesa di
teste si incurva, si alletta come messe al soffio dell'aquilone.

Gigio stette saldo, a testa alta nel reclinare riverente di tutte le
fronti.

Un ultimo scrupolo, un ultimo guizzo di scetticismo mondano lo teneva
refrattario all'ambiente, ritto, torreggiante sulla folla prosternata.

Intorno a lui erasi fatto un vuoto. Non osava voltarsi, ma sentiva
dietro le spalle l'isolamento, e l'ingrata stonatura della sua protervia
in quel momento solenne.

Solo, in prima fila, rigido, fiero, fra una turba genuflessa, si ergeva
sdegnoso, scettico, dispettoso contro la chiesa, contro la fede, contro
il sentimento di Dio.

E tuttavia quella fierezza non era affatto nell'intimo il gesto di
un'anima ribelle; nel suo cuore vibravano in quel momento tutte le corde
degli umani affetti; la sua mente aperta a tutte le comprensioni, poteva
assorgere dalle ubbe superstiziose del volgo alle pi alte idealit
della fede, e comprendere e intendere e sentire come il concetto di un
Dio onnipotente e misericordioso possa allietare di un raggio di luce le
pi umili coscienze ignare, e i pi lucidi e forti intelletti.

Anch'egli oramai sentiva nell'anima il clangore festoso di quella
solennit, il suo cuore andava colla processione sfilante al sole.

In quell'ambiente di effusioni cristiane, fra quelle turbe prostrate
clamanti anelanti a Dio, come rannicchiare il concetto della vita nella
gretta e materiale casualit? Come sottrarsi ai bagliori di quella fede
che scavalcando tutte le barriere della logica e dal raziocinio, prende
la fuga ai cieli e riallaccia la ragione degli eventi umani alle
imperscrutabili armonie che governano l'universo?

Gigio nel tumulto di tanti pensieri rimaneva ritto, oblioso di s
stesso, ma la sua coscienza piegava soverchiata dalla solennit del
momento.

Nel fumigio dei turibuli si profilava l'imagjne della sua pia e santa
mamma, riassurgevano i dolci ricordi della sua adolescenza.

Egli intendeva, sentiva tutto il fascino della santa tradizione
cristiana che riempie le anime ingenue di arcano ardore, librandole alle
idealit della misericordia e della bont divina.

Dio, la provvidenza, l'armonia delle leggi naturali, significano una
cosa sola, il grande, l'immane mistero che regge l'universo.

La scienza e la fede si affacciano ugualmente per vie diverse a quel
gran punto interrogativo, e si prosternano sgomente: credere pu essere
un errore, negare  assurdit miserevolmente stolta.

Circonfuso nel nimbo degli incensi passava il vescovo torreggiante sul
magnifico corteo coreografico, fulgido nella maest della sua mitria
gemmata; una nobile e bella figura di vegliardo dall'aspetto sofferente,
spirante evangelica soavit dagli occhi sereni.

Certo il buon pastore scorse quel ribelle altiero che solo in mezzo a
tutto un popolo prostrato gli negava l'omaggio dovuto al suo grado, e
alla sua veneranda canizie; ma lo commisero come pecorella traviata,
ravvolgendolo in un'occhiata piena di mansuetudine e di perdono.

Gigio si sent atterrato al cospetto di quel quadro grandioso che pareva
un ricordo dei tempi medioevali.

Sotto la penombra dell'ampio baldacchino, nel luccicare degli ori e
degli arazzi, nel nimbo fmeo degli incensi, si addensava il
grandiloquente fastigio di Roma cattolica, riverberante dalle remote
tradizioni le lotte, i martirii e i trionfi della fede.

Quegli inni, quei cantici, quei clamori, erano ancora l'eco degli
antichi misteri, le laudi dei flagellanti, il _Dio lo vuole_ dei
crociati, tuttavia echeggiante nel corso dei secoli.

Crocefissi, stendardi, candelabri altolibrati nell'aria soleggiata,
vibravano aurei fulgori e strofe alate di epopea; sotto la mitria
gemmata di monsignore si modellava il profilo carolingio di Turpino
episcopo e guerriero; sugli alti e fastosi pinacoli del baldacchino
galoppava fulminea l'ombra magnanima del pio Goffredo.

Ecco, il vescovo alza l'ostensorio. Gi la fronte, miserabile
pulviscolo; dinanzi ai fulgori di quella sacra raggiera i cui fasci
luminosi hanno ammansito l'efferratezza di Attila _flagellum dei_, e
prostrata nella polvere di Canossa la superbia di Arrigo imperatore!

Gigio fu vinto, abbacinato: le scettiche riluttanze del mondano, le
reticenze cavillose del filosofante squagliarono. Chin la testa
riverente, e il vescovo tir via solenne, maestoso.


FINE.





Nota del Trascrittore

  Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute,
  correggendo senza annotazione minimi errori tipografici. Sono stati
  corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo originale):

    P. 10  Sabba gattesco [grottesco]
    "  13  ossia l'evoluzione compiutasi nell'etica [etiga] gattesca
    "  23  Certe finestre all'ultimo [ultmo] piano
    "  35  Mi svaga e [a] mi attrae assai pi il piccolo ragno

  Grafie alternative mantenute:

    brontolio / brontolo
    canone / cnone
    danno / dnno
    fruscio / frusco
    STNTORE / STENTORE




[End of _Contrada dei Gatti_ by A. G. Cagna]

[Fin de _Contrada dei Gatti_ par A. G. Cagna]
